“Dorme”, l’esordio di Eros Puglielli

2 aprile 2012

C’è chi fa cose, chi vede gente e chi… dorme. Anna dorme. Dorme sempre. O quantomeno questa è la scusa che dà per non parlare a telefono con Ruggero, ormai suo ex ragazzo. Perché lo ha lasciato? E’ troppo basso.

Da questo spunto di base prende il via Dorme, film d’esordio di Eros Puglielli (Occhi di cristallo). Grezzo nella qualità visiva, assai sfizioso e creativo nella tecnica registica. Zoomate folli, rallenty onirici, capovolgimenti di prospettiva e primissimi piani rendono variegato e personalissimo il suo rapporto con la macchina da presa. Un film semplice, sincero, che nasce dal bisogno di mettere in pellicola un’idea. Eccolo qua il punto di forza di Dorme: l’idea! Farcita poi da una manciata di personaggi veri e grotteschi allo stesso tempo: la “bella” e svampita Anna, il triste e solo Ruggero, il bipolare Riccio, l’anfetaminico Michele. Da non dimenticare il papà di Ruggero, tipico romanaccio scorbutico, mangione e in canottiera perenne. Da segnalare l’eclettismo della colonna sonora, guidata a tambur battente da Sognando California dei Dik Dik.

Un film da recuperare! Disponibile su Own Air.


“Tutti giù per aria”: la vertenza Alitalia (non) è un film…

20 gennaio 2012

Tutti giù per aria di Francesco Cordio, nonostante la vocazione del titolo up in the air, è un docufilm con i piedi per terra, ancorati a terra, privo del conforto dei cieli, denso di tutti gli elementi di una battaglia combattuta in strada con presidi e manifestazioni. Vi si raccontano le vicende della vertenza Alitalia, durata otto mesi, dall’agosto 2008 (tra il 28 e il 31 del mese la nostra compagnia aerea di bandiera ferma la sua attività dopo 60 anni a pieno ritmo) all’aprile 2009. Vediamo quindi il commissariamento, le offerte giunte e mai concretizzate con Air France, la nascita di CAI, la cassa integrazione, il malo-principio del “vogliamo il miglior materiale umano al minor costo”. Tutto questo giunge alla sensibilità dello spettatore tramite il punto di vista dei lavoratori, dando voce a quella compagine risultata quasi del tutto muta e nulla nelle news diramate dai media in quei mesi di passione.

Il montaggio di Francesco Biscuso (scrematura di oltre 80 ore di video) mischia e alterna materiale e interviste girate live durante le proteste con audio di telegiornali e interventi di sindacalisti o grandi personaggi del teatro e del piccolo schermo come Ascanio Celestini, Marco Travaglio, Dario Fo. Ma c’è posto anche per inserti di fiction con protagonista uno stewart cassaintegrato, impersonato dall’attore italo-argentino Fernando Cormick, che ci conducono dalle stelle alle stalle in una normale e funesta giornata lavorativa. L’assistente di volo si fa la barba, si veste, va all’aeroporto, incontra i colleghi, e qui il mondo, e anche il cielo, gli cadono addosso. Inserimento di finzione che, di fronte a tutto il resto, appare ridicolo, goffo, evitabile, ma allo stesso tempo funzionale, per contrappunto, nel marcare il dramma di ciò che, purtroppo, è stato realtà e non “film”. Ad amalgamare il montaggio la calda e nitida voce fuoricampo di Roberto Pedicini, noto doppiatore di Kevin Spacey.

Dopo Inti–Illimani – Dove cantano le nuvole, Francesco Cordio dimostra di essere documentarista preciso, che si pone un fine e lo persegue a testa bassa. Il messaggio è uno e univoco, non lascia scampo a divagazioni. Il risultato è un’opera volutamente “di parte”, una pièce à thèse che sposa un unico punto di vista, atto a rendere tangibile uno dei più grandi “naufragi” aziendali dell’Italia recente. Un reportage sentito e necessario, degno del miglior programma d’inchiesta di Rai 3 e meritevole di essere mostrato nelle scuole. Emerge forte, come anche detto al megafono da un manifestante, come l’ “Alicidio” possa essere per il futuro del Belpaese un caso esemplare: perché se ad ogni passaggio d’azienda si possono distruggere le regole contrattuali pregresse, è la fine per tutti, è un triste caso particolare che assume valenze e diffusione “universale”, ripetibile a nuove vittime come insegnanti, metalmeccanici, ecc.

