Archivi tag: ewan McGregor

“Il pescatore di sogni”: stinto romanzo di formazione per Hallstrom

Nel 1993 ci prese l’anima con quello splendido romanzo di formazione di Le regole della casa del sidro, nel 2000 ci prese per la gola con Chocolat, nel 2008 ha preso al guinzaglio il cuore di grandi e piccini con Hachiko, nel 2012 ci ha preso alla sprovvista con Il pescatore di sogni. Ma in senso negativo. Infatti  Salmon Fishing in Yemen (questo il titolo originale) è un passo falso nella filmografia di Lasse Hallstrom, senza dubbio uno dei migliori storyteller svedesi per il grande schermo.

Tratto dall’omonimo romanzo di Paul Torday e scritto per il cinema da Simon Beaufoy (sceneggiatore di The Millionaire e 127 ore), si racconta del dottor Alfred Jones, sommo esperto di pesca, che, “raggirato” dalla portavoce del primo Ministro britannico e dalla rappresentante legale di un ricco sceicco yemenita, porterà uno stuolo di salmoni nel secco Paese mediorientale. Ma dietro l’angolo lo attende anche una delicata e dolce love story…

Pur partendo da uno spunto tanto originale quanto surreale, la pellicola è una parabola discendente, che perde colpi sulla lunga distanza, andando a compiacere solo quella ristretta cerchia di spettatori dall’animo melenso, romantic-sdolcinato, che si rosola nel prevedibile e previsto. L’aura fiabesca e bizzarra, divertente e brillante della (im)possibile impresa di portare la pesca al salmone nel desertico Yemen si perde per strada, sconfinando (troppo)facilmente in una zona grigia indefinita che, a livello emozionale, lambisce la noia urticante.

E’ un Lasse Hallstrom al quale manca quel mixage di dramma e commedia che era stato il punto di forza di tutte le opere precedenti. Non procede controcorrente come i suoi salmoni e finisce per orchestrare un romanzo di formazione spicciolo, fiacco, che non arriva. Muovendosi poi tra Scienza e Fede, tra il pragmatismo logico-matematico del dottor Jones e la tensione ascetica dello sceicco, striscia in modo subdolo e manifesto nel sottosuolo del film un fare (sterilmente) moraleggiante sul dogma “impossible is nothing”.

Nota positiva è la prova di Ewan McGregor, abile nei panni di un professorino taciturno ed impacciato, introverso come in The Beginners, magico come in Big Fish. Al suo fianco convince anche la determinazione magnetica da guru di Amr Waked (lo sceicco). Non pervenuta, purtroppo, Emily Blunt.

Leggilo anche su www.cinemonitor.it

“Knock Out”, diverte la signorina Rambo di Mr. Soderbergh

“Cazzo”. Con questa parola si apre (ma anche si chiude, in nome di una perfetta e ponderata circolarità) Knock Out – Resa dei conti di Steven Soderbergh. Ed esce dalle dolci labbra su vigorosa mascella di una (non) gentil donzella: Mallory Kane, interpretata da una magnifica e mascolina Gina Carano (campionessa lottatrice di arti marziali miste). Una parola che è simbolo di una donna con le palle, per di più quadrate.

Mallory Kane è un Robocop al femminile e senza armatura, una Nikita all’ennesima potenza, sensuale ed aggressiva, un Jason Bourne in rosa e rosso sangue, una panterona che sfodera calci alla Street Fighter e compie acrobazie al limite del wrestling professionale e l’arte del katana orientale. E’ lei stessa a definirsi con una non-dama, non abituata a portare i tacchi né tantomeno la gonna. Stemperando un po’, è l’incarnazione della “signorina Rambo” cantata dal nostro Roberto Vecchioni nella sua celebre Voglio una donna. Riunisce in sé tutti i picchiaduro del cinema anni Novanta: Jean Claude Van Damme, Steven Seagal, Chuck Norris, ecc.

Un personaggio che vive sulle spalle robuste e possenti di una Gina Carano in stato di grazia, una spanna sopra tutti  i suoi illustri colleghi di set (Ewan McGregor, Michael Douglas, Michael Fassbender, Antonio Banderas, Mathieu Kassovitz).

Va in scena la più classica storia di vendetta tremenda vendetta, un Machete “in salsa rosè”  (ma nemmeno tanto!) che diverte ed è cosciente del suo non essere nulla di nuovo. Mallory è una macchina da guerra umana creata dalla CIA che, tradita in missione, colpirà duro, basso, sotto la cintura e dovunque ci siano carne da illividire e ossa da rompere, pur di sentirsi in pace con se stessa (mentre i rivali sperimenteranno la pace eterna).

Soderbergh non è uno sprovveduto e si pone un unico scopo: farci divertire. E ci riesce puntando tutto sull’ attesa, una suspense non ostentata, i tempi dilatati. Un divertimento di una violenza così calibrata e studiata a tavolino da essere comica (il vassoio volante che stende in chiave simil-demenziale è un esempio su tutti). Il regista di Contagion prende inoltre “in prestito” da Rodriguez e Tarantino i titoli iniziali per presentarci alcuni personaggi e una pellicola vagamente sgranata alla Planet Terror. C’è la facoltà di intendere e di volere di aver voluto realizzare un’opera “di serie B” nella sua filmografia, una sorta di sassolino nella scarpa da togliersi assolutamente, pur con il contrappunto di avere alla sua corte un cast stellare.

