Archivi tag: trailer

Madagascar 3, ecco due nuove clip!

Mancano pochi giorni al ritorno sul grande schermo dell’allegra brigata formata da Alex, Marty, Gloria e Melman. Infatti Madagascar 3 – Ricercati in Europa approderà nelle sale italiane il 22 agosto. Dopo il simpaticissimo primo episodio, e il ben più scarso secondo capitolo, il terzo tassello di questa “trilogia da zoo” si annuncia assai più divertente e brioso. O almeno  così (tras)pare dalle due clip che la Universal Pictures Italia ha pubblicato su YouTube.

Buona visione! E ditemi  la vostra… :D

Madagascar 3: ecco il trailer italiano!

E’ finalmente uscito online il nuovo trailer italiano di Madagascar 3 – Ricercati in Europa, l’ultima spassosa “impresa” del quartetto Alex il Leone, Marty la Zebra, Gloria l’Ippopotamo e Melman la Giraffa. Con ovviamente gli immancabili pinguini.

La trama? Alex, Marty, Gloria e Melman stanno ancora cercando di tornare a casa nella loro amata Grande Mela e, naturalmente, Re Julien, Maurice e i Pinguini sono pronti a seguirli nelle loro nuove comiche avventure. Il viaggio questa volta li porta in Europa dove trovano una perfetta copertura per tentare il loro ritorno a casa: un circo itinerante che loro reinventano in tipico Madagascar style.
Il film uscirà in sala il 22 agosto.

Ecco il trailer:

Videorecensione del film “The Help”

Direttamente dal canale YouTube di Onesto e Spietato (clicca QUI), ecco la videorecensione del film The Help. Buona visione! E mi raccomando: commentate, commentate, commentate!

Ben Stiller + Eddie Murphy = Tower Heist – Colpo ad alto livello (di divertimento)

Cosa succede se mettiamo insieme nello stesso film Ben Stiller e Eddie Murphy? Lo scopriremo dal 25 novembre 2011 quando nelle sale italiane uscirà Tower Heist – Colpo ad alto livello, pellicola diretta da Brett Ratner (Rush Hour, Colpo grosso al drago rosso, X-Men – Conflitto finale, Red Dragon) della quale sono l’accoppiata protagonista. Una commedia d’azione che unisce sul grande schermo due idoli del cinema americano.

Va in scena la vendetta di un gruppo di comuni mortali derubati dei loro risparmi da un magnate della finanza. A capitanare questo manipolo di squattrinati organizzati sarà Josh Kovacs (Ben Stiller), ma non senza l’aiuto di un “ladro di professione”, il bizzarro Slide (Eddie Murphy). Gli ingredienti per farsi una scorpacciata di risate ci sono tutti, anche se sin dal trailer comicità e azione sembrano mischiati con cura.

Questo blog, in collaborazione con Universal Pictures Italia, dedicherà quindi, da oggi al 25 novembre, una serie di post a Ben Stiller (uno degli attori americani più amati dal sottoscritto…) con lo scopo di promuovere in rete il film. Cercheremo di ripercorrere alcuni punti salienti della sua carriera con recensioni, video, foto, curiosità, stralci biografici, ecc.

Intanto guardatevi il trailer di Tower Heist – Colpo ad alto livello:

To be continued…

This must be the place: tecnica sopraffina per un’accozzaglia di contenuti

“Qualcosa mi ha disturbato, non so bene cosa, ma qualcosa mi ha disturbato…” usa ripetere con noiosa insistenza il viso pallido Cheyenne, interpretato da Sean Penn. Parafrasando questo suo ritornello, mi alzo dalla poltroncina del cinema e penso: “Qualcosa non va, non so bene cosa, ma qualcosa non va…”. E’ con questo enigma da sbrogliare che cerco d’analizzare l’ultima opera di Paolo Sorrentino, This must be the place.

