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“The Parade”. Ironia e intelligenza al gay pride di Dragojevic

the parade

La definizione di genere di “tragicommedia sociale” che lo stesso regista Srdjan Dragojevic ha dato al suo The parade – La sfilata, pare stare stretta al film che ha messo tutti d’accordo al Festival di Berlino 2013, aggiudicandosi il Premio del pubblico (sezione Panorama) e il Premio della Giuria Ecumenica. Perché The parade amalgama in modo assolutamente riuscito generi diversi e opposti, denuncia e risate, ideologia politica e retaggio sociale, con intelligenza e ironia dal respiro ampio, europeo.

Protagonista è Limun, ex eroe di guerra, ora temuto e rispettato criminale di strada, omofobo, maestro di judo, duro e puro. Per una serie di sfortunati eventi connessi al suo matrimonio con la giunonica e “mascolina” Biserka, incappa in un’offerta che non può rifiutare: far da scorta al Gay Pride organizzato a Belgrado dagli attivisti Mirko e Radmilo. Abbandonato però dagli amici in loco che non ci stanno a passare per “supporter” delle “checche”, decide di rivolgersi ad alcuni vecchi nemici della lontana Guerra dei Balcani: il bosniaco Halil, il croato Roko ed il kosovaro albanese Azem. Ha così inizio un viaggio di formazione e tolleranza, convivenza e amicizia.
Coprodotto da Serbia, Croazia, Macedonia, Montenegro e Slovenia, The parade tradisce l’animo da laureato in Psicologia Clinica di Dragojevic. Infatti, come in una serie sempre più fitta di sedute “a portata di lettino”, è un crescendo di situazioni, affermazioni, progressi di chi, scontrandosi con una “terapia d’urto” valuta del Caso, elabora le proprie preconcette posizioni abbandonando la rocca dell’omofobia per aprirsi alla comprensione dell’altro e ai diritti civili per il “diverso”. E non è da tutti riuscire nel raccontare bene sul grande schermo una realtà complessa come quella dei territori della ex Jugoslavia, focolaio etnico dove negli anni Duemila sono, purtroppo, routine quotidiana i pestaggi di gruppi di naziskin ai danni di gay che vorrebbero solo fare coming out.

Grazie quindi ai volti giusti e ai personaggi giusti, oltre che a cambi di tono (su tutti il finale drammatico che colpisce basso lo spettatore) e riusciti frangenti da road movie, The parade è un’opera forte, che diverte e commuove, fa riflettere e apre una breccia anche nelle menti più chiuse.

“Il grande Gatsby”: Baz Luhrmann tra sfarzo e raffinatezza

no gatsby no party

No Gatsby, no party!
E con un hitchcockiano effetto Vertigo la Signoria Vostra, accompagnata dal rampante scrittore Nick Carraway, è invitata ad entrare nel magico mondo del grande J. Gatsby, nella sua casa galante sede di sciccose feste vip e di un amore disperatissimo. Ma se Gatsby è il “padrone di casa”, allo stesso tempo la sua reggia è come presa in affitto dal grande Baz Luhrmann, che dopo Moulin Rouge ci spinge nella mischia di una nuova stereoscopica e ingioiellata esperienza cinematografica.

Che Luhrmann sia un amante della provocazione e dell’eccesso lo si sa dai tempi di Romeo + Giulietta: come dimenticare l’iniziale scontro armato al distributore di benzina o la grossa croce tatuata sulla schiena di Frate Lorenzo o semplicemente la geniale Verona Beach al largo di Los Angeles! Scelte d’azzardo che si amano o sia odiano, ma sintomo cristallino di un’anima nobile che non teme di osare, sperimentare, shakerare. Il grande Gatsby conserva questo gusto dell’oltre, della sfida a tutti i costi, in un esuberante e colorato gigantismo. Ma a ben vedere neppure troppo. L’eccesso c’è, non si può negare, ma non si fa mai pacchiano, non sfiora mai il cattivo gusto. Luhrmann ha un palato raffinato e la “dismisura” va a braccetto con un’eleganza liberty e allo stesso tempo pop. Il castello di Gatsby ha il fascino del più principesco e signorile conte Dracula, con stanze ariose e sconfinate, una piscina rotonda e perfetta come la sua immaginazione (come ripete a più riprese Daisy). Se, come dice quel musone di Tom Buchanan, ogni sabato sera va in scena un mondo da circo, allora è il Cirque du Soleil. Non ci sono nani, culturisti spezza-catene, Houdini pronti alla fuga. La sua dimora è una rielaborazione di casa Capuleti, con scalinate e balconi elevati “alla Gatsby”, con una fisionomia così sfolgorante e fiabesca da riecheggiare la sagoma turchina del guglioso castello della Walt Disney.
Nella soundtrack adatta anche la scalmanata Beyoncè ad un gusto più velato, un po’ foxtrot un po’ charleston. Back to Black, come tutte le altre tracce audio, non è inserita nuda e cruda, non c’è il tunz tunz che sentiamo alla radio. Non c’è da pogare né spintonarsi in pista, tutt’al più uno struscio da favola. L’adattamento e la sfumatura sono quindi cifra espressiva di Luhrmann, che sa investire di indicibile raffinatezza anche il movimento di macchina più mirabolante. Insomma, il ragazzo sembra essersi “disciplinato”…

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Detto questo, Il grande Gatsby è una grandissima e bellissima storia d’amore. Cosa c’è di più romantico di un uomo che ogni weekend mette in piedi una festa faraonica affinché tutte quelle luci d’alto varietà possano incuriosire e diventare stella polare per lei, per Daisy, che, appena al di là della baia, dista da lui solo 5 anni (luce). Un Gatsby impersonato da un immenso Leonardo DiCaprio, che, eccellente in charme e naturalezza, è ormai sommo esperto nel ruolo dell’amante a risvolto tragico (qui pari, se non superiore, a quello già vissuto in Titanic e Romeo+Giulietta). Al suo fianco Carey Mulligan, dolce scricciolino e ninfa imperlata con sexy neo sulla guancia alla Marylin. Pur con qualche stonatura, la biondina è abile nei panni della giovane che si ritrova improvvisamente in un tragico amore troppo più grande di lei.
Che dire poi di Tobey Maguire… faccetta curiosa e sorrisino fastidioso, riesce a liberarsi definitivamente dallo spettro di Spider Man. A reggere il moccolo il granitico Joel Edgerton, già visto in Zero Dark Thirty.

In conclusione, un’opera romantica e divertente, di un regista che ha saputo confrontarsi a testa alta con il romanzo di Francis Scott Fitzgerald e il precedente del ’74 di Jack Clayton e Robert Redford. “Non si replica il passato” sostiene convinto Nick Carraway. E’ vero. Baz Luhrmann (vecchio mio!) non replica il passato, lo supera.

“Viaggio sola”. Hotel Tognazzi a 2 stelle

Viaggio_Sola

Meglio soli che male accompagnati. Sembra essere questo il motto di Irene (Margherita Buy) per il suo lavoro, i suoi viaggi, la sua vita. Quarant’anni senza pensieri, senza figli a carico né mariti a rimorchio. Un’esistenza apparentemente a cinque stelle, in business class. Ma quanto questo senso di libertà è sinonimo di solitudine? Da questa classicheggiante ma bella idea nasce Viaggio sola, quarto film di Maria Sole Tognazzi. Ma lo spunto, si sa, spesso non basta…

“Prendetevi qualche secondo per ragionare su questa esperienza. E’ stata all’altezza delle vostre aspettative? La consigliereste a qualcuno?”. Questi alcuni degli interrogativi sul viaggio che chiudono il lungometraggio e il trailer. Riportandoli al film, purtroppo risponderei negativamente sia alla prima che alla seconda domanda. Perché dietro una superficie di diffusa piacevolezza e leggerezza, Viaggio sola, immerso in una candida luce paradisiaca e asessuata, rimane freddo, neutro, etereo, confinato e rinchiuso in uno spazio bianco, come imprigionato in un jet lag tematico che non riesce a mettere a fuoco la propria destinazione.
Pur rifuggendo (grazie a Dio!) qualsiasi venatura sentimental-andante, e puntando tutto sulla stridula bravura di Margherita Buy e la bisbigliata piacioneria di Stefano Accorsi, il film della Tognazzi delude.
In molti vi hanno visto facili paragoni con Tra le nuvole (Up in the air) di Jason Reitman (George Clooney “tagliava le teste” dei lavoratori, Margherita Buy taglia il rank agli albergoni). Ma siamo proprio su due livelli diversi, come viaggiare con l’ultra-chic Singapore Airlines e la low cost Ryan Air.
Osannato come un piccolo grande caso cinematografico del discontinuo cinema italiano, aveva tutte le carte in regola per essere un signor albergo a 4 stelle, invece vola (anzi precipita) basso su 2 sole stelline. Sconsigliato anche da TripAdvisor.

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“Nella casa”. Lo sguardo di Ozon

Nella Casa

Il morboso piacere di scrivere, e di leggere. Questo il demone bifronte che possiede Claude (Ernst Umhauer), sedicenne studente del Liceo Flaubert di un’ignota cittadina francese e il suo professore di letteratura, Germain (Fabrice Luchini), mancato scrittore che non si rassegna a trovare virgulti di talento nelle penne dei suoi alunni. Nato con un fine nobile e di circoscritto buon senso, il gioco “epistolare” tra i due prenderà però velocemente una brutta piega, dove morte e tradimento (quasi incesto) sembrano pronti a spuntare all’alba di un nuovo capitolo.
Lontani dai candori di film riconcilianti sul rapporto insegnante-alunno come L’attimo fuggente, Francois Ozon ci conduce fuori strada, a spiare (anche troppo!) il fascino discreto (ma non troppo!) della borghesia, in una girandola di eventi nella quale esitiamo a comprendere se siano “veri” solo sulla carta o anche nella realtà. Nella casa punta quindi dritto su un unico tema: la scrittura come frutto dell’osservazione e/o dell’immaginazione. Ma dove comincia l’una e finisce l’altra? Ozon, dietro personaggi imberbi e frustrati, mostra tutto il piacere d’essere “voyeur”, consegnandoci una pellicola torbida e claustrofobica, proprio come il titolo stesso annuncia.

Con risvolti da thriller per un plot che non si sente dramma da camera, il regista francese estrapola dall’ordinario quella sottesa componente dark, noir, malsana, dove l’eccitazione suscitata da poche righe scritte si tramuta in scandalosa realtà.
Ma lo spettatore, oltre a sbirciare nella casa proprio come Ozon e il giovane Claude, che fine fa? Rimane al centro di quel “giro di schiaffi”, domanda e offerta, che caratterizza l’arte in genere, la letteratura come il cinema, dove l’autore/regista è sballottato tra le aspettative del lettore/spettatore e le esigenze dell’editore/produttore. Rimane nel mezzo, appunto. Straniato, disorientato, non convinto se questo romanzo/film gli sia davvero piaciuto.

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“Circuito chiuso”. Valido mockumentary made in Italy

circuito chiuso

Il mockumentary è quel genere cinematografico nel quale ci viene proposto un falso documentario, ovvero eventi fittizi realizzati ad arte e presentati, o forse sarebbe meglio dire venduti, come reali. Un filone che sul grande schermo ha visto incarnazioni di successo nei molteplici episodi di Paranormal Activity e Rec, e ancor prima in cult come Cloverfield e The Blair Witch Project. Oggi questo genere ha un suo valido rappresentante anche nel cinema made in Italy: Circuito chiuso di Giorgio Amato.

Se a livello internazionale il mockumentary si è strutturato su uomini e donne posseduti dal demonio o da anime vampiresche, con esiti da disaster movie e contorni da horror boschivo, il web movie del regista italiano, nato in seno all’ormai noto progetto di Rai Cinema per prodotti cinematografici destinati espressamente alla Rete, fa leva sul thriller, consegnandoci un fantoccio fatto di cronaca: il mostro di Torre Gaia. Due giovani sospettano che una loro amica sia stata uccisa da un uomo, misterioso e solitario, di mestiere giardiniere. Installano quindi furtivamente nell’appartamento del presunto assassino cinque telecamere per osservare la sua routine quotidiana. Dietro quella porta (che non andrebbe mai aperta!) scopriranno (mis)fatti agghiaccianti, che accidentalmente, e tragicamente, coinvolgeranno anche loro. Con scopo lo “spaccio” di veridicità di questi avvenimenti, la sequenza degli eventi viene incorniciata entro didascalie che dichiarano come i video registrati siano stati depositati negli archivi della Polizia di Stato.

Prodotto dai Manetti Bros. in collaborazione con la Dania Film di Luciano Martino, Circuito Chiuso funziona in primis per la scelta del personaggio protagonista: un serial killer che trova credibilità nella possanza fisica di Stefano Fregni. L’assassino è pacato ed efferato, solo e perverso, implacabile e privo di magnanimità. Un character che trae nutrimento dal suo essere profondamente parte di quell’humus di fatti di cronaca che, quasi quotidianamente, ci consegnano truffe che nascondono o sfociano in omicidi. In questo caso l’esca sono annunci in cui l’uomo si dice alla ricerca di studentesse universitarie come babysitter per quel figlioletto che, insieme alla madre/moglie, non arriverà mai. Sfruttando l’ingenuità di chi cerca di mettere da parte qualche gruzzoletto a nero, il killer cattura le sue prede, che finiranno maciullate dentro gli ingranaggi della sua folle perversione.
Azzeccata da questo punto di vista la scelta dell’inquadratura fissa multi-stanza che crea terrore immobile e, nella sua intrinseca asetticità “senza uscita”, ci consegna nuda e cruda una brutalità nei gesti dell’assassinio che non ammette sconti. La macchina fissa, accuratamente posizionata, non ci mostra tout court le scene di violenza sessuale né quelle di efferata uccisione. Scelta funzionale che suscita profondo disagio in uno spettatore che, purtroppo, però, non può far altro che guardare, come un Grande Fratello inabile a staccare la spina.
Tra le poche pecche riscontrabili, è lampante lo scollamento tra la spontanea e “documentaristica” recitazione della coppia formata da Fregni e la sua principale vittima (Gaia Insenga) e l’ipertesa e ansiogena performance del duo Francesca Cuttica-Guglielmo Favilla. Uno scarto che troppo sottolinea la componente di fiction di un film che, comunque sia, sa distinguersi con originalità e personalità dalle palesi fonti d’ispirazione di matrice statunitense e spagnola.