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“Vietato Morire”. Sfocato docu-dramma sull’eroina

locandina

Vietato morire è un ordine, un imperativo non scritto della vita, di chiunque venga al mondo. O almeno è vietato morire per mano propria, di quel suicidio (in)volontario e non legalizzato che è la droga, in questo caso particolare l’eroina. Il giovane Teo Takahashi ci racconta quattro storie di chi, a vivere, ce la fa o non ce la fa, ci prova o se ne tira fuori. Oltre ogni singola vicenda, ciò che resta è la speranza che la comunità di recupero di Villa Maraini (Roma) rappresenta per molti.

Il tema quindi c’è, batte forte, colpisce duro. O almeno potrebbe. Perché l’opera prima del 25enne regista romano, pur con una regia che cerca d’essere personale e presente, percepibile e percepita, non trova la sua strada, e non filtra alcun messaggio finale definito.

Nonostante passi on screen una realtà vera e di storie vere, si fa sentire il peso di un (non) apparente copione al quale questi fattori e attori devono sottostare. L’inserimento di fiction non giova all’opera, anzi toglie fiato a quella componente di spontaneità che dovrebbe contraddistinguere ogni documentario. Ma non solo. Tende addirittura ad ingabbiare e contenere la portata realistica che il film avrebbe, quella stessa portata di realtà che possiede e avvolge Villa Maraini.

Insomma, il risultato non è né carne né pesce, qualcosa che rimane a metà, sospeso, incompiuto. Un’occasione mancata per raccontare il dramma della droga e del consumo di eroina con quell’incisività e quel tocco aggressivo ed eversivo che vorremmo e che questo tema merita. Tutto rimane soft, sfocato, un po’ ovattato, un po’ fatto.

“Dorme”, l’esordio di Eros Puglielli

C’è chi fa cose, chi vede gente e chi… dorme. Anna dorme. Dorme sempre. O quantomeno questa è la scusa che dà per non parlare a telefono con Ruggero, ormai suo ex ragazzo. Perché lo ha lasciato? E’ troppo basso.

Da questo spunto di base prende il via Dorme, film d’esordio di Eros Puglielli (Occhi di cristallo). Grezzo nella qualità visiva, assai sfizioso e creativo nella tecnica registica. Zoomate folli, rallenty onirici, capovolgimenti di prospettiva e primissimi piani rendono variegato e personalissimo il suo rapporto con la macchina da presa. Un film semplice, sincero, che nasce dal bisogno di mettere in pellicola un’idea. Eccolo qua il punto di forza di Dorme: l’idea! Farcita poi da una manciata di personaggi veri e grotteschi allo stesso tempo: la “bella” e svampita Anna, il triste e solo Ruggero, il bipolare Riccio, l’anfetaminico Michele. Da non dimenticare il papà di Ruggero, tipico romanaccio scorbutico, mangione e in canottiera perenne. Da segnalare l’eclettismo della colonna sonora, guidata a tambur battente da Sognando California dei Dik Dik.

Un film da recuperare! Disponibile su Own Air.

“Tutti giù per aria”: la vertenza Alitalia (non) è un film…

Tutti giù per aria di Francesco Cordio, nonostante la vocazione del titolo up in the air, è un docufilm con i piedi per terra, ancorati a terra, privo del conforto dei cieli, denso di tutti gli elementi di una battaglia combattuta in strada con presidi e manifestazioni. Vi si raccontano le vicende della vertenza Alitalia, durata otto mesi, dall’agosto 2008 (tra il 28 e il 31 del mese la nostra compagnia aerea di bandiera ferma la sua attività dopo 60 anni a pieno ritmo) all’aprile 2009. Vediamo quindi il commissariamento, le offerte giunte e mai concretizzate con Air France, la nascita di CAI, la cassa integrazione, il malo-principio del “vogliamo il miglior materiale umano al minor costo”. Tutto questo giunge alla sensibilità dello spettatore tramite il punto di vista dei lavoratori, dando voce a quella compagine risultata quasi del tutto muta e nulla nelle news diramate dai media in quei mesi di passione.

Il montaggio di Francesco Biscuso (scrematura di oltre 80 ore di video) mischia e alterna materiale e interviste girate live durante le proteste con audio di telegiornali e interventi di sindacalisti o grandi personaggi del teatro e del piccolo schermo come Ascanio Celestini, Marco Travaglio, Dario Fo. Ma c’è posto anche per inserti di fiction con protagonista uno stewart cassaintegrato, impersonato dall’attore italo-argentino Fernando Cormick, che ci conducono dalle stelle alle stalle in una normale e funesta giornata lavorativa. L’assistente di volo si fa la barba, si veste, va all’aeroporto, incontra i colleghi, e qui il mondo, e anche il cielo, gli cadono addosso. Inserimento di finzione che, di fronte a tutto il resto, appare ridicolo, goffo, evitabile, ma allo stesso tempo funzionale, per contrappunto, nel marcare il dramma di ciò che, purtroppo, è stato realtà e non “film”. Ad amalgamare il montaggio la calda e nitida voce fuoricampo di Roberto Pedicini, noto doppiatore di Kevin Spacey.

