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“Circuito chiuso”. Valido mockumentary made in Italy

circuito chiuso

Il mockumentary è quel genere cinematografico nel quale ci viene proposto un falso documentario, ovvero eventi fittizi realizzati ad arte e presentati, o forse sarebbe meglio dire venduti, come reali. Un filone che sul grande schermo ha visto incarnazioni di successo nei molteplici episodi di Paranormal Activity e Rec, e ancor prima in cult come Cloverfield e The Blair Witch Project. Oggi questo genere ha un suo valido rappresentante anche nel cinema made in Italy: Circuito chiuso di Giorgio Amato.

Se a livello internazionale il mockumentary si è strutturato su uomini e donne posseduti dal demonio o da anime vampiresche, con esiti da disaster movie e contorni da horror boschivo, il web movie del regista italiano, nato in seno all’ormai noto progetto di Rai Cinema per prodotti cinematografici destinati espressamente alla Rete, fa leva sul thriller, consegnandoci un fantoccio fatto di cronaca: il mostro di Torre Gaia. Due giovani sospettano che una loro amica sia stata uccisa da un uomo, misterioso e solitario, di mestiere giardiniere. Installano quindi furtivamente nell’appartamento del presunto assassino cinque telecamere per osservare la sua routine quotidiana. Dietro quella porta (che non andrebbe mai aperta!) scopriranno (mis)fatti agghiaccianti, che accidentalmente, e tragicamente, coinvolgeranno anche loro. Con scopo lo “spaccio” di veridicità di questi avvenimenti, la sequenza degli eventi viene incorniciata entro didascalie che dichiarano come i video registrati siano stati depositati negli archivi della Polizia di Stato.

Prodotto dai Manetti Bros. in collaborazione con la Dania Film di Luciano Martino, Circuito Chiuso funziona in primis per la scelta del personaggio protagonista: un serial killer che trova credibilità nella possanza fisica di Stefano Fregni. L’assassino è pacato ed efferato, solo e perverso, implacabile e privo di magnanimità. Un character che trae nutrimento dal suo essere profondamente parte di quell’humus di fatti di cronaca che, quasi quotidianamente, ci consegnano truffe che nascondono o sfociano in omicidi. In questo caso l’esca sono annunci in cui l’uomo si dice alla ricerca di studentesse universitarie come babysitter per quel figlioletto che, insieme alla madre/moglie, non arriverà mai. Sfruttando l’ingenuità di chi cerca di mettere da parte qualche gruzzoletto a nero, il killer cattura le sue prede, che finiranno maciullate dentro gli ingranaggi della sua folle perversione.
Azzeccata da questo punto di vista la scelta dell’inquadratura fissa multi-stanza che crea terrore immobile e, nella sua intrinseca asetticità “senza uscita”, ci consegna nuda e cruda una brutalità nei gesti dell’assassinio che non ammette sconti. La macchina fissa, accuratamente posizionata, non ci mostra tout court le scene di violenza sessuale né quelle di efferata uccisione. Scelta funzionale che suscita profondo disagio in uno spettatore che, purtroppo, però, non può far altro che guardare, come un Grande Fratello inabile a staccare la spina.
Tra le poche pecche riscontrabili, è lampante lo scollamento tra la spontanea e “documentaristica” recitazione della coppia formata da Fregni e la sua principale vittima (Gaia Insenga) e l’ipertesa e ansiogena performance del duo Francesca Cuttica-Guglielmo Favilla. Uno scarto che troppo sottolinea la componente di fiction di un film che, comunque sia, sa distinguersi con originalità e personalità dalle palesi fonti d’ispirazione di matrice statunitense e spagnola.

Esclusivo! Intervista a Stefano Lodovichi, regista di “Aquadro”. Seconda parte

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Ecco la seconda parte dell’intervista fatta a Stefano Lodovichi, regista di Aquadro. Parleremo dei due attori protagonisti, della scelta di Bolzano come location del film, dello stile registico e di come Aquadro nasca come web movie. Buona lettura!

