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“Circuito chiuso”. Valido mockumentary made in Italy

circuito chiuso

Il mockumentary è quel genere cinematografico nel quale ci viene proposto un falso documentario, ovvero eventi fittizi realizzati ad arte e presentati, o forse sarebbe meglio dire venduti, come reali. Un filone che sul grande schermo ha visto incarnazioni di successo nei molteplici episodi di Paranormal Activity e Rec, e ancor prima in cult come Cloverfield e The Blair Witch Project. Oggi questo genere ha un suo valido rappresentante anche nel cinema made in Italy: Circuito chiuso di Giorgio Amato.

Se a livello internazionale il mockumentary si è strutturato su uomini e donne posseduti dal demonio o da anime vampiresche, con esiti da disaster movie e contorni da horror boschivo, il web movie del regista italiano, nato in seno all’ormai noto progetto di Rai Cinema per prodotti cinematografici destinati espressamente alla Rete, fa leva sul thriller, consegnandoci un fantoccio fatto di cronaca: il mostro di Torre Gaia. Due giovani sospettano che una loro amica sia stata uccisa da un uomo, misterioso e solitario, di mestiere giardiniere. Installano quindi furtivamente nell’appartamento del presunto assassino cinque telecamere per osservare la sua routine quotidiana. Dietro quella porta (che non andrebbe mai aperta!) scopriranno (mis)fatti agghiaccianti, che accidentalmente, e tragicamente, coinvolgeranno anche loro. Con scopo lo “spaccio” di veridicità di questi avvenimenti, la sequenza degli eventi viene incorniciata entro didascalie che dichiarano come i video registrati siano stati depositati negli archivi della Polizia di Stato.

Prodotto dai Manetti Bros. in collaborazione con la Dania Film di Luciano Martino, Circuito Chiuso funziona in primis per la scelta del personaggio protagonista: un serial killer che trova credibilità nella possanza fisica di Stefano Fregni. L’assassino è pacato ed efferato, solo e perverso, implacabile e privo di magnanimità. Un character che trae nutrimento dal suo essere profondamente parte di quell’humus di fatti di cronaca che, quasi quotidianamente, ci consegnano truffe che nascondono o sfociano in omicidi. In questo caso l’esca sono annunci in cui l’uomo si dice alla ricerca di studentesse universitarie come babysitter per quel figlioletto che, insieme alla madre/moglie, non arriverà mai. Sfruttando l’ingenuità di chi cerca di mettere da parte qualche gruzzoletto a nero, il killer cattura le sue prede, che finiranno maciullate dentro gli ingranaggi della sua folle perversione.
Azzeccata da questo punto di vista la scelta dell’inquadratura fissa multi-stanza che crea terrore immobile e, nella sua intrinseca asetticità “senza uscita”, ci consegna nuda e cruda una brutalità nei gesti dell’assassinio che non ammette sconti. La macchina fissa, accuratamente posizionata, non ci mostra tout court le scene di violenza sessuale né quelle di efferata uccisione. Scelta funzionale che suscita profondo disagio in uno spettatore che, purtroppo, però, non può far altro che guardare, come un Grande Fratello inabile a staccare la spina.
Tra le poche pecche riscontrabili, è lampante lo scollamento tra la spontanea e “documentaristica” recitazione della coppia formata da Fregni e la sua principale vittima (Gaia Insenga) e l’ipertesa e ansiogena performance del duo Francesca Cuttica-Guglielmo Favilla. Uno scarto che troppo sottolinea la componente di fiction di un film che, comunque sia, sa distinguersi con originalità e personalità dalle palesi fonti d’ispirazione di matrice statunitense e spagnola.

Pablo Larrain: trilogia cilena

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Ascesa e caduta del Cile di Pinochet. Questo il cuore pulsante della filmografia bio-politica di Pablo Larrain, indiscussa punta di diamante del recente cinema sudamericano. No, in uscita nelle nostre sale cinematografiche, ambientato nel 1988, è il tassello che chiude quella trilogia cominciata con Tony Manero (2008) e proseguita, facendo un salto temporale all’indietro dal ‘79 al ‘73, con Post Mortem (2010).

Un cinema che indaga i nodi socio-politici di un Paese che non ha cancellato le cicatrici lasciate dalla lunga e feroce dittatura di Pinochet (tre lustri che videro la morte di 3 mila dissidenti politici, 3 mila scomparsi e oltre 30 mila torturati). Il feeling che Larrain ha con la sua terra, e la città natale Santiago del Cile, è inscritto nel suo genoma, segnato nei cromosomi X da una madre ministro conservatore, Magdalena Matte, e in quelli Y da un padre, Hernán Larraín, ex presidente dell’Unione Democratica Indipendente. L’educazione e l’infanzia si fanno vita, quindi cinema ribelle, sguardo sulla realtà.

