David di Donatello 2011: vincitori e vinti, becchi e bastonati. Il cinema italiano tra merito e farsa

9 maggio 2011

Miglior film a “Noi credevamo” di Mario Martone

Anche per quest’anno i David di Donatello sono stati consegnati. Con contorno di polemiche già al momento della comunicazione delle nomination. In quel tempo evitai di commentarle nell’attesa di vedere se, al momento del “and the winner is…”, saremmo passati dalla padella alla brace. Così, purtroppo ma anche prevedibilmente, è accaduto. Non starò a ridire tutti i nominati o tutti i vincitori. Per questo vi rimando a spulciare nel web. Farò solo alcune considerazioni.

 

Miglior film e miglior regista rispettivamente a Noi credevamo di Mario Martone e Daniele Luchetti per La nostra vita, sono meritati ma allo stesso tempo suonano come una sorta di “premio alla carriera”. Certamente però non sono interscambiabili, poiché Luchetti dimostra grande personalità con una mdp mossa che sta epidermicamente addosso ai suoi personaggi, col fiato sul collo, come un testimone scomodo. Cmq sia un po’ di dispiacere rimane per Una vita tranquilla, certamente uno dei più bei film made in Italy dell’anno (lunga vita a Claudio Cupellini!).

Nella categoria “miglior regia” qualcuno mi deve spiegare perché figurano Genovese e Miniero, e non Michele Placido (Vallanzasca), Stefano Incerti (Gorbaciof), Pupi Avati (Una sconfinata giovinezza). Quest’ultimo è il vero dimenticato di questa edizione. Nessuna nomination. Uno zero spaccato e ingiustificato, considerando il suo bellissimo film (essendo stato il suo più grande flop, i pochi spettatori che come me l’hanno visto saranno d’accordo con il mio giudizio).

E manca anche Andrea Molaioli con il suo Gioiellino (ricordo solo che con La ragazza del lago nel 2008 fece razzia di premi… e ora ce lo siamo già scordato!?!?).  

 

Arriviamo alla prima nota debole. Mi straccio con sdegno e costernazione le vesti di fronte alla vittoria di Paola Cortellesi come miglior attrice protagonista per il filmettino Nessuno mi può giudicare. Non c’è davvero più religione. Non dico Isabella Ragonese (sempre più bella e sempre più brava, senza dubbio una delle mie preferite, lo confesso) che muore dopo 10 minuti in La nostra vita, ma fossi stato al posto di Alba Rohrwacher e Sarah Felberbaum, candidate nella cinquina per La solitudine dei numeri primi e Il gioiellino, mi sarei alzato imbufalito nero e avrei sbattuto la porta del teatro. Insomma, è di cinema che stiamo parlando! Premiamo un’attrice vera! E non una brava comica televisiva prestata alla commediola!

Sul miglior attore protagonista niente da dire. Strabiliante la prova di Elio Germano, così intensa da far scolorire l’ottima performance di Kim Rossi Stuart nei panni del bandito gentiluomo Vallanzasca. Anche se nella cinquina manca incredibilmente il profondo Toni Servillo di Una vita tranquilla. E’ pura fantascienza essersi scordati di lui, quando invece è stato inserito Antonio Albanese per la trasposizione cinematografica del suo Cetto La Qualunque. E se non lo volevamo per il film di Cupellini, c’era Gorbaciof volendo. Dimenticanza che non merita perdono! Così come quella di Fabrizio Bentivoglio per Una sconfinata giovinezza.

Elio Germano, Rocco Papaleo, Paola Cortellesi

Tralascio la categoria “miglior attrice non protagonista”. Mentre mischio gioia e tristezza per il “miglior attore non protagonista”. Il premio è andato allo spassoso Giuseppe Battiston, ciliegina sulla torta del mediocre La Passione di Mazzacurati. Ed è un premio meritato. Però, potendo, ne avrei lasciato un pezzettino a Francesco Di Leva, inestimabile in Una vita tranquilla.

Trovo offensivo aver lasciato a becco asciutto Teho Teardo (Il gioiellino) come miglior musicista, andando a premiare invece il duo Marcotulli/Papaleo per Basilicata Coast to coast.

Mi strappo i capelli anche per il premio al miglior montaggio, andato ad Alessio Doglione per 20 sigarette, quando è clamorosamente degno addirittura di un Oscar il lavoro compiuto da Consuelo Catucci per Vallanzasca. Chi lo ha visto, sarà certamente d’accordo con me!

Il miglior regista esordiente è Rocco Papaleo per Basilicata coast to coast, film che ho letteralmente adorato fino a sognare una simile zingarata estiva nel meridione, ma che forse poteva lasciare il posto a Edoardo Leo e al suo 18 anni dopo. E perché è rimasto nel dimenticatoio Ascanio Celestini col suo La pecora nera? Misteri privi di risposta!

La sceneggiatura va alla coppia Martone-De Cataldo. Quest’ultimo ormai, dopo Romanzo Criminale di Palcido, è asceso nell’olimpo dei grandi sceneggiatori italiani, e questo premio lo dimostra. Ma anche in questo caso verso una lacrimuccia per lo sconfitto trio di autori del film di Cupellini. Davvero una gran bella storia. Punto e basta.

 

Insomma, più ombre che luci in un’edizione degli Oscar italiani dimenticona, fatta con i piedi, che ha privilegiato le commediole e dimenticato il cinema d’autore. In questo modo si premia il botteghino, non la qualità. Due fattori che, spesso, come anche sanno i bambini, non vanno di pari passo.


Il gioiellino

27 marzo 2011

Un gioiellino sì, ma di bigiotteria. Da pochi carati, senza pietruzze luccicanti. Questo è Il gioiellino, l’ultimo film di Andrea Molaioli, il quale ci aveva abbagliato con l’affascinante La ragazza del lago. Ispirandosi allo scandalo Parmalat, il regista confeziona una pellicola sui “trucchetti” finanziari per tenere in piedi un’azienda dei giorni nostri. Un caso particolare estendibile a livello universale. Una storia torbida e per questo reale. Ma non tutte le ciambelle della Leda riescono con il buco. Il film rimane freddo come gli ambienti che ci mostra, nonostante le buone capacità registiche di Molaioli, la straniante colonna sonora di Teardo e la fotografia del maestro Bigazzi. La linea rimane piatta, come un elettrocardiogramma privo di picchi di vita (compresa la scena di sesso tra Servillo e Felberbaum fuoriluogo e fuoritema nel detto-non-detto che inquadra tutto il film). Non c’è mai quel cambio di passo, di ritmo, che possa attanagliare l’attenzione dello spettatore per condurlo in terra piana verso un finale che lascia interdetti. Le ellissi spazio-temporali non aiutano la comprensione, anzi tutt’altro. La suspence e quell’atmosfera noir presente nel film d’esordio non si ripetono in questa seconda non-perla.

Comunque certamente degne di nota due sequenze: quella della creazione del falso in bilancio (“i soldi inventiamoceli”) e quella dello sbarazzamento delle carte dell’azienda, con fascicoli in bilico sui muretti delle scale interne, fogli che volano nel fiume e scatoloni scaricati ai cassonetti sparsi nella città.

 

In merito agli attori non mi scompongo troppo di fronte alla buona prova di Remo Girone, mentre batto le mani per Sarah Felberbaum che mostra di che pasta è fatta, liberandosi dalla pesante àncora televisiva de La figlia di Elisa di Rivombrosa. Pur essendo sempre un grande attore, a Toni Servilllo va solamente un mezzo applauso con tono ben più borghesotto e snob. La sua faccia è sempre la stessa, un volto lungo da cavallo che gioca sulle sopracciglia mobili e l’occhio lesso. Attendiamo una performance nuova, lontano dalle posture sorrentiniane. Ad esempio un bel ruolo in una commedia amara, pungente, brillante.