Dopo Inti–Illimani – Dove cantano le nuvole, Francesco Cordio dimostra di essere documentarista preciso, che si pone un fine e lo persegue a testa bassa. Il messaggio è uno e univoco, non lascia scampo a divagazioni. Il risultato è un’opera volutamente “di parte”, una pièce à thèse che sposa un unico punto di vista, atto a rendere tangibile uno dei più grandi “naufragi” aziendali dell’Italia recente. Un reportage sentito e necessario, degno del miglior programma d’inchiesta di Rai 3 e meritevole di essere mostrato nelle scuole. Emerge forte, come anche detto al megafono da un manifestante, come l’ “Alicidio” possa essere per il futuro del Belpaese un caso esemplare: perché se ad ogni passaggio d’azienda si possono distruggere le regole contrattuali pregresse, è la fine per tutti, è un triste caso particolare che assume valenze e diffusione “universale”, ripetibile a nuove vittime come insegnanti, metalmeccanici, ecc.

Degne di nota la bella canzone di Luca Bussoletti che chiude il film e il “siparietto” finale (dopo i titoli di coda) di Ascanio Celestini, che irrompe con tono tragi-comico declamando con fare dimesso il suo racconto inedito “L’aereo di carta”.

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Distribuzione Indipendente, il cinema è on demand su Own Air

“Il cinema è un’invenzione senza futuro” dichiarò Louis-Jean Lumière nel 1895 dopo aver dato alla luce la più grande invenzione del XX secolo. Ma la Storia poi lo ha smentito pesantemente. Il cinema è sempre più vivo e sposta i suoi orizzonti nel mondo del 2.0, dalla sala all’on demand.

A differenza del padre del Cinematografo, è lungimirante il progetto, in partenza oggi 6 gennaio, voluto e promosso da Distribuzione Indipendente in collaborazione con la piattaforma web “Own Air”.

Infatti da gennaio 2012 DI, o Dindi come la chiamano i più affezionati e fedeli, garantirà la distribuzione dei propri film anche on demand su “Own Air”, in contemporanea con le uscite in sala.

Distribuzione Indipendente e “Own Air”, chi erano costoro?

La prima è la nuova realtà distributiva italiana per il cinema indipendente, d’autore e di genere. Tramite Cineclub, Cinecircoli, Cinema d’essai e Associazioni Culturali diffonde a livello nazionale film validissimi che altrimenti non troverebbero posto negli imperanti multisala. Sono già usciti Falene, Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole, SaGràscia, Bloodline e Il magico Natale di Rupert.

La seconda è l’innovativa piattaforma made in Italy che permette un’offerta di distribuzione cinematografica sia in ambito current che library, con il dichiarato intento di dare visibilità a tutti quei film esclusi dai normali circuiti. Con pochi click e a prezzi molto economici, si possono scaricare legalmente film straordinari e non comuni.

Come è evidente, gli intenti sono gli stessi, il feeling è stretto, la sinergia inevitabile e necessaria.

Una scelta nuova nel panorama del cinema italiano avvalorata dagli ultimi dati Anica 2010, secondo i quali ci sono circa 24 milioni di italiani amanti della settima arte, che, non solo per motivi economici, decidono di non frequentare le normali sale cinematografiche. Questo perché c’è voglia di scoprire e vedere un “cinema altro”, non allineato alle logiche di mercato, e spesso ben più interessante di quello che invece le segue.

Il progetto prende il via oggi 6 gennaio con Tutti giù per aria di Francesco Cordio, documentario sulla vertenza Alitalia.

Che altro dire… senza dubbio un progetto da seguire e sostenere!

“Bloodline”: sesso, zombie e rock’n’ horror

Sesso, zombie e rock’ n’ horror! Di questo trio di elementi si ciba Bloodline di Edo Tagliavini, bizzarro indie horror low budget che ha il merito di gettare nuova luce su un genere che in Italia non pratichiamo più molto, ma nel quale abbiamo eccelso con Dario Argento e Lamberto Bava. Due non plus ultra che non cito a caso, poiché nel cast tecnico del film figurano due loro stretti collaboratori: Sergio Stivaletti (per il trucco e gli effetti speciali) e Claudio Simonetti (per le musiche).

Siamo di fronte ad un horror che non si prende sul serio, che mischia con libertà e creatività filoni diversi: ghost story, zombie movie, slasher, porno. Un mescolone volontariamente confuso e confusionario (nel senso buono del termine), che riporta a galla un godurioso e divertito gusto anni Ottanta. Bloodline rovescia sul tavolo tutti gli elementi dai quali poter attingere per un nuovo decollo di quelli che un tempo chiamavamo “film del terrore”. Insomma, un occhio al passato e un occhio al futuro.

Un’opera citazionista e irriverente, che fa facilmente e volontariamente uso di banalità e stereotipi, una sorta di joke, di divertissement che ci lascia un continuo sorrisetto sulla faccia. Incappiamo in una bambina fantasma (molto simile alla piccola vampira di Lasciami entrare o alle gemelline di Shining) che si muove come un ologramma di Star Wars, zombie agili come lupi mannari con volti posseduti come in L’Esorcista di Friedkin, morsi con denti aguzzi e succhiotti strappapelle come nemmeno nel Bram Stoker’s Dracula di Coppola. Ma anche in sangue (bordeaux) a fiotti e schizzi “ad alta pressione”, operazioni a cuore aperto (rigorosamente senza anestesia), coltellate in bocca, strumenti di tortura alla Saw – L’enigmista, attori porno impotenti e improvvisati (intelligente e sottile quest’ironia sul genere a luci rosse), un killer – il “Chirurgo” – spietato e originale (sguardo da Corvo e look che ricorda vagamente l’assassino di San Valentino di sangue) perfetto per una breve saga sanguinolenta.

Ma non sono tutte rose e fiori (di sangue). Inevitabile qualche appunto sui dialoghi e sulla prova degli attori. Va bene, entrambi gli elementi non sono mai stati il punto forte degli horror. Ma qui si rasenta un ridicolo tendente all’inguardabile, roba da soap opera di serie C per under 16. Forse anche questa recitazione a dir poco amatoriale è voluta? Chissà, forse sì. I dialoghi poi, pieni zeppi di doppi sensi e battute facili, non fanno presa alcuna.

Tra pregi e difetti si muove anche la regia. Tagliavini alla mdp ha personalità. Macchina a mano, movimenti traballanti, ottime le scene nell’algido ambulatorio/obitorio del killer. Sa giocare bene con il montaggio alternato e parallelo. Ma forse, di abilità registica, ne mette in mostra un po’ troppa, sconfinando nell’esercizio di stile e di bravura. Peccato, perché bastava meno per dimostrare la sue indubbie capacità.

Accattivante il finale, che ci coglie di sorpresa.

Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole: quando la musica è unidad popular

Il pueblo cileno è davvero unido agli Inti-Illimani. Popolo, band e Storia recente del Paese sudamericano sono una cosa sola. E’ questo il messaggio che, forte e chiaro, emerge dal documentario realizzato dall’accoppiata Francesco Cordio e Paolo Pagnoncelli sulla storica band andina. Un escursus dagli anni Settanta ad oggi, passando per l’esilio (1973-1988) in Italia durante la dittatura di Pinochet e il ritorno trionfale in patria, l’avvicendarsi di vecchi e nuovi membri del gruppo e l’immutabile legame affettivo (e non solo) col popolo latino. Storia di una band che, come una fenice, si rinnova e rinasce, che fa tesoro del passato e guarda al futuro, scavalcando l’immagine stereotipata e leggendaria tutta poncho e pugni alzati.

Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole pone esplicitamente e volontariamente l’accento, o forse sarebbe meglio dire la tònica, sulla dimensione musicale della band, e molto meno sulla componente politica. Ci si concentra su Jorge Coulon&Co. con piani ravvicinati, visivi e narrativi, tramite interviste e presentazioni genuine, quasi improvvisate. I volti del popolo cileno rimangono sullo sfondo, visibili solo in brevi e radi spezzoni di repertorio e riprese live di concerti di piazza. Nonostante questo, la loro anima e il loro sentire nazionale sfondano verso il primo piano emozionale dello spettatore. Commoventi e coinvolgenti le fuggevoli sequenze in cui giovani fan della band, cantando con trasporto quasi romantico la loro canzone del cuore, dimostrano davvero di godere e incarnare quei ritmi di flauti e maracas, quei suoni dolci e sinuosi. E questo, verace e innamorato, è quel popolo che “negli anni proibiti” comprava i loro dischi clandestinamente chiedendo di “altro genere di musica” ai mercatini delle pulci e che ama gli Inti-Illimani più dei Pink Floyd. Un legame così a doppio filo che gli stessi membri della band, trovatisi di fronte ad un possibile scioglimento, hanno optato per continuare a suonare e cantare insieme, perché gli Inti-Illimani sono del popolo, sono patrimonio del popolo.

Un film a tesi dunque, una sorta di saggio breve cinematografico che si concentra e circoscrive intorno alla portata di unidad popular della band. Una tematica delimitata, forse anche troppo, ma certamente sintomo di una scelta forte, che esprime personalità e coraggio da parte dei due registi. Una scelta scivolosa, che espone a critiche di parzialità, ma allo stesso tempo sfugge alle accuse di generalismo. Detto questo, la pellicola ha le sue smagliature, lentezze e lunghezze (qualche minuto in meno non sarebbe certo guastato). La struttura intervista-concerto-intervista –concerto alla lunga stanca, si fa ripetitiva, e si sente la mancanza di qualche colpo di coda o cambio di respiro. Peccati tecnici veniali in fin dei conti. E quindi perdonabili. Perché Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole è un documentario sentito, di cuore e di pancia, che ci ricorda come la musica sia portatrice di cultura e libertà, chioccia di radici e Memoria, spina nel fianco del Potere e fonte d’identità nazionale.

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