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Gianni Amelio, regista di emigranti e bambini

“Un bambino è il germoglio dell’uomo che diventerà”. Con questa frase, dal valore sineddotico all’interno della sua filmografia, si apre il trailer del nuovo lungometraggio di Gianni Amelio, Il primo uomo, nelle sale italiane dal 20 aprile. Muovendosi tra presente e passato, tra anni Cinquanta e anni Venti, Amelio ci consegna la storia di un uomo che torna bambino e di un bambino che sarà uomo. Premio della critica internazionale all’ultimo Toronto Film Festival e tratto dal romanzo autobiografico di Albert Camus, una pellicola che è simbolo di tutta la sua gloriosa carriera. Ripercorriamola.

Nato a S. Pietro Magisano (Catanzaro) il 20 gennaio 1945, stesso giorno e mese di Federico Fellini (e, ironia del destino, nel 2010 si è aggiudicato il “Premio Federico Fellini 8 ½” per l’eccellenza artistica al Bif&st di Bari), Gianni Amelio si avvicina al cinema negli anni universitari entrando, come critico cinematografico, nella redazione della rivista Giovane Critica. Nel 1965 si trasferisce a Roma e qui riesce a farsi prendere come assistente volontario di Vittorio De Seta per il film Un uomo a metà. Ma è solo l’inizio, perché da quel momento fino al 1969, sarà operatore e aiuto regista in altre 6 pellicole al fianco di nomi illustri come Gianni Puccini e Liliana Cavani.

L’esordio autonomo dietro la macchina da presa è datato 1970, con La fine del gioco, film per la televisione marchiato Rai. Nel 1973 è il momento di La città del sole sulla vita e l’opera di Tommaso Campanella, che gli vale il gran premio al Festival di Thonon, primissimo riconoscimento che farà da apripista ad una serie sterminata di statuette dislocate nella sua appena cominciata, ma lunga, carriera. Partorirà poi, nel 1976, Bertolucci secondo il cinema, ovvero un documentario realizzato sul set di Novecento, poi il thriller Effetti speciali e il giallo La morte al lavoro, meritevole del premio FIPRESCI al Festival di Locarno, oltre al premio speciale della giuria e quello della critica al Festival di Hyères. Nuove statuette giungono nel 1979, quando regala alla televisione Il piccolo Archimede, che fa ottenere a Laura Betti il premio come miglior interprete femminile al Festival di San Sebastian.

L’esordio sul grande schermo risale al 1983 con Colpire al cuore, presentato alla Mostra del cinema di Venezia, a cui segue I ragazzi di via Panisperna, ma soprattutto Porte aperte (1990), che, con uno straordinario Gian Maria Volontè, lo porterà nella lista delle nomination agli Oscar 1991.

Il saccheggio di premi si fa copioso dal 1992, anno in cui, con l’indimenticabile Il ladro di bambini, vince il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes. Ma Amelio colpisce ancora nel segno nel 1994 con Lamerica, vincitore dell’Osella d’Oro e del Premio Pasinetti come miglior film alla lagunare Mostra del cinema.

Ma sarà il 1998 a scolpirsi forte nella sua e nella nostra memoria: vince infatti il Leone d’Oro con Così ridevano, dove continua la sua attenta, minimalista e anti-retorica analisi dei temi immigrazione/emigrazione. Torna poi acclamato a Venezia negli anni successivi con il toccante Le chiavi di casa (con Kim Rossi Stuart) e La stella che non c’è (2006), che, a cavallo tra documentario e fiction, riprende il tema degli emigranti ispirandosi al romanzo d’ambientazione cinese di Ermanno Rea, La dismissione.

Due quindi i temi dominanti della sua filmografia: la figura dell’immigrato/emigrante e il rapporto adulto-bambino. Due leit motiv, affrontati da molteplici punti di vista, che tornano nuovamente ad affacciarsi nella sua ultima creatura, Il primo uomo.

Infine, ricordiamo che Amelio tra il 1983 e il 1986 ha ricoperto la carica di insegnante di regia al Centro Sperimentale di Roma. E’ stato inoltre membro di giuria a Venezia nel 1992 e a Cannes nel 1995. Dal dicembre 2008 è poi succeduto a Nanni Moretti come direttore del Torino Film Festival.

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TFF 2011 – The Descendants: la recensione

The Descendants di Alexander Payne, con George Clooney, era senza dubbio attesissimo al 29esimo Torino Film Festival. Stiamo parlando del director di About Schmidt (che valse a Jack Nicholson la nomination all’Oscar come miglior attore protagonista) e Sideways (Oscar come miglior sceneggiatura non originale). In questo caso il divo eletto è George Clooney e il plot è tratto dal romanzo “Eredi di un mondo sbagliato” di Kaui Hart Hemmings. Ma non tutte le ciambelle riescono col buco. The Descendants è una ciambella senza buco, un bombolone sodo, un passo falso… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI

“La guerre est déclarée”: profumo di Oscar…

Non è da tutti portare sul grande schermo un dolore vissuto in prima persona. Per di più se i protagonisti e sceneggiatori del film sono proprio coloro che sono stati direttamente interessati dal dramma. Con invidiabile coraggio e struggente meraviglia lo hanno fatto Valérie Donzelli e Jérémie Elkaim in La guerre est déclarée, dove raccontano la propria storia di genitori di un bambino gravemente malato, con disavventure ospedaliere connesse. E lo fanno dietro i nomi “già sentiti” di Romeo e Giuliette. Come nella tragedia di Shakespeare, i due si conoscono ad un party in un locale ed è amore a prima vista. Di quelli da baci dolci e appassionati sulle panchine dei parchi e corse a perdifiato nel mondo. Si amano e fanno un figlio: Adam (nella realtà si chiama Gabriel). Ma presto scoprono, purtroppo, che è affetto da una forma aggressiva di tumore al cervello. Inizia così la loro discesa all’inferno e risalita verso una luce in fondo al tunnel…

Apprezzatissimo e lodato alla “Semaine de la critique” del Festival di Cannes 2011, approda in Italia nelle file fuori concorso del 29esimo Torino Film Festival. Ed è un plebiscito di consensi. Un’opera straordinaria, sfaccettata, composita, un mosaico che fa del contrappunto e dell’eclettismo la sua seducente ed efficace chiave stilistica.

Contrappunto (barocco) lampante sin dalla primissima sequenza, dove vengono affiancate la martellante e stordente sirena della risonanza magnetica alla musica “tunz tunz” da discoteca. L’ansia, il magone e la tensione delle scene di profondo e ineffabile dolore in ospedale vanno a braccetto con la gioia, la ribellione e la spensieratezza di “beata gioventù” sperimentate in disco, con gli amici, nel verniciare la casa, ecc. E’ la teoria degli opposti che caratterizza gli affetti e i sentimenti, è la voglia di vivere e divertirsi di chi, giovane padre e giovane madre, è determinato nel voler essere genitore ma anche restare e sentirsi ancora giovane, e libero. Contrappunto barocco che ritorna poi nel Minuetto di Bach che drammatizza musicalmente il momento più tragico e struggente del film. Ed è proprio nella colonna sonora che s’incarna un premeditato eclettismo. Con saggia e sfrontata consapevolezza s’orchestrano in modo omogeneo mondi distanti: il già citato Bach con i dolci flauti “da corte” di Antonio Vivaldi, la distorta e alienante musica (post)moderna con canzoni d’amore alla Carla Bruni cantate dai protagonisti come se fossero in uno sdolcinato film di Francois Ozon. Multiforme anche il montaggio che brucia le tappe del tempo e indugia su rallenty d’angoscia, e l’attenzione conferita alla cromìa delle immagini, dove freddo e caldo si contrappongono vigorosi tra le corsie asettiche delle cliniche e una giostra volante tutta lucine per eterni Peter Pan, tra un rossetto marcatissimo sulle labbra di Giuliette e una spiaggia finale a metà tra Angele e Tony e The Tree of Life.

La sceneggiatura è calibrata al millimetro, capace di emozionarci nell’intimo ma anche di farci ridere, di stemperare il climax di pathos con battute frizzanti e di pancia (memorabile il dialogo tra Romeo e Giuliette sulle “sfighe possibili” la notte prima dell’operazione di Adam).

Un’opera artistica completa, di una straordinaria abbondanza di idee tecniche ed estetiche stipate nel film d’esordio di una giovane regista che vuole e sa osare, e riesce a stupire. Un esempio su tutti è l’uso rado della voce fuoricampo da narratore alla Truffaut. Ma non narra, bensì descrive. E’ così che le telefonate di Giuliette non le sentiamo “in presa diretta”, ma descritte dalla voce fuoricampo nel momento stesso della chiamata.

Insomma, La guerre est déclarée è una pellicola dolorosa e dolente, fresca e brillante, che commuove e diverte, spacca il cuore a metà e lo ricompone con grazia materna. Che sperimenta la morte per affermare la vita, anzi il film stesso è un maestoso inno alla vita, e alla speranza. Candidato dei cugini francesi agli Oscar 2012, la guerra ora è dichiarata alla statuetta dorata. E ci sono grosse probabilità di portare a casa il baluardo. L’unico vero avversario è Una separazione di Asghar Farhadi.

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TFF 2011 – Le Vendeur: la recensione

Le vendeur di Sebastien Pilote, in concorso al 29esimo Torino Film Festival, ci consegna il ritratto nitido e delicato di un uomo “primo della classe” sul lavoro e negli affetti. Michel Levesque, come gli ricordano ininterrottamente le targhe che tappezzano il suo ufficio, è uno dei più grandi venditori di automobili del Quebec. Il suo lavoro è la sua vita. Adora alla follia la figlia Maryse ed il nipotino Antoine, con i quali cerca di passare più tempo possibile. Di contorno un Canada gelato ed una crisi economica che costringe gli operai a fare sciopero e a perdere il lavoro. Ma un giorno un incidente stradale stravolge la vita di Marcel… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI

TFF 2011 – The Dynamiter: la recensione

The Dynamiter di Matthew Gordon, presentato nella sezione “Festa mobile – Figure nel paesaggio” al 29esimo Torino Film Festival, è davvero un buon film d’esordio. Robbie Hendrick, alla soglia dei 15 anni, vive con la nonna e il fratellastro in una landa lontana del Mississippi; spera invano nel ritorno della madre fuggita da tempo, e intanto cerca di tirare su, come un vero ometto, l’impacciato e grassoccio fratellino Fess. Un giorno torna a casa Lucas, l’amato/odiato fratello maggiore: Robbie ne gioisce ma la cosa altera gli equilibri familiari… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI

TFF, più qualità e meno red carpet

“Se dovessi giudicare, darei cinque stellette a sei titoli, quattro stellette a tutti gli altri e a uno solo due stellette e mezza”. Così Gianni Amelio commenta la qualità dei film della 28esima edizione del Torino Film Festival che si svolgerà dal 26 novembre al 4 dicembre, del quale è per la seconda volta consecutiva il direttore. Un festival dove si baderà più alla sostanza e meno al tappeto rosso. Primo fiore all’occhiello è il film di chiusura: Hereafter del leggendario Clint Eastwood. “L’abbiamo chiesta in tre (anche Venezia e Roma) , non siamo stati i primi a farlo e non avevamo il fucile puntato. La Warner, che distribuisce la pellicola in Italia, ci ha dato una mano, hanno avuto uno sguardo acuto e hanno pensato che a Torino Hereafter avrebbe avuto maggiore visibilità” ha detto Amelio.

 

Sarà invece Contre toi, di Lola Doillon e con Kristin Scott Thomas, ad aprire la kermesse cinematografica al Teatro Regio il 26 novembre sera.  Proiezione che apre un programma davvero ricchissimo: 234 titoli, tra cui 30 anteprime mondiali, 24 internazionali, 9 europee e 73 italiane. Tra i grandi nomi spiccano Danny Boyle con 127 Hours, pellicola sullo sportivo Aaron Ralston (interpretato da James Franco) intrappolato tra i pendii rocciosi di un canyon nel deserto dello Utah; John Carpenter, presente con il suo nuovo horror The Ward; Peter Mullan (Leone d’oro a Venezia nel 2002 con Magdalene Sisters) con Neds e Richard Loncraine con l’atteso Due presidenti, sulla “special relationship” tra Tony Blair e Bill Clinton, impersonati da Michael Sheen e Dennis Quaid.

 

Tra i 16 film in concorso (chiamati ad essere giudicati da una giuria capitanata da Marco Bellocchio) figura una sola opera made in Italy: Henry, noir di Alessandro Piva (Lacapagira, Mio cognato) interpretato da Carolina Crescentini e Michele Riondino. Tra le altre pellicole in gara, degne di nota sono: direttamente dal Torornto Film Festival The Bang Bang Club di Steven Silver; dal Sundance Film Festival Winter’s bone, premiato anche al Festival di Berlino 2010; Four Lions, opera prima di Chris Morris, feroce commedia che porta sul grande schermo la storia di quattro maldestri musulmani decisi a diventare terroristi. Ma anche Vampires di Vincent Lannoo, sulla vita quotidiana dei Dracula moderni e Infedele per caso di Josh Appignanesi, sulla crisi di identità di un padre musulmano che scopre di essere stato adottato da genitori ebrei.

 

Nella sezione “Festa mobile” sono ben 30 i titoli inediti per l’Italia. Tra questi Burlesque con Cher e Christina Aguilera. Attesa anche per Rcl – Ridotte Capacità Lavorative con Paolo Rossi sui drammi della Fiat di Pomigliano d’Arco, Napoli 24, dove 24 registi partenopei parlano della loro città, Il pezzo mancante di Giovanni Piperno su Edoardo Agnelli.

Nella sezione “Rapporto Confidenziale”, dedicata al cinema indipendente internazionale, meritano una menzione speciale la pellicola coreana I saw the devil di Ji-woon Kim e l’horror prodotto da Eli Roth, L’ultimo esorcismo. Non manca poi il film apocalittico con Vanishing on 7th Street di Brad Anderson con Hayden Christensen.

Ci saranno 2 retrospettive: una dedicata a John Houston e l’altra al russo Vitalij Kanevskij. Saranno ricordati Claude Chabrol (sarà proiettato A doppia mandata del 1959) e Corso Salani (morto il 16 giugno scorso), mentre il Gran premio Torino andrà a John Boorman.

Nella sezione “Figli e amanti”, Dario Argento, Saverio Costanzo, Carlo Mazzacurati, Daniele Luchetti e Carlo Verdone parleranno dei film che li hanno convinti a far cinema. Sarà inoltre presentata in anteprima la versione restaurata de Il ponte sul fiume Kwai (vincitore di 7 premi Oscar) e infine ci sarà un omaggio a Piero Vivarelli con la riproposizione di Codice d’amore orientale.

Insomma, per usare le parole di Gianni Amelio, “ce n’è abbastanza da lasciare gli amanti del cinema soddisfatti per almeno un paio di mesi”.

Fonte: http://www.cinemonitor.it

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