Degne di nota la bella canzone di Luca Bussoletti che chiude il film e il “siparietto” finale (dopo i titoli di coda) di Ascanio Celestini, che irrompe con tono tragi-comico declamando con fare dimesso il suo racconto inedito “L’aereo di carta”.

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Distribuzione Indipendente, il cinema è on demand su Own Air

6 gennaio 2012

“Il cinema è un’invenzione senza futuro” dichiarò Louis-Jean Lumière nel 1895 dopo aver dato alla luce la più grande invenzione del XX secolo. Ma la Storia poi lo ha smentito pesantemente. Il cinema è sempre più vivo e sposta i suoi orizzonti nel mondo del 2.0, dalla sala all’on demand.

A differenza del padre del Cinematografo, è lungimirante il progetto, in partenza oggi 6 gennaio, voluto e promosso da Distribuzione Indipendente in collaborazione con la piattaforma web “Own Air”.

Infatti da gennaio 2012 DI, o Dindi come la chiamano i più affezionati e fedeli, garantirà la distribuzione dei propri film anche on demand su “Own Air”, in contemporanea con le uscite in sala.

Distribuzione Indipendente e “Own Air”, chi erano costoro?

La prima è la nuova realtà distributiva italiana per il cinema indipendente, d’autore e di genere. Tramite Cineclub, Cinecircoli, Cinema d’essai e Associazioni Culturali diffonde a livello nazionale film validissimi che altrimenti non troverebbero posto negli imperanti multisala. Sono già usciti Falene, Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole, SaGràscia, Bloodline e Il magico Natale di Rupert.

La seconda è l’innovativa piattaforma made in Italy che permette un’offerta di distribuzione cinematografica sia in ambito current che library, con il dichiarato intento di dare visibilità a tutti quei film esclusi dai normali circuiti. Con pochi click e a prezzi molto economici, si possono scaricare legalmente film straordinari e non comuni.

Come è evidente, gli intenti sono gli stessi, il feeling è stretto, la sinergia inevitabile e necessaria.

Una scelta nuova nel panorama del cinema italiano avvalorata dagli ultimi dati Anica 2010, secondo i quali ci sono circa 24 milioni di italiani amanti della settima arte, che, non solo per motivi economici, decidono di non frequentare le normali sale cinematografiche. Questo perché c’è voglia di scoprire e vedere un “cinema altro”, non allineato alle logiche di mercato, e spesso ben più interessante di quello che invece le segue.

Il progetto prende il via oggi 6 gennaio con Tutti giù per aria di Francesco Cordio, documentario sulla vertenza Alitalia.

Che altro dire… senza dubbio un progetto da seguire e sostenere!


“Bloodline”: sesso, zombie e rock’n’ horror

13 dicembre 2011

Sesso, zombie e rock’ n’ horror! Di questo trio di elementi si ciba Bloodline di Edo Tagliavini, bizzarro indie horror low budget che ha il merito di gettare nuova luce su un genere che in Italia non pratichiamo più molto, ma nel quale abbiamo eccelso con Dario Argento e Lamberto Bava. Due non plus ultra che non cito a caso, poiché nel cast tecnico del film figurano due loro stretti collaboratori: Sergio Stivaletti (per il trucco e gli effetti speciali) e Claudio Simonetti (per le musiche).

Siamo di fronte ad un horror che non si prende sul serio, che mischia con libertà e creatività filoni diversi: ghost story, zombie movie, slasher, porno. Un mescolone volontariamente confuso e confusionario (nel senso buono del termine), che riporta a galla un godurioso e divertito gusto anni Ottanta. Bloodline rovescia sul tavolo tutti gli elementi dai quali poter attingere per un nuovo decollo di quelli che un tempo chiamavamo “film del terrore”. Insomma, un occhio al passato e un occhio al futuro.

Un’opera citazionista e irriverente, che fa facilmente e volontariamente uso di banalità e stereotipi, una sorta di joke, di divertissement che ci lascia un continuo sorrisetto sulla faccia. Incappiamo in una bambina fantasma (molto simile alla piccola vampira di Lasciami entrare o alle gemelline di Shining) che si muove come un ologramma di Star Wars, zombie agili come lupi mannari con volti posseduti come in L’Esorcista di Friedkin, morsi con denti aguzzi e succhiotti strappapelle come nemmeno nel Bram Stoker’s Dracula di Coppola. Ma anche in sangue (bordeaux) a fiotti e schizzi “ad alta pressione”, operazioni a cuore aperto (rigorosamente senza anestesia), coltellate in bocca, strumenti di tortura alla Saw – L’enigmista, attori porno impotenti e improvvisati (intelligente e sottile quest’ironia sul genere a luci rosse), un killer – il “Chirurgo” – spietato e originale (sguardo da Corvo e look che ricorda vagamente l’assassino di San Valentino di sangue) perfetto per una breve saga sanguinolenta.

Ma non sono tutte rose e fiori (di sangue). Inevitabile qualche appunto sui dialoghi e sulla prova degli attori. Va bene, entrambi gli elementi non sono mai stati il punto forte degli horror. Ma qui si rasenta un ridicolo tendente all’inguardabile, roba da soap opera di serie C per under 16. Forse anche questa recitazione a dir poco amatoriale è voluta? Chissà, forse sì. I dialoghi poi, pieni zeppi di doppi sensi e battute facili, non fanno presa alcuna.

Tra pregi e difetti si muove anche la regia. Tagliavini alla mdp ha personalità. Macchina a mano, movimenti traballanti, ottime le scene nell’algido ambulatorio/obitorio del killer. Sa giocare bene con il montaggio alternato e parallelo. Ma forse, di abilità registica, ne mette in mostra un po’ troppa, sconfinando nell’esercizio di stile e di bravura. Peccato, perché bastava meno per dimostrare la sue indubbie capacità.

Accattivante il finale, che ci coglie di sorpresa.


Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole: quando la musica è unidad popular

25 novembre 2011

Il pueblo cileno è davvero unido agli Inti-Illimani. Popolo, band e Storia recente del Paese sudamericano sono una cosa sola. E’ questo il messaggio che, forte e chiaro, emerge dal documentario realizzato dall’accoppiata Francesco Cordio e Paolo Pagnoncelli sulla storica band andina. Un escursus dagli anni Settanta ad oggi, passando per l’esilio (1973-1988) in Italia durante la dittatura di Pinochet e il ritorno trionfale in patria, l’avvicendarsi di vecchi e nuovi membri del gruppo e l’immutabile legame affettivo (e non solo) col popolo latino. Storia di una band che, come una fenice, si rinnova e rinasce, che fa tesoro del passato e guarda al futuro, scavalcando l’immagine stereotipata e leggendaria tutta poncho e pugni alzati.

Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole pone esplicitamente e volontariamente l’accento, o forse sarebbe meglio dire la tònica, sulla dimensione musicale della band, e molto meno sulla componente politica. Ci si concentra su Jorge Coulon&Co. con piani ravvicinati, visivi e narrativi, tramite interviste e presentazioni genuine, quasi improvvisate. I volti del popolo cileno rimangono sullo sfondo, visibili solo in brevi e radi spezzoni di repertorio e riprese live di concerti di piazza. Nonostante questo, la loro anima e il loro sentire nazionale sfondano verso il primo piano emozionale dello spettatore. Commoventi e coinvolgenti le fuggevoli sequenze in cui giovani fan della band, cantando con trasporto quasi romantico la loro canzone del cuore, dimostrano davvero di godere e incarnare quei ritmi di flauti e maracas, quei suoni dolci e sinuosi. E questo, verace e innamorato, è quel popolo che “negli anni proibiti” comprava i loro dischi clandestinamente chiedendo di “altro genere di musica” ai mercatini delle pulci e che ama gli Inti-Illimani più dei Pink Floyd. Un legame così a doppio filo che gli stessi membri della band, trovatisi di fronte ad un possibile scioglimento, hanno optato per continuare a suonare e cantare insieme, perché gli Inti-Illimani sono del popolo, sono patrimonio del popolo.

