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Esclusivo! Intervista a Stefano Lodovichi, regista di “Aquadro”. Seconda parte

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Ecco la seconda parte dell’intervista fatta a Stefano Lodovichi, regista di Aquadro. Parleremo dei due attori protagonisti, della scelta di Bolzano come location del film, dello stile registico e di come Aquadro nasca come web movie. Buona lettura!

I due bravissimi interpreti principali, Maria Vittoria Barrella (Amanda) e Lorenzo Colombi (Alberto), sono attori non professionisti. Come e dove li hai trovati?
In effetti i due ragazzi rappresentano parte del cuore del film. Senza di loro “Aquadro” non sarebbe stato così, e probabilmente la grande forza del film, come dicevo prima, sta proprio nell’onesta con la quale tutti noi abbiamo vissuto questa esperienza, loro in primis. Maria Vittoria Barrella viene dal teatro, quindi non si può dire che non fosse una professionista, ma semmai che fosse un’esordiente nel cinema, a differenza di Lorenzo Colombi, che invece ha esordito a tutti gli effetti come attore. Ventun anni lei, diciannove lui. Lavorare con loro, trovati entrambi a Bolzano (Maria Vittoria è di Trento), è stata un’esperienza meravigliosa: fin da subito si sono messi nelle mie mani e mi hanno fatto scoprire aspetti dei miei personaggi che non avevo considerato.

Perché hai scelto Bolzano come location del tuo film?
Con Davide cercavamo una piccola città di provincia che rappresentasse un’Italia non troppo canonica e l’abbiamo trovata proprio sul confine. Bolzano rappresenta perfettamente un’Italia protesa verso l’Europa, verso un futuro che volevo assolutamente evidenziare. Muoversi sul confine era inoltre utile per raccontare il passaggio da uno stato a un altro: simbolicamente da un’età a un’altra (dal periodo dell’adolescenza a quello dell’età adulta). Esteticamente era poi caratterizzata da un dualismo meraviglioso: la città ricca di contrasti (centro storico di stampo tirolese e periferia stilisticamente riconducibile al periodo fascista) e il paesaggio naturale puro, incontaminato, verde e vivo.
Questo contesto era perfetto per “Aquadro”, e non è un caso che dopo i primi sopralluoghi di due anni fa, una volta di ritorno a Roma, abbiamo scritto la prima stesura della sceneggiatura in due settimane. Quella stessa stesura che poi è arrivata finalista al Solinas Experimenta e che ha innescato tutto quanto il meccanismo produttivo.

Molti passaggi densi di personalità registica (vedi l’ampio uso del rallenty), l’attento studio della fotografia e dei colori, una colonna sonora giovane ed eclettica, mi hanno ricordato la splendida versione cinematografica de La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo.
Fin da subito sapevo perfettamente che questo film avrebbe vissuto di tutti quei problemi che accompagnano le piccole produzioni a bassissimo budget. Così con Tommaso Arrighi, che ha prodotto “Aquadro” per la Mood Film, ho cercato di impostare una regia (e una preparazione) che fosse settata sui vari paletti produttivi, così da renderli un punto di forza e non una limitazione. La scelta delle ottiche in rapporto allo spazio e alle comparse che potevamo avere a disposizione, lo studio della palette cromatica in base ai caratteri dei personaggi e alle situazioni che andavamo a raccontare, così come la preparazione di ogni singolo reparto, erano tutti aspetti di una direzione unica, studiata per la creazione del linguaggio “Aquadro” e perfezionata con i capireparto.
Con loro, ma anche con gli attori, ho impostato un lavoro che avesse come punto di partenza suggestioni e references ben precise: ricordo di aver mostrato estratti di film, singoli frames, fotografie, quadri e altro ancora. E lo ricordo sicuramente come uno dei momenti più belli di tutta la lavorazione, in cui potersi confrontare con professionisti miei coetanei, e attingere anche dalle loro suggestioni e dai loro suggerimenti. In quei giorni mi sono accorto che “Aquadro” stava nascendo e che stava prendendo la stessa forma nella testa di tutti quanti.