I due bravissimi interpreti principali, Maria Vittoria Barrella (Amanda) e Lorenzo Colombi (Alberto), sono attori non professionisti. Come e dove li hai trovati?
In effetti i due ragazzi rappresentano parte del cuore del film. Senza di loro “Aquadro” non sarebbe stato così, e probabilmente la grande forza del film, come dicevo prima, sta proprio nell’onesta con la quale tutti noi abbiamo vissuto questa esperienza, loro in primis. Maria Vittoria Barrella viene dal teatro, quindi non si può dire che non fosse una professionista, ma semmai che fosse un’esordiente nel cinema, a differenza di Lorenzo Colombi, che invece ha esordito a tutti gli effetti come attore. Ventun anni lei, diciannove lui. Lavorare con loro, trovati entrambi a Bolzano (Maria Vittoria è di Trento), è stata un’esperienza meravigliosa: fin da subito si sono messi nelle mie mani e mi hanno fatto scoprire aspetti dei miei personaggi che non avevo considerato.

Perché hai scelto Bolzano come location del tuo film?
Con Davide cercavamo una piccola città di provincia che rappresentasse un’Italia non troppo canonica e l’abbiamo trovata proprio sul confine. Bolzano rappresenta perfettamente un’Italia protesa verso l’Europa, verso un futuro che volevo assolutamente evidenziare. Muoversi sul confine era inoltre utile per raccontare il passaggio da uno stato a un altro: simbolicamente da un’età a un’altra (dal periodo dell’adolescenza a quello dell’età adulta). Esteticamente era poi caratterizzata da un dualismo meraviglioso: la città ricca di contrasti (centro storico di stampo tirolese e periferia stilisticamente riconducibile al periodo fascista) e il paesaggio naturale puro, incontaminato, verde e vivo.
Questo contesto era perfetto per “Aquadro”, e non è un caso che dopo i primi sopralluoghi di due anni fa, una volta di ritorno a Roma, abbiamo scritto la prima stesura della sceneggiatura in due settimane. Quella stessa stesura che poi è arrivata finalista al Solinas Experimenta e che ha innescato tutto quanto il meccanismo produttivo.

Molti passaggi densi di personalità registica (vedi l’ampio uso del rallenty), l’attento studio della fotografia e dei colori, una colonna sonora giovane ed eclettica, mi hanno ricordato la splendida versione cinematografica de La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo.
Fin da subito sapevo perfettamente che questo film avrebbe vissuto di tutti quei problemi che accompagnano le piccole produzioni a bassissimo budget. Così con Tommaso Arrighi, che ha prodotto “Aquadro” per la Mood Film, ho cercato di impostare una regia (e una preparazione) che fosse settata sui vari paletti produttivi, così da renderli un punto di forza e non una limitazione. La scelta delle ottiche in rapporto allo spazio e alle comparse che potevamo avere a disposizione, lo studio della palette cromatica in base ai caratteri dei personaggi e alle situazioni che andavamo a raccontare, così come la preparazione di ogni singolo reparto, erano tutti aspetti di una direzione unica, studiata per la creazione del linguaggio “Aquadro” e perfezionata con i capireparto.
Con loro, ma anche con gli attori, ho impostato un lavoro che avesse come punto di partenza suggestioni e references ben precise: ricordo di aver mostrato estratti di film, singoli frames, fotografie, quadri e altro ancora. E lo ricordo sicuramente come uno dei momenti più belli di tutta la lavorazione, in cui potersi confrontare con professionisti miei coetanei, e attingere anche dalle loro suggestioni e dai loro suggerimenti. In quei giorni mi sono accorto che “Aquadro” stava nascendo e che stava prendendo la stessa forma nella testa di tutti quanti.

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Ci sono dei registi ai quali ti sei ispirato?
Per gli attori ricordo di aver lavorato sulla naturalezza di alcuni grandissimi giovani interpreti (tutti stranieri). Abbiamo visto estratti di serie tv (tra le tante c’erano “Girls” e “Skins”) e di film di Van Sant e Larry Clark. Ma ogni film era momento di confronto con i ragazzi, e scambio di pareri (ricordo che in quei giorni al cinema c’era “Reality”, e con Maria Vittoria abbiamo parlato molto del lavoro di Garrone con gli attori). Anche con gli altri della troupe parlavamo spesso di quei film o di quelle serie tv che mi hanno ispirato di più per “Aquadro”, esteticamente e non solo. Parlavamo spesso di “Paranoid park” e di “Elephant”, ma anche di altri film (in particolare il cinema di Sam Mendes, P.T. Anderson e Wong Kar Way), di “Boardwalk empire”, di “Mad Men”, di “The Walking dead”, e ogni suggestione visiva (anche se apparentemente aliena al nostro lavoro) era ottima per far capire di più qualcosa, come lo studio dei colori, i movimenti dei personaggi nello spazio in rapporto alla macchina, l’illuminazione di certe scene, gli stessi movimenti di macchina, o certe volte servivano anche soltanto a conoscerci di più.