Un film a tesi dunque, una sorta di saggio breve cinematografico che si concentra e circoscrive intorno alla portata di unidad popular della band. Una tematica delimitata, forse anche troppo, ma certamente sintomo di una scelta forte, che esprime personalità e coraggio da parte dei due registi. Una scelta scivolosa, che espone a critiche di parzialità, ma allo stesso tempo sfugge alle accuse di generalismo. Detto questo, la pellicola ha le sue smagliature, lentezze e lunghezze (qualche minuto in meno non sarebbe certo guastato). La struttura intervista-concerto-intervista –concerto alla lunga stanca, si fa ripetitiva, e si sente la mancanza di qualche colpo di coda o cambio di respiro. Peccati tecnici veniali in fin dei conti. E quindi perdonabili. Perché Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole è un documentario sentito, di cuore e di pancia, che ci ricorda come la musica sia portatrice di cultura e libertà, chioccia di radici e Memoria, spina nel fianco del Potere e fonte d’identità nazionale.

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“Falene”: taralli a Paris in un noir grottesco e indipendente

23 novembre 2011

Se ne stanno lì, in giacca e cravatta, sotto un lampione del porto di Bari, a parlare di tutto e niente, del più e del meno, passando senza soluzione di continuità da puttane redente a cefali e spigole, da Jacques Prevert a Giuseppe Verdi, da amore fisico ad amore mentale, da “femmine fatte come femmine” a mani da (non) stringere ai parigini padroni di cani. Aspettando un Godot che arriverà e ne buscherà di santa ragione in nome di un’impresa infantile quanto irrinunciabile. Protagoniste due falene antropomorfe interpretate dalla strana e straordinaria coppia Totò Onnis e Paolo Sassanelli.

Scritto da Andrej Longo, Falene di Andres Arce Maldonado è un’opera che solo il cinema indipendente poteva partorire. Cinema della parola di forte impianto teatrale, Falene diverte, portandoci a ridere dell’assurdo e del surreale come raramente capita. Memorabile la sequenza in cui si progetta la vendita di “taralli” sui boulevard di Paris. Campo-controcampo e campi lunghi si alternano a zoomate improvvise sui volti dei due personaggi che, anche grazie all’ottimo montaggio di Gabriella Cristiani (premio Oscar nel 1987 con L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci), mischiano smorfie da tragedia greca a boccacce leonine, risate soffocate e liberatorie a dubbiosi sguardi in cagnesco. E sono i dialoghi a far da pradroni, per di più in un barese che rende tutto più grottesco ed esilarante, barese senza il quale saremmo a parlare di tutt’altro film (ben più noioso). Un non-contenuto che si fa contenuto, su un palcoscenico buio che puzza di pesce e che s’illumina sono nell’ultima sguarcio di film.

E’ proprio su Enzo e Tonino, ovvero Onnis e Sassanelli, che si regge l’intera opera. Una performance eccezionale, che colma le lacune di una regia ancora grezza, incerta. Maldonado serve i suoi attori, si affida a loro, alla loro abilità. Così bravi che talvolta ci sembrano recitare “a canovaccio”, liberi da una sceneggiatura stesa a tavolino, come trascinati da un’improvvisazione cosciente da comici dell’arte (dell’assurdo).

Nonostante quindi alcune inevitabili sbavature ed un finale che sa di raffazzonato con un improvviso quanto stonato turning point che tronca la vicenda, Falene è un film da sostenere, segnale di un cinema che sa abbandonare le vie battute per intraprendere quelle strette, ghiaiose, non asfaltate, faticose, che conducono a giardini meravigliosi destinati solo a pochi capitani coraggiosi. Onore quindi a Distribuzione Indipendente per aver intrapreso quest’avventura che, per fortuna, propone film-pecore nere in uno sterminato gregge di pecore bianche. Perché il nero, come quello indossato dalle falene, paradossalmente fa colore e brilla di luce (parigina) nel grigio piattume del cinema italiano di oggi. Quella luce che attrae Enzo e Tonino, ma anche tutti noi.


SaGràscia: un esordio abbagliante, un road movie spirituale

14 novembre 2011

SaGràscia, la grazia. Di Sant’Antonio al piccolo Antoneddu. Sì, ma a ben vedere la vera grazia l’ha fatta Bonifacio Angius al cinema italiano. Perché il suo primo lungometraggio è un perla, o forse sarebbe meglio dire una biglia, unica e rara, lucente e magica, che apre una breccia di novità nel velo di Maya del cinema made in Italy da sempre ancorato a pellicole da “pranzo della domenica”, domestiche, tutte casa e chiesa. Angius ci porta in una terra di mezzo sconosciuta, mai vista, en plain air, in un mondo (non) parallelo, sulle tracce di un road movie spirituale, sui generis, che affascina e cattura. SaGràscia è segno di un cinema indipendente coraggioso, che si autoproduce con il bassissimo budget di 15 mila euro e diventa grande grazie a idee vere, belle, fuori dal coro.

Il piccolo Antoneddu, caduto rovinosamente dalle scale per andare a giocare a biglie con i suoi amichetti, è vivo per miracolo. E deve raggiungere la chiesa di Sant’Antonio per lodare l’aureolato della grazia ricevuta. Con una candida fascia da piccolo karate kid  e un saio extra-small , inizia il suo pellegrinaggio in un mondo di sconfinate e polverose strade da Oklahoma e orti dei Getsemani costellati di alberi tentacolari, pastori che sembrano zingari (e viceversa) e traghettatori dell’asfalto con mezzi sgarrupati, secchi e gialli campi (elisi) di grano e tramonti senza tempo. Incappando in personaggi muti, canterini, sibillini, che ora ci sono, ora non ci sono più. “Sogno o son desto?” si chiede continuamente lo spettatore. Antoneddu è vivo o morto? E’ sogno o realtà, immaginazione o preghiera? Il giovane regista sardo riesce con polso fermo a tenere alto questo interrogativo per tutta la durata del film, fino a negarci una consolatoria risposta definitiva. E’ così che sin dai primi minuti veniamo catapultati in medias res in una suspense fatata, onirica, del non noto.

Rinunciando quindi volontariamente ad una linea narrativa chiara e a dialoghi “quotidiani” (il film è parlato in sardo stretto e sono davvero poche le battute che capiamo), Angius (curatore factotum della fotografia, oltre che della regia, del soggetto e della sceneggiatura) punta tutto sull’immagine, sulla sensazione che essa è capace di suscitare senza ricorrere a tante parole. Dimostra inoltre di saper giocare con i generi. Due esempi: molto horror movie di gusto baltico il rigagnolo di sangue di Antoneddu steso sulle scale e marcatamente western (con tanto di rumore di serpente a sonagli fuoricampo) la scena ambientata sul campo di calcetto. Lo stesso montaggio, poi, gioca con le unità di tempo e luogo, passando senza preavviso dal reale all’immaginario (o trascendentale).

In merito alla regia, Angius, seppur giovanissimo (29 anni), ha talento da vendere. La varietas domina fluida inquadratura dopo inquadratura. Potrebbe insegnare in una scuola di cinema.

