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“Balcani”: romanzo dal forte sapore cinematografico

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“Il signore desidera?”. La barista mi scuote dal torpore, e mi accorgo che è già da un pezzo che fisso la vetrina dei dolci. Sono le mie solite malinconie, e non ci posso fare niente, perché quando arrivano pretendono la precedenza sul resto del mondo. Allora focalizzo l’attenzione davanti a me e le indico la pasta più bella tra tutte, un trionfo di crema tempestata di more e lamponi. È lei la mia eletta, l’indiscussa miss colazione di un mattino di fine novembre. Ansioso di affondarci i denti, sfioro la vetrina lasciando l’impronta del mio dito e indico chiaramente quella che ho scelto, a scanso d’equivoci, perché ce ne sono altre ma tutte più piccole, un plotone di minuscole paste al seguito dell’indiscussa regina. La megera allunga la mano e afferra proprio una di quelle più misere, ignorando il mio broncio e porgendomela senza esitazioni. Bella mossa, penso, e nonostante i miei occhioni delusi la barista gira lo sguardo e si rivolge a un altro cliente. “Lei? Mi dica” gli chiede mentre afferro il dolcetto striminzito e poi mi siedo. (continua a leggere la preview QUI)

Questo l’inizio di Balcani, romanzo d’esordio dell’autore fiorentino Alessio Parretti, disponibile in versione cartacea e eBook su ilmiolibro.it, Ibs.it, Amazon.com.

So che vi starete chiedendo: da quando in qua Onesto e Spietato parla di libri sul suo blog di cinema? Faccio un’eccezione per questo romanzo, che ho letto e che ho molto apprezzato, poiché ripropone svariati spunti “cinematografici”.
In primis, come ben si comprende dall’incipit, è scritto con parole capaci di descrivere e suscitare immagini che potremmo vedere scritte su una sceneggiatura o “in movimento” sul grande schermo. La precisione dei dettagli, nella descrizione dei gesti e delle sensazioni provate dal protagonista hanno una forza capace di “ologrammare” davanti ai nostri occhi un uomo stanco e malinconico che, invano, “lotta” per aggiudicarsi proprio quella pasta lì.

E’ poi un libro che tratta una vicenda storica ricorrente nel cinema: la guerra in Bosnia-Erzegovina. Basti pensare a No Man’s Land di Danis Tanović o La vita è un miracolo di Emir Kusturica. Alessio Parretti ci conduce alle porte dell’assediata Sarajevo tramite il personaggio di Amir Osmanovic, studente d’ingegneria unitosi volontariamente alla resistenza bosniaca, i cui appunti sparsi si alternano ai pensieri scritti dei caporali Parisi, Capasso e D’Amato. Un espediente “epistolare” che mi ha ricordato molto da vicino i “pensieri ad alta voce” di quel capolavoro chiamato La sottile linea rossa di Terrence Malick. Ma Balcani non è solo né il solito libro sulla guerra…

E ancora, nell’epoca dei web movie (vedi Aquadro, Circuito chiuso), lo possiamo considerare un web book. Infatti, nato come racconto pubblicato su un blog letterario, Balcani si è presto trasformato in romanzo per volere della Rete che, commentandolo, riteneva che “una storia del genere non dovesse rimanere chiusa in un cassetto”. E così, il debutto letterario di Alessio Parretti ha deciso di fare di Internet la propria unica libreria. Infatti non esiste sui comuni scaffali “reali” di un negozio, ma su quelli “virtuali” di piattaforme Internet che promuovono il self publishing. Oltre a quelli citati in apertura di post, anche laFeltrinelli.it, Bookrepublic.it, Unilibro.it e Libreriauniversitaria.it. Cartaceo € 10,00 circa, eBook € 3,00.

