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Missione di pace: ridere della guerra… si può!

Messaggio di pace, e distensione. Con tono irriverente, colmo però di schiettezza e intelligenza, la sorprendente e brillante opera prima di Francesco Lagi ha il merito di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla presenza, che dura ormai da oltre 15 anni, dell’esercito italiano nelle terre balcaniche. Non un film di denuncia, né politico, né di parte, né satirico. Semplicemente farsesco, comico, come un piccolo coltellino svizzero affilato che taglia molto ma molto bene. Ma il taglio volontarimente non arriva in profondità. Scelta condivisibile, come a non voler gravare sull’animo dello spettatore con morali o lezioncine pacifiste. Il film di Lagi viene in pace, ma ciò basta per lasciare in noi uno sfarfallìo di riflessione sul (non) senso della guerra.

Missione di pace, che ha riscosso applausi scroscianti nella sezione “Settimana Internazionale della Critica” di Venezia 68, va giù tutto d’un fiato. Si snoda leggero e leggiadro tra goffi carri armati e magliette rappresentanti il faccione di Che Guevara, soldati di confine che ricordano quelli de La tigre e la neve di Benigni e quel senso di piacevole abbandono che caratterizzava i personaggi di Mediterraneo di Gabriele Salvatores.

La regia, pacata e mai virtuosistica, scorta le (dis)avventure dei protagonisti. Sono il contenuto e la sceneggiatura a dominare, egregiamente sviluppati da un cast artistico d’alto livello che non si risparmia in battute, smorfie, recitazione paradossale. A capitanare la truppa c’è Silvio Orlando, poliedrico come pochi nel passare con duttilità dai toni della tragedia (Il papà di Giovanna, La stanza del figlio) a quelli della commedia (Ex, La passione). Straordinaria e istrionica la prova di Filippo Timi nei panni di un Che Guevara non troppo convinto del suo credo ideologico. Bravissima anche Alba Rohrwacher, che finalmente dimostra di possedere non solo il registro ansiogeno. Ma la vera sorpresa è Francesco Brandi. Dopo la bella prova in Generazione 1000 euro, conferma qui di essere il futuro fiore all’occhiello del cinema italiano. Pungente, spigliato, piacevole sin dal suo accento veronese, che da solo vale il prezzo del biglietto.

Da segnalare inoltre i simpaticissimi e innovativi inserimenti di rumori fumettistici connessi ad alcuni gesti dei personaggi e la scanzonata, country, poetica colonna sonora di Bugo, nei panni dello sfaticato chitarrista d’accampamento.

Indimenticabile la sequenza della partita a Risiko col diverbio sui dadi rossi e dadi blu.

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Venezia 68° – Quando la notte: la recensione

Secondo film italiano in concorso a Venezia 68, “Quando la notte” di Cristina Comencini si pone sulla stessa linea dei precedenti “La bestia nel cuore” e “Il più bel giorno della mia vita”, ovvero sani drammoni sui temi della famiglia, la sessualità, gli affetti. In questo caso assistiamo all’incontro tra Marina (Claudia Pandolfi), mamma stressata e semi-sola con un bambino piccolo pestifero da badare e tirar su, e Manfred (Filippo Timi), guida alpina rabbiosa, scostante e silenziosa con una tragica infanzia alle spalle e nel cuore… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI

This is not a film, il non-film di Panahi sulla sua prigionia

“Quando mi annoio, riprendo” afferma Jafar Panahi mentre con la videocamera del telefonino s’accinge a immortalare dalla finestra il suo Paese in rivolta. E’ una della molteplici sequenze che strutturano This is not a film, il documentario girato da Panahi, entro le mura di casa, con l’aiuto dell’amico e regista iraniano Mojtaba Mirtahmasb (al quale il 5 settembre scorso, a Tehran, è stato confiscato il passaporto al momento dell’imbarco per un volo diretto in Europa).

