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“Il lato positivo”. Della vita e di Bradley Cooper

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Io penso positivo perché son vivo perché son vivo. Così potrebbe cantare Pat (Bradley Cooper) che, uscito da 8 mesi d’ospedale psichiatrico, ha in testa un solo pensiero: riconquistare la moglie che lo ha deluso e tradito. Vede il sole oltre le nuvole, ci crede e non si abbatte, cade e si rialza continuamente. Ma la sua mission è cristallina fino all’incontro con Tiffany (Jennifer Lawrence), giovane vedova sbarazzina, libertina, assai determinata…

Vincitore del premio del pubblico al Toronto Film Festival 2012, Il lato positivo di David O. Russel è un buon film sulla speranza, sulla for(tez)za d’animo, sull’ottimismo nonostante tutto e tutti. Storia di uno yes man caricato a molla, inarrestabile, che punta dritto alla meta. Ma il touchdown arriva dal lato scoperto, indifeso, aperto ad una vita nuova. Ed è qui che il positivo del titolo si mostra multiforme e sfaccettato, mischiando Caso, Fortuna, Positività ostentata. In sintesi, un cocktail vincente.

Ma nonostante la sana portata morale del film, il pollice non è del tutto up. Infatti la pellicola parte forte, veloce, atletica come il passo da corsa del protagonista. Ma il training non si mantiene costante, si smorza, rallenta. Un fiato corto che pesa “sulle nostre gambe” se unito alla prolissità (due ore sono davvero troppe!), non sempre giustificata, dell’opera.

In merito agli attori è superlativo Bradley Cooper, rinchiuso nei panni di un caso umano complessato dentro e pippato fuori, con il merito, però, di conquistarci. Dopo (apprezzati) ruoli idioti nella “saga” di Una notte da leoni, ne Il lato positivo dà il meglio di sé. Sprecati, invece, sia il Golden Globe sia l’Oscar come Migliore Attrice Protagonista ad una Jennifer Lawrence mediocre, svanita e svampita, incartonata in quella sua bella faccetta da criceto sexy. In grande spolvero Robert De Niro, intenso come in Stanno tutti bene.

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“Amour”: il colpo basso di Michael Haneke

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Amour è un film che ti sfonda sin dalla sequenza iniziale, con quella esile porta fracassata da un ariete della polizia che ci conduce senza preavviso in un dramma consumato e ancora vivo. Poi si volta pagina: tutti a teatro. Georges e Anne si godono il concerto del loro più promettente pupillo al pianoforte.

Michael Haneke con amour realizza il suo film più violento, pregno di una brutalità altra da quella vista in alcune sue opere precedenti. Non ci sono le sanguinose mazzate da golf di Funny games, né la strisciante indagine sul male de Il nastro bianco, né la claustrofobica forzatura della privacy di Niente da nascondere. In Amour punta la macchina da presa sulla malattia, la vecchiaia, la morte, senza tralasciare alcuno dei dolori annessi e connessi. E’ violento perché ci colpisce sul nervo scoperto che accomuna tutti: gli affetti, gli amori e la nostra relazione con essi col sopraggiungere di ciò che non possiamo controllare. Ma amor vincit omnia? La risposta pare scontata per lunga parte del film, poi si sfoca, appanna, confonde. E un cazzotto sordo e deflagrante ci colpisce allo stomaco proprio nel momento più dolce, quel ricordo che si fa favoletta al lume di candela di un capezzale. Haneke ci porta per mano in un tenero momento idilliaco, poi ci nega il lieto fine (che forse illusoriamente ci siamo prefigurati…).

Un kammerspiel di gran classe che rimane ancorato alla corporeità dei suoi due magnifici interpreti:  Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva. Il primo è Georges, uomo mite, pacato, con lo sguardo succube, preoccupato, innamorato. La seconda è Anne, donna raffinata, dotata di una bellezza sfiorita, e uno sguardo severo, rassegnato, innamorato. Li lega una love story lunga una vita, un amore da sogno, da fiaba, inattaccabile, mai scalfito dal panta rei del tempo. Ma lei si piega sotto un fulmineo “doppio colpo” che apre una breccia nel loro intramontabile “noi”. Haneke non fa sconti, colpisce basso, nella nostra parte più umana, fino alla nudità dell’anima e del corpo. La performance dei due protagonisti è a dir poco eccezionale: Trintignant è preciso, immenso, capace di tenere in piedi un’intera sequenza con uno sguardo perso in un vuoto pienato dalla sua immaginazione; la Riva affronta con lodevole coraggio un personaggio complesso, che commuove, vero più del vero nei momenti in cui, confinata a letto dall’ictus, è privata della sua autonomia. Due attori splendidi, che non vedevamo sul grande schermo dai tempi della trilogia del colore di Krysztof Kieslowski (anni 1993-1994).

In sintesi, una grande opera, che affascina e ferisce, che spiazza nel profondo fino ad incrinare il nostro giudizio di valore sul film. Haneke fa centro, forse fin troppo.

“Beginners”: il trionfo di Christopher Plummer

“Hai solo due anni più di me, cara mia. Dove sei stata durante tutta la mia vita?”. Con queste parole, pronunciate fissando la statuetta con uno sguardo in cagnesco che mischiava commozione e ammirazione, Christopher Plummer si è aggiudicato l’Oscar come miglior attore non protagonista per la performance in Beginners di Mike Mills. Un premio atteso dopo gli equivalenti vinti ai Golden Globe e BAFTA. L’attore, di origine canadese, ma hollywoodiano “d’adozione”, aggiudicandosi l’Oscar per la prima volta alla veneranda età di 82 anni, è il più anziano vincitore nella storia degli Academy Awards. Un miglior attore non protagonista che ha il sapore di un premio alla carriera, carriera che trova in Beginners un degno e pregiato sigillo.

Ed è quel “non” prima del termine “protagonista” che inquadra tutta la sua vita professionale, vissuta al massimo ma con discrezione, in prima linea ma nell’ombra, di caratterista puntuale ma mai ingombrante, di quelli che sul grande schermo si fanno sentire pur non occupando ogni inquadratura.

In Beginners Plummer interpreta un arzillo vecchietto, che, negli utlimi anni della sua vita, confessa al figlio di soffrire di una malattia terminale e di essere sempre stato omosessuale, pur essendosi sposato e avendo avuto figli. Al suo fianco uno sciatto, compìto e anti-divo Ewan McGregor e una incantevole, sibillina e dolcissima Melanie Laurent.

Una prova, quella del “buon vecchio” Christopher, intensa, commovente, exemplum di un attore poliedrico, camaleontico, che ha scandagliato con profondità ogni genere cinematografico prendendo parte a circa 200 pellicole. La carriera sui set è cominciata nel lontano 1958 con Fascino del palcoscenico di Sidney Lumet e Il paradiso dei barbari di Nicholas Ray. Lo troviamo poi nelle grandi tragedie per il cinema Hamlet (1964) e Edipo re (1967) con Orson Welles. Presto, nel 1965, si tuffa nel musical con Tutti insieme appassionatamente di Robert Wise con Julie Andrews. Recita quindi nel 1975 ne L’uomo che volle farsi re di John Huston ed è Erode nel Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli. Musical, tragedie, kolossal. Ma anche comicità, recitando ne La pantera rosa colpisce ancora di Blake Edwards accanto a Peter Sellers. Una personalità disposta a farsi “manipolare” anche dalla “geniale follia” di Spike Lee in Malcolm X e Inside Man, o dalla fantasiosa visionarietà di Terry Gilliam in L’esercito delle 12 scimmie e Parnassus. Tra le ultimissime apparizioni ci sono poi Uomini che odiano le donne di David Fincher e Beginners di Mike Mills, appunto. Torniamo quindi a zoomare su quest’ultimo.

Un film introverso, introspettivo, timido (nell’accezione positiva del termine), di quelli che sembrano procedere-e-non-procedere mai nella vicenda. Una sorta di spirituale romanzo di formazione di un trio di personaggi (interpretati da Plummer, McGregor, Laurent) sempre ad un nuovo punto di partenza nella vita, sempre “principianti” (beginners) nell’amore e nelle relazioni con chi li circonda. Mike Mills ci conquista con trova registiche semplici, che permettono al film di respirare e prendere nuovamente fiato. Su tutte la “verbalità sottotitolata” del cagnolino e i romantici/sociologici slide show tra presente e passato. Con un montaggio che saltella nel tempo senza preavviso, ne emerge un’interessante analisi del concetto di amore tra anni Cinquanta e Duemila.

Insomma, un’opera che ha il coraggio di sperimentare, di buttarsi, di cambiare registro più e più volte, proprio come ha fatto per quasi sei decadi il non più giovane ma sempre giovane Christopher Plummer.

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Oscar 2012, e se a vincere fosse l’attore invisibile?

E se a vincere l’Oscar come miglior attore non protagonista fosse un attore “invisibile”? E’ questa la domanda che la 20th Fox rivolge al mondo lanciando la campagna “The time is now” per portare l’attore  Andy Serkis a stringere quella benedetta statuetta dorata. Serkis, chi era costui? Inglese, 47 anni, in origine attore di teatro e Tv in Gran Bretagna, è l’unico vero divo del motion capture. E’ lui che ha dato volto, anima e corpo al viscido Gollum de Il Signore degli Anelli, al King Kong di Peter Jackson, al Capitano Haddock de Le avventure di Tintin di Spielberg, allo scimpanzé Caesar de L’alba del pianeta delle scimmie. E proprio per quest’ultima performance potrebbe correre per un premio Oscar…

Il regista Rupert Wyatt lo ha definito il “Charlie Chaplin del motion-capture”, uno dei pochi “capace di abbracciare l’attuale tecnologia degli effetti visivi, sfruttando tutta la sua potenzialità espressiva”.

Serkis ha recitato Caesar indossando una tuta di lycra con sensori dappertutto e venendo filmato da speciali cineprese collegate ai computer che lo hanno trasformato nel suo “altro” animale.

E così critici e cinefili s’interrogano sulla regolarità e legittimità di questa nomination… Che dire dunque, io, detto molto semplicemente, sono favorevole. Se consideriamo come il digitale, inteso come immagine di sintesi, sia ormai un’affermata evoluzione del cinema, non vedo perché non si debba premiare chi “ci mette la faccia”… per di più con espressioni che ci commuovono, spaventano, divertono, sorprendono. Insomma, Andy Serkis ci fa provare delle emozioni? E allora premiamolo!

E voi cosa ne pensate? Sarebbe un premio giusto o sbagliato? Il mondo digitale è così imperante ormai da meritare riconoscimenti? Ditemi la vostra! Confrontiamoci!

Ecco i film italiani in corsa per l’Oscar

La corsa italiana verso gli Oscar sta per cominciare. Infatti il 29 settembre, all’Anica, 10 pellicole italiane si contenderanno la candidatura made in Italy per la statuetta per il miglior film straniero. Ecco i magnifici 10: Baciami ancora di Gabriele Muccino, Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo, La doppia ora di Giuseppe Capotondi, Io sono l’amore di Luca Guadagnino, Mine vaganti di Ferzan Ozpetek, La nostra vita di Daniele Luchetti, La prima cosa bella di Paolo Virzì, Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, L’uomo che verrà di Giorgio Diritti e Venti sigarette di Aureliano Amadei.

A giudicarli sarà un comitato composto da nomi illustri come Gabriele Salvatores, Dante Ferretti, Roberto Escobar, Aurelio De Laurentiis, Fulvio Lucisano. Il film, uno e uno solo, che passerà questo turno, sarà poi esaminato, insieme ad altri film provenienti dalle cinematografie del resto del mondo, da una Commissione dell’Academy Award, che potrà anche rifiutare il nostro candidato.

L’ultima volta che siamo entrati nella bramata cinquina è stato nel 2006 con l’intenso dramma familiare La bestia nel cuore di Cristina Comencini.

Non vorrei essere disfattista o pessimista, ma dovendo scegliere, credo che tra i nostri 10 nessuno sia capace di accedere alla cinquina d’oro. Per quanto riguarda la selezione dell’Anica, punto invece su La nostra vita e L’uomo che verrà, due film audaci e di indubbia bellezza.

E voi pensate che qualcuno dei 10 film citati possa arrivare al Kodak Theatre di Los Angeles? Quale? Pronunciatevi!