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Peter Weir, dall’Australia con amore

The way back. Questo il titolo dell’ultimo lungometraggio diretto da Peter Weir in uscita nei cinema italiani venerdì 6 luglio. Sul grande schermo la fuga di sette intrepidi prigionieri da un campo di lavoro siberiano del 1940. Un viaggio di 6500 chilometri attraverso una delle terre più inospitali del mondo con meta la libertà e la vita. Un’opera importante, dal retrogusto epico, che sin dal titolo, ma anche per alcune tematiche trattate, su tutte il rapporto uomo-natura, ci permette di (ri)percorrere la “via” di Peter Weir, ovvero la sua lunga e prestigiosa carriera. Intraprendiamo quindi questo “ritorno” al passato partendo dalle sue origini, radicate nella lontana Australia, terra madre mai dimenticata.

Nato a Sydney il 21 agosto 1944, inizialmente il cinema non è il suo mestiere. Studia per un po’ arte e legge nella città natale, poi abbandona la laurea per seguire le orme paterne nel campo immobiliare. Illuminante è un viaggio in Europa, a Londra, dove inizia a scrivere sketch satirici. Tornato in patria, si vota alla televisione realizzando documentari e cortometraggi.

L’esordio al cinema è datato 1974 con Le macchine che distrussero Parigi, film ignoto in Italia. Il successo, a livello nazionale ed internazionale, arriva l’anno seguente, il ‘75, con Picnic ad Hanging Rock, dove un gruppo di collegiali, il giorno di San Valentino, si perde sulle impervie montagne vulcaniche australiane. Un primissimo film con al centro un futuro tema ricorrente nella filmografia di Weir: il rapporto dell’uomo con una Natura spesso ostile e nemica, selvatica e selvaggia.

Nel 1977 si cimenta con il genere fantastico/apocalittico con L’ultima onda, mentre negli anni ’81-’82 porta a compimento due apprezzatissimi film con protagonista un giovane Mel Gibson, ovvero Gli anni spezzati (in cui ricostruisce la battaglia di Gallipoli) e Un anno vissuto pericolosamente. Pur non dimenticando le sue origini e lo stile che, fino ad allora, lo ha fatto apprezzare a livello mondiale, l’approdo ad Hollywood avviene nel 1985 con Witness – Il testimone (premio Oscar al montaggio e alla sceneggiatura originale), al quale segue Mosquito Coast, entrambi interpretati da un convincente Harrison Ford.

Ma la vera svolta è dietro l’angolo. Dopo i generi storico, drammatico, thriller e avventura, riuscì a “carpire” una folgorante e imperitura popolarità rifugiandosi nel domestico e scolastico ambiente dei dead poets de L’attimo fuggente (1989). Dopo i meno noti Green card e Fearless, il successo planetario di critica e pubblico bussa nuovamente alla sua porta nel 1998 con The Truman Show, nel quale Jim Carrey si cala, con successo, in una parte drammatica (fino ad allora per lui solo ruoli altamente comici in Ace Ventura, The Mask e Bugiardo bugiardo).

Dopo ben cinque anni di silenzio, torna al cinema nel 2003 con il kolossal Master and Commander, interpretato da un Russell Crowe con tanto di codino. Un’opera imponente, nella quale saggia per la prima volta l’uso della tecnologia digitale nella simulazione di paesaggi e personaggi, vascelli e animali, fino a rimanerne così affascinato da affermare che l’impiego cinematografico della grafica computerizzata possiede la stessa portata rivoluzionaria che, negli anni Venti, contraddistinse lo switch dal muto al sonoro.

Insomma, quasi 40 anni di carriera vissuti pericolosamente e sempre sulla cresta dell’(ultima) onda, attraversando con scioltezza, maestria e pugno fermo i mari e gli oceani dei tutti generi cinematografici. Un grande regista che dall’Australia ha conquistato Hollywood, e non solo.