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Ci sono dei registi ai quali ti sei ispirato?
Per gli attori ricordo di aver lavorato sulla naturalezza di alcuni grandissimi giovani interpreti (tutti stranieri). Abbiamo visto estratti di serie tv (tra le tante c’erano “Girls” e “Skins”) e di film di Van Sant e Larry Clark. Ma ogni film era momento di confronto con i ragazzi, e scambio di pareri (ricordo che in quei giorni al cinema c’era “Reality”, e con Maria Vittoria abbiamo parlato molto del lavoro di Garrone con gli attori). Anche con gli altri della troupe parlavamo spesso di quei film o di quelle serie tv che mi hanno ispirato di più per “Aquadro”, esteticamente e non solo. Parlavamo spesso di “Paranoid park” e di “Elephant”, ma anche di altri film (in particolare il cinema di Sam Mendes, P.T. Anderson e Wong Kar Way), di “Boardwalk empire”, di “Mad Men”, di “The Walking dead”, e ogni suggestione visiva (anche se apparentemente aliena al nostro lavoro) era ottima per far capire di più qualcosa, come lo studio dei colori, i movimenti dei personaggi nello spazio in rapporto alla macchina, l’illuminazione di certe scene, gli stessi movimenti di macchina, o certe volte servivano anche soltanto a conoscerci di più.

Aquadro è strettamente collegato al suo essere web movies, proprio come impone Rai Cinema per il progetto di cui fa parte anche il tuo film. Questo significa che non uscirà mai in sala, neppure “on demand”?
“Aquadro” è un film scritto per essere fatto. Adesso vive sul web, ma se andasse in sala non ci sarebbe niente di male e non sfigurerebbe, perché le differenze tra web e sala adesso riguardano unicamente il pubblico che le frequenta: in sala l’età media si è alzata per via di un costo che con il tempo porta a tagliar fuori una fetta di pubblico più giovane che non può permettersi di andare al cinema assiduamente. E internet adesso, con lo streaming e il download più o meno legale (più “meno” che “più”), sta nutrendo un pubblico enorme affamato di cinema.

Internet è quindi futuro e rovina del grande schermo?
Tra cinema e web ci sono differenze linguistiche, ma in generale il fatto che un prodotto audiovisivo vada sul web non significa che debba costare meno o essere realizzato con minore attenzione che se andasse in sala (uno dei tipici errori italiani). Essere distribuiti online significa confrontarsi con un pubblico vasto, a tratti potenzialmente più spietato di quello della sala (anche perché anonimo, nascosto dietro un nickname), educato dai vari canali (youtube e vimeo tra i famosissimi) dove poter vedere video di tutti i tipi e di tutte le qualità. Se imparassimo che la sala e il web possono coesistere, forse non soltanto il mercato potrebbe riaprirsi un po’, ma magari l’evoluzione narrativo-linguistica dell’audiovisivo del nostro paese potrebbe evolversi più rapidamente e tornare a raccontare storie attuali con linguaggi attuali.

Esclusivo! Intervista a Stefano Lodovichi, regista di “Aquadro”. Prima parte

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In esclusiva per Onesto e Spietato, ecco un’intervista a Stefano Lodovichi, regista di Aquadro, film del quale ha già parlato in questo post. In questa prima parte parliamo di chi è Stefano Lodovichi, di come è nato il progetto Aquadro e cosa lo contraddistingue, di genitori assenti e voglia di fuga nell’Italia di oggi. Buona lettura!

Esordio al lungometraggio a nemmeno 30 anni, il bel corto Dueditre, la partecipazione a Il pranzo di Natale di Antonietta De Lillo. Insomma, Stefano Lodovichi outsider e enfant prodige che abbassa l’età media, e alza la qualità, del debutto nel cinema in Italia.
Non mi sento un enfant prodige, ma è vero che in Italia riuscire a esordire sotto i trenta è complicato. E lo è ancora di più se ti catapulti dalla provincia alla capitale con la speranza di farcela, senza conoscenze o scuole specialistiche del settore alle spalle. Però se questo è vero, è anche vero che in altri contesti internazionali l’esordio in media arriva abbondantemente prima dei trenta, e credo che per alzare la qualità media del nostro cinema dovremmo confrontarci non tanto con la nostra industria, con il “nostro orticello”, ma con quello senza confini del cinema in generale: puntare a un pubblico internazionale, a raccontare storie e tematiche senza confini geografici.

Come ti sei avviato al cinema?
Ho iniziato ad amare il cinema da piccolo, da spettatore (come tanti altri della mia generazione, in casa io e mio fratello guardavamo di tutto, dalla commedia all’italiana agli spaccatutto americani degli anni ’80). Poi ho iniziato a studiare critica all’Università di Siena e in contemporanea facevo esperienza sui set che passavano dalla toscana (Falaschi, Virzì, Winick, Colla…). Piano piano mettevo insieme l’esperienza dei vari reparti con quella di filmaker di corti, spot e video, e con gli anni (dopo dieci anni di esperienza), sono arrivato al mio primo film.

Aquadro racconta una storia d’amore tra adolescenti sullo sfondo di un mondo scolastico usuale e di una compagine genitoriale assente. Tanti cliché visti e rivisti nel cinema nostrano e non solo. Nonostante questo il tuo film sa smarcarsi. Hai mai avuto paura, o voglia, di “deviare” verso un film “consueto”? Cosa contraddistingue Aquadro?
Certo che ho avuto paura, ma un primo passo per superare i rischi è stato fatto in scrittura. Con Davide Orsini (lo sceneggiatore che ha scritto con me “Aquadro”) ho cercato di tamponare il più possibile questi problemi, e devo dire che la sua esperienza mi ha trasmesso sicurezza in una fase, quella di scrittura, che per me era nuova (era la prima sceneggiatura “lunga” per me). Io e Davide venivamo da due esperienze proficue in breve tempo (il doc breve “Figli di dio”, parte di “Pranzo di Natale”, andato al Festival di Roma, e il film-documentario “Pascoli a Barga”, mediometraggio di docu-fiction commissionato sul centenario della morte di Giovanni Pascoli), e probabilmente la fiducia reciproca maturata in quelle esperienze ci ha preparato a lavorare bene e rapidamente su “Aquadro”.
Una volta in fase di riprese, dopo avere chiuso il casting e la troupe, ho capito che la direzione da seguire era chiara, e credo che l’onesta con la quale ho cercato di raccontare questa storia abbia contraddistinto il film: prima, durante le riprese e dopo in fase di montaggio.

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Alberto impara a cucinare da solo tramite video tutorial sul web, così come Amanda a indossare un assorbente interno. Internet si sostituisce a genitori latitanti, confinati nel tuo film in voci fuoricampo, come entità invisibili. La Rete è papà e mamma per le nuovi generazioni? Forse però anche un po’ “padre padrone” o “cattivo padre”…
L’educazione delle nuove generazioni passa sempre di più dal web e questo riguarda ogni aspetto della vita: cucinare, farsi la barba, conoscere il sesso o anche creare una bomba artigianale. Il web è un mare magnum nel quale può essere semplice perdersi se non si ha un’educazione critica di base che possa aiutarti a capire dove sia il limite tra giusto e sbagliato, tra utile e dannoso. In tutto questo i genitori, gli insegnanti, gli adulti in generale, vivono distanti dal quotidiano dei figli, in un fuori campo generato da loro stessi in una sempre più rapida evoluzione tecnologica. Giorno dopo giorno il gap s’ingrandisce e credo che situazioni come quella che raccontiamo in “Aquadro” saranno, non soltanto sempre più frequenti, ma vissute addirittura con minor pudore.

Amanda e Alberto fuggono, per amore, verso il confine. Ma giunti alla decisione se rimanere “fuori” o meno, battono in ritirata, seppur forti di farlo insieme. Incarnano il desiderio, che spesso non trova compimento, dei giovani d’oggi di fuggire dall’Italia e dalla famiglia?
La nostra generazione è quella della grande fuga. Non so se quella di Alberto e Amanda sarà come la nostra, ma è possibile che reagirà alle difficoltà della maturità, del periodo universitario e lavorativo, in modo differente. Probabilmente la generazione nata a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta ha vissuto in modo anarchico, reazionario, il bisogno di libertà identitaria e culturale, e forse la nostra rabbia non verrà capita dalla generazione di Alberto e Amanda. Per loro probabilmente andare via non sarà così drammatico, ma sarà parte di una formazione più liquida, senza troppi confini e senza troppi impegni.

Tra un paio di giorni la seconda interessantissima parte dell’intervista… to be continued! :D

Esclusivo! Intervista a Marco Righi, regista di “I giorni della vendemmia”. Seconda parte

Ecco la seconda parte dell’intervista fatta a Marco Righi, regista di I giorni della vendemmia. Questa volta parliamo di come il film è stato prodotto e distribuito, del tour che lo ha condotto con successo in tutta Italia e degli attori protagonisti… ma non solo!! Buona lettura!!

Parliamo ora della produzione e della promozione del film. In principio le copie erano solo tre. Poi ci sono stati molti festival e un’avanzata inarrestabile sala dopo sala, esercente dopo esercente. Come è avvenuto e quanto è stato importante l’incontro con la tua produttrice Simona Malagoli?

Ci sarebbe tanto da raccontare, è stato un processo lungo, a volte frustrante, altre volte invece eccitante. Simona e io lavoravamo nella stessa azienda (un’agenzia di comunicazione) dove lei era la produttrice esecutiva e, successivamente, responsabile del reparto video. Non s’interessava minimamente al cinema. Le ho proposto un soggetto – nonostante tutto – chiedendole di aiutarmi. Lei ha accettato inizialmente per farmi un favore personale credo, in seguito ha capito che il film valeva e (grazie a più di 20 festival) poteva uscire in sala. Adesso me lo sta anche distribuendo: è bravissima. Senza di lei non avrebbe questa visibilità.

Il film è stato girato in sole due settimane interamente in digitale. Quali sono stati i vantaggi? Ma soprattutto, è stata una scelta voluta o hai fatto di necessità virtù?

Sicuramente è stata una scelta obbligata, per cui non c’era nemmeno il margine di fermarsi a comprendere. I costi della pellicola (in fase produttiva) sono insostenibili per delle produzioni realmente indipendenti. Certo a me il digitale non dispiace, ti permette di girare di più e più velocemente con ottimi risultati.

In questi mesi di tour attraverso l’Italia, da Udine a Catania, hai certamente fatto tesoro di un enorme bagaglio di esperienze ed emozioni. C’è un commento, complimento o critica di un comune spettatore, giornalista o esercente che ti ha particolarmente colpito?

Sì, tantissimi! Uno spettatore a Reggio Emilia, alla quarta settimana di programmazione, retoricamente ha detto: “Dovresti chiederlo a noi perché il tuo film sta avendo questo seguito? Perché è vero, è reale il tuo lavoro. Avevo l’età di Elia in quel 1984 e ho provato – stasera – quelle stesse emozioni che provavo allora tra i campi: grazie”. Mi sono quasi commosso, mi ha davvero lusingato.

E un aneddoto divertente o significativo che ti fa piacere raccontarci?

Ce ne sono non pochi… divertente è il fatto stesso che spesso giriamo con le pizze sotto il braccio direi!

Passiamo ora agli attori, ai due interpreti principali. Come hai “arruolato” Lavinia Longhi e Marco D’Agostin? 

Lavinia l’ho conosciuta sul set di un cortometraggio di un amico, trovavo il suo volto anacronistico e ciò si confaceva con quello che stavo scrivendo. Una mattina a Milano le ho proposto lo script e lei ne è rimasta entusiasta. Marco invece è arrivato casualmente, avevo in mente per la parte un ragazzo, un vero adolescente, ma che si tirò indietro due mesi dall’inizio delle riprese. Un cast veloce su internet, qualche provino: eccolo spuntare! Doti innate, una fisicità che mi interessava (che cercavo per la parte), un’educazione vocale matura… ho subito pensato che fosse la persona più idonea.

Tra i soli 10 attori del tuo film, c’è anche tua nonna. Come è stato convincerla a “posare” davanti alla macchina da presa? E quanto l’inserimento di un tuo familiare è funzionale alla storia e al tuo “sentire” il film?

Tanto, me ne accorgo – paradossalmente – ogni giorno di più… restituisce maggiore credibilità alla pellicola. Mi piace ci sia lei, mi ha agevolato, è stata una scelta spontanea e lei aggiunge proprio questo credo: spontaneità al film.

Ultima domanda. Guardiamo al futuro. Hai già nuovi progetti in cantiere? Stai già lavorando ad un nuovo soggetto o ti sono giunte proposte interessanti? 

Dopo molto che andavo cercando, ho finalmente, da pochi giorni, scritto qualcosa che mi convince di nuovo, come un tempo “I giorni della vendemmia”. Vorrei diventasse il soggetto per il mio prossimo film. Ci lavoro e incrocio le dita!

 

A questo punto non ci resta che andare a vedere il film! L’appuntamento è per domani sera, giovedì 19 luglio ore 21.15, presso il cinema Il Portico di Firenze. Maggiori info QUI.

Esclusivo! Intervista a Marco Righi, regista di “I giorni della vendemmia”. Prima parte

Cari amici, in attesa dell’anteprima fiorentina di questo giovedì 19 luglio al cinema Il Portico (maggiori info QUI), ecco in esclusiva un’intervista realizzata con Marco Righi, regista di I giorni della vendemmia. In questa prima parte ci racconta di come è nato il film, delle sue tematiche dominanti, di Enrico Berlinguer e… non rivelo altro! Per la “seconda puntata” dovrete aspettare solo 24 ore, domani mattina infatti sarà online.

Buona lettura!

Cominciamo con le presentazioni: Marco Righi, classe 1983, reggiano. Qual è la tua formazione e come ti avvicini al mondo del cinema?

Mi avvicino in maniera abbastanza naif, per gioco, mettendo in scena fin da ragazzino delle piccole cose. Ho studiato da perito meccanico, quale sono, poi ho fatto due corsi: regia e montaggio, entrambi a Milano.

I giorni della vendemmia è il tuo film d’esordio. Come e quando nascono soggetto e sceneggiatura? E quanto c’è di auto-biografico, e inventato, in questa tua opera prima ambientata nella tua terra d’origine?

Recentemente ho letto questa frase di Federico Fellini: “Sono autobiografico anche quando parlo di una sogliola”. Mi ha fatto ridere, un po’ credo sia così… “I giorni della vendemmia” non è un film autobiografico (sono nato nel 1983) ma sicuramente è un lungometraggio personale. La differenza? Ci sono delle esigenze e delle priorità sotto mentite spoglie; difficile da decifrarle anche per me.

Il comunismo, il cattolicesimo, la provincia, la famiglia. Tanti i temi presenti nel tuo film. Possiamo parlare di opera tematicamente corale o ce n’è uno che spicca sugli altri (o che in principio volevi far risaltare)?

Non poi così corale. “I giorni della vendemmia” doveva essere – ed è – innanzitutto la storia di Elia, della sua educazione sentimentale. Come ha scritto bene Enrico Palandri su Rolling Stone: “Religione e politica sono contorni”.