Da segnalare la colonna sonora blanda e tintinnante, orecchiabile e “da roulette”, del fedelissimo David Holmes, artefice delle musiche della trilogia su Daniel Ocean e dell’acclamato Hunger di Steve McQueen, adesso nelle sale italiane.

Memorabile il corpo a corpo tra Gina Carano e Michael Fassbender, che mischia il bellico all’erotico tra cosce strette al collo e sodi cazzotti, bajours soffuse e specchi  infranti, candidi letti da disfare e cuscini silenziatori.

“Beginners”: il trionfo di Christopher Plummer

“Hai solo due anni più di me, cara mia. Dove sei stata durante tutta la mia vita?”. Con queste parole, pronunciate fissando la statuetta con uno sguardo in cagnesco che mischiava commozione e ammirazione, Christopher Plummer si è aggiudicato l’Oscar come miglior attore non protagonista per la performance in Beginners di Mike Mills. Un premio atteso dopo gli equivalenti vinti ai Golden Globe e BAFTA. L’attore, di origine canadese, ma hollywoodiano “d’adozione”, aggiudicandosi l’Oscar per la prima volta alla veneranda età di 82 anni, è il più anziano vincitore nella storia degli Academy Awards. Un miglior attore non protagonista che ha il sapore di un premio alla carriera, carriera che trova in Beginners un degno e pregiato sigillo.

Ed è quel “non” prima del termine “protagonista” che inquadra tutta la sua vita professionale, vissuta al massimo ma con discrezione, in prima linea ma nell’ombra, di caratterista puntuale ma mai ingombrante, di quelli che sul grande schermo si fanno sentire pur non occupando ogni inquadratura.

In Beginners Plummer interpreta un arzillo vecchietto, che, negli utlimi anni della sua vita, confessa al figlio di soffrire di una malattia terminale e di essere sempre stato omosessuale, pur essendosi sposato e avendo avuto figli. Al suo fianco uno sciatto, compìto e anti-divo Ewan McGregor e una incantevole, sibillina e dolcissima Melanie Laurent.

Una prova, quella del “buon vecchio” Christopher, intensa, commovente, exemplum di un attore poliedrico, camaleontico, che ha scandagliato con profondità ogni genere cinematografico prendendo parte a circa 200 pellicole. La carriera sui set è cominciata nel lontano 1958 con Fascino del palcoscenico di Sidney Lumet e Il paradiso dei barbari di Nicholas Ray. Lo troviamo poi nelle grandi tragedie per il cinema Hamlet (1964) e Edipo re (1967) con Orson Welles. Presto, nel 1965, si tuffa nel musical con Tutti insieme appassionatamente di Robert Wise con Julie Andrews. Recita quindi nel 1975 ne L’uomo che volle farsi re di John Huston ed è Erode nel Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli. Musical, tragedie, kolossal. Ma anche comicità, recitando ne La pantera rosa colpisce ancora di Blake Edwards accanto a Peter Sellers. Una personalità disposta a farsi “manipolare” anche dalla “geniale follia” di Spike Lee in Malcolm X e Inside Man, o dalla fantasiosa visionarietà di Terry Gilliam in L’esercito delle 12 scimmie e Parnassus. Tra le ultimissime apparizioni ci sono poi Uomini che odiano le donne di David Fincher e Beginners di Mike Mills, appunto. Torniamo quindi a zoomare su quest’ultimo.

Un film introverso, introspettivo, timido (nell’accezione positiva del termine), di quelli che sembrano procedere-e-non-procedere mai nella vicenda. Una sorta di spirituale romanzo di formazione di un trio di personaggi (interpretati da Plummer, McGregor, Laurent) sempre ad un nuovo punto di partenza nella vita, sempre “principianti” (beginners) nell’amore e nelle relazioni con chi li circonda. Mike Mills ci conquista con trova registiche semplici, che permettono al film di respirare e prendere nuovamente fiato. Su tutte la “verbalità sottotitolata” del cagnolino e i romantici/sociologici slide show tra presente e passato. Con un montaggio che saltella nel tempo senza preavviso, ne emerge un’interessante analisi del concetto di amore tra anni Cinquanta e Duemila.

Insomma, un’opera che ha il coraggio di sperimentare, di buttarsi, di cambiare registro più e più volte, proprio come ha fatto per quasi sei decadi il non più giovane ma sempre giovane Christopher Plummer.

Leggilo anche su www.cinemonitor.it

Home Video – L’uomo nell’ombra

Mettiamo subito in chiaro una cosa: Polanski non è Hitchcock. E’ bene precisarlo in apertura perchè quando “L’uomo nell’ombra” uscì nelle nostre sale si sprecarono fiumi di ditate sulle tastiere dei pc nel paragonare il regista di origine polacca al panciuto maestro del giallo. Ma è difficle far quadrare il cerchio quando l’uno sta all’altro come il salato sta al dolce. Ed Hitchcock è certamente il dolce… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI (e diventa FAN su Facebook)