Aquadro è strettamente collegato al suo essere web movies, proprio come impone Rai Cinema per il progetto di cui fa parte anche il tuo film. Questo significa che non uscirà mai in sala, neppure “on demand”?
“Aquadro” è un film scritto per essere fatto. Adesso vive sul web, ma se andasse in sala non ci sarebbe niente di male e non sfigurerebbe, perché le differenze tra web e sala adesso riguardano unicamente il pubblico che le frequenta: in sala l’età media si è alzata per via di un costo che con il tempo porta a tagliar fuori una fetta di pubblico più giovane che non può permettersi di andare al cinema assiduamente. E internet adesso, con lo streaming e il download più o meno legale (più “meno” che “più”), sta nutrendo un pubblico enorme affamato di cinema.

Internet è quindi futuro e rovina del grande schermo?
Tra cinema e web ci sono differenze linguistiche, ma in generale il fatto che un prodotto audiovisivo vada sul web non significa che debba costare meno o essere realizzato con minore attenzione che se andasse in sala (uno dei tipici errori italiani). Essere distribuiti online significa confrontarsi con un pubblico vasto, a tratti potenzialmente più spietato di quello della sala (anche perché anonimo, nascosto dietro un nickname), educato dai vari canali (youtube e vimeo tra i famosissimi) dove poter vedere video di tutti i tipi e di tutte le qualità. Se imparassimo che la sala e il web possono coesistere, forse non soltanto il mercato potrebbe riaprirsi un po’, ma magari l’evoluzione narrativo-linguistica dell’audiovisivo del nostro paese potrebbe evolversi più rapidamente e tornare a raccontare storie attuali con linguaggi attuali.

Esclusivo! Intervista a Stefano Lodovichi, regista di “Aquadro”. Prima parte

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In esclusiva per Onesto e Spietato, ecco un’intervista a Stefano Lodovichi, regista di Aquadro, film del quale ha già parlato in questo post. In questa prima parte parliamo di chi è Stefano Lodovichi, di come è nato il progetto Aquadro e cosa lo contraddistingue, di genitori assenti e voglia di fuga nell’Italia di oggi. Buona lettura!

Esordio al lungometraggio a nemmeno 30 anni, il bel corto Dueditre, la partecipazione a Il pranzo di Natale di Antonietta De Lillo. Insomma, Stefano Lodovichi outsider e enfant prodige che abbassa l’età media, e alza la qualità, del debutto nel cinema in Italia.
Non mi sento un enfant prodige, ma è vero che in Italia riuscire a esordire sotto i trenta è complicato. E lo è ancora di più se ti catapulti dalla provincia alla capitale con la speranza di farcela, senza conoscenze o scuole specialistiche del settore alle spalle. Però se questo è vero, è anche vero che in altri contesti internazionali l’esordio in media arriva abbondantemente prima dei trenta, e credo che per alzare la qualità media del nostro cinema dovremmo confrontarci non tanto con la nostra industria, con il “nostro orticello”, ma con quello senza confini del cinema in generale: puntare a un pubblico internazionale, a raccontare storie e tematiche senza confini geografici.

Come ti sei avviato al cinema?
Ho iniziato ad amare il cinema da piccolo, da spettatore (come tanti altri della mia generazione, in casa io e mio fratello guardavamo di tutto, dalla commedia all’italiana agli spaccatutto americani degli anni ’80). Poi ho iniziato a studiare critica all’Università di Siena e in contemporanea facevo esperienza sui set che passavano dalla toscana (Falaschi, Virzì, Winick, Colla…). Piano piano mettevo insieme l’esperienza dei vari reparti con quella di filmaker di corti, spot e video, e con gli anni (dopo dieci anni di esperienza), sono arrivato al mio primo film.