Incensato a dovere a Cannes 2011 e acclamato come il film dell’anno, This must be the place è senza dubbio un bell’oggettino cinematografico. Difficile giudicarlo diversamente quando alla regia c’è Sorrentino, all’attore protagonista c’è Sean Penn e alla fotografia Luca Bigazzi. Lo stile sorrentiniano è inconfondibile: dolly, travelling, carrelli, gru a non finire verso soluzioni fluide, dolcemente vorticose, compitamente acrobatiche. Sorrentino disegna nello spazio del set geometrie curate, ortogonali, curve perfette e spezzate; adora indagare gli ambienti prima di andare a scovare, talvolta con vere e proprie sterzate della mdp, i suoi personaggi. Sean Penn è magistrale. Insieme a quanto fatto per Mi chiamo Sam e 21 grammi, è la prova della vita. Veste i panni di un ex rocker depresso con sentita professionalità e verace partecipazione. E questo sin dalla prima mano di trucco nero che si stende sugli occhi glaciali e smorti. La mimica facciale è puntuale, chirurgica, misurata, capace di esplodere/implodere al momento richiesto. Basta considerare la risatina mugolata spesso sfoderata o i bagliori di finta vita regalati al bar tra la figlia Mary e l’inteccherito cameriere Desmond o ancora la sparata in piano sequenza di fronte ad un impacciato David Byrne. Terzo fattore è la poesia fotografica di Luca Bigazzi, il quale raggiunge qui l’apice assoluto della sua profondità artistica. Ogni luce, ogni riflesso sul pickup, ogni paesaggio a perdita d’occhio è un quadro da museo, che non ha prezzo. A legare questi ingredienti ci pensa la piacevolissima colonna sonora di David Byrne, leader dei Talking Heads. Ogni traccia costringe il nostro piede a tenere il ritmo, come se fosse totalmente assuefatto dalla tambureggiante musicalità pop, infarcita di un lieve gusto country da on the road.

Tra gli attori, seppur in parti marginali (Sean Penn fagocita lo schermo e la nostra attenzione), sono da applausi sia Frances McDormand sia la giovane acqua e sapone Kerry Condon.

I dubbi sorgono una volta che ci confrontiamo con la storia, il soggetto, la sceneggiatura. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un guazzabuglio, un puzzle i cui pezzi s’incastrano maluccio e a forza. Una rockstar alla ricerca del nazista che umiliò suo padre nel campo di concentramento. Rock e Shoah. Accostamento scivoloso, e Sorrentino un po’ ci scivola. Due elementi inseriti in un romanzo di formazione un po’ campato in aria, non del tutto convincente, costellato di macchiette ben caratterizzate da contorni caricaturali. Personaggi goliardici che però risultano inutili ai fini del film. Primo fra tutti l’indiano che si fa un giro sul pickup, poi scende e si perde di corsa in un assolato e giallissimo campo di grano ai bordi della statale.

Sorrentino pare risentire di quell’americanismo che mette insieme spizzichi e bocconi dal sapore citazionistico. Ma non riesce a cucirli insieme. E’ così che, all’interno del tema del viaggio da road movie dentro e fuori di sé, ci sono chiari echi da Easy Rider e Into the wild (di Sean Penn!). Tanti personaggi da incontrare e abbandonare. Ma c’è anche quel gusto pop, decadente, sfumatamente noir dei fratelli Coen tramite la presenza di personaggi border line. A partire dal cane, che apre il film, con paralume anti-morso; lo stesso Cheyenne è una rock star che ha fatto il suo corso, con gli occhialetti da nonnetta sulla punta del naso, la camminata con ginocchio valgo, la cannuccia sempre in bocca per fare le bolle al posto di una adulta sigaretta; c’è poi il personaggio della McDormand, un pompiere, che ricorda troppo la parte da lei impersonata in Fargo (film dei Coen, appunto); e ancora il vecchio impettito con baffetto hitleriano sul carro in corsa o la grassona punk. Uno zoo umano surreale, accozzato, accatastato lì come molte sequenze tra loro scordinate e portatrici di ellissi temporali sfuggenti. Lo stesso montaggio ricorre a cesure nette, dove la musica sfuma repentina, con impazienza e frettolosità, come in un film ad episodi. Di questo passo s’arriva ad un finale che senza dubbio è inaspettato e a sopresa, ma anche deludente, forzato, che molti non comprenderanno alla prima…

Insomma, c’è un evidente zibaldonismo di fondo, atto a marcare uno scarto tra tecnica (sopraffina, virtuosistica, estasiante) e contenuto (non compiuto, non decantato a sufficienza per essere davvero digerito)…

Remake, il cinema Usa affetto da sindrome svedese. “Lasciami entrare” e “Uomini che odiano le donne” docent

Ultimamente il recente cinema Usa sembra malato di una strana forma di sindrome svedese. E non sto parlando della nota Sindrome di Stoccolma che lega psicologicamente vittima e carnefice, sequestrato e sequestratore. Anche se, in un certo senso, sempre di “sequestro” parliamo. Cinematografico, in questo caso. Ma mi spiego subito meglio.

E’ evidente come il cinema svedese sia da molti anni assai vitale (basta considerare le opere di Lars Von Trier, Susanne Bier, e più indietro nel tempo il mai dimenticato Ingmar Bergman). Ed è così vivo da creare delle opere che diventano dei piccoli grandi cult. Il più lampante è il successo di Lasciami entrare, film del 2008 dell’allora sconosciuto Tomas Alfredson. A distanza di due anni il cinema americano ha quindi ben pensato di farne un remake, Blood story, che sarà nelle nostre sale da questo venerdì 30 settembre (domani). La regia è di Matt Reeves, che il mondo ha conosciuto grazie a Cloverfield nel 2008. Si crea così un remake da un film di successo dandolo in mano ad un regista “di fama”.

Nel 2009 la Svezia ha prodotto anche la trasposizione cinematografica di Uomini che odiano le donne, per la regia dell’ignoto N.A.Oplev. Successivamente Daniel Alfredson (ovviamente svedese) ha diretto i due episodi successivi della saga Millennium, ovvero La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta. Una mattina del 2011 il cinema d’oltreoceano si è svegliato e ha detto: “Facciamone il remake!”. Ed ecco servito un nuovo Uomini che odiano le donne (che uscirà nelle sale italiane a fine gennaio 2012) diretto dall’acclamato David Fincher (The Social Network, Il curioso caso di Benjamin Button, Panic Room).

Ora, a fronte di questa analisi (provocatoria), le osservazioni e gli interrogativi che nascono sono molteplici:

-          Il cinema svedese è senza dubbio uno dei migliori in circolazione. Un motivo forte per andare a vedere i film baltici che escono in sala!

-          Il cinema americano pare, talvolta, a corto di idee. Il remake, si sa, è ormai diventato un genere a sé. Come i cinesi fotografano tutto e copiano, così gli americani fagocitano il cinema straniero, ci fanno su un bel pensierino, lo masticano e rimpastano ben bene fino a farci un remake…

-          Che senso ha fare a così breve distanza il remake di un film di successo??? Posso capire riproporre un film “con un nuovo vestito” a distanza di 10 o 15 anni (penso agli ultimi Nightmare). Ma perché rifare (praticamente uguale) una pellicola che è apparsa sul grande schermo appena 2 anni prima? Intento di comparazione estetica o voglia di battere cassa?

-          Ma se uno spettatore ha visto la “prima versione”, potrà mai spendere soldi per vedere anche la seconda, nata come una sorta di “copia e incolla”??

-          E’ sufficiente affidare un remake di un’opera recentissima ad un regista dal nome noto e altisonante (vedi David Fincher e Matt Reeves)?? Andremo al cinema per amore di quel regista? O di quel noto attore protagonista?? Tutto ciò basterà??

-          Considerando che entrambe le opere citate sono tratte da romanzi (Lasciami entrare dal semi-autobiografico di John Ajvide Lindqvist e Uomini che odiano le donne dalla trilogia di Stieg Larsson), è lecito chiedersi: ma il cinema americano dorme? O meglio, è possibile che si accorga del valore di un’opera a scoppio ritardato, quando, in questo caso gli svedesi, hanno già fatto piazza pulita?

Interrogativi e osservazioni che consegno a voi, miei cari lettori e fan… ora tocca a voi! Ditemi la vostra!

E per farcire ancor di più la discussione, confrontate anche i trailer (italiani) dei vari film! Eccoli!

Blood Story di Matt Reeves:

Lasciami entrare di Tomas Alfredson:

Uomini che odiano le donne di David Fincher:

Uomini che odiano le donne di N.A.Oplev: