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“Un giorno devi andare” e “La stanza del figlio”: finali a confronto

mix Diritti Moretti

Una spiaggia, una fuga al confine (del mondo), un figlio perso, un dolore da espiare. Questi gli elementi che accomunano Un giorno devi andare di Giorgio Diritti e La stanza del figlio di Nanni Moretti. O meglio ad essere accomunati sono i loro finali, esiti aperti e sospesi di due romanzi di formazione che scaturiscono da un lutto da elaborare e superare.

Due film così vicini anche per la presenza della stessa attrice protagonista: Jasmine Trinca, 31 anni oggi, appena 20 ai tempi del film che valse a Moretti la Palma d’Oro al 54esimo Festival di Cannes.

In Un giorno devi andare il personaggio di Augusta rimane solo e rannicchiato su una spiaggia sterminata dove, forse, ha trovato se stesso. Una distesa di sabbia bianca dove approda dopo essere fuggita dall’Italia con un dolore indicibile nel cuore e nel grembo: l’aver perso il suo bambino e la scoperta di non poterne più avere.

Cosa simile accade alla giovane Irene e alla sua famiglia. La morte del fratello, Andrea, getta tutti nella più profonda disperazione, stemperata solo dall’arrivo di Arianna, amore estivo di Andrea del tutto ignoto ai suoi genitori. Sarà proprio Arianna a prendere in mano quel “filo” che, srotolato fino al confine con la Francia, porterà la famiglia fuori dal labirinto del lutto. Superata la frontiera, il film di Moretti si (s)chiude con padre, madre e figlia che, aperti ad una vita nuova dopo il dolore, si dirigono in tre direzioni diverse e opposte sulla spiaggia di Mentone: Irene punta verso la riva del mare, papà Giovanni vira a destra verso un orizzonte del quale non vediamo la fine, mamma Paola esita e rimane più indietro. Ciascuno, a modo suo, ha elaborato il lutto, o quasi. Ma tutti procedono verso quell’altrove indefinito che caratterizza l’opera di Giorgio Diritti sin dal titolo. Augusta sa solo che deve andare, ma non sa né dove né quando (un giorno…). E’ così che, guidata dall’istinto di ritrovare se stessa, attraverserà i rii dell’Amazzonia. L’approdo è un cast away dove la ragazza rimane un puntino in campo lungo, proprio come la famigliola di Giovanni/Nanni Moretti. Tutti by the sea, anzi by the river, come canta Brian Eno in chiusura de La stanza del figlio.

Waiting here,
always failing to remember
why we came, came, came:
I wonder why we came.

Conclave day, cinema e bizzarre elezioni papali

cardinali-conclave

Martedì 12 marzo prenderà il via il conclave per l’elezione del successore di Benedetto XVI. Sulle analogie con il film di Nanni Moretti Habemus papam già mi sono pronunciato (vedi QUI). Ma l’avvento di un nuovo pontefice mi ha incuriosito e ho fatto una ricerca sui film che hanno trattato, in modo alquanto bizzarro, l’elezione (o la non-elezione) di una novella “Sua Santità”. Ecco i tre più curiosi che ho trovato:

-          Mio papà è il papa (1991) di Peter Richardson. Deplorevole e dimenticata commedia inglese dal gusto assai poco british, racconta della fortuita elezione al soglio pontificio dello sconosciuto Don Albinizi, parroco di campagna dedito al rock e agli orfanelli, che rimarrà coinvolto in uno scandalo di curia con tanto di ex moglie italoamericana con figlioletto appresso. Condito da un finale che è tutto un programma (diviene pontefice una suora!), vide il titolo originale Il Papa deve morire (The Pope must die) modificato in Il Papa deve fare la dieta (The Pope Must Diet).

-          Oddio, ci siamo persi il papa (1986) di Robert Malcolm Young, con Giancarlo Giannini. Ricordandoci molto da vicino l’Habemus papam dell’autarchico Moretti, portò sul grande schermo la vicenda di un giovane neo Papa, che, in crisi d’identità e soffocato dal Vaticano, fugge in un paesino terremotato del Sud, Montepetra, dove, vestendo gli abiti di un sacerdote qualsiasi, si rimboccherà le maniche per la ricostruzione. Una favoletta leggerina, priva di morale e spessore, che però vinse il Sundance Film Festival.

-          La papessa (2009) di Sonke Wortmann. E’ la vera storia di Johanna, figlia indesiderata di un prete del villaggio, che nei primi anni dell’800 d.c. si finse uomo e monaco benedettino nell’abbazia di Fulda Germania), poi divenne a Roma medico e consigliere del Santo Padre di turno e, infine, a sorpresa, fu detentrice del trono papale. Quando la realtà supera la fantasia…

“Habemus Papam” dimissionarium! L’abdicazione di Benedetto XVI alla luce del “profeta” Nanni Moretti

habemus papam

“Sono stato scelto, ma questo invece che donarmi forza e consapevolezza, mi schiaccia e mi confonde ancora di più. In questo momento la Chiesa ha bisogno di una guida che abbia la forza di portare grandi cambiamenti, che cerchi l’incontro con tutti. Chiedo perdono al Signore per quello che sto per fare e non so se Lui potrà perdonarmi. Io però devo parlare a Lui e a voi con sincerità. Purtroppo ho capito di non essere in grado di sostenere il ruolo che mi è stato affidato. La guida di cui avete bisogno non sono io”.

Queste le parole pronunciate dal Papa dimissionario, Benedetto XVI? Sembrano. Ma non sono. Sono bensì quelle del (non) Papa Melville (Michel Piccoli) dello splendido Habemus Papam di Nanni Moretti. Parole che però sono così simili a quelle realmente pronunciate poche ore fa da Joseph Ratzinger:

Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro. Chiedo perdono per tutti i miei difetti”.

I due discorsi sono molto somiglianti, tanto che, con malignità e ironia, il secondo sembra ispirarsi al primo! Ma se il primo avveniva nell’ “immaginazione” del cinema, il secondo è una (triste) realtà che ricoprirà profonda valenza storica e porterà grosse ripercussioni a livello globale.

Il sentimento di fondo è però il medesimo: rispetto e compassione per una scelta così importante. Un gesto di straordinaria umanità e sincerità, di un Papa che è prima “uomo” e poi “eletto”. Un gesto sto(r)ico ed “eroico”, che fa onore e lode, che nella debolezza da cui scaturisce è invece sintomo di audace forza morale.

Nanni Moretti nuovo profeta? Altro che i Maya! :D

Ora la domanda è: se si è avverato questo primo “oracolo”, così sarà anche per il finale de Il Caimano? Ovvero la condanna in tribunale di Silvio Berlusconi si tramuterà in realtà? Per i più ottimisti non c’è uno senza due! Ma se il primo già rasentava l’impossibile, il secondo pare esserlo ancor di più (Benigni già si pronunciò sulla “rivalità” tra Silvio e Dio. Le vie del Signore sono finite diceva il grande Massimo Troisi. Chissà… magari Moretti fa ambo e si scopre pure detentore di poteri taumaturgici…

“Il caimano”: riflessioni a margine di uno spettatore recidivo…

il caimano

Quanto segue non è una recensione, ma “solo” una breve riflessione sul film dopo averlo rivisto – e sarà la terza o quarta volta – qualche sera fa in tv …

Il caimano, ovvero la tragedia di un uomo ridicolo. Ma chi: Bruno Bonomo o Silvio Berlusconi? E’ su questo doppio binario, tra cinema e vita, fiction e (triste) realtà, che si muove il film di Nanni Moretti. Ed è dal primo, il personaggio interpretato da un intenso e sempre trafelato Silvio Orlando, che parte una vicenda che procederà a passo spedito e opprimente verso una chiosa con inquietante e solenne pompa magna sul signore di Forza Italia. Va quindi primariamente in scena un film drammatico, che a più riprese veste e sveste gli abiti di film politico. Sullo sfondo di una “Italietta” allo sbando che tocca il fondo e continua a scavare, Bruno Bonomo è un disperato, un regista fallito di film trash dai titoli improponibili (come dimenticare Maciste contro Freud o Mocassini assassini, ma soprattutto Stivaloni porcelloni!). La vita e il cinema gli hanno da tempo immemore voltato le spalle fino al giorno in cui, sulla sua scrivania, casca dal cielo un copione coraggioso, di quelli che ti portano o alle stelle o alle stalle. Protagonista è Silvio Berlusconi. “Ma è inutile fare un film sulla storia di Berlusconi perché tutti sanno già tutto e poi lui ha già vinto. Ci ha cambiato la testa trent’anni fa” afferma Moretti nel film. Parole sante. E allora facciamo una commedia, “perché in Italia è sempre il momento di fare una commedia”. Ecco quindi che la pellicola, anche facendo leva su frasi sentenza come queste, indossa più manti, più pelli, finché forma e contenuto si fanno ad un tempo dolci e amari, tristi e ironici, terrificanti e sornioni.

