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Life in a day: cinema e vita non sono mai stati così vicini. Dal 28 ottobre su YouTube

Life in a day. La vita in un giorno. La vita sulla Terra in un film che apre una nuova frontiera del montaggio cinematografico, che potremmo definire “collettivo”. Un’esperienza e un progetto di cinema democratico, di tutti, per tutti, mai visto prima. Un’ora e mezzo di montaggio delle attrazioni che ci commuoverà. Life in a day è il primo lungometraggio prodotto da YouTube ed è stato diretto da Kevin Macdonald, con i fratelli Tony e Ridley Scott a fare “da spalla”. Vi hanno partecipato 80.000 persone e sono più di 300 i “registi per un giorno” accreditati nei titoli di coda, di cui 12 italiani.

Dal 28 ottobre sarà visibile in worldwide releasing sul canale dedicato di Youtube www.youtube.com/user/lifeinaday, intanto però godiamoci il trailer… a pelle sembra una sorta di nuovo The Tree of Life, ma più emozionante e ben più digeribile:

Che cinema che fa: “Pirati dei Caraibi 4” schiaccia “The Tree of Life”. Riflessione disincantata sui gusti del pubblico cinematografico e le sorti del cinema (in Italia)…

Qualche sera fa un mio amico si è imbattuto in uno skatch a dir poco significativo sui gusti del pubblico cinematografico di oggi e in parte sul futuro del cinema (in Italia). In un pub conosce una ragazza, una morettina, ricciola, carina, spigliata. Dopo aver parlato del più e del meno, le racconta della sua passione per il cinema e lei confessa: “Anche a me piace molto andare al cinema”. Ottimo, siamo a cavallo, un punto in comune! E poi aggiunge: “Ad esempio, ora sono incerta se andare a vedere Thor in 3D o Fast and Furious 5”. Parole alle quali il mio amico impallidisce e suda freddo. Avrebbe voluto stracciarsi le vesti, ma il suo self control da gentleman glielo impedisce. Quando me lo ha raccontato mi sono sganasciato dalle risate. E ha concluso il racconto con un questa battuta tragicomica, dolceamara: “Beh… quanto meno Thor lo voleva vedere in 3D”. Grassa risata finale, applauso a scena aperta, stretta di mano. Un paio di giorni fa ho per curiosità guardato i dati del botteghino e mi è tristemente caduto il mondo addosso. Quella ragazza “era nel giusto”. Perché? Consideriamo i dati boxoffice aggiornati all’ultimo weekend 27-29 maggio:

1° posto – Pirati dei Caraibi 4 in 3D con 11.203.230 euro incassati in 2 settimane… un vero record!!

2° posto – Una notte da leoni 2 con 3.192.056 di euro incassati in una settimana.

3° posto – The Tree of Life con 1.108.453 euro in 2 settimane… ricordo che è “solamente” il vincitore di Cannes 2011…

4° posto – Fast and Furious 5 con 10.431.715 euro incassati in 4 settimane… vorrei far notare che è il quinto episodio della serie!!

5° posto – Red con 2.448.549 euro in 3 settimane.

6° posto – Mr. Beaver con 576.694 euro in 2 settimane.

7° posto – Beastly con 1.332.552 in 3 settimane.

8° posto – Il ragazzo con la bicicletta con 246.626 euro in 2 settimane (vincitore del Gran Premio della Giuria a Cannes…)

9° posto – Habemus Papam con 5.519.752 di euro in 7 settimane

10° posto – Thor in 3D con 7.409.735 euro incassati in 5 settimane… avrà stupito anche il dio Odino!

Più rileggo questi dati, più ho i brividi… Perché, vi starete chiedendo? Perché i generi action/fantasy/cazzata (quindi per definizione non proprio legati alla realtà, intesa come “quella cosa” che ci circonda ogni giorno) incassano mooolto di più dei film calati nel reale, quelli che potremmo definire “cinema” in senso stretto, nel significato che ha sin dai suoi esordi (penso ai Lumiere, ma anche al Neorealismo o alla Nouvelle Vague).

Sono dati (raccapriccianti) che dimostrano come non siamo ancora stanchi dell’ennesimo episodio di una saga (Pirati dei Caraibi e Fast and Furious) che è sempre uguale a se stessa o di un hero che neppure amiamo così tanto, siamo sinceri (Thor non è né Batman né Spider Man né gli X-Men!!!).

