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La fine è il mio inizio: father and son…

Il cerchio della vita. Non è il Re Leone, ma uno dei tanti insegnamenti della terrestre filosofia di vita di Tiziano Terzani, i cui ultimi giorni sono raccontati in La fine è il mio inizio di Jo Baier, con Bruno Ganz ed Elio Germano. Un film della parola, di una parola pura, che non si trasforma in flashback o simili. Parola allo stato brado, nelle sue spigolature, nella sua musicalità, nel suo essere veicolo del pensiero e del vissuto di un uomo normale e speciale allo stesso tempo. Un kammerspiel all’aperto, un racconto continuo che si fa assaporare frase dopo frase, senza incappare in inutile ampollosa verbosità. Tutta una vita scorre attraverso il dialogo tra padre e figlio, fino all’ultimo respiro (vitale).

Di fianco al logos fatto cinema c’è spazio per il rumore del giorno, il frastuono delle nuvole che (non) scorrono, il fruscio delle foglie, il fischio del vento, il crescere di un albero, il gracchiare dei corvi, ma anche per il lieve fracasso dei piatti in cucina o delle forchette a tavola.

 

Girato interamente in Toscana, nei veri luoghi in cui soggiornò Tiziano Terzani prima di morire, La fine è il mio inizio, trova la via verso il cuore dello spettatore nell’interpretazione di Bruno Ganz. Difatti la prova di Elio Germano è insipida, poco partecipata, distaccata. Bruno Ganz invece confeziona una prova attoriale da premio, superiore a quella de La caduta e Il cielo sopra Berlino. Con barba folta e bianca da grande vecchio e abito candido da monaco Zen, ha le sembianze di un Padre Eterno sceso sulla Terra o di un uomo pronto ad indossare le vesti lucenti dell’aldilà. Ogni grassa risata, ogni ruga che si piega sul suo volto, ogni occhio sgranato sul mondo sono carichi di sentimento e di vera gioia per una vita della quale si è succhiato tutto il midollo. A sorreggere la sua grande performance altri due pilastri: una fotografia mozzafiato, tanto che lo spettatore si chiede se certi luoghi (così lontani, così vicini), come la cima del monte affacciata sulle nuvole color panna, siano reali o celestiali; la colonna sonora di Ludovico Einaudi, uno stream of consciousness al piano dolce e lieve, trascinante e inafferrabile, energico e malinconico. Ogni paesaggio e ogni nota battono sul nostro cuore come il vento alla fragile e sbucciata porta della umile dimora di Terzani/Ganz. Sostanziosi punti a favore che suppliscono a due difettucci evidenti: una regia, quella di Jo Baier, anonima e assolutamente impersonale; una certa demagogia in alcuni frangenti. Quanto a questo secondo nèo, è di quelle demagogie che si mandano giù come un boccone però non troppo amaro, proprio perché, in particolare in questo nostro periodo storico, soddisfa le aspettative di un pubblico desideroso di certezze e necessarie banalità.

 

Privo di baci appassionati, sparatorie o delitti sanguinolenti, è un film che esalta le cose più comuni e piccole del nostro vivere, che merita di essere visto anche solo per essere un’anomalia nel sistema-cinema. Un film di contenuto, da guardare estasiati con la testa leggermente inclinata e la bocca poco poco aperta, con l’attenzione alta e pronta a non lasciarsi sfuggire neppure una mezza parola, con lo sguardo vigile nell’indagare le pieghe della vita (terrena e non solo).