Archivi tag: odeon firenze

“Les saveurs du Palais”. Sapori e dissapori all’Eliseo

Cosa può aver spinto una brava cuoca a lasciare il suo posto di premier chef all’Eliseo per fuggire in un’isoletta sperduta dell’Antartide? Questo l’interrogativo che ha mosso il regista Christian Vincent (La discrète, La séparation, Quatre étoiles) a girare Les saveurs du Palais.

Va in scena la storia di Hortense Laborie che, nominata responsabile della cucina personale del Presidente di Francia, tra raffinati menù e fornelli sempre accesi, si ritrova in un’atmosfera tutt’altro che politically correct. Seppur idolatrata dal Capo dell’Eliseo, i rapporti con la cucina centrale si faranno sempre più tesi e nervosi, fino a convogliare in un’escalation di ripicche che condurranno la situazione ad implodere come una pentola a pressione abbandonata sulle piastre…

Presentato in anteprima nazionale a Firenze in apertura di France Odeon (1-4 novembre 2012) e in arrivo a gennaio nelle sale italiane, grazie a Lucky Red, col titolo La cuoca del Presidente, Les saveurs du Palais trae ispirazione da una storia vera: la dipendenza lavorativo-culinaria di Danièle Delpeuch  come chef personale di Francois Mitterand. Uno spunto di partenza reale che affascina e incuriosisce, pur non imbrigliando la pellicola in seriose chiavi biografiche.

Trascinato da una colonna sonora di baldanzosa e tintinnante musica classica, di quelle che potrebbero aver addolcito i pasti di Luigi XIV, il film è una piacevole commedia che però sa distinguersi per una lieve ma marcata venatura di tristezza. Un grigiore nebuloso presente sin dalla primissima sequenza, dominata da un mare del nord agitato, cupo, in tempesta. Un inizio alla Angele e Tony di Alix Delaporte o alla Welcome di Philippe Lioret, che subito ci predispone a gustare un’opera dove lo zucchero è mischiato al pepe.

Giocando sul significato della parola “palais”, che in francese significa sia palazzo che palato, il filmè un politic movie pur non volendo esserlo. La leadership, l’orgoglio, la relazione tra uomo e donna in una girandola di piedi pestati e gratitudini (non) dichiarate. Questi i paletti in cui si muove la vicenda inquadrando e ingabbiando i “sapori e dissapori” della politica nei sotterranei della più raffinata cuisine di Francia.

Un’opera densa di contenuti che si apre anche ad una riflessione sul valore e il riconoscimento del lavoro svolto e su come la burocrazia, e la committenza, possano soffocare la libertà creativa di un artista (anche in cucina…). Semplicemente straordinaria la performance di Catherine Frot.

Leggilo anche su www.cinemonitor.it

Parliamone su Twitter e Facebook! :D

“The Zen of Bennett”: l’uomo e il divo

Un profondo senso di appagamento interiore e un’instancabile voglia d’imparare dagli altri e dalla vita. La coscienza di aver fatto della propria passione un mestiere (e quindi, come lui stesso ammette, di non aver mai lavorato veramente) e una cravatta glamour, sintomo di vero stile, sempre alla moda e sempre al collo.

Insomma, 85 anni e non sentirli. Questo, e non solo questo, è l’elisir di lunga e quieta vita di Tony Bennett illustrato nel docu-film The Zen of Bennett, ideato, creato e prodotto dal figlio Danny.

Presentato come fiore all’occhiello del primo Tribeca Firenze, siamo di fronte ad un documentario che illumina con un’aura allo stesso tempo ascetica e pragmatica la carismatica figura di uno dei crooner più amati e noti al mondo, sulla cresta dell’onda da oltre sessant’anni. Girato nei giorni in cui il cantante è intento a registrare la sua ultima raccolta di duetti con grandi star canore come Lady Gaga, Aretha Franklin, Amy Winehouse, Michael Bublè, John  Mayer, Andrea Bocelli, l’immagine nitida e sincera che arriva allo spettatore è quella di un grande saggio, un grande vecchio, dotato di sapienza ed equilibrio, così come di innata simpatia. Lo ascoltiamo raccontare aneddoti ed esternare riflessioni sul tempo vissuto come bambini incantati dalla novella serale del nonno tanto amato.