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Gianni Amelio, regista di emigranti e bambini

“Un bambino è il germoglio dell’uomo che diventerà”. Con questa frase, dal valore sineddotico all’interno della sua filmografia, si apre il trailer del nuovo lungometraggio di Gianni Amelio, Il primo uomo, nelle sale italiane dal 20 aprile. Muovendosi tra presente e passato, tra anni Cinquanta e anni Venti, Amelio ci consegna la storia di un uomo che torna bambino e di un bambino che sarà uomo. Premio della critica internazionale all’ultimo Toronto Film Festival e tratto dal romanzo autobiografico di Albert Camus, una pellicola che è simbolo di tutta la sua gloriosa carriera. Ripercorriamola.

Nato a S. Pietro Magisano (Catanzaro) il 20 gennaio 1945, stesso giorno e mese di Federico Fellini (e, ironia del destino, nel 2010 si è aggiudicato il “Premio Federico Fellini 8 ½” per l’eccellenza artistica al Bif&st di Bari), Gianni Amelio si avvicina al cinema negli anni universitari entrando, come critico cinematografico, nella redazione della rivista Giovane Critica. Nel 1965 si trasferisce a Roma e qui riesce a farsi prendere come assistente volontario di Vittorio De Seta per il film Un uomo a metà. Ma è solo l’inizio, perché da quel momento fino al 1969, sarà operatore e aiuto regista in altre 6 pellicole al fianco di nomi illustri come Gianni Puccini e Liliana Cavani.

L’esordio autonomo dietro la macchina da presa è datato 1970, con La fine del gioco, film per la televisione marchiato Rai. Nel 1973 è il momento di La città del sole sulla vita e l’opera di Tommaso Campanella, che gli vale il gran premio al Festival di Thonon, primissimo riconoscimento che farà da apripista ad una serie sterminata di statuette dislocate nella sua appena cominciata, ma lunga, carriera. Partorirà poi, nel 1976, Bertolucci secondo il cinema, ovvero un documentario realizzato sul set di Novecento, poi il thriller Effetti speciali e il giallo La morte al lavoro, meritevole del premio FIPRESCI al Festival di Locarno, oltre al premio speciale della giuria e quello della critica al Festival di Hyères. Nuove statuette giungono nel 1979, quando regala alla televisione Il piccolo Archimede, che fa ottenere a Laura Betti il premio come miglior interprete femminile al Festival di San Sebastian.

L’esordio sul grande schermo risale al 1983 con Colpire al cuore, presentato alla Mostra del cinema di Venezia, a cui segue I ragazzi di via Panisperna, ma soprattutto Porte aperte (1990), che, con uno straordinario Gian Maria Volontè, lo porterà nella lista delle nomination agli Oscar 1991.

Il saccheggio di premi si fa copioso dal 1992, anno in cui, con l’indimenticabile Il ladro di bambini, vince il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes. Ma Amelio colpisce ancora nel segno nel 1994 con Lamerica, vincitore dell’Osella d’Oro e del Premio Pasinetti come miglior film alla lagunare Mostra del cinema.

Ma sarà il 1998 a scolpirsi forte nella sua e nella nostra memoria: vince infatti il Leone d’Oro con Così ridevano, dove continua la sua attenta, minimalista e anti-retorica analisi dei temi immigrazione/emigrazione. Torna poi acclamato a Venezia negli anni successivi con il toccante Le chiavi di casa (con Kim Rossi Stuart) e La stella che non c’è (2006), che, a cavallo tra documentario e fiction, riprende il tema degli emigranti ispirandosi al romanzo d’ambientazione cinese di Ermanno Rea, La dismissione.

Due quindi i temi dominanti della sua filmografia: la figura dell’immigrato/emigrante e il rapporto adulto-bambino. Due leit motiv, affrontati da molteplici punti di vista, che tornano nuovamente ad affacciarsi nella sua ultima creatura, Il primo uomo.

Infine, ricordiamo che Amelio tra il 1983 e il 1986 ha ricoperto la carica di insegnante di regia al Centro Sperimentale di Roma. E’ stato inoltre membro di giuria a Venezia nel 1992 e a Cannes nel 1995. Dal dicembre 2008 è poi succeduto a Nanni Moretti come direttore del Torino Film Festival.

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