Angele e Tony è l’incontro di due solitudini: lei è appena uscita dal carcere e allo stesso tempo teme e desidera rivedere il piccolo figlioletto; lui è un tozzo pescatore dal cuore buono che vive con la madre. L’esordio di Alix Delaporte ha tutte le carte in regola per essere un drammone struggente d’altri tempi. Ma non lo è. La dimensione tragica rimane sottesa, volontariamente soffocata nei suoi personaggi e nelle sequenze dai dialoghi essenziali. Una Francia di provincia, tutta mare e cielo ombrosi, grigi, cupi. Un mondo dove il tempo sembra essersi fermato tra sogliole, merluzzi e cadaveri che affiorano dalle acque. Un’opera che a più riprese ha il sapore di Welcome di Philippe Lioret, in particolare per la cromia fredda, algida, plumbea, dalla quale non c’è verso di scappare. Un’atmosfera che accoglie personaggi ben calibrati, privi di eccessi, limitati ai loro bisogni primari: il lavoro e il sesso.
Due vite in salita, che procedono a fatica proprio come la bicicletta con le ruote bucate di Angele.
Il nostro occhio segue sornione le loro disavventure, condotto per mano da una colonna sonora malinconica, commovente, misurata e puntuale nei suoi inserimenti, tutta chitarra e piano solo che trascinano al largo. Ma giunti ai titoli di coda avvertiamo che ci manca qualcosa. E’ quel tragico che non esplode/implode mai, quel turning point che ci fa appaludire convinti, quel tantino di pathos spezzagambe che ci lascia a bocca aperta. Manca qualcosa pur nell’originalità di fondo. Angele e Tony sembra Welcome, ma non lo è. Dissolvenza in nero. Rumore del mare. Fine.