Un risultato ottimo reso possibile non soltanto dall’appeal scenico di Bennett e dal calore vellutato della sua voce e delle sue canzoni (memorabile la breve apologia del dolce tepore della doppia traccia!).

E’ lodevole il lavoro compiuto dal regista Unjoo Moon nell’orchestrare più materiali eterogenei e più spunti tecnici di sicuro effetto. Foto in bianco e nero, immagini di repertorio, splitscreen e sovrimpressioni dal gusto onirico sono solo alcuni dei fattori in gioco ben amalgamati fra loro.

Da sottolineare quei quadri dallo sfumato sapore impressionista e pastoso alla Rembrandt che si evolvono in animate riprese dal vero. Un fare sfocato che ricorre poi con coerente premeditazione nell’annebbiarsi  dell’occhio della mdp che osserva e immortala tutto come un terzo incomodo palpabile e invisibile, come una spia che struscia sulle velate tende nere di uno studio di registrazione e subisce scosse e spintoni come se fosse sempre nel mezzo. Da sottolineare anche la splendida fotografia traslucida e patinata di Dion Beebe.

Marcia in più è poi la presenza di fondo del figlio Danny, factotum ideatore dell’opera. Si percepisce un sincero affetto filiale e un genuino senso di rispetto e devozione verso un padre divo e uomo.

Concludendo, The Zen of Bennett è un documentario davvero ben confezionato, che ci trascina con sé facendo ballettare il piede e tenere il ritmo schioccando le dita, che diverte e coinvolge anche chi è assolutamente digiuno del personaggio e del genere Jazz, che conduce tutto d’un fiato verso un finale che sconfina, prima, nel giallo, proprio come le lenti degli occhiali di Bennett, e poi in un cielo costellato di stelle/star lucenti dove questo grande vecchio newyorchese (classe 1926!) ha certamente un posto in prima fila.

Leggilo anche su www.cinemonitor.it

“Il buono il matto il cattivo” – (Troppo) libera variazione sul tema di Sergio Leone

Correva l’anno 1966 quando Sergio Leone consegnò alla celluloide uno dei suoi capolavori: Il buono, il brutto e il cattivo. E sono dovuti passare più di 40 anni perché qualcuno nel mondo del cinema internazionale avesse un sentito slancio d’omaggiarlo. Il capitano coraggioso di turno sventola bandiera coreana: è Kim Jee-woon, il regista di I saw the devil. La stima è d’obbligo solo per l’essersi avventurato in un territorio così delicato. Ma Il buono il matto il cattivo perde presto la strada maestra e scioglie troppo celermente la briglia dell’omaggio “libertino”. Infatti ci troviamo di fronte ad una troppo libera variazione sul tema di Sergio Leone.

Il principale appiglio/punto di contatto con l’originario spaghetti western è la trama: un trio di sparalesti alle prese con una mappa e un tesoro da trovare. Sullo sfondo una guerra di secessione. Non più americana, bensì coreana/manciuriana. Non più negli anni Sessanta dell’800, ma nei Trenta del ‘900. Un cambio di location e un salto nel tempo che incuriosiscono. Fin qui tutto sembra piuttosto fedele. E lo è. Ma lo è solo questo, purtroppo.

Perché Kim Jee-woon si fa prendere da una strana forma di ansia da prestazione e desiderio di onnipotenza, consegnandoci un western mai visto prima, assolutamente (troppo) personale, tanto da alterare il finale e alcuni imprescindibili must del grande maestro di Per un pugno di dollari.

