La nostra vita: l’Italia che soffre e lavora

16 maggio 2011

Visceralmente italiano. Dietro un titolo oneroso e ingombrante, La nostra vita misura i battiti dell’Italia del nostro tempo. La sicurezza sul lavoro (nero), il rapporto con gli extracomunitari, la nascita di un nuovo proletariato, gli “impicci” dell’edilizia, la famiglia, la paternità e la cura dei figli. Senza (s)cadere nel film di denuncia e senza morali o ideologie morettiane/guzzantiane di fondo, Daniele Luchetti racconta tutto ciò con stile asciutto, andando oltre l’orizzonte della crisi economica. E lo fa concentrandosi su una storia individuale dai risvolti universali.

Elio Germano, one man film, dà magistralmente gambe e carattere al personaggio di Claudio, consacrandosi come vera punta di diamante della nuova generazione di attori made in Italy. In Claudio c’è tutto il paese reale, l’operaio che s’industria per diventare, o quanto meno sentirsi, un borghese piccolo piccolo. Un uomo che, nonostante l’infausto destino, non è mai realmente cattivo. Rabbioso, intenso, ma non cattivo. Un uomo dall’indole rock che da buon gladiatore non si arrende mai e porta avanti la sua vita spericolata. Orgoglio, onore, rispetto, amore, disagio, determinazione. Tutti questi sentimenti passano attraverso gli occhi sempre tesi e lucidi di Germano. Tutt’altro rispetto all’anima fragile di cui parla Vasco Rossi nella canzone amata e cantata a squarciagola dalla giovane coppia. Ma “la vita continua anche senza noi” e non c’è tempo per le lacrime né per Claudio né per il pubblico. Meritatissimo quindi il premio come miglior attore a Cannes 2010.

Ancora una volta, il regista de Il portaborse si avvale alla sceneggiatura dell’accoppiata Rulli-Petraglia. Ma i due non sono in grado di confezionare un congegno perfetto come invece era accaduto per il precedente Mio fratello è figlio unico. Dopo un inizio brillante, che ben illustra la costruzione di un giovane idillio familiare, smarriscono per strada alcuni fili potenzialmente interessanti, che, scomparendo, tolgono energia al film. Uno su tutti il rapporto con i figli, quella volontà di Claudio di renderli autonomi prima del tempo e di risarcire con il materiale ciò che risarcibile non è: l’affetto della madre. Anche su quest’ultima (Isabella Ragonese) non avrebbe certo guastato qualche minutino in più, non tanto prodigato all’elaborazione del lutto, quanto al ricordo.

Con ruvido realismo Luchetti (stra-meritevole del premio alla miglior regia ai David di Donatello 2011) guarda i suoi personaggi negli occhi, non dall’alto in basso, senza deformarli. La claustrofobica regia indugia ossessivamente su volti e corpi che saturano il campo, così stretta da lasciare minimi spiragli alla periferia e meno di zero al centro della Capitale. La macchina a spalla, con i suoi lunghi e mossi piani-sequenza, mette a fuoco l’instabilità della vita e del lavoro nel tempo odierno in un risultato paragonabile a quello ottenuto da Silvio Soldini in Giorni e nuvole.

Concludendo, La nostra vita, pur con alcune sbavature, è un film sincero, genuino, che ottiene la palma di essere uno spartiacque in quel genere indefinito che descrive l’Italia contemporanea.


David di Donatello 2011: vincitori e vinti, becchi e bastonati. Il cinema italiano tra merito e farsa

9 maggio 2011

Miglior film a “Noi credevamo” di Mario Martone

Anche per quest’anno i David di Donatello sono stati consegnati. Con contorno di polemiche già al momento della comunicazione delle nomination. In quel tempo evitai di commentarle nell’attesa di vedere se, al momento del “and the winner is…”, saremmo passati dalla padella alla brace. Così, purtroppo ma anche prevedibilmente, è accaduto. Non starò a ridire tutti i nominati o tutti i vincitori. Per questo vi rimando a spulciare nel web. Farò solo alcune considerazioni.