Il tutto è accompagnato quasi interrottamente da una colonna sonora empatica, zigana, di violino, chitarra e fisarmonica, che orchestra ritmi “diabolici” e briosi alla Paganini e Kusturica, pur lasciando spazio ad alcune brevi marcette da commedia all’italiana e ad alcune sinfonie di musica classica. Ma grande attenzione in presa diretta è rivolta anche a suoni e rumori ambientali: il brusio delle cicale, il soffio del vento tra le foglie degli alberi, il ticchettare secco delle biglie sul pavimento, il graffiante cigolio dello sportello dell’Ape.

Un mondo surreale, arcaico e biblico, sulla terra e nell’aldilà allo stesso tempo, che si ciba dei volti giusti. Il piccolo Giuseppe Mezzettieri, 10 anni, è uno scugnizzo che non sbaglia uno sguardo. Da segnalare anche le prove della rugosa e pasoliniana Maria Sau nel ruolo della nonna, di Daniele Marrosu nei panni del felliniano Zuanne e della bella e imperscrutabile Francesca Niedda, che incarna Angela, a metà tra una giovanissima Madonna velata e una compita Maria Maddalena.

Insomma, SaGràscia è un piccolo grande film da non perdere, che avvolge, scalda e conduce in un mondo da fiaba senza via d’uscita. E poco importa se, giunti ai titoli di coda, sentiamo di non aver compreso ogni sua sfaccettatura o ogni sua battuta. E’ il potere del cinema: non solo narrare, ma anche condurre in mondi non convenzionali. Ma in fin dei conti, la totale non comprensione delle cose è tipica di ogni sa gràscia ricevuta. Proprio come questa di Antoneddu e Bonifacio.

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Esclusivo! Intervista a Bonifacio Angius, regista di “SaGràscia”, nelle sale dall’11 novembre

11 novembre 2011

Oggi 11 novembre esce nelle nostre sale SaGràscia, opera prima del giovane e talentuoso regista sardo Bonifacio Angius. Onesto e Spietato lo ha intervistato. Ecco cosa ci ha raccontato!

Innanzitutto Bonifacio grazie di concederci quest’intervista. Ma partiamo con le presentazioni: chi è Bonifacio Angius? Ho letto che hai frequentato a lungo anche Firenze, e da fiorentino la cosa mi incuriosisce. Qual è quindi la tua formazione cinematografica?

Ho vissuto a Firenze per circa sei anni, studiavo psicologia all’università e nel frattempo frequentavo il corso di recitazione cinematografica nella scuola “Immagina”. Anche se ho intrapreso diversi studi riguardanti la cinematografia mi considero un autodidatta e credo che per capire i mestieri del cinema bisogna scontrarsi con i problemi concreti che riguardano la produzione. Ho iniziato con una camera da turista girando con gli amici al di fuori della scuola. Sono sempre stato un grande appassionato, a quattordici anni riuscivo a vedere anche cinque o sei film in una giornata.

SaGràscia si muove tra sogno e realtà, morte e vita, ricordo e preghiera. Come è nata l’idea alla base del soggetto?

Un giorno di tre anni fa stavo rovistando tra le vecchie foto di famiglia. Dentro una scatola di latta ce n’erano alcune vecchissime, in bianco e nero. In una di queste c’era mio padre. Era bambino, era in piedi sull’uscio della casa dei miei nonni a Villanova Monteleone, indossava un saio da fraticello, aveva la testa fasciata e due occhi grandi, sbarrati, pieni di paura. Incuriosito dall’immagine ho chiesto a mio padre che stesse facendo nella foto e lui mi ha raccontato una storia. La storia di un bambino che cade dalle scale, se la vede brutta, rischia davvero di morire, sopravvive e viene mandato a ringraziare Sant’Antonio per non essere morto. In quella foto mio padre stava uscendo di casa per iniziare il suo pellegrinaggio. Ai miei occhi era terribile pensare a questo povero bambino costretto a ringraziare un santo che neppure conosce, per non averlo fatto morire. Comunque, mio padre non era morto, ho pensato. Ma se fosse morto? Io non ci sarei stato, ho pensato. A partire da questo ragionamento è nato il film. Inizialmente, l’idea sembrava buona per un cortometraggio. Poi, un po’ per caso, un po’ per volontà non detta, un po’ perché ha prevalso in maniera naturale su chi scriveva la necessità di rappresentare un viaggio più interiore che esteriore e perciò lungo e contorto, di restare attaccati alla voglia di vita del protagonista, il cortometraggio è diventato un lungometraggio. Il viaggio del bambino è diventato anche il nostro viaggio, la nostra scoperta progressiva di porte da aprire, di ostacoli da superare, di stanze da vivere, di persone da conoscere. Il viaggio è diventato un film, SaGràscia.