Molteplici le peculiarità del film del ’66 che scompaiono nell’opera degli anni Duemila: all’inizio i personaggi non ci vengono presentati col nome impresso sul fermo-immagine (come forse avrebbe fatto Tarantino!); il brutto (che diventa il matto) non ha né il luccicante dente d’argento visibile a miglia di distanza né, dopo un po’, la benda sull’occhio; il buono è privo del tipico sigaro in bocca e non possiede alcuna fattezza fisica che lo possa condurre ad essere soprannominato “il biondo”, come accadeva per il tenebroso ed enigmatico Clint Eastwood; i ricorrenti spari ai cappelli (che si traducevano in accartocciati copricapo volanti) si riducono al minimo, concentrandosi in due o tre nella sequenza della sparatoria in circolo, anzi in triangolo (da molti chiamata triello). Che dire del finale: l’arrembaggio di massa con camionette, sidecar, cavalli imbizzariti, motociclette e altri mezzi a motore non solo è eccessivamente lungo, ma stucca fino alla sazietà e ad una richiesta di pietà da parte dei nostri stremati limiti di sopportazione. Se a questo aggiungiamo che non c’è il cimitero con le sacche di dollari, ma solo una distesa desertica con un fiotto di petrolio dal gusto post-moderno e “moraleggiante” sull’economia e il nuovo oro di oggi, la delusione è più che servita.

Di Sergio Leone mancano inoltre i ricorrenti e amabili primissimi piani sugli occhi dei protagonisti, così come quella geometria di movimenti di macchina che accompagnavano il nostro occhio con dolcezza e tensione. Kim Jee-woon invece strattona le nostre pupille con movimenti di macchina estremi, roboanti, funambolici. Senza dubbio divertenti, ma a lungo andare fuoriluogo. Con questo è sacrosanto “santificare” la libertà creativa del regista coreano, ma, calata in un contesto di omaggio, stona.

Incarna questa sorta di “canzonatura”, più che atto di riverenza, la creazione del personaggio del matto. Una libertà di sceneggiatura che però, a differenza delle altre pecche già citate, è apprezzabile. E questo soprattutto grazie alla straordinaria prova di Song Kang-ho, sempre più poliedrico e completo, burattino di se stesso, autoironico e beffardo. E’ il “carattere” in un west di “tipi” fossilizzatisi nel tempo. E’ il nuovo in una tradizione alterata da Jee-woon. E, in quest’ottica di assoluta diversità, è una performance che convince perchè si smarca da quella ingombrante e memorabile di Eli Wallach del ’66. In merito agli altri due personaggi principali c’è da dire che i loro volti, così come la loro “lettura del personaggio”, lasciano in bocca un’acquolina non soddisfatta né sedata. Jung Woo-sung non ha lo sguardo magnetico e sfregiato dal sole di Clint Eastwood. Inoltre la sua faccetta anonima da pischello col cuore tenero non si addice ad un cacciatore di taglie. Lee Byung-heon, nei panni del cattivo, si salva in corner, pur non possedendo il fascino da spietato di Lee Van Cleef.

Per quanto riguarda le musiche, le arie di Ennio Morricone vengono vagamente imitate, ma il confronto è così arduo da suscitare spavento e costringere ad una “fuga in ritirata”, nella corsa all’oro finale, con l’accompagnamento della ritmatissima e ballabile Don’t Let Me Be Misunderstood dei Santa Esmeralda.

Insomma, Il buono il matto il cattivo è un action western acrobatico e fracassone che si limita al minimo indispensabile per omaggiare Sergio Leone, è una “koreanata” che non accetta di tenere giù la testa con umiltà e rispetto di fronte alla tradizione. Citando quindi l’opera del 1968 di Leone, è proprio il caso di dire, con fare malinconico e nonnesco, c’era una volta il West.

Korea Film Fest: special guest l’attore e divo Song Kang-ho

E’ senza dubbio una delle maggiori star del cinema coreano contemporaneo. Tra i suoi film (tantissimi!) cito solamente i conosciutissimi The Host, Sympathy for Mr. Vengeance, Memories of murder e Thirst. Era atteso con trepidazione al Florence Korea Film Festival, dove ha ricevuto il premio alla carriera. Al termine della proiezione di The show must go on, ha incontrato il pubblico. Ecco alcune foto dalla serata di ieri: