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“Nella casa”. Lo sguardo di Ozon

Nella Casa

Il morboso piacere di scrivere, e di leggere. Questo il demone bifronte che possiede Claude (Ernst Umhauer), sedicenne studente del Liceo Flaubert di un’ignota cittadina francese e il suo professore di letteratura, Germain (Fabrice Luchini), mancato scrittore che non si rassegna a trovare virgulti di talento nelle penne dei suoi alunni. Nato con un fine nobile e di circoscritto buon senso, il gioco “epistolare” tra i due prenderà però velocemente una brutta piega, dove morte e tradimento (quasi incesto) sembrano pronti a spuntare all’alba di un nuovo capitolo.
Lontani dai candori di film riconcilianti sul rapporto insegnante-alunno come L’attimo fuggente, Francois Ozon ci conduce fuori strada, a spiare (anche troppo!) il fascino discreto (ma non troppo!) della borghesia, in una girandola di eventi nella quale esitiamo a comprendere se siano “veri” solo sulla carta o anche nella realtà. Nella casa punta quindi dritto su un unico tema: la scrittura come frutto dell’osservazione e/o dell’immaginazione. Ma dove comincia l’una e finisce l’altra? Ozon, dietro personaggi imberbi e frustrati, mostra tutto il piacere d’essere “voyeur”, consegnandoci una pellicola torbida e claustrofobica, proprio come il titolo stesso annuncia.

Con risvolti da thriller per un plot che non si sente dramma da camera, il regista francese estrapola dall’ordinario quella sottesa componente dark, noir, malsana, dove l’eccitazione suscitata da poche righe scritte si tramuta in scandalosa realtà.
Ma lo spettatore, oltre a sbirciare nella casa proprio come Ozon e il giovane Claude, che fine fa? Rimane al centro di quel “giro di schiaffi”, domanda e offerta, che caratterizza l’arte in genere, la letteratura come il cinema, dove l’autore/regista è sballottato tra le aspettative del lettore/spettatore e le esigenze dell’editore/produttore. Rimane nel mezzo, appunto. Straniato, disorientato, non convinto se questo romanzo/film gli sia davvero piaciuto.

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Il tempo che resta (2005)

Secondo tassello della cosiddetta “trilogia del lutto” cominciata con Sotto la sabbia (2000) e chiusasi egregiamente con Il rifugio (2009), Il tempo che resta è un’opera forte e delicata, sofferente e stoica. Con fare asciutto e toccante il regista francese affronta nuovamente il tema della morte, in questo caso vicina, vicinissima, più che mai inevitabile e non procrastinabile. Il cancro che logora Romain è un Tempo che scorre via senza impedimenti. E l’ironia della sorte (e del cinema) vuole che colpisca un fotografo, ovvero colui che per passione e professione è abituato a fermare il panta rei della vita, ad immortalare l’attimo per renderlo eterno. La malattia infrange tutto ciò, relegando la vie in scatti da fotocamera digitale che forse mai verranno stampati per non ingiallire, deperire, morire anch’essi.

La fine (quasi) imminente spinge Romain (un poetico e mai patetico Melvil Poupaud) a mettere ordine nella sua vita. E’ così che riscopre il calore di un abbraccio col padre (un intenso e moderato Daniel Duval) o trova affetto e protezione nel dormire nello stesso letto con la cara nonna (una magnifica Jeanne Moreau) proprio come faceva da bambino. Ed è all’infanzia che torna continuamente la sua mente. Si rivede innocente e riccioluto più e più volte: allo specchio, nei giochi dei bambini sulla spiaggia, nella memorabile zingarata dei fanciulli birichini in chiesa.

Ma giunti ai titoli di coda, quando Romain, magro e contento, rimarrà isolato e spiaggiato, sentiamo che la morte non ha vinto. Le temps qui reste si riscatta come un possente inno alla vita nelle mai volgari né scandalose scene d’amore e di sesso del protagonista col partner, nei loro nudi audaci e casti, nella concessione del suo seme vitale ad una sconosciuta coppia sterile (in cui troviamo una convincente prova attoriale di Valeria Bruni Tedeschi). Il percorso verso la morte si trasforma così in una vera e propria rieducazione sentimentale e personale, in una dolente e commovente riapertura verso gli affetti.

Nel raccontarci tutto questo lo sguardo di Ozon è sempre lucido e mai melenso. La morte è un dramma che sconvolge con compìti e trattenuti occhi lustri, evitando capelli strappati. Ozon non strazia e non esaspera scegliendo un tono generale distaccato ma partecipe. C’è rispetto verso il “fatto privato” (si è pur sempre al cinema!) di una morte annunciata e accettata.

