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3D, fiction e serie Tv: tutti pazzi per il Titanic!

Nella notte tra il 14 e il 15 aprile 2012 ricorrerà il centenario della tragedia del Titanic. E il mondo del grande e piccolo schermo è pronto a ricordare questo fatto, senza dubbio uno dei più drammatici del Novecento.

Ad aprire le danze sarà questo venerdì 6 aprile il ritorno in sala, in versione 3D, del kolossal di James Cameron con Leonardo Di Caprio e Kate Winslet.

In Tv invece vedremo dal 15 aprile su RaiUno (in prima serata e per 6 settimane) la serie Il Titanic. Diretto da Ciaran Donnelly (The Tudors), Titanic: Blood and Steel (questo il titolo internazionale) è interpretato da Alessandra Mastronardi, Massimo Ghini, Edoardo Leo, Valentina Corti, Kevin Zegers, Derek Jacobi, Chris Noth e Neve Campbell.

Sul fronte homevideo approda in Dvd e Blu-ray la miniserie in 4 puntate Titanic scritta da Julian Fellowes (sceneggiatore premio Oscar per Gosford Park).

Di fronte a questa invasione è molto probabile che ad inabissarsi sarà la nostra pazienza e affiorerà alta come un iceberg la noia. Ma c’è da dire che siamo un popolo di morbosi, come già ho scritto in questo post del gennaio scorso. Dopo la tragedia della Costa Concordia una massa spropositata di spettatori ha invaso i videonoleggi per accaparrarsi sia il Titanic di Cameron sia il Poseidon di Wolfgang Petersen.

Ora mi chiedo: il capolavoro di Cameron torna in 3D e noi riempiremo ex novo le sale cinematografiche?? Vedere il naufragio del Taitanic (come in molti lo leggono e pronunciano) ci farà “assaporare” il brivido della disgrazia della Concordia? Andremo al cinema per esclamare un lungo e spettacolare wooooowww??

Io mi tiro fuori dalla mischia…

E lo faccio con una storica frase da Tre uomini e una gamba: “Anche il capitano del Titanic lo diceva: “Ma no, ma no, è solo un rumorino da niente”.

Post naufragio Costa Concordia: il “Titanic” di James Cameron va a ruba nei videonoleggi. Italiani, popolo di cine-morbosi…

“Sai, la gente è matta…” cantava una storica e struggente canzone italiana. E credo proprio che avesse ragione. Perché? Dopo il naufragio della Costa Concordia, sta andando a ruba nei videonoleggi il dvd del Titanic di James Cameron. Ad ammetterlo, su alcuni giornali fiorentini, sono proprio gli addetti ai lavori della Blockbuster.

Dal 13 gennaio, giorno della tragedia all’Isola del Giglio, il dvd è praticamente introvabile. Ormai “da secoli” era finito nel dimenticatoio, tra le braccia della polvere più alta, e così anche nei grandi videonoleggi ci si limitava a tenerne una copia sola. Ora invece va a ruba, con decine di richieste al giorno. E i più impazienti sono addirittura corsi a comprarlo. Ma quello che accade nella mia città, Firenze, è un caso particolare che è lecito, purtroppo, pensare con valenza “universale”. Cioè ho il timore che a livello nazionale possa essersi diffusa questa “pazzia” homevideo…

Il dato è per di più confermato da “Terminal Video Italia”, il server da cui si riforniscono tutti i videonoleggi italiani, Blockbuster e non. E qui vediamo che il Titanic con un Leonardo Di Caprio ancora imberbe e pischellino si attesta nella Top 3! Non ci credete? Guardate QUI per credere! E sempre tra i più gettonati si attesta Poseidon di Wolfgang Petersen (che ha già avuto a che fare con catastrofi in mare col film La tempesta perfetta, interpretato da George Clooney).