Questo ragionamento ci conduce quindi a cambiare il nostro incipit in “Il caimano, ovvero la commedia di un uomo ridicolo”. Una triste commedia, dove Bonomo ho perso, ma Berlusconi, pur condannato, ha vinto, anzi ha già vinto. Fuoco e fiamme sullo sfondo. Sagoma nera. Buio. Il film di Moretti, mai come in questi giorni, è attuale, spaventosamente attuale, sempre più attuale.

Di Nanni Moretti vedi anche Habemus Papam

Habemus Papam: la sconcertante bellezza dell’umano troppo umano

Quest’articolo partecipa al contest per blogger promosso dalla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro per omaggiare i vari ospiti che negli anni sono stati presenti all’evento. Da sabato 2 a martedì 5 giugno (fino alle ore 19.00) potrete votarlo mettendo i vostri “mi piace” e/o commenti al link presente sulla pagina di profilo Facebook del Festival. Chiedete l’amicizia (che vi sarà accettata dopo poco tempo) e votatemi! :D

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Il solenne silenzio del conclave è rotto dal ticchettare secco e inquieto delle penne sui tavoli lignei. Poi si alza il brontolio delle preghiere dei cardinali: “Signore, non io, ti prego! Non sono in grado, non sono all’altezza!”. Habemus Papam è la messinscena dell’umano troppo umano che alberga nel sacro e nel divino, nell’insostenibile pesantezza dell’essere Santo Padre. Papa Melville incarna i timori di un manipolo di porporati/nonnetti che si scopiazzano come alunni di quarta elementare, si drogano di medicine forti e introvabili, litigano a scopone scientifico. Nell’autarchica filmografia morettiana, è un inaspettato film corale, dal quale non sono esclusi i due protagonisti.

Muovendosi in un continuo e palese gioco tra Vita e Teatro, Michel Piccoli entra dal fondo come magistrale primo-attore che, poco presente in (Santa) sede, non surclassa i confratelli. Voce fioca e vissuta, versatilità facciale da mimo d’altri tempi, occhio stanco e lucido da triglia, sorriso contenuto ed esagerato, ebete e paterno. Una prova monumentale, da domenica delle palme (di Cannes), paragonabile, in intensità, a quella ottenuta in Ritorno a casa di Manoel De Oliveira.

Poi irrompe il pavone, spelacchiato e argentato nella barbetta, che si compiace della propria bravura e si auto-incensa divertito: un Moretti parodia di se stesso. Ma si fa da parte e argina il suo istrionico egocentrismo concentrandolo in sguardi luciferini e una lingua biforcata che dispensa battutacce, satira ingenua e non sacrilega. Non inoffensiva (verso lo spettatore), ma neppure offensiva (verso la Chiesa). E nel nome della coralità, come in una rimpatriata di fine secolo, ecco tutti i suoi must, dogmi, ormai cliché: la canzone di gusto latino-americano (l’avvolgente Todo Cambia di Mercedes Sosa), il gioco di squadra con la palla (come nell’intero Palombella rossa e la partita di calcio in La messa è finita), gli interni in utilitaria (stavolta privi dell’usurata cantatina da famigliola Barilla).

Pur con alcune smagliature di sceneggiatura, Moretti, come Cechov (il cui Il gabbiano è saputo a memoria da Melville), getta uno sguardo limpido, crudele e tragicomico sulla fragile condizione umana. Oscilla tra piacere (il gioco) e dovere (il pontificato) con fluidità eterea, permeando tutto d’ipnotico magnetismo, sinistra ironia, azione immobile, suspense che tiene in estasi. Un’opera bizzarra e carica di pietas anche grazie alla puntuale ed ispirata colonna sonora di Franco Piersanti, che fonde toni draculeschi con melodie alla “Pierino e il lupo”. Una pellicola da devota genuflessione e applauso scrosciante, se questo non venisse stroncato sul nascere dal ruvido, spiazzante, inevitabile finale. Tende rosse al vento come il sipario di un palcoscenico desolatamente vuoto. Più che habemus papam, ecce homo.

Nanni Moretti: “Tutti parlate di cinema…”

In omaggio al grande Nanni Moretti che da ieri è il Presidente di Giuria della 65esima edizione del Festival di Cannes. Da Sogni d’oro (correva l’anno 1981), la storica scena in cui si lamenta del fatto che tutti (s)parlano di cinema. Uno spezzone con una buona dose di sana auto-ironia (che non fa mai male!) rivolto anche a tutti i critici veri (?) o presunti, seri, semi-seri o parolai, blogger o giornalisti…