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Angele e Tony: un drammone algido che non esplode mai

Angele e Tony è l’incontro di due solitudini: lei è appena uscita dal carcere e allo stesso tempo teme e desidera rivedere il piccolo figlioletto; lui è un tozzo pescatore dal cuore buono che vive con la madre. L’esordio di Alix Delaporte ha tutte le carte in regola per essere un drammone struggente d’altri tempi. Ma non lo è. La dimensione tragica rimane sottesa, volontariamente soffocata nei suoi personaggi e nelle sequenze dai dialoghi essenziali. Una Francia di provincia, tutta mare e cielo ombrosi, grigi, cupi. Un mondo dove il tempo sembra essersi fermato tra sogliole, merluzzi e cadaveri che affiorano dalle acque. Un’opera che a più riprese ha il sapore di Welcome di Philippe Lioret, in particolare per la cromia fredda, algida, plumbea, dalla quale non c’è verso di scappare. Un’atmosfera che accoglie personaggi ben calibrati, privi di eccessi, limitati ai loro bisogni primari: il lavoro e il sesso.

Due vite in salita, che procedono a fatica proprio come la bicicletta con le ruote bucate di Angele.

Il nostro occhio segue sornione le loro disavventure, condotto per mano da una colonna sonora malinconica, commovente, misurata e puntuale nei suoi inserimenti, tutta chitarra e piano solo che trascinano al largo. Ma giunti ai titoli di coda avvertiamo che ci manca qualcosa. E’ quel tragico che non esplode/implode mai, quel turning point che ci fa appaludire convinti, quel tantino di pathos spezzagambe che ci lascia a bocca aperta. Manca qualcosa pur nell’originalità di fondo. Angele e Tony sembra Welcome, ma non lo è. Dissolvenza in nero. Rumore del mare. Fine.

Machete: un taco gigante di sangue e divertimento che sazia fino all’indigesto

Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col machete, quello con la pistola è un uomo morto. E’ questo, parafrando Per un pugno di dollari, il dogma non scritto dell’ultima pellicola del visionario Robert Rodriguez.

Tradito da un rileccato e spietato boss della malavita texana, l’ex agente federale messicano Machete plasma la sua vendetta in un tripudio di fiotti di sangue. Questo in fin dei conti è Machete: bloody entertainment. Teste mozzate come nemmeno in Highlander, mani amputate alle quali resta appiccicata la pistola, pance scoperchiate e budella srotolate correndo come fossero lo spago di un aquilone al vento. Il pulp tarantiniano sconfina nello splatter fantasioso, creativo, indiscutibilmente spassoso.

E questa è la differenza tra i due amiconi Tarantino e Rodriguez: nel primo l’uso del sangue è tocco raffinato, aura magica e affascinante ammaliatrice dello spettatore, nel secondo è libera inventiva, sfogo liberatorio, realtà irreale. Ma così il regista texano porta a galla l’animo sadico e sanguigno che alberga nello spettatore, divertito più che schifato da scomposti rosoni di sangue sui muri ai limiti del trash andante. Dalle poltroncine si ride e si tifa per il bestione messicano dal volto rigato dalle cicatrici e dai baffi da vichingo col sombrero.

Affiancato dal fido assistente Ethan Maniquis, il director di C’era una volta in Messico dirige in modo impeccabile i suoi attori, orchestrando con estrema varietas ogni inquadratura verso una soluzione che coinvolge sin dall’inizio in medias res. E tra una pistolettata e l’altra c’è pure spazio per nudi femminili gratuiti, inaspettati, poetici, senza tempo.

Ma sulla lunga durata la pellicola stucca, sazia, satura. Machete è un taco (i kebab messicani) stracolmo di sangue e fantasia, buono da mangiare ma difficile da digerire come un calzone farcito all’eccesso. Ci si alza dalla poltoncina proprio come da tavola dopo il cenone di Natale. E con un solo pensiero: buono, molto buono, ma senza un bicchierone di Brioschi la notte insonne è assicurata.

In questo taco gigante c’è posto per all stars di alto livello. Oltre al protagonista Danny Trejo, monofaccia insolitamente espressiva da bufalo che piace alle donne, nei panni del senatore stermina-clandestini c’è un Robert De Niro godurioso, grottesco, iperrealistico, disposto a lasciarsi manipolare da “quel bravo ragazzo” di Rodriguez fino a morire cowboy con un filo di sangue bordeaux alla bocca. Inaspettatamente bravo un gonfio e imbolsito Steven Seagal, impresentabile in qualsiasi altro set che non sia di fumettistica irrealtà. Ma anche un magnetico e versatile Jeff-occhi-di-ghiaccio- Fahey e un Don Johnson d’altri tempi con Ray-Ban neri e basettoni color argento. Nella compagine femminile figura una Jessica Alba bella ma assolutamente inespressiva, apatica e inadatta nei panni di una poliziotta anti-immigrazione, surclassata anni luce dalla mascolina, sexy e ciclopica Michelle Rodriguez, indiscussa beniamina del pubblico in sala dopo Danny Trejo. Marginale la prova di una inutile e anonima Lindsay Lohan.

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