Il 20 dicembre 2010 Panahi viene condannato a 6 anni di reclusione e gli viene inoltre proibita la possibilità di dirigere, scrivere, produrre film e lasciare la terra natia per 20 anni. Il grande regista de Il cerchio viene così confinato in un’incarcerazione artistica e mentale. Ma clandestinamente riesce a girare questa piccola perla, presentata prima a Cannes 2011 e poi come film-evento l’ultimo giorno di Venezia 68.

Un’opera semplice e forte, ordinaria negli ambienti, straordinaria nei contenuti. Che colpisce al cuore del cinema e dello spettatore, che fa riflettere e commuovere, indignare e stupire. Panahi si mostra in tutta la sua umanità, fatta di sofferenza emotiva e voglia di creare arte, speranza di novità dal tribunale e triste disincanto sul suo futuro. La voce talvolta spezzata e i suoi occhi appensantiti dalla fatica della prigionia aprono brecce nell’anima del pubblico.

E’ strabiliante notare come i soggetti cinematografici si presentano a Panahi improvvisamente, in modo non voluto e non premeditato: la rivolta in strada, le lente “scorribande” dell’iguana per l’appartamento, l’arrivo del “ragazzo dell’immondizia”. A queste si alternano le telefonate fatte all’avvocato e all’amico regista, ma anche le spiegazioni di alcune parti di suoi film. Ma soprattutto meraviglia, turba e suscita emozione quando, con l’aiuto di scotch a terra e tanta fantasia, racconta le scene del film che ha scritto e che ancora non è riuscito a fare. Degne di nota e di sorridenti applausi sono i titoli di coda, con i ringraziamenti a collaboratori invisibili, sostituiti da puntini di anonimato e sospensione. Piccole grandi trovate per un non-film dove va in scena la vita, la vita vera, di uno dei massimi rappresentanti del cinema mondiale. Un’opera che esalta le potenzialità del cinema, capace di crescere anche dove si è fatto terra bruciata tutto intorno.

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# 7 – Venezia 68: Killer Joe, L’ultimo terrestre e… Kotoko!

Killer Joe: la scena della coscia di pollo sarà ricordata a lungo dai festivalieri veneziani. Una lunga manciata di minuti che diverte, galvanizza, spalanca gli occhi, alza l’asticella del sexually correct, vale il prezzo del biglietto. A questa si somma la prova di un Matthew McCounaghey larger than life. Magnetico, enigmatico, crudo e credibile pulotto con cappello da cowboy che nel tempo libero si diletta a far fuori la gente su commissione. Si muove in una sceneggiatura calcolata, millimetrica nelle battute, chirurgica nelle definizione dei personaggi, con fucilate degne del migliore Tarantino/Rodriguez. Il regista William Friedkin nel 1973 entrò nella storia con una bambina che dimenava la lingua come un mulinello e ruotava la testa come una giostra da luna park (L’esorcista). Oggi, nel 2011, ha bissato un’impresa che riesce a pochi con un simpatico ed esile cosciotto del Kentucky Fried Chicken.

L’ultimo terrestre: Gli outsider come nuova linfa del cinema italiano. Il noto fumettista Gipi ne è la dimostrazione vivente. La sua opera, presentata in concorso a Venezia 68, ha riscosso applausi a non finire in Sala Grande. Intelligente, fresca, nuova, futuristica. Un mondo (non a caso) alienato di uomini con fattezze da marziani e bonaccioni ufo argentati. Spicca la prova del timido ma determinato Gabriele Spinelli e quella di un Roberto Herlitzka (l’indimenticabile Aldo Moro di Buongiorno, notte) comico e spassoso, sponsor dell’elisir di lunga vita garantito dagli aliens sulla Terra.

Un filmettino che convince, gettando uno sguardo scanzonato, grottesco e fumettistico sui marziani tanto amati-odiati-temuti-attesi.

Kotoko: sconvolgente, mai visto un film simile prima d’ora. Tsukamoto colpisce basso, sotto la bocca dello stomaco e senza tralasciare di scuotere la nostra mente. Con una regia che, con un eufemismo, potremmo definire “mossissima” e un volume in sala da uscire di cervello, il regista giapponese ci porta in un mondo di visioni, allucinazioni, pazzie, mani insanguinate, colpi alla testa. Ma le parole non bastano e non rendono giustizia ad un’opera unica, che costringe molti ad abbandonare la sala. Un’esperienza che però almeno uno volta nella vita va provata. Come un salto nel vuoto.

Venezia 68° – Quando la notte: la recensione

Secondo film italiano in concorso a Venezia 68, “Quando la notte” di Cristina Comencini si pone sulla stessa linea dei precedenti “La bestia nel cuore” e “Il più bel giorno della mia vita”, ovvero sani drammoni sui temi della famiglia, la sessualità, gli affetti. In questo caso assistiamo all’incontro tra Marina (Claudia Pandolfi), mamma stressata e semi-sola con un bambino piccolo pestifero da badare e tirar su, e Manfred (Filippo Timi), guida alpina rabbiosa, scostante e silenziosa con una tragica infanzia alle spalle e nel cuore… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI (e diventa FAN su Facebook)

# 6 – Venezia 68: i premi assegnati tra prevedibilità, merito, stupore e sdegno!

Venezia 68 ha chiuso i battenti e i premi sono stati consegnati tra stupore e sdegno. Alcuni, “annunciati” e prevedibili, sono diventati realtà, ma non sono mancate le sorprese, che in alcuni casi fanno stracciare le vesti. Ecco quindi qui di seguito i vincitori con relativo commento onesto e spietato accanto:

Leone d’Oro (miglior film) a Faust di A.Sokurov: direi inaspettato, considerando che i più quotati erano Shame e Killer Joe. Senza dubbio un’opera maestosa, affascinante, non per tutti i palati. Probabilmente l’animo oscuro e torbido del buon Darren è stato attirato dal “diabolico” di questa storia scritta da Goethe.

Leone d’Argento (miglior regia) a Shangjun Cai  per il film People mountain people sea: un’opera discutibile, sulla quale già mi sono pronunciato in un post precedente. Macchina fissa, pianisequenza a gogo, non-sense. Tutto il resto è noia. Un premio inspiegabile se paragonato alle trovate registiche di Abel Ferrara o della Satrapi…

Premio Speciale della Giuria a Terraferma di E.Crialese: ci può stare. E’ un nuovo riconoscimento per un regista che nel 2006 vinse il Leone d’Argento per Nuovomondo. Anche se allo stesso tempo ha il sapore del “contentino” al cinema italiano in concorso…

Coppa Volpi maschile (miglior attore) a Michael Fassbender per il film Shame di S.McQueen: premio annunciato, prevedibile, ma meritato. Dispiace solo che non l’abbia potuto ottenere (anche) Matthew McConaughey, che con la perfomance in Killer Joe ha dato una svolta alla sua carriera, lasciandosi alle spalle le solite commediole fru-fru dove interpreta il latin lover delle teenager…

Coppa Volpi femminile (Miglior attrice) a Deanie Yip per il film A simple life di Ann Hui: giusto e meritato. Ha vinto la sua prova sincera, quotidiana, composta su quella virtuosistica (e che io quotavo come vincitrice) di Keira Knightley per A dangerous method di Cronenberg.

Premio Marcello Mastroianni (miglior giovane attore/attrice emergente) a Shota Sometani e Fumi Nikaido per il film Himizu di Sion Sono: sacrosanto! La coppia stupisce, scuote, convince! Il premio ci sta tutto, anche a rappresentanza di uno dei film più belli della Mostra…

Osella per la miglior fotografia a Robbie Ryan per il film Wuthering heights di A. Arnold

 Osella per la migliore sceneggiatura a Yorgos Lanthimos e Efthimis Filippou per il film Alpis: su questi ultimi due film vincitori non mi pronuncio poichè non sono riuscito a vederli…

Restano a bocca asciutta vari film meritevoli: The Ides of March, Killer Joe,Poulet aux prunes, Carnage… che dire… ritentate, sarete più fortunati!!

p.s. la Mostra del Cinema di Venezia si è conclusa, ma i miei post sui film visti no. Nei prossimi giorni continuerò quindi a postare commenti, pensieri, appunti su questa 68esima edizione…