Nel tuo film, tra gli attori, non ci sono volti noti. Come e dove hai “reclutato” il cast artistico?

Gli attori del film sono per la maggior parte non professionisti, presi dalla strada, praticamente reclutati tra gli abitanti di Ploaghe, il paese in cui è stato girato il film. A questi si aggiungono Pietro Pittalis e Stefano Deffenu attori più navigati, già protagonisti di alcuni miei corti. Pietrino e Stefano sono attori straordinari e sicuramente torneremo a lavorare insieme. Giuseppe Mezzettieri, il bambino protagonista, lo conobbi sul set di un mio corto, “In sa ‘ia”, mi è sembrato da subito una forza della natura, un bambino sveglio, intelligentissimo, monello. Poi ci sono Domenico Montixi e Francesca Niedda; Domenico ha un talento esagerato, Francesca è una mia carissima amica, una sorella, ed è stata fondamentale perché era l’unica attrice che riuscivo a vedere per il ruolo di Angela.

Tre lunghi anni di lavorazione per uno splendido  film low budget autoprodotto e costato solo 15 mila euro. Quanto è stato difficile portare a termine e in sala questa tua opera? E come sei venuto in contatto con Distribuzione Indipendente?

Realizzare questo film è stato un incubo, l’ho sognato tutte le notti per più di tre anni. Se mi mettessi a raccontare tutte le difficoltà che abbiamo avuto rischierei di annoiarti, dunque meglio chiuderla qui. Il primo contatto con Distribuzione Indipendente è avvenuto in spiaggia:  ero seduto sul mio asciugamano in mezzo alla folla, ad un certo punto ho sentito il telefono squillare, era Giovanni Costantino di Distribuzione Indipendente ed il film gli era piaciuto.  Allora abbiamo iniziato.

Non il solito film domestico all’italiana, ma una pellicola che mischia i generi e vi sfugge. Hai mai temuto, in corso d’opera, di aver intrapreso una strada troppo ripida, con scelte contenutistiche e stilistiche che il grande pubblico avrebbe rischiato di non comprendere?

Si, ho avuto paura, ce l’ho anche adesso. Credo però che il cinema debba essere realizzato da artisti veri. Se un vero artista possiede passione e amore verso la propria creazione non credo che debba scendere a compromessi e cambiare per farsi piacere dal grande pubblico, perchè a quel punto si trasformerebbe in qualcos’altro.

Folklore e religione, fioretti e preghiere, ritmi zigani e ringraziamenti urlati ai crocefissi. Come credi che sia oggi il rapporto degli italiani con la religione cattolica? E, se posso chiedertelo, il tuo qual è?

In tutti noi, che ci piaccia o no, alberga un sentimento religioso, sia che si viva in Italia, in Cina, in America o in India. Non saprei dirti quale sia il rapporto degli italiani con la religione cattolica, per quanto mi riguarda credo nel Dio caotico e confuso che ha creato la vita.

Guardiamo al futuro. Il dopo SaGràscia cosa prevede? Hai già in cantiere nuovi progetti? Ci puoi dare un’anticipazione?

Il prossimo film si chiamerà Perfidia e racconta di un uomo di circa trent’anni con grosse difficoltà ad adeguarsi al mondo che lo circonda. Ma su questo non vorrei raccontare troppo per scaramanzia.

Bonifacio, grazie mille per questa intervista. E in bocca al lupo per il tuo film!  

Grazie mille a te!!!


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