On screen una giovane bella e sensuale, un’assolata e idilliaca ambientazione rurale, un’educazione sentimentale, come anche tu hai appena detto. Tutti aspetti che ricordano Io ballo da sola di Bernardo Bertolucci. A quali grandi maestri del cinema italiano e internazionale ti sei ispirato per girare questo tuo film?

A costo di essere ridondante devo ammettere che più che a maestri di cinema mi sono ispirato a una certa letteratura. Questo perché in prima istanza volevo portare delle sensazioni/atmosfere sullo schermo che respiravo in certi testi o romanzi di cui mi premeva, come in Pier Vittorio Tondelli. Della cinematografia c’è tutto quello che una persona ha visto in passato, che appartiene alle sue visioni, a un suo background culturale. Non c’è però un accanimento su nessuno autore filmico o regista in particolare.

Sul grande schermo vediamo anche Enrico Berlinguer. Quale la sua funzione nell’intreccio filmico? E possiamo interpretarlo anche come “veicolo” di un certo sentimento nostalgico verso un modo di fare politica vicina alla gente che oggi sembra non esistere più?

Sì, certamente… questa interpretazione è sicuramente una sottotrama di qualcosa, ci sono diverse piccole parentesi che si chiudono all’interno del film, proprio perché ogni personaggio ha una sua caparbietà. Per un film la struttura più importante rimane sempre quella narrativa, in questo Berlinguer mi, diciamo così, serviva a descrivere meglio la psicologia di un personaggio, che nel film è il padre di Elia: William.

Domani la seconda parte dell’intervista… to be continued!!

Esclusivo! Intervista a Bonifacio Angius, regista di “SaGràscia”, nelle sale dall’11 novembre

Oggi 11 novembre esce nelle nostre sale SaGràscia, opera prima del giovane e talentuoso regista sardo Bonifacio Angius. Onesto e Spietato lo ha intervistato. Ecco cosa ci ha raccontato!

Innanzitutto Bonifacio grazie di concederci quest’intervista. Ma partiamo con le presentazioni: chi è Bonifacio Angius? Ho letto che hai frequentato a lungo anche Firenze, e da fiorentino la cosa mi incuriosisce. Qual è quindi la tua formazione cinematografica?

Ho vissuto a Firenze per circa sei anni, studiavo psicologia all’università e nel frattempo frequentavo il corso di recitazione cinematografica nella scuola “Immagina”. Anche se ho intrapreso diversi studi riguardanti la cinematografia mi considero un autodidatta e credo che per capire i mestieri del cinema bisogna scontrarsi con i problemi concreti che riguardano la produzione. Ho iniziato con una camera da turista girando con gli amici al di fuori della scuola. Sono sempre stato un grande appassionato, a quattordici anni riuscivo a vedere anche cinque o sei film in una giornata.

SaGràscia si muove tra sogno e realtà, morte e vita, ricordo e preghiera. Come è nata l’idea alla base del soggetto?

Un giorno di tre anni fa stavo rovistando tra le vecchie foto di famiglia. Dentro una scatola di latta ce n’erano alcune vecchissime, in bianco e nero. In una di queste c’era mio padre. Era bambino, era in piedi sull’uscio della casa dei miei nonni a Villanova Monteleone, indossava un saio da fraticello, aveva la testa fasciata e due occhi grandi, sbarrati, pieni di paura. Incuriosito dall’immagine ho chiesto a mio padre che stesse facendo nella foto e lui mi ha raccontato una storia. La storia di un bambino che cade dalle scale, se la vede brutta, rischia davvero di morire, sopravvive e viene mandato a ringraziare Sant’Antonio per non essere morto. In quella foto mio padre stava uscendo di casa per iniziare il suo pellegrinaggio. Ai miei occhi era terribile pensare a questo povero bambino costretto a ringraziare un santo che neppure conosce, per non averlo fatto morire. Comunque, mio padre non era morto, ho pensato. Ma se fosse morto? Io non ci sarei stato, ho pensato. A partire da questo ragionamento è nato il film. Inizialmente, l’idea sembrava buona per un cortometraggio. Poi, un po’ per caso, un po’ per volontà non detta, un po’ perché ha prevalso in maniera naturale su chi scriveva la necessità di rappresentare un viaggio più interiore che esteriore e perciò lungo e contorto, di restare attaccati alla voglia di vita del protagonista, il cortometraggio è diventato un lungometraggio. Il viaggio del bambino è diventato anche il nostro viaggio, la nostra scoperta progressiva di porte da aprire, di ostacoli da superare, di stanze da vivere, di persone da conoscere. Il viaggio è diventato un film, SaGràscia.