Ora io dico: ma siamo impazziti? Questa, più che curiosità, è morbosità! Speriamo forse di riuscire a capire cosa hanno provato i passeggeri della Costa Concordia nel momento dell’urto con lo scoglio? Cerchiamo forse il brivido di una “simulazione”da piccolo schermo? O forse siamo solo morbosamente attratti dalla disgrazia? Non so rispondere a questi interrogativi… anzi, ne lancio un altro: è una nuova forma e frontiera di cine-turismo? Possibile. Certi e concreti sono  invece i brividi che provo sulla pelle al solo pensiero di questa notizia…

“J.Edgar”: il passo falso di Clint

Se J.Edgar di Clint Eastwood fosse un romanzo, sarebbe un mattone di 800 pagine. Di quelli biografici belli massicci, che danno molto per scontato, con quel profumo anacronistico che fuoriesce dalle pagine giallognole. Uno di quei libri strutturato in capitoli pesanti, non privi di oggettive e palesi lentezze, che saltano zigzagando tra presente e passato con fare gaio e gagliardo. Ma c’è una strana forza d’inerzia che, nonostante una certa sonnolenza diffusa, ci spinge ad andare avanti, speranzosi di un turning point che speriamo e giudichiamo inevitabile. Il coup de theatre c’è, ma bisogna pazientare ben un’ora e mezza, per poi scivolare con maggiore agilità verso un finale a sorpresa che apre gli occhi e fa acclamare al capolavoro. Ma basta un ottimo finale a salvare la baracca? No, la risposta è no. Purtroppo. E non è neppure sufficiente campare su scene di forte impatto emotivo come l’en travesti in abito lungo e collanina di Di Caprio, l’ “ultima cena” con l’amato Clyde, il “galeotto fu il fazzoletto – come in Otello – e chi lo strinse”, ed altre ancora.

Tutto questo va detto, senza sconti, nel giudicare l’ultima fatica di Clint Eastwood. E in realtà ad essere affaticato sembra proprio lui: l’ex ispettore Callaghan. Come già emerso in Hereafter, anche J.Edgar denuncia grosse pecche nel ritmo narrativo e non c’è quel pathos posseduto da Changeling, pellicola con la quale, seppur con toni più invecchiati e meno brillanti, condivide la fotografia fuligginosa.
Discutibile inoltre la performance del cast artistico in toto. Leonardo Di Caprio è senza dubbio bravo nell’impersonare un uomo duro e puro, ma è lecito chiedersi se fosse davvero l’attore giusto per questa parte. Così Naomi Watts ci appare freddina, frigida, come una bambolina di porcellana resuscitata da un cassone di giocattoli accantonato in soffitta. Raggiunge invece una salvezza più sicura Judi Dench, forte del suo sguardo severo e glaciale, che le garantisce una prova solenne e pungente. Tutti però sembrano cosparsi di quella brina ghiacciata che avvolge l’atmosfera del film confinandola come in un abito stretto e (in)gessato, incartapecorito, come in un presepe vivente di statuine del museo delle cere.
A condire il tutto con qualche goccia di veridiana, ci pensa una colonna sonora quasi tutta al pianoforte tanto poetica quanto fragile, moribonda, gracilina nel suo flemmatico incedere.

E’ dunque la fine, o meglio il declino, di un grande regista? No, questo no. Senza dubbio sono lontani i tempi della perfezione di Mystic River o Million Dollar Baby. J.Edgar è un passo falso che non possiamo non segnalare. E la sincerità del giudizio va di pari passo con una lacrimuccia nei confronti di questo grande vecchio (81 anni!) del cinema americano.
Il dispiacere e l’essere questa pellicola una madornale nota stonata nella sua filmografia sono ancor più palpabili se consideriamo che in tempi non remoti Eastwood è stato capace di realizzare una magistrale visione della battaglia di Iwo Jima dal punto di vista di due fronti opposti (quello americano in Flags of our Fathers e quello giapponese in Lettere da Iwo Jima) e che alla sceneggiatura si è avvalso di un “esperto” come Dustin Lance Black, sceneggiatore di un altro film biografico di successo quale è Milk di Gus Van Sant.

Tra i pregi del film c’è però da sottolineare l’aver voluto realizzare con crudo realismo un’opera critica sulla storia americana, parlando senza mezzi termini di dannati comunisti, sparando sul movimento di Martin Luther King, ecc. E l’aver scelto di citare più che raccontare, poiché lasciati in secondo piano, grossi eventi come l’assassinio di JFK o l’uccisione di John Dillinger, puntando invece (quasi) tutto sul grande caso del rapimento di Lindbergh junior.