Insomma, Il tempo che resta conferma come François Ozon sia un autore vero, dotato di una poetica e un’estetica definite e pregiate, capace di coglierci sempre di sorpresa e affascinarci nel profondo.

Angel – La vita, il romanzo

Una vita da romanzo, un romanzo da film. Ispirato all’omonimo novel del 1957 di Elizabeth Taylor, che a sua volta prende le mosse dalla figura realmente esistita di Marie Corelli (una delle prime scrittrici professioniste), Angel – La vita, il romanzo è uno sfolgorante e ricco omaggio ai mélo hollywoodiani anni Trenta e Quaranta. Ma il regista francese non si limita a creare un’opera dal forte contenuto cinefilo e altezzoso, nostalgico e vintage. Come ci ha abituato sin dai suoi esordi, plasma un ibrido compiuto, un pastiche di generi sormontato da un grosso fiocco morbido e colorato. Un gusto sfarzoso e baroccheggiante palesato sin dai simpaticissimi titoli d’inizio caramellosi e dolciastri, gommosi e pink come una “prelibata” Big Buble.

Vita vissuta e vita sognata sono i due concept intorno ai quali ruota l’intera opera. Due estremi che inquadrano un mondo da fiaba, fatto di colori vitali, accesi, e di fondali finti (tipici del cinema degli anni ’40) sui quali la carrozza in corsa sembra prendere il volo e i personaggi staccarsi via come in un sogno. Va in scena un cosmo nel quale la fantasia ha la meglio sulla realtà, dove il romanzo viene prima, ed è più vero, della vita stessa. Non a caso, in punto di morte, la bella Angel Daverell si domanderà se ha vissuto la vita sbagliata, come se fosse possibile riscriverne alcune parti o il finale, proprio come in quei feuillettons ottocenteschi che, a puntate, assecondavano i gusti del popolo lettore.

Ozon riesce a rendere “tangibile” sul grande schermo il respiro dei grandi romanzi di metà Ottocento. Ricordandoci un po’ Dickens, un po’ Balzac e un po’ Flaubert, Angel ha qualcosa di Oliver Twist, Eugenie Grandet, Madame Bovary. La sua vita è epica e passionale, ricca di colpi di scena proprio come i libri che scrive in un rapporto verace, viscerale, sospirato, quasi erotico con carta, penna e calamaio. Angel è una self-made woman che lotta tra libertà e conformismo in una scalata arrivista di straordinaria determinazione.

Il personaggio principale vive sulle (belle) gambe, lo sfacciato portamento e il volto birichino di Romola Garai, abilissima nel proporci un character complesso, tronfio di sé e sapientino, scodinzolante e spocchioso, così maleducato da rimanerci molto simpatico. Diva in tutto e per tutto, figlia del suo tempo, è un po’ Rossella O’Hara, un po’ Coco Chanel.

In conclusione, con Angel Ozon fa ancora centro, dimostrando, sulla scorta del suo talento e della sua fancy, come sia uno dei più originali registi degli anni Duemila.

Il rifugio (2009)

Un pancione che candido affiora dall’acqua torbida e lattiginosa di un rilassante bagno in vasca. E due mani che dolcemente lo accarezzano, cullano, proteggono. Questa l’immagine cardine de Il rifugio di François Ozon, che, partendo dal tema della gravidanza, si circoscrive ai concetti di maternità e discendenza, desiderio e paura di essere madre, per poi ampliarsi verso l’eterna dicotomia tra Morte e Vita, ponendo l’accento proprio su quest’ultima, che, giunta inaspettata nel ventre di una donna, è patrimonio da dare alla luce, difendere, forse crescere, forse abbandonare.

E ci getta subito in medias res, in un appartamento vuoto e silenzioso, sperduto in una Parigi oscura, immensa e panoramica, avvolta in un retrogusto da periferia noir. In una maison lussuosa e spoglia, Mousse e Louis sono intenti a bucarsi d’eroina come solo in Trainspotting di Danny Boyle abbiamo visto fare. In un’aura sfatta e sospesa, entra in scena nitido e spaventoso il dramma della tossicodipendenza. Ecco quindi un cinema dai toni freddi, spettrali, glabri, come i volti dei protagonisti. Una fotografia cupa e celestiale, nera e paradisiaca, fatta di cappotti corvini e cieli nebulosi. Quantomeno nella prima parte di film.

Poi Mousse si ritira dal mondo, fugge al mare in una casetta in Canadà che profuma di locus amoenus. Qui i toni e gli umori dell’opera tendono a schiarirsi, rasserenarsi, e il colore torna timidamente a far capolino. Quel piccolo focolare sulla spiaggia è il suo rifugio, come lo è il figlio che porta in grembo o gli sguardi teneri e sibillini con Paul, fratello di Louis.