Cioè, Fast and Furious, muscoli e motori roboanti senza cervello, ha incassato quasi il doppio di Habemus Papam nella quasi metà del tempo!! Al film di Moretti possiamo dire tutto tranne che ha avuto poca pubblicità. E’ stato pure al festival di Cannes! E’ senza dubbio un capolavoro ed è di uno dei registi italiani più noti a livello internazionale! Eppure è stato superato abbondantemente anche dalla combriccola di Jack Sparrow e dal bozzone armato di martello volante…

Esce poi con un occhio nero anche il vincitore della Palma d’Oro, The Tree of Life. Premesso che (come avete letto) a me non ha convinto e che Malick o lo si ama o lo si odia, stiamo pur sempre parlando di uno dei film più attesi dell’anno e di uno dei registi che più se la tirano al mondo!

Insomma, alla stragrande maggioranza del pubblico italiano piacciono ancora le “americanate” e invece si evita il film impegnato. Letto da un altro punto di vista, questo significa che si preferisce il cinema di svago, light, di mondi lontani e inesistenti . Si ama sedersi sulla poltroncina come sulle montagne russe di uno spettacolare luna park. Divertirsi, galvanizzarsi, svagarsi. Punto e basta. Il cinema che racconta storie del quotidiano, quello che fa riflettere, meditare, venire il magone allo stomaco, beh… quello non piace più. Insomma, i fratelli Dardenne dovrebbero cambiare lavoro, darsi all’ippica. Questo cinema piace solo ad un’esigua minoranza, che, diciamolo con chiarezza, va anche a vedere Machete e Star Wars. Ma a tutto c’è un limite…

Siamo dunque di fronte ad un boxoffice esemplare, che ci fa riflettere anche sulle sorti del cinema italiano, che, non essendo pratico del fantasy/action, andrà in rovina di questo passo, così legato com’è a quel cinema intimista e domestico, di genere mirato e raffinato, che (quasi) nessuno pare guardare più. Altro che dire “la gente e i giovani non vanno più al cinema”. Tutt’altro, al cinema si va… dipende a vedere cosa… questo è il problema…

E voi come leggete questa situazione? Che generi preferite? Da che parte vi schierate?

The Tree of Life: Malick delude tra magnificenza estetica e noia emozionale

The Tree of Life di Terrence Malick è un film difficile, complesso, che non risponde ai classici canoni feisbucchiani del “mi piace” o “non mi piace”, né ai voti numerici o alle stelline del Morandini. E’ senza dubbio un’esperienza che non lascia indifferenti e da provare rigorosamente al cinema. Al costo di giungere ai titoli di coda con la palpebra affaticata e la sensazione di aver buttato via i soldi. Un’opera lirica, poetica, ma lontana dai gusti degli spettatori. Quegli stessi spettatori che andrebbero selezionati all’entrata con acuti test psico-attitudinali di un Freud 2.0. Quegli spettatori che ansimano in tensione instabile di fronte ai ripetuti passaggi/sberleffi  in nero di un finale che sembra non arrivare mai e, apparsa la scritta “Diretto da…”, esplodono in risate isteriche, fragorose, liberatorie, si confortano spaesati, s’interrogano come intellettual chic sulla coerenza di un film che coerenza non ha, si guardano con lo stesso sguardo lesso tenuto da Sean Penn per quei 9 minuti netti complessivi in cui sta in scena, con la faccia a mal di corpo di chi, appena svegliatosi, non si è ancora ripreso dal tragugiamento di 13 Negroni in disco le sera prima.

Terrence Malick punta in alto, troppo in alto, con fare ambizioso e coraggioso, pretenzioso e presuntuoso, da vero sborone post-moderno. Il suo “capolavoro” è un calderone esteticamente affascinante ma emotivamente insipido. Perché questo è il distinguo da fare. Dal punto di visto tecnico, artistico, estetico, The Tree of Life è ineccepibile, impeccabile. E’ faticosa ma bella la mezz’ora abbondante (il vero scoglio per un comune mortale che rischia di gettare la spugna prima del tempo) di National Geographic mischiato al migliore Super Quark di Piero Angela (con tanto di mostro di Lochness e ridicoli dinosauri oblunghi di infinita inferiorità rispetto a quelli di Spielberg). Anche chi non ama i documentari l’apprezza. Ma il troppo stroppia e si affaccia prepotente la noia, lo sbuffo, lo sbadiglio, la poltroncina che scricchiola.