 

Miglior film e miglior regista rispettivamente a Noi credevamo di Mario Martone e Daniele Luchetti per La nostra vita, sono meritati ma allo stesso tempo suonano come una sorta di “premio alla carriera”. Certamente però non sono interscambiabili, poiché Luchetti dimostra grande personalità con una mdp mossa che sta epidermicamente addosso ai suoi personaggi, col fiato sul collo, come un testimone scomodo. Cmq sia un po’ di dispiacere rimane per Una vita tranquilla, certamente uno dei più bei film made in Italy dell’anno (lunga vita a Claudio Cupellini!).

Nella categoria “miglior regia” qualcuno mi deve spiegare perché figurano Genovese e Miniero, e non Michele Placido (Vallanzasca), Stefano Incerti (Gorbaciof), Pupi Avati (Una sconfinata giovinezza). Quest’ultimo è il vero dimenticato di questa edizione. Nessuna nomination. Uno zero spaccato e ingiustificato, considerando il suo bellissimo film (essendo stato il suo più grande flop, i pochi spettatori che come me l’hanno visto saranno d’accordo con il mio giudizio).

E manca anche Andrea Molaioli con il suo Gioiellino (ricordo solo che con La ragazza del lago nel 2008 fece razzia di premi… e ora ce lo siamo già scordato!?!?).  

 

Arriviamo alla prima nota debole. Mi straccio con sdegno e costernazione le vesti di fronte alla vittoria di Paola Cortellesi come miglior attrice protagonista per il filmettino Nessuno mi può giudicare. Non c’è davvero più religione. Non dico Isabella Ragonese (sempre più bella e sempre più brava, senza dubbio una delle mie preferite, lo confesso) che muore dopo 10 minuti in La nostra vita, ma fossi stato al posto di Alba Rohrwacher e Sarah Felberbaum, candidate nella cinquina per La solitudine dei numeri primi e Il gioiellino, mi sarei alzato imbufalito nero e avrei sbattuto la porta del teatro. Insomma, è di cinema che stiamo parlando! Premiamo un’attrice vera! E non una brava comica televisiva prestata alla commediola!

Sul miglior attore protagonista niente da dire. Strabiliante la prova di Elio Germano, così intensa da far scolorire l’ottima performance di Kim Rossi Stuart nei panni del bandito gentiluomo Vallanzasca. Anche se nella cinquina manca incredibilmente il profondo Toni Servillo di Una vita tranquilla. E’ pura fantascienza essersi scordati di lui, quando invece è stato inserito Antonio Albanese per la trasposizione cinematografica del suo Cetto La Qualunque. E se non lo volevamo per il film di Cupellini, c’era Gorbaciof volendo. Dimenticanza che non merita perdono! Così come quella di Fabrizio Bentivoglio per Una sconfinata giovinezza.

Elio Germano, Rocco Papaleo, Paola Cortellesi

Tralascio la categoria “miglior attrice non protagonista”. Mentre mischio gioia e tristezza per il “miglior attore non protagonista”. Il premio è andato allo spassoso Giuseppe Battiston, ciliegina sulla torta del mediocre La Passione di Mazzacurati. Ed è un premio meritato. Però, potendo, ne avrei lasciato un pezzettino a Francesco Di Leva, inestimabile in Una vita tranquilla.

Trovo offensivo aver lasciato a becco asciutto Teho Teardo (Il gioiellino) come miglior musicista, andando a premiare invece il duo Marcotulli/Papaleo per Basilicata Coast to coast.

Mi strappo i capelli anche per il premio al miglior montaggio, andato ad Alessio Doglione per 20 sigarette, quando è clamorosamente degno addirittura di un Oscar il lavoro compiuto da Consuelo Catucci per Vallanzasca. Chi lo ha visto, sarà certamente d’accordo con me!

Il miglior regista esordiente è Rocco Papaleo per Basilicata coast to coast, film che ho letteralmente adorato fino a sognare una simile zingarata estiva nel meridione, ma che forse poteva lasciare il posto a Edoardo Leo e al suo 18 anni dopo. E perché è rimasto nel dimenticatoio Ascanio Celestini col suo La pecora nera? Misteri privi di risposta!

La sceneggiatura va alla coppia Martone-De Cataldo. Quest’ultimo ormai, dopo Romanzo Criminale di Palcido, è asceso nell’olimpo dei grandi sceneggiatori italiani, e questo premio lo dimostra. Ma anche in questo caso verso una lacrimuccia per lo sconfitto trio di autori del film di Cupellini. Davvero una gran bella storia. Punto e basta.

 

Insomma, più ombre che luci in un’edizione degli Oscar italiani dimenticona, fatta con i piedi, che ha privilegiato le commediole e dimenticato il cinema d’autore. In questo modo si premia il botteghino, non la qualità. Due fattori che, spesso, come anche sanno i bambini, non vanno di pari passo.


La fine è il mio inizio: father and son…

3 aprile 2011

Il cerchio della vita. Non è il Re Leone, ma uno dei tanti insegnamenti della terrestre filosofia di vita di Tiziano Terzani, i cui ultimi giorni sono raccontati in La fine è il mio inizio di Jo Baier, con Bruno Ganz ed Elio Germano. Un film della parola, di una parola pura, che non si trasforma in flashback o simili. Parola allo stato brado, nelle sue spigolature, nella sua musicalità, nel suo essere veicolo del pensiero e del vissuto di un uomo normale e speciale allo stesso tempo. Un kammerspiel all’aperto, un racconto continuo che si fa assaporare frase dopo frase, senza incappare in inutile ampollosa verbosità. Tutta una vita scorre attraverso il dialogo tra padre e figlio, fino all’ultimo respiro (vitale).

Di fianco al logos fatto cinema c’è spazio per il rumore del giorno, il frastuono delle nuvole che (non) scorrono, il fruscio delle foglie, il fischio del vento, il crescere di un albero, il gracchiare dei corvi, ma anche per il lieve fracasso dei piatti in cucina o delle forchette a tavola.

 

Girato interamente in Toscana, nei veri luoghi in cui soggiornò Tiziano Terzani prima di morire, La fine è il mio inizio, trova la via verso il cuore dello spettatore nell’interpretazione di Bruno Ganz. Difatti la prova di Elio Germano è insipida, poco partecipata, distaccata. Bruno Ganz invece confeziona una prova attoriale da premio, superiore a quella de La caduta e Il cielo sopra Berlino. Con barba folta e bianca da grande vecchio e abito candido da monaco Zen, ha le sembianze di un Padre Eterno sceso sulla Terra o di un uomo pronto ad indossare le vesti lucenti dell’aldilà. Ogni grassa risata, ogni ruga che si piega sul suo volto, ogni occhio sgranato sul mondo sono carichi di sentimento e di vera gioia per una vita della quale si è succhiato tutto il midollo. A sorreggere la sua grande performance altri due pilastri: una fotografia mozzafiato, tanto che lo spettatore si chiede se certi luoghi (così lontani, così vicini), come la cima del monte affacciata sulle nuvole color panna, siano reali o celestiali; la colonna sonora di Ludovico Einaudi, uno stream of consciousness al piano dolce e lieve, trascinante e inafferrabile, energico e malinconico. Ogni paesaggio e ogni nota battono sul nostro cuore come il vento alla fragile e sbucciata porta della umile dimora di Terzani/Ganz. Sostanziosi punti a favore che suppliscono a due difettucci evidenti: una regia, quella di Jo Baier, anonima e assolutamente impersonale; una certa demagogia in alcuni frangenti. Quanto a questo secondo nèo, è di quelle demagogie che si mandano giù come un boccone però non troppo amaro, proprio perché, in particolare in questo nostro periodo storico, soddisfa le aspettative di un pubblico desideroso di certezze e necessarie banalità.