Una vita tranquilla: il cinema italiano è vivo

22 novembre 2010
Ciascuno di noi ha il diritto di farsi una vita tranquilla. Anche Rosario Russo (Toni Servillo), chef cinquantenne dalla barba color fuliggine che in Germania ha messo su famiglia e gestisce un albergo-ristorante. Un giorno si presentano al bancone due ragazzi italiani, Diego ed Edoardo. Il passato bussa con prepotenza alla porta di Rosario, che viene così travolto da un vortice di eventi ritenuti sepolti da dodici anni.
Dopo aver debuttato nel nome della commedia leggera in un episodio nell’interessante 4-4-2 e con il goloso Lezioni di cioccolato, Claudio Cupellini si guadagna con merito il posto di grande regista del cinema italiano che verrà. Una vita tranquilla è una possente prova dietro la macchina da presa. Un noir senza trucco pesante, godibile da un pubblico ampio. La camorra c’è e si vede, ma senza l’eroismo dell’antimafia televisiva. L’atmosfera grigia e lugubre, il freddo delle acque e la “sacralità” della selva nera che circonda il ristorante di Rosario ricordano l’ambientazione de La ragazza del lago.
La pellicola è un puzzle perfetto di tutte le sue componenti tecnico-estetiche. Il soggetto profuma di nuovo, la sceneggiatura di ferro non lascia niente al caso, la fotografia avvolge. Nessuna inquadratura è superflua, il montaggio trascina con sé lo spettatore senza dargli il tempo di tirare il fiato, la colonna sonora tiene alta la tensione. Il giovane regista ha pure il polso fermo per guidare con veterana maestria un Toni Servillo d’annata, come solo Paolo Sorrentino era riuscito a fare nel trittico L’uomo in più, Le conseguenze dell’amore e Il divo. Servillo, vincitore della statuetta come miglior attore al Festival del Cinema di Roma 2010, è meno istrionico del solito, ma proprio per questo più intenso, concentrato, vero. Ogni sua battuta (non poche anche in tedesco, seppur con una leggera cadenza meridionale) e smorfia sul viso leggermente paffuto si traduce in emozione per Rosario e in brividi sulla schiena per lo spettatore. Al suo fianco prive di sbavature anche le prove dei due giovani Marco D’Amore e Francesco Di Leva.
Insomma, Una vita tranquilla è un’opera di pregiata fattura, destinata a non cadere nella fossa dell’oblio che colpisce molti film di oggi.
Fonte: www.cinemonitor.it

Link: http://www.cinemonitor.it/contenuto.asp?uid=YF8RSEYS6AK7IYN26SZNOGQEJOQN9G24BHP7UM3ZB


Gorbaciof: Toni Servillo non basta…

8 novembre 2010

Vincent Vega si volta verso Marvin, seduto sul sedile posteriore. Impugna una pistola e intanto parla. Accidentalmente parte un colpo e Marvin ci rimane secco. E’ una delle scene più famose di Pulp Fiction. Così, con una più o meno implicita citazione del capolavoro di Quentin Tarantino, si chiude Gorbaciof di Stefano Incerti. Ma è un finale che delude, che sa di raffazzonato, come di chi ha scritto una bella storia e non sa come concluderla. Come una grossa macchia nera al centro di un bel quadro. Perchè alla fin dei conti Gorbaciof nel complesso è un bel quadro. Non un capolavoro, ma ha un indiscutibile fascino di fondo. Bella l’idea alla base del soggetto: il contabile di Poggioreale ama il gioco d’azzardo e ruba i soldi dalla cassaforte del carcere per saldare un debito di gioco. Incerti sa come giocare con la macchina da presa: la fa roteare con frenesia intorno e dietro ai suoi personaggi, la fa stare col fiato sul collo del protagonista fino quasi a mostrarci i pori della sua pelle. Non mancano un’ottima fotografia e una splendida colonna sonora (affidata soprattutto agli archi) dal vago colorito orientale. One man show è Toni Servillo, capace di una mimica facciale senza paragoni. Ma a guardar bene sa d’esercizio di stile, così ripetuto ed ostentato da stuccare. Seppur Servillo sia di impareggiabile e camaleontica bravura, il cinema italiano sembra abusare di lui. Un ruolo che fino a poco tempo fa è stato ricoperto da Pierfrancesco Favino. Ma non basta un buon attore per fare un bel film. Le macchie sul quadro sono due.


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