La fotografia è lucida, patinata, luminescente. La prova degli attori (Sean Penn escluso) è divina: Brad Pitt dimostra per l’ennesima volta di saper affrontare ruoli dai contorni non americani con intensità, virulenza, concentrazione, coriaceo nei panni di un padre padrone senza limiti; Jessica Chastain è un’anima in pena, pia, devota, madre materna e protettiva, troppa buona per questo mondo; il piccolo Hunter McCracken è bravissimo dietro il suo sguardo accigliato di figlio forzatamente ribelle.

La colonna sonora suscita rispetto e magnificenza, con canti di cori angelici e melodie divine/religiose, inframezzate da Mahler e Bach. La regia è personalissima, assolutamente mai vista prima, alla continua ricerca del fiato sul collo dei personaggi, a tratti nauseante a tratti dolce e dolcissima, invadente e invasiva come un fantasma terzo incomodo che si muove soave con soggettive schizofreniche o lo svolazzare di un calabrone ubriaco e onnipresente.

Ma non basta il volo di una farfalla o una foglia al vento per carpire il nostro cuore. L’emozione non passa. Neppure un goccio. Questo è il problema, la pecca, il macigno che sfracella il pubblico in sala. L’emozione nasce e muore in Malick stesso. La pellicola rimane fredda nei suoi algidi ripetuti richiami ad un Libro di Giobbe banalizzato e affiancato da una retorica disarmante. E’ ovvio che quando si parla di Bene e Male, Vita e Morte, Natura e Grazia, padri e figli, lo “scivolone retorica” è dietro l’angolo, ma Malick non fa nulla per diluirla in chiave emotiva. L’albero della vita l’ha piantato per se stesso, è suo e suo rimane, il pubblico ne rimane avulso come fosse un accessorio, un soprammobile, un ninnolo di cui non tener conto.

Nonostante i palesi richiami a 2001 – Odissea nello spazio e per quanto Malick cerchi di imitare, ispirarsi e reincarnarsi nel maestro di Shining, non nominiamo il nome di Kubrick invano, che rimane di un’altra galassia, inarrivabile, inimitabile. Folle solo il principio di idea di paragonarsi a lui. Kubrick sapeva quello che faceva, c’è un fil rouge nel suo favoloso e ostico 2001; Malick invece perde la testa, confeziona un’opera mastodontica ma vuota, la cui logica sfugge.

E’ un film che cambia la storia del cinema, quanto meno quella di Malick che perde una buona fetta degli spettatori che amarono (forse anche con qualche sforzo) La sottile linea rossa. Monta un film da gusto avanguardistico sovietico degli anni Venti, una sorta di Entr’Acte, di Ballet mecanique, giustapposizione senza racconto. Alla fine della fiera non rimane nulla nelle mani dello spettatore, solo un brutto ricordo.

Cannes 2011: Malick, Dardenne e Dujardin fanno fuori Moretti e Sorrentino

Non Habemus Nanni e This must not be the place per vincere un bel premio. Fumata nera, insomma. Moretti e Sorrentino sono stati ignorati nella serata finale del Festival di Cannes 2011. Con un pizzico di sopresa, oggettivamente. Perché la critica e il pubblico avevano accolto molto bene le due opere italiane in concorso. Forse addirittura Sorrentino con più fervore di Moretti, veterano del festival dei cugini francesi.

Insomma, si torna a casa a mani vuote e a becco asciutto.

Questi quindi i premi assegnati:

Palma d’Oro al miglior film: The tree of life di Terrence Malick (un film che si potrà amare o odiare, ma certamente da vedere!)

Gran Premio della Giuria: ex aequo tra Il ragazzo con la bicicletta dei fratelli Dardenne e Once upon a time in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan

Miglior attrice: Kirsten Dunst per Melancholia

Miglior attore: Jean Dujardin per The Artist (ha fatto fuori i quotatissimi Sean Penn e Michel Piccoli!)

Miglior regista: Nicolas Winding Refn per Drive

Miglior sceneggiatura: Joseph Cedar per Hearat Shulayim

Camera d’Or: Las Acacias di Pablo Giorgelli

Cosa ne pensate? Delusi per le esclusioni degli italiani? E il domandone: andrete a vedere il film di Malick???