 

Privo di baci appassionati, sparatorie o delitti sanguinolenti, è un film che esalta le cose più comuni e piccole del nostro vivere, che merita di essere visto anche solo per essere un’anomalia nel sistema-cinema. Un film di contenuto, da guardare estasiati con la testa leggermente inclinata e la bocca poco poco aperta, con l’attenzione alta e pronta a non lasciarsi sfuggire neppure una mezza parola, con lo sguardo vigile nell’indagare le pieghe della vita (terrena e non solo).


La nostra vita

30 luglio 2010

Visceralmente italiano. Dietro un titolo oneroso e ingombrante, La nostra vita misura i battiti dell’Italia del nostro tempo. La sicurezza sul lavoro (nero), il rapporto con gli extracomunitari, la nascita di un nuovo proletariato, gli “impicci” dell’edilizia, la famiglia, la paternità e la cura dei figli. Senza (s)cadere nel film di denuncia e senza morali o ideologie morettiane/guzzantiane di fondo, Daniele Luchetti racconta tutto ciò con stile asciutto, andando oltre l’orizzonte della crisi economica non ancora finita. E lo fa concentrandosi su una storia individuale dai risvolti universali.

Elio Germano, one man film, con una performance così intensa da lasciar scolorire il resto del cast artistico, dà gambe e carattere al personaggio di Claudio come nessun altro avrebbe saputo fare, consacrandosi come vera punta di diamante della nuova generazione di attori made in Italy. In Claudio c’è tutto il paese reale, l’operaio che s’industria per diventare, o quanto meno sentirsi, un borghese piccolo piccolo. Un uomo che nonostante l’infausto destino non è mai realmente cattivo. Rabbioso, intenso, ma non cattivo. Un uomo dall’indole rock che da buon gladiatore non si arrende e porta avanti la sua vita spericolata. Orgoglio, onore, rispetto, amore, disagio, determinazione. Tutti questi sentimenti passano attraverso gli occhi sempre tesi e lucidi di Germano. Tutt’altro rispetto all’anima fragile di cui parla Vasco Rossi nella canzone amata e cantata a squarciagola dalla giovane coppia. Ma “la vita continua anche senza noi” e non c’è tempo per la commozione o per le lacrime né per Claudio né per il pubblico.

Ancora una volta, il regista de Il portaborse si avvale alla sceneggiatura della collaborazione di Rulli e Petraglia. Ma i due non sono in grado di confezionare un congegno perfetto come fecero per il precedente Mio fratello è figlio unico. Dopo un inizio brillante, che ben illustra la costruzione di un giovane idillio familiare, perdono per strada alcuni fili potenzialmente interessanti, che scomparendo tolgono energia al film. Uno su tutti il rapporto con i figli, quella volontà di Claudio di renderli autonomi e grandi prima del tempo e di risarcire con il materiale ciò che risarcibile non è: l’affetto della madre. Anche su quest’ultima non avrebbe certo guastato qualche sequenza in più, seppur breve, non tanto prodigata all’elaborazione del lutto, quanto al ricordo.

Con ruvido realismo Luchetti guarda i suoi personaggi negli occhi, non dall’alto in basso, senza deformarli o prenderli in giro. La claustrofobica regia indugia ossessivamente su volti e corpi che saturano il campo, così stretta da lasciare rari spiragli alla periferia e meno di zero al centro di Roma. La macchina a spalla con i suoi lunghi e mossi piani sequenza mette a fuoco l’instabilità della vita e del lavoro nel tempo odierno, in un risultato paragonabile a quello ottenuto da Silvio Soldini in Giorni e nuvole.

La nostra vita, pur con alcune sbavature, è un film sincero, genuino, che ottiene la palma di essere uno spartiacque in quel genere indefinito che descrive l’Italia contemporanea. Ciò che verrà dovrà sapere di nuovo, altrimenti sarà da bollare con un riduttivo “già visto”.


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