Insomma, vi lascio anche tante info tecniche per un libro che, secondo me, vale la pena leggere e che lega a doppio filo letteratura e cinema. :D

sito web: balcaniilromanzo.wordpress.com
Facebook: facebook.com/balcani.ilromanzo
Twitter: twitter.com/Balcaniromanzo

“Circuito chiuso”. Valido mockumentary made in Italy

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Il mockumentary è quel genere cinematografico nel quale ci viene proposto un falso documentario, ovvero eventi fittizi realizzati ad arte e presentati, o forse sarebbe meglio dire venduti, come reali. Un filone che sul grande schermo ha visto incarnazioni di successo nei molteplici episodi di Paranormal Activity e Rec, e ancor prima in cult come Cloverfield e The Blair Witch Project. Oggi questo genere ha un suo valido rappresentante anche nel cinema made in Italy: Circuito chiuso di Giorgio Amato.

Se a livello internazionale il mockumentary si è strutturato su uomini e donne posseduti dal demonio o da anime vampiresche, con esiti da disaster movie e contorni da horror boschivo, il web movie del regista italiano, nato in seno all’ormai noto progetto di Rai Cinema per prodotti cinematografici destinati espressamente alla Rete, fa leva sul thriller, consegnandoci un fantoccio fatto di cronaca: il mostro di Torre Gaia. Due giovani sospettano che una loro amica sia stata uccisa da un uomo, misterioso e solitario, di mestiere giardiniere. Installano quindi furtivamente nell’appartamento del presunto assassino cinque telecamere per osservare la sua routine quotidiana. Dietro quella porta (che non andrebbe mai aperta!) scopriranno (mis)fatti agghiaccianti, che accidentalmente, e tragicamente, coinvolgeranno anche loro. Con scopo lo “spaccio” di veridicità di questi avvenimenti, la sequenza degli eventi viene incorniciata entro didascalie che dichiarano come i video registrati siano stati depositati negli archivi della Polizia di Stato.

Prodotto dai Manetti Bros. in collaborazione con la Dania Film di Luciano Martino, Circuito Chiuso funziona in primis per la scelta del personaggio protagonista: un serial killer che trova credibilità nella possanza fisica di Stefano Fregni. L’assassino è pacato ed efferato, solo e perverso, implacabile e privo di magnanimità. Un character che trae nutrimento dal suo essere profondamente parte di quell’humus di fatti di cronaca che, quasi quotidianamente, ci consegnano truffe che nascondono o sfociano in omicidi. In questo caso l’esca sono annunci in cui l’uomo si dice alla ricerca di studentesse universitarie come babysitter per quel figlioletto che, insieme alla madre/moglie, non arriverà mai. Sfruttando l’ingenuità di chi cerca di mettere da parte qualche gruzzoletto a nero, il killer cattura le sue prede, che finiranno maciullate dentro gli ingranaggi della sua folle perversione.
Azzeccata da questo punto di vista la scelta dell’inquadratura fissa multi-stanza che crea terrore immobile e, nella sua intrinseca asetticità “senza uscita”, ci consegna nuda e cruda una brutalità nei gesti dell’assassinio che non ammette sconti. La macchina fissa, accuratamente posizionata, non ci mostra tout court le scene di violenza sessuale né quelle di efferata uccisione. Scelta funzionale che suscita profondo disagio in uno spettatore che, purtroppo, però, non può far altro che guardare, come un Grande Fratello inabile a staccare la spina.
Tra le poche pecche riscontrabili, è lampante lo scollamento tra la spontanea e “documentaristica” recitazione della coppia formata da Fregni e la sua principale vittima (Gaia Insenga) e l’ipertesa e ansiogena performance del duo Francesca Cuttica-Guglielmo Favilla. Uno scarto che troppo sottolinea la componente di fiction di un film che, comunque sia, sa distinguersi con originalità e personalità dalle palesi fonti d’ispirazione di matrice statunitense e spagnola.

