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Conclave day, cinema e bizzarre elezioni papali

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Martedì 12 marzo prenderà il via il conclave per l’elezione del successore di Benedetto XVI. Sulle analogie con il film di Nanni Moretti Habemus papam già mi sono pronunciato (vedi QUI). Ma l’avvento di un nuovo pontefice mi ha incuriosito e ho fatto una ricerca sui film che hanno trattato, in modo alquanto bizzarro, l’elezione (o la non-elezione) di una novella “Sua Santità”. Ecco i tre più curiosi che ho trovato:

-          Mio papà è il papa (1991) di Peter Richardson. Deplorevole e dimenticata commedia inglese dal gusto assai poco british, racconta della fortuita elezione al soglio pontificio dello sconosciuto Don Albinizi, parroco di campagna dedito al rock e agli orfanelli, che rimarrà coinvolto in uno scandalo di curia con tanto di ex moglie italoamericana con figlioletto appresso. Condito da un finale che è tutto un programma (diviene pontefice una suora!), vide il titolo originale Il Papa deve morire (The Pope must die) modificato in Il Papa deve fare la dieta (The Pope Must Diet).

-          Oddio, ci siamo persi il papa (1986) di Robert Malcolm Young, con Giancarlo Giannini. Ricordandoci molto da vicino l’Habemus papam dell’autarchico Moretti, portò sul grande schermo la vicenda di un giovane neo Papa, che, in crisi d’identità e soffocato dal Vaticano, fugge in un paesino terremotato del Sud, Montepetra, dove, vestendo gli abiti di un sacerdote qualsiasi, si rimboccherà le maniche per la ricostruzione. Una favoletta leggerina, priva di morale e spessore, che però vinse il Sundance Film Festival.

-          La papessa (2009) di Sonke Wortmann. E’ la vera storia di Johanna, figlia indesiderata di un prete del villaggio, che nei primi anni dell’800 d.c. si finse uomo e monaco benedettino nell’abbazia di Fulda Germania), poi divenne a Roma medico e consigliere del Santo Padre di turno e, infine, a sorpresa, fu detentrice del trono papale. Quando la realtà supera la fantasia…

Habemus Papam: la sconcertante bellezza dell’umano troppo umano

Il solenne silenzio del conclave è rotto dal ticchettare secco e inquieto delle penne sui tavoli lignei. Poi si alza il brontolio delle preghiere dei cardinali: “Signore, non io, ti prego! Non sono in grado, non sono all’altezza!”. Habemus Papam è la messinscena dell’umano troppo umano che alberga nel sacro e nel divino, nell’insostenibile pesantezza dell’essere Santo Padre. Papa Melville incarna i timori di un manipolo di porporati/nonnetti che si scopiazzano come alunni di quarta elementare, si drogano di medicine forti e introvabili, litigano a scopone scientifico. Nell’autarchica filmografia morettiana, è un inaspettato film corale, dal quale non sono esclusi i due protagonisti.

Muovendosi in un continuo e palese gioco tra Vita e Teatro, Michel Piccoli entra dal fondo come magistrale primo-attore che, poco presente in (Santa) sede, non surclassa i confratelli. Voce fioca e vissuta, versatilità facciale da mimo d’altri tempi, occhio stanco e lucido da triglia, sorriso contenuto ed esagerato, ebete e paterno. Una prova monumentale, da domenica delle palme (di Cannes), paragonabile, in intensità, a quella ottenuta in Ritorno a casa di Manoel De Oliveira.

Poi irrompe il pavone, spelacchiato e argentato nella barbetta, che si compiace della propria bravura e si auto-incensa divertito: un Moretti parodia di se stesso. Ma si fa da parte e argina il suo istrionico egocentrismo concentrandolo in sguardi luciferini e una lingua biforcata che dispensa battutacce, satira ingenua e non sacrilega. Non inoffensiva (verso lo spettatore), ma neppure offensiva (verso la Chiesa). E nel nome della coralità, come in una rimpatriata di fine secolo, ecco tutti i suoi must, dogmi, ormai cliché: la canzone di gusto latino-americano (l’avvolgente Todo Cambia di Mercedes Sosa), il gioco di squadra con la palla (come nell’intero Palombella rossa e la partita di calcio in La messa è finita), gli interni in utilitaria (stavolta privi dell’usurata cantatina da famigliola Barilla).

Pur con alcune smagliature di sceneggiatura, Moretti, come Cechov (il cui Il gabbiano è saputo a memoria da Melville), getta uno sguardo limpido, crudele e tragicomico sulla fragile condizione umana. Oscilla tra piacere (il gioco) e dovere (il pontificato) con fluidità eterea, permeando tutto d’ipnotico magnetismo, sinistra ironia, azione immobile, suspense che tiene in estasi. Un’opera bizzarra e carica di pietas anche grazie alla puntuale ed ispirata colonna sonora di Franco Piersanti, che fonde toni draculeschi con melodie alla “Pierino e il lupo”. Una pellicola da devota genuflessione e applauso scrosciante, se questo non venisse stroncato sul nascere dal ruvido, spiazzante, inevitabile finale. Tende rosse al vento come il sipario di un palcoscenico desolatamente vuoto. Più che habemus papam, ecce homo.