Miglior film a “Noi credevamo” di Mario Martone
Anche per quest’anno i David di Donatello sono stati consegnati. Con contorno di polemiche già al momento della comunicazione delle nomination. In quel tempo evitai di commentarle nell’attesa di vedere se, al momento del “and the winner is…”, saremmo passati dalla padella alla brace. Così, purtroppo ma anche prevedibilmente, è accaduto. Non starò a ridire tutti i nominati o tutti i vincitori. Per questo vi rimando a spulciare nel web. Farò solo alcune considerazioni.
Miglior film e miglior regista rispettivamente a Noi credevamo di Mario Martone e Daniele Luchetti per La nostra vita, sono meritati ma allo stesso tempo suonano come una sorta di “premio alla carriera”. Certamente però non sono interscambiabili, poiché Luchetti dimostra grande personalità con una mdp mossa che sta epidermicamente addosso ai suoi personaggi, col fiato sul collo, come un testimone scomodo. Cmq sia un po’ di dispiacere rimane per Una vita tranquilla, certamente uno dei più bei film made in Italy dell’anno (lunga vita a Claudio Cupellini!).
Nella categoria “miglior regia” qualcuno mi deve spiegare perché figurano Genovese e Miniero, e non Michele Placido (Vallanzasca), Stefano Incerti (Gorbaciof), Pupi Avati (Una sconfinata giovinezza). Quest’ultimo è il vero dimenticato di questa edizione. Nessuna nomination. Uno zero spaccato e ingiustificato, considerando il suo bellissimo film (essendo stato il suo più grande flop, i pochi spettatori che come me l’hanno visto saranno d’accordo con il mio giudizio).
E manca anche Andrea Molaioli con il suo Gioiellino (ricordo solo che con La ragazza del lago nel 2008 fece razzia di premi… e ora ce lo siamo già scordato!?!?).
Arriviamo alla prima nota debole. Mi straccio con sdegno e costernazione le vesti di fronte alla vittoria di Paola Cortellesi come miglior attrice protagonista per il filmettino Nessuno mi può giudicare. Non c’è davvero più religione. Non dico Isabella Ragonese (sempre più bella e sempre più brava, senza dubbio una delle mie preferite, lo confesso) che muore dopo 10 minuti in La nostra vita, ma fossi stato al posto di Alba Rohrwacher e Sarah Felberbaum, candidate nella cinquina per La solitudine dei numeri primi e Il gioiellino, mi sarei alzato imbufalito nero e avrei sbattuto la porta del teatro. Insomma, è di cinema che stiamo parlando! Premiamo un’attrice vera! E non una brava comica televisiva prestata alla commediola!
Sul miglior attore protagonista niente da dire. Strabiliante la prova di Elio Germano, così intensa da far scolorire l’ottima performance di Kim Rossi Stuart nei panni del bandito gentiluomo Vallanzasca. Anche se nella cinquina manca incredibilmente il profondo Toni Servillo di Una vita tranquilla. E’ pura fantascienza essersi scordati di lui, quando invece è stato inserito Antonio Albanese per la trasposizione cinematografica del suo Cetto La Qualunque. E se non lo volevamo per il film di Cupellini, c’era Gorbaciof volendo. Dimenticanza che non merita perdono! Così come quella di Fabrizio Bentivoglio per Una sconfinata giovinezza.
Elio Germano, Rocco Papaleo, Paola Cortellesi
Tralascio la categoria “miglior attrice non protagonista”. Mentre mischio gioia e tristezza per il “miglior attore non protagonista”. Il premio è andato allo spassoso Giuseppe Battiston, ciliegina sulla torta del mediocre La Passione di Mazzacurati. Ed è un premio meritato. Però, potendo, ne avrei lasciato un pezzettino a Francesco Di Leva, inestimabile in Una vita tranquilla.
Trovo offensivo aver lasciato a becco asciutto Teho Teardo (Il gioiellino) come miglior musicista, andando a premiare invece il duo Marcotulli/Papaleo per Basilicata Coast to coast.
Mi strappo i capelli anche per il premio al miglior montaggio, andato ad Alessio Doglione per 20 sigarette, quando è clamorosamente degno addirittura di un Oscar il lavoro compiuto da Consuelo Catucci per Vallanzasca. Chi lo ha visto, sarà certamente d’accordo con me!
Il miglior regista esordiente è Rocco Papaleo per Basilicata coast to coast, film che ho letteralmente adorato fino a sognare una simile zingarata estiva nel meridione, ma che forse poteva lasciare il posto a Edoardo Leo e al suo 18 anni dopo. E perché è rimasto nel dimenticatoio Ascanio Celestini col suo La pecora nera? Misteri privi di risposta!
La sceneggiatura va alla coppia Martone-De Cataldo. Quest’ultimo ormai, dopo Romanzo Criminale di Palcido, è asceso nell’olimpo dei grandi sceneggiatori italiani, e questo premio lo dimostra. Ma anche in questo caso verso una lacrimuccia per lo sconfitto trio di autori del film di Cupellini. Davvero una gran bella storia. Punto e basta.
Insomma, più ombre che luci in un’edizione degli Oscar italiani dimenticona, fatta con i piedi, che ha privilegiato le commediole e dimenticato il cinema d’autore. In questo modo si premia il botteghino, non la qualità. Due fattori che, spesso, come anche sanno i bambini, non vanno di pari passo.
Pubblicato da tronco88 