Nel tuo film, tra gli attori, non ci sono volti noti. Come e dove hai “reclutato” il cast artistico?

Gli attori del film sono per la maggior parte non professionisti, presi dalla strada, praticamente reclutati tra gli abitanti di Ploaghe, il paese in cui è stato girato il film. A questi si aggiungono Pietro Pittalis e Stefano Deffenu attori più navigati, già protagonisti di alcuni miei corti. Pietrino e Stefano sono attori straordinari e sicuramente torneremo a lavorare insieme. Giuseppe Mezzettieri, il bambino protagonista, lo conobbi sul set di un mio corto, “In sa ‘ia”, mi è sembrato da subito una forza della natura, un bambino sveglio, intelligentissimo, monello. Poi ci sono Domenico Montixi e Francesca Niedda; Domenico ha un talento esagerato, Francesca è una mia carissima amica, una sorella, ed è stata fondamentale perché era l’unica attrice che riuscivo a vedere per il ruolo di Angela.

Tre lunghi anni di lavorazione per uno splendido  film low budget autoprodotto e costato solo 15 mila euro. Quanto è stato difficile portare a termine e in sala questa tua opera? E come sei venuto in contatto con Distribuzione Indipendente?

Realizzare questo film è stato un incubo, l’ho sognato tutte le notti per più di tre anni. Se mi mettessi a raccontare tutte le difficoltà che abbiamo avuto rischierei di annoiarti, dunque meglio chiuderla qui. Il primo contatto con Distribuzione Indipendente è avvenuto in spiaggia:  ero seduto sul mio asciugamano in mezzo alla folla, ad un certo punto ho sentito il telefono squillare, era Giovanni Costantino di Distribuzione Indipendente ed il film gli era piaciuto.  Allora abbiamo iniziato.

Non il solito film domestico all’italiana, ma una pellicola che mischia i generi e vi sfugge. Hai mai temuto, in corso d’opera, di aver intrapreso una strada troppo ripida, con scelte contenutistiche e stilistiche che il grande pubblico avrebbe rischiato di non comprendere?

Si, ho avuto paura, ce l’ho anche adesso. Credo però che il cinema debba essere realizzato da artisti veri. Se un vero artista possiede passione e amore verso la propria creazione non credo che debba scendere a compromessi e cambiare per farsi piacere dal grande pubblico, perchè a quel punto si trasformerebbe in qualcos’altro.

Folklore e religione, fioretti e preghiere, ritmi zigani e ringraziamenti urlati ai crocefissi. Come credi che sia oggi il rapporto degli italiani con la religione cattolica? E, se posso chiedertelo, il tuo qual è?

In tutti noi, che ci piaccia o no, alberga un sentimento religioso, sia che si viva in Italia, in Cina, in America o in India. Non saprei dirti quale sia il rapporto degli italiani con la religione cattolica, per quanto mi riguarda credo nel Dio caotico e confuso che ha creato la vita.

Guardiamo al futuro. Il dopo SaGràscia cosa prevede? Hai già in cantiere nuovi progetti? Ci puoi dare un’anticipazione?

Il prossimo film si chiamerà Perfidia e racconta di un uomo di circa trent’anni con grosse difficoltà ad adeguarsi al mondo che lo circonda. Ma su questo non vorrei raccontare troppo per scaramanzia.