Aquadro racconta una storia d’amore tra adolescenti sullo sfondo di un mondo scolastico usuale e di una compagine genitoriale assente. Tanti cliché visti e rivisti nel cinema nostrano e non solo. Nonostante questo il tuo film sa smarcarsi. Hai mai avuto paura, o voglia, di “deviare” verso un film “consueto”? Cosa contraddistingue Aquadro?
Certo che ho avuto paura, ma un primo passo per superare i rischi è stato fatto in scrittura. Con Davide Orsini (lo sceneggiatore che ha scritto con me “Aquadro”) ho cercato di tamponare il più possibile questi problemi, e devo dire che la sua esperienza mi ha trasmesso sicurezza in una fase, quella di scrittura, che per me era nuova (era la prima sceneggiatura “lunga” per me). Io e Davide venivamo da due esperienze proficue in breve tempo (il doc breve “Figli di dio”, parte di “Pranzo di Natale”, andato al Festival di Roma, e il film-documentario “Pascoli a Barga”, mediometraggio di docu-fiction commissionato sul centenario della morte di Giovanni Pascoli), e probabilmente la fiducia reciproca maturata in quelle esperienze ci ha preparato a lavorare bene e rapidamente su “Aquadro”.
Una volta in fase di riprese, dopo avere chiuso il casting e la troupe, ho capito che la direzione da seguire era chiara, e credo che l’onesta con la quale ho cercato di raccontare questa storia abbia contraddistinto il film: prima, durante le riprese e dopo in fase di montaggio.

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Alberto impara a cucinare da solo tramite video tutorial sul web, così come Amanda a indossare un assorbente interno. Internet si sostituisce a genitori latitanti, confinati nel tuo film in voci fuoricampo, come entità invisibili. La Rete è papà e mamma per le nuovi generazioni? Forse però anche un po’ “padre padrone” o “cattivo padre”…
L’educazione delle nuove generazioni passa sempre di più dal web e questo riguarda ogni aspetto della vita: cucinare, farsi la barba, conoscere il sesso o anche creare una bomba artigianale. Il web è un mare magnum nel quale può essere semplice perdersi se non si ha un’educazione critica di base che possa aiutarti a capire dove sia il limite tra giusto e sbagliato, tra utile e dannoso. In tutto questo i genitori, gli insegnanti, gli adulti in generale, vivono distanti dal quotidiano dei figli, in un fuori campo generato da loro stessi in una sempre più rapida evoluzione tecnologica. Giorno dopo giorno il gap s’ingrandisce e credo che situazioni come quella che raccontiamo in “Aquadro” saranno, non soltanto sempre più frequenti, ma vissute addirittura con minor pudore.

Amanda e Alberto fuggono, per amore, verso il confine. Ma giunti alla decisione se rimanere “fuori” o meno, battono in ritirata, seppur forti di farlo insieme. Incarnano il desiderio, che spesso non trova compimento, dei giovani d’oggi di fuggire dall’Italia e dalla famiglia?
La nostra generazione è quella della grande fuga. Non so se quella di Alberto e Amanda sarà come la nostra, ma è possibile che reagirà alle difficoltà della maturità, del periodo universitario e lavorativo, in modo differente. Probabilmente la generazione nata a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta ha vissuto in modo anarchico, reazionario, il bisogno di libertà identitaria e culturale, e forse la nostra rabbia non verrà capita dalla generazione di Alberto e Amanda. Per loro probabilmente andare via non sarà così drammatico, ma sarà parte di una formazione più liquida, senza troppi confini e senza troppi impegni.

Tra un paio di giorni la seconda interessantissima parte dell’intervista… to be continued! :D

“Tutto parla di te”. Le mamme interrotte di Alina Marazzi

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E’ la sua voce, quella della regista, quella di Alina Marazzi, ad aprire il proprio esordio al lungometraggio di finzione Tutto parla di te. E’ lei a parlare dietro la maschera di una madre confinata, ma non dimenticata, in uno di quei nastri registrati che si tengono in soffitta. Alina Marazzi donna, figlia, mamma. Ed è proprio quest’ultima evoluzione femminile, la figura genitoriale per eccellenza, al centro anche di questo sua quarta produzione, approdo di una filmografia che, sin dal debutto con lo splendido e trascurato Un’ora sola ti vorrei (2002), passando per Vogliamo anche le rose (2007), si contraddistingue per il suo essere votata a tematiche rosa.

Protagoniste di Tutto parla di te sono due donne, una anziana, Pauline, e una giovane, Emma. La prima torna a Torino per avviare, presso un Centro maternità, una ricerca sulle esperienze e i problemi delle mamme di oggi. Nella struttura incontra la seconda, danzatrice bella e sfuggente che non sa mettere a fuoco la propria identità di madre. Due destini, in partenza, così lontani, che col tempo si scopriranno inaspettatamente così vicini.
Valevole del premio Miglior Regista emergente all’ultimo Festival del Cinema di Roma, Tutto parla di te merita la statuetta poiché, nella sua componente tecnica, è cinema allo stato puro, espressione e frutto del montaggio (qui di Ilaria Fraioli). La Marazzi, con fare impressionista e violenza vangoghiana, mischia fiction e realtà creando raccordi su raccordi, che legano tra loro spezzoni da filmini di famiglia (come già accadeva nel suo film documentario d’esordio) e interviste realizzate a vere mamme del Centro maternità, foto d’epoca e filmati di repertorio, animazione in stop motion e inserti di finzione. Found footage e home movies si intersecano e distinguono con forza da un plot di fiction necessario ma meno incisivo dell’apporto documentaristico. La linea di confine tra le due “fonti” è volontariamente marcata dalla Marazzi con una fotografia più calda per la componente di “cinema verità” e più fredda per quella di finzione. Una scelta che si ripercuote sullo spettatore sul piano dell’emozione, che colpisce più materna e affettuosa nel primo caso, più asettica e impermeabile nel secondo.
Contribuisce a quest’esito anche la prova attoriale delle due protagoniste: Charlotte Rampling è una maschera di cera chiusa in un dolore passato ma sempre vivo e in uno sguardo perso e impenetrabile; Elena Radonicich, il cui volto somiglia molto a quello della vera madre della Marazzi (vedere Un’ora sola ti vorrei per credere), rimane scontrosa e distante, lacrimosa e barocca, in un personaggio che vorrebbe urlare al mondo un male che però tiene soffocato in sè. Il risultato finale è un film mediocre e disomogeneo, che affascina tecnicamente nella sintassi narrativa ma risulta sterile nella comunicazione emozionale.

E in conclusione un interrogativo sorge spontaneo: dopo tre film incentrati sulla figura femminile come madre e donna, tra documentario e finzione, viene da chiedersi, tra speranza e rassegnazione, se la forte cifra autoriale della Marazzi riuscirà mai a sganciarsi dal ricordo, che è desiderio e ormai topos, della madre scomparsa quando lei aveva appena sette anni.

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“Aquadro”. L’esordio “al quadrato” di Stefano Lodovichi

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“La prima volta non si scorda mai”. Questo il sottotitolo di Aquadro, film d’esordio del giovanissimo Stefano Lodovichi, vincitore del premio Miglior lungometraggio italiano al RIFF 2013. E mai frase fatta e così banale fu più adatta per definire un debutto che non cancelleremo facilmente dalla nostra mente di spettatori. Perché Aquadro stupisce dall’inizio alla fine, sotto molteplici punti di vista, in un risultato che dà una passata di coppale al soggetto più universale e inflazionato del cinema: la love story tra adolescenti. Qui i protagonisti sono Amanda e Alberto. Li lega una storia d’amore classica ma unica, di quelle che sbocciano come una (mal)sana idea a bordo di un pullman diretto in gita scolastica, prendono forma sguardo dopo sguardo e contenuto da un timido, galeotto e agognato bacio intorno alla bottiglia del gioco più vecchio del mondo. Il decollo è poi in una fuga corsa a rallenty in un corridoio d’albergo che profuma d’amore e libertà. Ma non è la solita beata gioventù calata in quella fiera dell’innocenza che il cinema e la tv italiani ci hanno propinato più e più volte. Con un sano romanticismo che non caramella tutto ciò che tocca, la regia e lo sguardo di Lodovichi riescono dove solo le aquile osano, ovvero nel togliere polvere e dare nuovo smalto al tema con una genuinità (vista di recente solo ne L’intervallo di Leonardo Di Costanzo) che arriva allo spettatore cruda e tenera, poetica e aggressiva. Scelta vincente l’aver puntato lo sguardo sui ragazzi (attori non professionisti scovati tra Bolzano e Trento), solo e soltanto su di loro, lasciando lontano gli adulti con le loro paturnie e ramanzine, confinate in voci intradiegetiche ma fuoricampo, come fantasmi che ronzano parole che non toccano i due protagonisti.