Pablo Larrain: trilogia cilena

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Ascesa e caduta del Cile di Pinochet. Questo il cuore pulsante della filmografia bio-politica di Pablo Larrain, indiscussa punta di diamante del recente cinema sudamericano. No, in uscita nelle nostre sale cinematografiche, ambientato nel 1988, è il tassello che chiude quella trilogia cominciata con Tony Manero (2008) e proseguita, facendo un salto temporale all’indietro dal ‘79 al ‘73, con Post Mortem (2010).

Un cinema che indaga i nodi socio-politici di un Paese che non ha cancellato le cicatrici lasciate dalla lunga e feroce dittatura di Pinochet (tre lustri che videro la morte di 3 mila dissidenti politici, 3 mila scomparsi e oltre 30 mila torturati). Il feeling che Larrain ha con la sua terra, e la città natale Santiago del Cile, è inscritto nel suo genoma, segnato nei cromosomi X da una madre ministro conservatore, Magdalena Matte, e in quelli Y da un padre, Hernán Larraín, ex presidente dell’Unione Democratica Indipendente. L’educazione e l’infanzia si fanno vita, quindi cinema ribelle, sguardo sulla realtà.

L’analisi comincia nel 2008 con lo splendido, disperato e lucido Tony Manero (vincitore del 26esimo Torino Film Festival), nel quale, in pieno regime Pinochet (siamo nel ‘79), un uomo vagheggia e desidera forsennatamente di ballare come il leggendario ballerino di Saturday Night Fever. Fuori soffia il vento del terrore, fatto di coprifuoco e colpi di mitraglia per mettere in riga (o al suolo) i dissenzienti. Tra fughe sui tetti e vetri rubati, smoking bianchissimi e capelli in piega, Raul (Alfredo Castro) incarna quella disperazione per la quale ballare e uccidere sono generati dallo stesso sentimento di rabbia, rivalsa e libertà. E’ colui che vuole sfuggire alla comunità e che, lanciando lo sguardo e il cuore oltre lo stretto, verso Brooklyn, verso un personale american dream, è sintomo di un popolo che vuole divincolarsi dal regime e “occidentalizzarsi”.

Con Post mortem, Larrain fa invece un salto nel passato, nel ‘73, anzi più precisamente all’11 settembre di quell’anno, quando si consumò quel golpe che vide l’ascesa di Pinochet e la morte del presidente Salvador Allende. Con protagonista ancora una volta Alfredo Castro, va sul grande schermo il Cile all’inizio della sua notte più lunga e buia, quella della dittatura. La macchina da presa sposa lo sguardo di Mario, alienato battitore a macchina dei referti d’autopsia all’obitorio. Tra floreali carte da parati, sdruciti interni evanescenti, atmosfere ed eminenze grigie, osserviamo un Cile (s)travolto e smarrito, proprio come noi spettatori in un flusso di eventi narrati con abbondanza di silenzi ed ellissi psicologiche.

Con No – I giorni dell’arcobaleno, il trittico si chiude su quella campagna pubblicitaria che nel 1988 portò il Cile al cambio di rotta. Nell’estate di quell’anno Pinochet annunciò un referendum per votare la sua riconferma, ma quest’apertura al popolo gli fu fatale. Pur mantenendo lo stile asciutto che ha caratterizzato i due film precedenti, in No si fa tutto più arioso e solare. In virtù dello sb(l)occo storico che condusse il Cile verso una nuova vita sociale e politica, c’è più luce, speranza, narratività. Per lo spettatore un po’ più di respiro, ma soprattutto una nuova full-immersion nella grande Storia del Cile e nel grande Cinema di Pablo Larrain.

Esclusivo! Intervista a Stefano Lodovichi, regista di “Aquadro”. Seconda parte

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Ecco la seconda parte dell’intervista fatta a Stefano Lodovichi, regista di Aquadro. Parleremo dei due attori protagonisti, della scelta di Bolzano come location del film, dello stile registico e di come Aquadro nasca come web movie. Buona lettura!

