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“Il giorno in più”: il film di cui fare a meno

Premessa: adattare per il grande schermo un libro di Fabio Volo non è certamente cosa facile. Sono zibaldoni di pensieri, situazioni, emozioni di un adulto (?) in chiave teenager. Ammetto – mea culpa! – di aver letto in passato il suo primo libro, Esco a fare due passi, e credo di essere cosciente, ahimè!, delle possibili difficoltà riscontrabili nel passaggio dalla carta stampata all’immagine in movimento. Fine premessa.

Da qualsiasi love story, anche la più sterile, ci aspettiamo in genere che ci lasci qualcosina dentro: una frase, un’immagine, una sensazione, uno spunto di riflessione, o volendo pure un sentimento negativo come la ripugnanza, l’amarezza, la tristezza, la pietà più bieca. Ciascuna di queste cose anche in dimensione batterica, cellulare, minuscola come una briciola atomica. Il giorno in più di Massimo Venier (Generazione 1000 euro), con Fabio Volo e Isabella Ragonese, non raggiunge nemmeno il “minimo sindacale”. Forse per troppa ansia da prestazione, scatta la cilecca. Il film lascia poco, poco, poco, aiutatemi a dire poco!

La vicenda è sempre la stessa, la più banale possibile: Giacomo Pasetti è un quarantenne eterno immaturo che ama e abbandona ragazze come fossero caramelle gommose da scartare e gustare in compagnia. Una routine che viene infranta quando sul tram s’innamora a prima vista di Michela. Ma la loro storia è destinata ad avere vita breve, poiché lei il giorno seguente deve partire per New York…

Ok, una giovine (come direbbe mia nonna) romanticona potrebbe dirmi: “Sì, ma in amore le storie più semplici sono le più belle!”. Se poi sono con traversata oceanica ancora meglio. Ma, ribatterei io, il confine tra semplicità e pochezza tendente alla nullità è sottile, labile, facilmente superabile.

Il risultato è un filmettino che strappa qualche risata, ma anche molti occhi alzati al cielo per le vacuità che racconta. Scarso l’appeal emozionale nei confronti dello spettatore. Il film non coinvolge e non tenta minimamente neppure la più remota possibilità d’immedesimazione. Si rimane ad una superficialità cosmica, eterea, impalpabile. C’è sì qualche frase bellina per innamoratini ciuciù, ma anche queste non attecchiscono nella nostra anima. A poco serve la sognante colonna sonora che c’inebria sin dal trailer. I titoli di coda sono liberatori come la campanella della ricreazione a scuola.

Rende ancor più amaro il boccone l’ambaradan commerciale che ruota attorno al film: a metà ottobre è uscito, su carta e in ebook, l’ultimo libro di Volo, Le prime luci del mattino (in un mese e mezzo il pubblico compra, legge, ama e attende il film tratto dal precedente bestseller); pochissimi giorni fa, con puntualità svizzera, è uscita l’edizione speciale illustrata (mancano solo le figurine da colorare!) proprio de Il giorno in più.

Questa pellicola è inoltre l’ennesimo esempio di commedia italiana inflazionata e rovinata da un product placement vorace e divorante. Primi su tutti i marchi Agnesi e Togo sparati in primo piano senza lasciare via di scampo ai nostri bulbi oculari. Un virus che ha colpito, di recente, solo per fare due esempi, anche Lezioni di cioccolato 2 e Immaturi. Insomma, va bene che i dindini muovono il cinema, ma così l’ammazzano e schiavizzano/sminuiscono l’impegno di bravi sceneggiatori (penso a Fabio Bonifacci per i film di Luca Lucini).

La prova dei due attori protagonisti, Fabio Volo e Isabella Ragonese, è ordinaria, leggerina, disimpegnata. La parte è la loro, lo sforzo è minimo, il risultato gioca a ribasso. Il primo si nasconde ormai dietro la sua faccetta da cresciuto puttino barbuto e un sorrisetto malandrino, capace di stendere inspiegabilmente la metà delle 30enni presenti in sala (l’altrà metà se la dorme…). La seconda, pur dotata di una solare bellezza acqua e sapone, stona alcune note di recitazione come una dilettante. Ma cosciente di questo, sa come fare “poggio e buca” recuperando i punti persi con il successivo sguardo languido da ragazza della porta accanto. Insomma, si salva in corner. Lei. Il film no…

Il primo incarico, sui passi di maestrine fuori sede

Diario di una maestrina di campagna del Secondo Dopoguerra. Un piccolo mondo antico dal sapore ancora attuale. “Addio mia bella addio” e con una staffetta di mezzi d’avventura giovani insegnanti raggiungevano località sperdute nel nome di un’alfabetizzazione da riaffermare nell’Italia dei primi anni Cinquanta. Una realtà ancora attuale negli anni Zero, fatta di laureate che macinano chilometri in pendolare per portare la pagnotta a casa ed educare le generazioni di domani. E così Nena, la protagonista, interpretata da una compita Isabella Ragonese, lascia il suo brullo e bianco paesino natio, una Granada della Magna Grecia, per raggiungere un freddo e nebuloso borghetto fatto di 3 case messe in croce. La dolente fatica della dipartita, un amore borghese e impossibile da gestire a distanza, il dovere della pedagogia, la voglia di farsi una nuova vita. Giorgia Cecere riesce a rendere tutto ciò grazie ad una regia mai banale (c’è un’estrema ma non virtuosistica varietas nelle posizioni della mdp) e ad una colonna sonora da far west annacquato mischiato ad una chiatarra strimpellata da pizzica malinconica.