Aquadro, anche giocando con più formati di ripresa, mette al centro, con forza e decisione, il mondo di internet e della tecnologia, con tutti i suoi pro e i suoi contro, e riflette sull’opposizione tra realtà mediata e realtà vera, su ciò che c’è sopra o dietro uno schermo luminescente e alienante. Alberto, come un Serafino Gubbio sui generis e post-moderno, si rifugia nella falsa consolazione del web, dove c’è tutto quello che vuoi e, al soldo, ti risponde anche il piacere sessuale. Il suo sguardo e la sua vita si rinchiudono e rimpiccioliscono così tanto entro quella “cornice” che anche i momenti con Amanda, tra gioco e mania, devono essere ripresi e condivisi online. Ma la realtà, fatta di veri affetti, personificati da Amanda, gli farà capire cosa sono davvero l’amicizia e l’amore, sentimenti intrisi di quel contatto fisico che manca di fronte ad uno schermo.

Lirico e duro, ben recitato e ben montato, trascinato da una colonna sonora dolce e puntuale, Aquadro ha quel respiro europeo che emoziona oltre il solito cinema nostrano, segnale che anche in Italia ci sono autori “in potenza” capaci, pure a basso costo, di realizzare ottimo Cinema. L’esordio di Lodovichi si “tatua” nella nostra mente proprio come quella A, di Amanda, Alberto e amore, sulla pelle dei protagonisti. Iniziale, e prima lettera dell’alfabeto, che, stesa a spray rosso sul vetro della scuola, richiama al più noto simbolo anarchico. Aggettivo che, nella sua accezione più votata alla libertà e alla vita, è calzante per Aquadro. E lo è al quadrato.

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“Countdown”, action e sentimento in un esordio “alla rovescia”

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Countdown, esordio alla regia del giovane Heo Jong-ho, ha la stoffa di quei film scritti e diretti da un navigato regista della settima arte, che lasciano letteralmente a bocca aperta se andiamo ad indagare l’età del suo “creatore”. Dopo aver studiato presso la School of Film, Tv e Multimedia della Korea National University of Arts, Heo Jong-ho è stato assistente alla regia per Meet Mr. Daddy (2006). E sostanzialmente nient’altro. Quindi di acqua sotto ai ponti non ne è passata molta, ma è limpida, cristallina, profonda, oserei dire potabile per quanto è buona. A “posare” di fronte alla sua macchina da presa due star affermate e rinomate nel “lontano” oriente: Jeon Do-yeon e Jung Jae-young. Sintomo di un cinema coreano che sa affidarsi a menti fresche e fulgide che ben s’incontrano con braccia forti e versatili, che può costruirsi su basi solide dove svezzate e capaci nuove generazioni di registi possono contare sulla bravura dei più celebri e apprezzati attori del panorama nazionale.

Ma veniamo alla trama. Tae Gun-ho è stimato come il miglior agente di recupero crediti della sua agenzia, sebbene non esiti ad attuare un modus operandi che fa delle regole un optional. La sua carriera s’incrina improvvisamente quando scopre d’avere un cancro al fegato, malattia che gli lascia solo tre mesi di mesi. Unica salvezza: trovare un donatore. Il suo fiuto di detective lo conduce sulla pista di Cha Ha-yeon, giovane e sexy truffatrice odiata da molti, pronta ad uscire dal carcere. Ma il feeling che li lega è assai più stretto: la donna ha ricevuto degli organi di suo figlio (affetto dalla sindrome di down), morto qualche anno prima.

Per la serie “quando il lavoro viene smentito dai casi della vita”, il destino pone fianco a fianco chi i soldi li recupera e chi i soldi li fa sparire. Due personaggi diametralmente opposti che, in nome della vita e della sopravvivenza, diventano nemici-amici, cane e gatto disposti a collaborare.

Un originale script che mischia adrenaliniche sequenze action con ricordi e rimorsi di carattere lirico. Interessante notare come su questi aspetti sia l’uomo, Tae Gun-ho, il “sesso debole”, colui che ha un nervo scoperto sul passato. E’ lui l’anima in pena che, dietro una faccia da duro, nasconde un incancellabile dolore. Lei, Cha Ha-yeon, è cinica, sfacciata, di indole buona ma con gli occhi sempre aperti sulla truffa o la fuga. Insomma, un carattere da maschiaccio, accentuato dal possedere un cuore da uomo, quello del figlio del money detective. Il countdown è quindi connesso ai loro vizi e comportamenti “di mestiere”, ma è anche spirituale, portando Tae Gun-ho a fare i conti col passato.

Heo Jong-ho, classe 1975, crea quindi una buonissima alchimia tra dramma e azione, introspezione e thriller, in un’opera che coinvolge senza sosta, abile nel fondere con equilibrio toni, generi e stilemi diversi senza mai eccedere né banalizzare. Punti a favore di un cinema coreano giovane e già maturo.

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