I due bravissimi interpreti principali, Maria Vittoria Barrella (Amanda) e Lorenzo Colombi (Alberto), sono attori non professionisti. Come e dove li hai trovati?
In effetti i due ragazzi rappresentano parte del cuore del film. Senza di loro “Aquadro” non sarebbe stato così, e probabilmente la grande forza del film, come dicevo prima, sta proprio nell’onesta con la quale tutti noi abbiamo vissuto questa esperienza, loro in primis. Maria Vittoria Barrella viene dal teatro, quindi non si può dire che non fosse una professionista, ma semmai che fosse un’esordiente nel cinema, a differenza di Lorenzo Colombi, che invece ha esordito a tutti gli effetti come attore. Ventun anni lei, diciannove lui. Lavorare con loro, trovati entrambi a Bolzano (Maria Vittoria è di Trento), è stata un’esperienza meravigliosa: fin da subito si sono messi nelle mie mani e mi hanno fatto scoprire aspetti dei miei personaggi che non avevo considerato.

Perché hai scelto Bolzano come location del tuo film?
Con Davide cercavamo una piccola città di provincia che rappresentasse un’Italia non troppo canonica e l’abbiamo trovata proprio sul confine. Bolzano rappresenta perfettamente un’Italia protesa verso l’Europa, verso un futuro che volevo assolutamente evidenziare. Muoversi sul confine era inoltre utile per raccontare il passaggio da uno stato a un altro: simbolicamente da un’età a un’altra (dal periodo dell’adolescenza a quello dell’età adulta). Esteticamente era poi caratterizzata da un dualismo meraviglioso: la città ricca di contrasti (centro storico di stampo tirolese e periferia stilisticamente riconducibile al periodo fascista) e il paesaggio naturale puro, incontaminato, verde e vivo.
Questo contesto era perfetto per “Aquadro”, e non è un caso che dopo i primi sopralluoghi di due anni fa, una volta di ritorno a Roma, abbiamo scritto la prima stesura della sceneggiatura in due settimane. Quella stessa stesura che poi è arrivata finalista al Solinas Experimenta e che ha innescato tutto quanto il meccanismo produttivo.

Molti passaggi densi di personalità registica (vedi l’ampio uso del rallenty), l’attento studio della fotografia e dei colori, una colonna sonora giovane ed eclettica, mi hanno ricordato la splendida versione cinematografica de La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo.
Fin da subito sapevo perfettamente che questo film avrebbe vissuto di tutti quei problemi che accompagnano le piccole produzioni a bassissimo budget. Così con Tommaso Arrighi, che ha prodotto “Aquadro” per la Mood Film, ho cercato di impostare una regia (e una preparazione) che fosse settata sui vari paletti produttivi, così da renderli un punto di forza e non una limitazione. La scelta delle ottiche in rapporto allo spazio e alle comparse che potevamo avere a disposizione, lo studio della palette cromatica in base ai caratteri dei personaggi e alle situazioni che andavamo a raccontare, così come la preparazione di ogni singolo reparto, erano tutti aspetti di una direzione unica, studiata per la creazione del linguaggio “Aquadro” e perfezionata con i capireparto.
Con loro, ma anche con gli attori, ho impostato un lavoro che avesse come punto di partenza suggestioni e references ben precise: ricordo di aver mostrato estratti di film, singoli frames, fotografie, quadri e altro ancora. E lo ricordo sicuramente come uno dei momenti più belli di tutta la lavorazione, in cui potersi confrontare con professionisti miei coetanei, e attingere anche dalle loro suggestioni e dai loro suggerimenti. In quei giorni mi sono accorto che “Aquadro” stava nascendo e che stava prendendo la stessa forma nella testa di tutti quanti.

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Ci sono dei registi ai quali ti sei ispirato?
Per gli attori ricordo di aver lavorato sulla naturalezza di alcuni grandissimi giovani interpreti (tutti stranieri). Abbiamo visto estratti di serie tv (tra le tante c’erano “Girls” e “Skins”) e di film di Van Sant e Larry Clark. Ma ogni film era momento di confronto con i ragazzi, e scambio di pareri (ricordo che in quei giorni al cinema c’era “Reality”, e con Maria Vittoria abbiamo parlato molto del lavoro di Garrone con gli attori). Anche con gli altri della troupe parlavamo spesso di quei film o di quelle serie tv che mi hanno ispirato di più per “Aquadro”, esteticamente e non solo. Parlavamo spesso di “Paranoid park” e di “Elephant”, ma anche di altri film (in particolare il cinema di Sam Mendes, P.T. Anderson e Wong Kar Way), di “Boardwalk empire”, di “Mad Men”, di “The Walking dead”, e ogni suggestione visiva (anche se apparentemente aliena al nostro lavoro) era ottima per far capire di più qualcosa, come lo studio dei colori, i movimenti dei personaggi nello spazio in rapporto alla macchina, l’illuminazione di certe scene, gli stessi movimenti di macchina, o certe volte servivano anche soltanto a conoscerci di più.

Aquadro è strettamente collegato al suo essere web movies, proprio come impone Rai Cinema per il progetto di cui fa parte anche il tuo film. Questo significa che non uscirà mai in sala, neppure “on demand”?
“Aquadro” è un film scritto per essere fatto. Adesso vive sul web, ma se andasse in sala non ci sarebbe niente di male e non sfigurerebbe, perché le differenze tra web e sala adesso riguardano unicamente il pubblico che le frequenta: in sala l’età media si è alzata per via di un costo che con il tempo porta a tagliar fuori una fetta di pubblico più giovane che non può permettersi di andare al cinema assiduamente. E internet adesso, con lo streaming e il download più o meno legale (più “meno” che “più”), sta nutrendo un pubblico enorme affamato di cinema.

Internet è quindi futuro e rovina del grande schermo?
Tra cinema e web ci sono differenze linguistiche, ma in generale il fatto che un prodotto audiovisivo vada sul web non significa che debba costare meno o essere realizzato con minore attenzione che se andasse in sala (uno dei tipici errori italiani). Essere distribuiti online significa confrontarsi con un pubblico vasto, a tratti potenzialmente più spietato di quello della sala (anche perché anonimo, nascosto dietro un nickname), educato dai vari canali (youtube e vimeo tra i famosissimi) dove poter vedere video di tutti i tipi e di tutte le qualità. Se imparassimo che la sala e il web possono coesistere, forse non soltanto il mercato potrebbe riaprirsi un po’, ma magari l’evoluzione narrativo-linguistica dell’audiovisivo del nostro paese potrebbe evolversi più rapidamente e tornare a raccontare storie attuali con linguaggi attuali.

Esclusivo! Intervista a Stefano Lodovichi, regista di “Aquadro”. Prima parte

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In esclusiva per Onesto e Spietato, ecco un’intervista a Stefano Lodovichi, regista di Aquadro, film del quale ha già parlato in questo post. In questa prima parte parliamo di chi è Stefano Lodovichi, di come è nato il progetto Aquadro e cosa lo contraddistingue, di genitori assenti e voglia di fuga nell’Italia di oggi. Buona lettura!

Esordio al lungometraggio a nemmeno 30 anni, il bel corto Dueditre, la partecipazione a Il pranzo di Natale di Antonietta De Lillo. Insomma, Stefano Lodovichi outsider e enfant prodige che abbassa l’età media, e alza la qualità, del debutto nel cinema in Italia.
Non mi sento un enfant prodige, ma è vero che in Italia riuscire a esordire sotto i trenta è complicato. E lo è ancora di più se ti catapulti dalla provincia alla capitale con la speranza di farcela, senza conoscenze o scuole specialistiche del settore alle spalle. Però se questo è vero, è anche vero che in altri contesti internazionali l’esordio in media arriva abbondantemente prima dei trenta, e credo che per alzare la qualità media del nostro cinema dovremmo confrontarci non tanto con la nostra industria, con il “nostro orticello”, ma con quello senza confini del cinema in generale: puntare a un pubblico internazionale, a raccontare storie e tematiche senza confini geografici.

Come ti sei avviato al cinema?
Ho iniziato ad amare il cinema da piccolo, da spettatore (come tanti altri della mia generazione, in casa io e mio fratello guardavamo di tutto, dalla commedia all’italiana agli spaccatutto americani degli anni ’80). Poi ho iniziato a studiare critica all’Università di Siena e in contemporanea facevo esperienza sui set che passavano dalla toscana (Falaschi, Virzì, Winick, Colla…). Piano piano mettevo insieme l’esperienza dei vari reparti con quella di filmaker di corti, spot e video, e con gli anni (dopo dieci anni di esperienza), sono arrivato al mio primo film.

Aquadro racconta una storia d’amore tra adolescenti sullo sfondo di un mondo scolastico usuale e di una compagine genitoriale assente. Tanti cliché visti e rivisti nel cinema nostrano e non solo. Nonostante questo il tuo film sa smarcarsi. Hai mai avuto paura, o voglia, di “deviare” verso un film “consueto”? Cosa contraddistingue Aquadro?
Certo che ho avuto paura, ma un primo passo per superare i rischi è stato fatto in scrittura. Con Davide Orsini (lo sceneggiatore che ha scritto con me “Aquadro”) ho cercato di tamponare il più possibile questi problemi, e devo dire che la sua esperienza mi ha trasmesso sicurezza in una fase, quella di scrittura, che per me era nuova (era la prima sceneggiatura “lunga” per me). Io e Davide venivamo da due esperienze proficue in breve tempo (il doc breve “Figli di dio”, parte di “Pranzo di Natale”, andato al Festival di Roma, e il film-documentario “Pascoli a Barga”, mediometraggio di docu-fiction commissionato sul centenario della morte di Giovanni Pascoli), e probabilmente la fiducia reciproca maturata in quelle esperienze ci ha preparato a lavorare bene e rapidamente su “Aquadro”.
Una volta in fase di riprese, dopo avere chiuso il casting e la troupe, ho capito che la direzione da seguire era chiara, e credo che l’onesta con la quale ho cercato di raccontare questa storia abbia contraddistinto il film: prima, durante le riprese e dopo in fase di montaggio.

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Alberto impara a cucinare da solo tramite video tutorial sul web, così come Amanda a indossare un assorbente interno. Internet si sostituisce a genitori latitanti, confinati nel tuo film in voci fuoricampo, come entità invisibili. La Rete è papà e mamma per le nuovi generazioni? Forse però anche un po’ “padre padrone” o “cattivo padre”…
L’educazione delle nuove generazioni passa sempre di più dal web e questo riguarda ogni aspetto della vita: cucinare, farsi la barba, conoscere il sesso o anche creare una bomba artigianale. Il web è un mare magnum nel quale può essere semplice perdersi se non si ha un’educazione critica di base che possa aiutarti a capire dove sia il limite tra giusto e sbagliato, tra utile e dannoso. In tutto questo i genitori, gli insegnanti, gli adulti in generale, vivono distanti dal quotidiano dei figli, in un fuori campo generato da loro stessi in una sempre più rapida evoluzione tecnologica. Giorno dopo giorno il gap s’ingrandisce e credo che situazioni come quella che raccontiamo in “Aquadro” saranno, non soltanto sempre più frequenti, ma vissute addirittura con minor pudore.

Amanda e Alberto fuggono, per amore, verso il confine. Ma giunti alla decisione se rimanere “fuori” o meno, battono in ritirata, seppur forti di farlo insieme. Incarnano il desiderio, che spesso non trova compimento, dei giovani d’oggi di fuggire dall’Italia e dalla famiglia?
La nostra generazione è quella della grande fuga. Non so se quella di Alberto e Amanda sarà come la nostra, ma è possibile che reagirà alle difficoltà della maturità, del periodo universitario e lavorativo, in modo differente. Probabilmente la generazione nata a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta ha vissuto in modo anarchico, reazionario, il bisogno di libertà identitaria e culturale, e forse la nostra rabbia non verrà capita dalla generazione di Alberto e Amanda. Per loro probabilmente andare via non sarà così drammatico, ma sarà parte di una formazione più liquida, senza troppi confini e senza troppi impegni.

Tra un paio di giorni la seconda interessantissima parte dell’intervista… to be continued! :D

“Tutto parla di te”. Le mamme interrotte di Alina Marazzi

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E’ la sua voce, quella della regista, quella di Alina Marazzi, ad aprire il proprio esordio al lungometraggio di finzione Tutto parla di te. E’ lei a parlare dietro la maschera di una madre confinata, ma non dimenticata, in uno di quei nastri registrati che si tengono in soffitta. Alina Marazzi donna, figlia, mamma. Ed è proprio quest’ultima evoluzione femminile, la figura genitoriale per eccellenza, al centro anche di questo sua quarta produzione, approdo di una filmografia che, sin dal debutto con lo splendido e trascurato Un’ora sola ti vorrei (2002), passando per Vogliamo anche le rose (2007), si contraddistingue per il suo essere votata a tematiche rosa.

Protagoniste di Tutto parla di te sono due donne, una anziana, Pauline, e una giovane, Emma. La prima torna a Torino per avviare, presso un Centro maternità, una ricerca sulle esperienze e i problemi delle mamme di oggi. Nella struttura incontra la seconda, danzatrice bella e sfuggente che non sa mettere a fuoco la propria identità di madre. Due destini, in partenza, così lontani, che col tempo si scopriranno inaspettatamente così vicini.
Valevole del premio Miglior Regista emergente all’ultimo Festival del Cinema di Roma, Tutto parla di te merita la statuetta poiché, nella sua componente tecnica, è cinema allo stato puro, espressione e frutto del montaggio (qui di Ilaria Fraioli). La Marazzi, con fare impressionista e violenza vangoghiana, mischia fiction e realtà creando raccordi su raccordi, che legano tra loro spezzoni da filmini di famiglia (come già accadeva nel suo film documentario d’esordio) e interviste realizzate a vere mamme del Centro maternità, foto d’epoca e filmati di repertorio, animazione in stop motion e inserti di finzione. Found footage e home movies si intersecano e distinguono con forza da un plot di fiction necessario ma meno incisivo dell’apporto documentaristico. La linea di confine tra le due “fonti” è volontariamente marcata dalla Marazzi con una fotografia più calda per la componente di “cinema verità” e più fredda per quella di finzione. Una scelta che si ripercuote sullo spettatore sul piano dell’emozione, che colpisce più materna e affettuosa nel primo caso, più asettica e impermeabile nel secondo.
Contribuisce a quest’esito anche la prova attoriale delle due protagoniste: Charlotte Rampling è una maschera di cera chiusa in un dolore passato ma sempre vivo e in uno sguardo perso e impenetrabile; Elena Radonicich, il cui volto somiglia molto a quello della vera madre della Marazzi (vedere Un’ora sola ti vorrei per credere), rimane scontrosa e distante, lacrimosa e barocca, in un personaggio che vorrebbe urlare al mondo un male che però tiene soffocato in sè. Il risultato finale è un film mediocre e disomogeneo, che affascina tecnicamente nella sintassi narrativa ma risulta sterile nella comunicazione emozionale.

E in conclusione un interrogativo sorge spontaneo: dopo tre film incentrati sulla figura femminile come madre e donna, tra documentario e finzione, viene da chiedersi, tra speranza e rassegnazione, se la forte cifra autoriale della Marazzi riuscirà mai a sganciarsi dal ricordo, che è desiderio e ormai topos, della madre scomparsa quando lei aveva appena sette anni.

Leggilo anche su www.cinemonitor.it