Tante tematiche, quindi, che Ozon tratta con delicatezza e poesia, orchestrandole in armonie lievi e mai sopra le righe, lasciando da parte intenti dottrinali o di denuncia. Da questo punto di vista, anche la presunta lancia spezzata a favore delle adozioni ai gay passa in secondo o terzo piano.

In merito agli attori, Isabelle Carrè, realmente incinta durante le riprese, è bravissima, misurata, intensa, così come Louis Ronan Choisy è compìto, mite, genuino. Melvil Poupaud, pur stando in scena solo i primi dieci minuti, è maestoso, statuario, di un realismo raro che buca lo schermo.

In conclusione, Il rifugio è un’opera sfaccettata e completa, che avvolge e spiazza, che ci scende nelle vene preferendo distillare nel tempo piccole grandi gocce d’emozione piuttosto che annegarci in un’overdose di sentimenti. Mai eccessivo, melodrammatico, lacrimoso, tutto è come ibernato. Ma nonostante questo, scalda.

Ricky – Una storia d’amore e libertà

Un Cupido senza arco e senza frecce con due alette di pollo che pian piano tramutano in ali da tenero aquilotto. Una risata acuta e contagiosa, due guanciotte paffutelle e sode, tanta voglia di libertà. Questo è Ricky, l’inaspettato frutto del ventre di Katie e del suo fugace amore con Paco. Intorno a questo dolce personaggio ruota l’undicesimo lungometraggio di François Ozon, opera che sin dalle primissime scene s’ammanta di un’atmosfera degna del più subdolo mistero. Va on screen una piccola umanità operaia dall’indole “animalesca”, istintiva, di chi, pur con tutte le difficoltà economiche ed organizzative della routine quotidiana, vuole mordere sul momento la vita e consumarla fino al midollo. E sprazzi horror, ben prima che fiabeschi e magici, si fanno sentire nelle fisionomie di mamma Katie, la figlia Lisa e il novello papà Paco. La prima è volto scarno, muso lungo, costole in vista, occhioni sporgenti. La seconda, molto simile alla madre, ha, pur mitigate dall’innocenza della tenera età, profonde ed evidenti occhiaie. Il terzo è un mascherone quadrato atto a celare un animo impacciato e immaturo. Piccoli grandi “mostri” tra i quali trova casa Ricky, bambinone alato selvaticamente attratto dalla luce proprio come una svolazzante libellula.

La peculiarità fisica di Ricky si traduce, a livello sociale, nell’etichetta di “diverso”, di colui che deve essere nascosto e poi mostrato nella vetrina mediatica di un mondo alla continua ricerca di gossip e scoop. Una tematica altamente realistica che Ozon riesce a veicolare nonostante l’improbabilità della vicenda raccontata.

Narrativamente, soprattutto nella prima parte, l’opera procede a passi lunghi e frastornanti salti nel tempo. Un fare volutamente ellittico che ben si sposa con personaggi parchi nell’interrogarsi su cause ed effetti dei propri comportamenti e con lo sguardo sognante e distaccato che il regista mantiene su di loro.

In conclusione, Ricky è un buon film anche se non privo di alcune evidenti smagliature nella sceneggiatura (vedi il non ben orchestrato né giustificato patetismo melodrammatico della scena iniziale). Errori palesi, pesanti, che però, grazie alla magia del piccolo protagonista, sorta di semi-dio incarnante l’eterno desiderio di Icaro e l’imperitura dicotomia tra camminare e librarsi nell’aria, tendono a farsi dimenticare, quasi a volare via, proprio come Ricky felice e contento d’incontrare il cielo e le nuvole vere dopo averle per settimane contemplate dipinte sul muro della sua candida stanzetta. Insomma, tra fiabesco e grottesco, Ozon ci stupisce ancora, dimostrando il suo essere sempre originale, fuori dal coro, vero autore.

Quando il blog non va in vacanza…

Cari amici,

agosto è arrivato e anche per me è giunto l’atteso momento di andare in vacanza. Mi aspetta un inter-rail nel nord della Polonia, terra di grandi registi come Polanski e Kieslowski. Però in ferie ci va il blogger, non il blog!!

Infatti ho programmato per voi 4 post dedicati a 4 film di Francois Ozon, senza dubbio uno dei migliori registi francesi degli ultimi anni. Ma non solo!!

Su Facebook riproporrò alcuni vecchi post scritti su film diretti da alcuni registi che saranno, in concorso o fuori concorso, alla prossima Mostra del Cinema di Venezia 2012. Poi da fine mese anche io sarò al Lido e lì ci sarà da divertirsi!! :D

Keep in touch!!