E’ evidente l’influsso che Olmi e Amelio hanno avuto sulla Cecere. Ma non è un nudo e crudo copia e incolla dai due maestri. Da Olmi ha ereditato quel fare descrittivo dal gusto lirico tra campi, cavalli, letti cigolanti, porte col chiavistello (L’albero degli zoccoli). Da Amelio quell’occhio di riguardo pregno di affetto materno e sottile empatia nei confornti dei piccoli protagonisti (Il ladro di bambini). Ma la soluzione finale è personalissima, affascinante, lentamente coinvolgente. Frutto già maturo di un cinema che ha ancora qualcosa da dire e che pesca oltre i confini italiani, come nel Non uno di meno di Zhang Yimou. Il primo incarico? Buona la prima!

Voto: 7,5

 

La nostra vita: l’Italia che soffre e lavora

Visceralmente italiano. Dietro un titolo oneroso e ingombrante, La nostra vita misura i battiti dell’Italia del nostro tempo. La sicurezza sul lavoro (nero), il rapporto con gli extracomunitari, la nascita di un nuovo proletariato, gli “impicci” dell’edilizia, la famiglia, la paternità e la cura dei figli. Senza (s)cadere nel film di denuncia e senza morali o ideologie morettiane/guzzantiane di fondo, Daniele Luchetti racconta tutto ciò con stile asciutto, andando oltre l’orizzonte della crisi economica. E lo fa concentrandosi su una storia individuale dai risvolti universali.

Elio Germano, one man film, dà magistralmente gambe e carattere al personaggio di Claudio, consacrandosi come vera punta di diamante della nuova generazione di attori made in Italy. In Claudio c’è tutto il paese reale, l’operaio che s’industria per diventare, o quanto meno sentirsi, un borghese piccolo piccolo. Un uomo che, nonostante l’infausto destino, non è mai realmente cattivo. Rabbioso, intenso, ma non cattivo. Un uomo dall’indole rock che da buon gladiatore non si arrende mai e porta avanti la sua vita spericolata. Orgoglio, onore, rispetto, amore, disagio, determinazione. Tutti questi sentimenti passano attraverso gli occhi sempre tesi e lucidi di Germano. Tutt’altro rispetto all’anima fragile di cui parla Vasco Rossi nella canzone amata e cantata a squarciagola dalla giovane coppia. Ma “la vita continua anche senza noi” e non c’è tempo per le lacrime né per Claudio né per il pubblico. Meritatissimo quindi il premio come miglior attore a Cannes 2010.

Ancora una volta, il regista de Il portaborse si avvale alla sceneggiatura dell’accoppiata Rulli-Petraglia. Ma i due non sono in grado di confezionare un congegno perfetto come invece era accaduto per il precedente Mio fratello è figlio unico. Dopo un inizio brillante, che ben illustra la costruzione di un giovane idillio familiare, smarriscono per strada alcuni fili potenzialmente interessanti, che, scomparendo, tolgono energia al film. Uno su tutti il rapporto con i figli, quella volontà di Claudio di renderli autonomi prima del tempo e di risarcire con il materiale ciò che risarcibile non è: l’affetto della madre. Anche su quest’ultima (Isabella Ragonese) non avrebbe certo guastato qualche minutino in più, non tanto prodigato all’elaborazione del lutto, quanto al ricordo.

Con ruvido realismo Luchetti (stra-meritevole del premio alla miglior regia ai David di Donatello 2011) guarda i suoi personaggi negli occhi, non dall’alto in basso, senza deformarli. La claustrofobica regia indugia ossessivamente su volti e corpi che saturano il campo, così stretta da lasciare minimi spiragli alla periferia e meno di zero al centro della Capitale. La macchina a spalla, con i suoi lunghi e mossi piani-sequenza, mette a fuoco l’instabilità della vita e del lavoro nel tempo odierno in un risultato paragonabile a quello ottenuto da Silvio Soldini in Giorni e nuvole.

Concludendo, La nostra vita, pur con alcune sbavature, è un film sincero, genuino, che ottiene la palma di essere uno spartiacque in quel genere indefinito che descrive l’Italia contemporanea.

Film 2011, in arrivo “Il giorno in più” di Fabio Volo

Il giorno in più di Fabio Volo sarà un film. Anzi, è già un film. Perché le riprese, dirette da Massimo Venier (Generazione 1000 euro e gran parte delle pellicole col trio Aldo,Giovanni e Giacomo), si sono concluse e il film è pronto per uscire nelle sale nel 2011.

Il libro, uscito nel 2007, è ben presto diventato un cult, anzi è forse meglio dire un best seller, avendo venduto circa un milione di copie. Fabio Volo aveva precedentemente pubblicato altre piccole perle letterarie come Esco a fare due passi, E’ una vita che ti aspetto, Un posto nel mondo. Sarà ovviamente proprio lui ad interpretare il protagonista, Giacomo Bonetti, che un giorno sul tram incontra una ragazza (che sarà interpretata dalla splendida Isabella Ragonese). Ed è colpo di fulmine. Dopo un periodo d’esitazione la invita a prendere un caffè e lì scopre che… cosa scopre non lo dico! Per chi ha letto il libro non sarà una novità, ma per chi non lo ha fatto non toglierò il gusto di andare al cinema! Siamo di fronte però ad una storia semplice, quotidiana. Così semplice e quotidiana da essere straordinariamente vera e coinvolgente.

 

Nel cast del film, girato tra Milano e New York, ci sono anche Stefania Sandrelli, Roberto Citran e Luciana Littizzetto. Insomma, Il giorno in più in celluloide ha tutte le carte in regola per bissare il successone del libro! Ecco una foto dal set…