Tre note a margine:
-    Da non perdere la breve, intensa e rovinosa immagine che J.Edgar ci consegna del presidente Nixon, che con una sola battuta (che non rivelo!) ci appare come un ometto laccato, volgare e insensibile.
-    Forse è meglio vedere questo film in lingua originale, perché il doppiaggio italiano di Edgar da vecchio è forzato, “ronzante”, ridicolo, fastidioso già dopo 5 minuti…
-    Fa storcere il naso pure la cura del trucco degli attori, in particolare quello applicato al volto di Armie Hammer che interpreta un Clyde Tolson old che sembra più un ustionato di ennesimo grado che un anchilosato vecchietto.

In un Tweet: Finale di sicuro effetto, cruda biografia di un “caso umano” americano, scene madri a (non) rianimare un corpo freddo. Tutto il resto è noia.

Inception: le (mal)sane idee di Chris Nolan

Chi sogna può spostare le montagne. Così diceva 30 anni fa Molly (Claudia Cardinale) in Fitzcarraldo di W.Herzog. Nel 2010 con Christopher Nolan siamo passati di livello. Il regista di Batman begins si spinge oltre ogni limite e confeziona una pellicola palpitante, che non fa mai tirare il fiato. Un’opera che va oltre il topos classico, vecchio come il mondo, della linea di confine che sussiste tra sogno, realtà e apparenza.

Primo elemento nuovo è il sogno “condiviso”, dove, come in un videogame, basta attaccare un filo per entrare nel livello giocato da un altro. E allora chimici, falsari, architetti e sognatori si trovano a calcare le stesse sinapsi. E il subconscio ha il potere di ribellarsi, se c’è un eccesso di intrusioni. Un mondo di empatia onirica dove il tempo si moltiplica esponenzialmente e le strade si piegano al limite della gravità e della comune geometria.

In questo contesto il ricordo è un’arma deleteria. E’ un’ancora che rischia di portarci a fondo in un limbo dal quale non si torna più su. Il ricordo è un tarlo che fagocita la base strutturale di una visione onirica strutturata su più livelli, come una scatola cinese, una matrioska russa. E più si scende, più si contamina, più s’infetta. Proprio come ciò di cui è capace un’idea. Ed è questa la vera grande trovata di Nolan: l’idea che si innesta nelle pieghe della materia grigia umana e costruisce a piacimento.

Hans Zimmer condisce il frenetico montaggio con una colonna sonora poderosa, come una marcia forzata che estranea dalla realtà. E poi cosa dire degli effetti speciali? Città che si accartocciano, corse sul soffitto, scazzottate senza gravità come si fosse sulla Luna. Di fronte a tutto questo Matrix è preistoria, ma se non ci fosse stata la trilogia dei fratelli Wachowski forse oggi non staremmo a parlare di tutto ciò.

Due soli sono i nèi rintracciabili. Il primo è il movente della missione nel mondo di Morfeo, ovvero si poteva trovare qualcosa di più accattivante di una “banale” scalata al potere di una grande industria internazionale. Il secondo l’aver venduto come un poliziesco un thriller psicologico. E questo sin dallo slogan “La tua mente è la scena del crimine” e dalla locandina con i protagonisti in posa da sbirri.

 

Ma vorrei sottolineare un ulteriore aspetto. Il film è anche una sorta di dichiarazione di Chris Nolan riguardo una passione che è diventata mania, un’idea che si è radicata nel tempo in modo irremovibile nel suo genio artistico: l’esplorazione dei meandri della mente con le loro luci ed ombre, con i loro spigoli netti come quelli di un labirinto greco.

Dopo il cervellotico Memento e l’ansiogeno Insomnia, ci ha regalato due episodi del mondo di Batman come nessuno aveva mai fatto prima, prendendosi così il tempo (ben 10 anni, lo ha detto lui stesso) per elaborare una sceneggiatura da premio Oscar, se non degna di una laurea ad honorem in Psicologia. Chissà il buon vecchio Freud cosa avrebbe pensato di fronte ad un film come questo. Forse avrebbe tributato un lungo applauso.