Premessa: temo che questa mia recensione contenga un giudizio impopolare. Fine premessa.
Che la consegna dei Premi Oscar sia una mezza farsa è ormai risaputo. Quindi non mi stupisce che un film mediocre come Il discorso del re abbia messo a segno un colpo grosso. Ebbene sì, sarò una voce fuori dal coro, ma nel complesso trovo che sia un filmettino. E lo dico a malincuore, con non poca delusione. Perché di fronte ad un tale soggetto mi sono stupito su come ancora nella storia del cinema nessuno avesse tradotto in immagini in movimento una vicenda così affascinante: il re balbuziente che pronunciò alla nazione britannica il primo discorso radiofonico in tempo di guerra. Ad evitare equivoci dico subito che Colin Firth è davvero molto bravo, per di più in un film logopedisticamente indoppiabile. L’ansia, la rabbia, il disagio, la responsabilità di governare una nazione passano sul suo volto con versatilità e radicale partecipazione emotiva. Ma ci tengo anche a dire che piatte come una tavola da surf sono le performance di Helena Bonham Carter e Geoffrey Rush. La prima è una mummia nei panni di una “damigella di corte”(ha conservato l’aria spettrale che impiega nelle pellicole del marito Tim Burton), il secondo ha perso ogni appeal emotivo (peccato perché ha una parte che oserei definire prelibata).
Quindi un buon soggetto, lo confermo. Che perde però la sua forza a causa di una regia discontinua e un montaggio a tratti sonnolento. Ne consegue come siano immeritati sia l’Oscar alla regia sia quello al film (se poi consideriamo gli altri film che erano in competizione la faccenda si fa scandalosa!). La regia, ho detto, è discontinua e questa è la sua rovina. Perché le trovate registiche ci sono: si rimane incantati di fronte alle riprese a mezz’aria altalenanti nello studio del logopedista Lionel Logue, così come suscitano un sorriso d’ammirazione i primissimi piani dal basso verso l’alto durante le cure di dizione. Ma poi scende il nulla. Anzi l’anonimato, che è ben peggio. Un grigiore inespressivo domina incontrastato nel resto della pellicola, con campi e contro-campi lunghissimi, discorsivi, tali da condurre lo spettatore ad un tentato taglio delle vene. Il montaggio poi a sua volta stenta a procedere, suscitando sbuffi e sospironi.
Che altro aggiungere? Certamente è un film da vedere, anche solo per conoscere la storia del re Giorgio VI (padre della futura e attuale Elisabetta II). Ma non ne facciamo un monumento baroccheggiante in marmi policromi. Materia prima sprecata…