Bonifacio, grazie mille per questa intervista. E in bocca al lupo per il tuo film!  

Grazie mille a te!!!

Esclusivo! Intervista a Massimo Martelli, regista di “Bar sport”. Seconda parte

Ecco la seconda parte dell’intervista fatta a Massimo Martelli, regista del film Bar Sport, in sala da venerdì 21 ottobre. Buona lettura!

Ampliamo un po’ il raggio d’onda. Il bar è un tema che il cinema italiano ha proposto di recente e con successo in Radiofreccia di Ligabue e Gli amici del bar Margherita di Avati. Non hai avuto, in corso d’opera, il timore di star realizzando qualcosa di “già visto”? O il fascino del Bar Sport è così smisurato da non esserti posto questo interrogativo?

Bar sport è un’altra cosa, è la voglia del tornare a raccontare e ascoltare storie. È lo sviluppo visivo di una scrittura comica che ha aperto un varco a quello che è stata la grande comicità e i grandi comici degli anni ‘80/’90. Gli ingredienti del mio film sono totalmente diversi da quelli di Liga e di Avati. E poi loro la Luisona non ce l’hanno.

Tu e i due registi primi citati (Luciano Ligabue e Pupi Avati) siete tutti nati tra Bologna e Reggio Emilia. Possiamo affermare che per emiliani e romagnoli il bar è un must, qualcosa che vi scorre nelle vene, che fa parte del vostro Dna?

Noi emiliani siamo dei provinciali, nel senso bello del termine, possiamo andare ad abitare a Tokio ma alla fine diamo il meglio quando parliamo della nostra terra. Amiamo raccontare storie e avere qualcuno che le ascolti. Siamo abituati a stare nelle piazze e nei bar a parlare. Abbiamo i portici che ci proteggono dal freddo e dalla pioggia e lì trovi sempre capannelli di gente che discute. Il mito dell’osteria bolognese è reale ancora oggi, da generazioni gli studenti vi si ritrovano. Siamo una regione che accoglie ma nella quale però è difficile rimanere, dove è difficile crescere e per questo la si abbandona, e con lei le piazze, le osterie e i bar.

Soffermiamoci su questo “abbandono”. Negli anni Duemila il bar, schiacciato dall’avvento dei social network, sembra aver perso quel ruolo di catalizzatore di incontri che aveva un tempo. Secondo te, il bar è davvero passato di moda?

Facebook e Twitter sono i nuovi bar, ma molto pericolosi perché attuano una socializzazione che a volte riesce a materializzarsi, il trionfo di Pisapia a Milano è opera dei social network, ma il più delle volte tutto si ferma alla chiacchiera virtuale priva di contatto. Amo i blog e la rete, li vivo in quanto propagatori di novità intelligenti ma voglio sperare che non sostituiscano totalmente la socialità, l’incontro, il confronto e lo scontro reale. Mi dicono che “Bar Sport” è anche un film poetico, e se lo è, è proprio per questo, perché evidenzia il piacere dello stare insieme, del vivere avventure comuni, del raccontare e raccontarsi.

La prima volta che ci siamo sentiti m’hai detto di frequentare molto siti e blog per informarti, preferendoli alla canonica informazione dei giornali. Come vedi il mondo della critica web “non ufficiale” e gli sviluppi del cinema “a portata di computer”?

Siete più liberi, privi di filtri quindi più divertenti e, lasciamelo dire, più utili. È più facile scoprire qualcosa con voi che sui giornali. A volte esagerate nel Ghezzismo, nel cercare di trovare uno spazio che vi differenzi, ma in generale si respira un’aria nuova rispetto all’informazione canonica e a quei libroni inutili pieni di stellette date a film non visti o visti da qualcun altro che riferisce. Amo il cinema e amo chi lo ama, siete gli ultimi veri cinefili.

Massimo, grazie davvero e in bocca al lupo per il tuo Bar Sport!

Grazie a te per l’accoglienza e lo spazio.