L’analisi comincia nel 2008 con lo splendido, disperato e lucido Tony Manero (vincitore del 26esimo Torino Film Festival), nel quale, in pieno regime Pinochet (siamo nel ‘79), un uomo vagheggia e desidera forsennatamente di ballare come il leggendario ballerino di Saturday Night Fever. Fuori soffia il vento del terrore, fatto di coprifuoco e colpi di mitraglia per mettere in riga (o al suolo) i dissenzienti. Tra fughe sui tetti e vetri rubati, smoking bianchissimi e capelli in piega, Raul (Alfredo Castro) incarna quella disperazione per la quale ballare e uccidere sono generati dallo stesso sentimento di rabbia, rivalsa e libertà. E’ colui che vuole sfuggire alla comunità e che, lanciando lo sguardo e il cuore oltre lo stretto, verso Brooklyn, verso un personale american dream, è sintomo di un popolo che vuole divincolarsi dal regime e “occidentalizzarsi”.

Con Post mortem, Larrain fa invece un salto nel passato, nel ‘73, anzi più precisamente all’11 settembre di quell’anno, quando si consumò quel golpe che vide l’ascesa di Pinochet e la morte del presidente Salvador Allende. Con protagonista ancora una volta Alfredo Castro, va sul grande schermo il Cile all’inizio della sua notte più lunga e buia, quella della dittatura. La macchina da presa sposa lo sguardo di Mario, alienato battitore a macchina dei referti d’autopsia all’obitorio. Tra floreali carte da parati, sdruciti interni evanescenti, atmosfere ed eminenze grigie, osserviamo un Cile (s)travolto e smarrito, proprio come noi spettatori in un flusso di eventi narrati con abbondanza di silenzi ed ellissi psicologiche.

Con No – I giorni dell’arcobaleno, il trittico si chiude su quella campagna pubblicitaria che nel 1988 portò il Cile al cambio di rotta. Nell’estate di quell’anno Pinochet annunciò un referendum per votare la sua riconferma, ma quest’apertura al popolo gli fu fatale. Pur mantenendo lo stile asciutto che ha caratterizzato i due film precedenti, in No si fa tutto più arioso e solare. In virtù dello sb(l)occo storico che condusse il Cile verso una nuova vita sociale e politica, c’è più luce, speranza, narratività. Per lo spettatore un po’ più di respiro, ma soprattutto una nuova full-immersion nella grande Storia del Cile e nel grande Cinema di Pablo Larrain.

“Tutto parla di te”. Le mamme interrotte di Alina Marazzi

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E’ la sua voce, quella della regista, quella di Alina Marazzi, ad aprire il proprio esordio al lungometraggio di finzione Tutto parla di te. E’ lei a parlare dietro la maschera di una madre confinata, ma non dimenticata, in uno di quei nastri registrati che si tengono in soffitta. Alina Marazzi donna, figlia, mamma. Ed è proprio quest’ultima evoluzione femminile, la figura genitoriale per eccellenza, al centro anche di questo sua quarta produzione, approdo di una filmografia che, sin dal debutto con lo splendido e trascurato Un’ora sola ti vorrei (2002), passando per Vogliamo anche le rose (2007), si contraddistingue per il suo essere votata a tematiche rosa.

Protagoniste di Tutto parla di te sono due donne, una anziana, Pauline, e una giovane, Emma. La prima torna a Torino per avviare, presso un Centro maternità, una ricerca sulle esperienze e i problemi delle mamme di oggi. Nella struttura incontra la seconda, danzatrice bella e sfuggente che non sa mettere a fuoco la propria identità di madre. Due destini, in partenza, così lontani, che col tempo si scopriranno inaspettatamente così vicini.
Valevole del premio Miglior Regista emergente all’ultimo Festival del Cinema di Roma, Tutto parla di te merita la statuetta poiché, nella sua componente tecnica, è cinema allo stato puro, espressione e frutto del montaggio (qui di Ilaria Fraioli). La Marazzi, con fare impressionista e violenza vangoghiana, mischia fiction e realtà creando raccordi su raccordi, che legano tra loro spezzoni da filmini di famiglia (come già accadeva nel suo film documentario d’esordio) e interviste realizzate a vere mamme del Centro maternità, foto d’epoca e filmati di repertorio, animazione in stop motion e inserti di finzione. Found footage e home movies si intersecano e distinguono con forza da un plot di fiction necessario ma meno incisivo dell’apporto documentaristico. La linea di confine tra le due “fonti” è volontariamente marcata dalla Marazzi con una fotografia più calda per la componente di “cinema verità” e più fredda per quella di finzione. Una scelta che si ripercuote sullo spettatore sul piano dell’emozione, che colpisce più materna e affettuosa nel primo caso, più asettica e impermeabile nel secondo.
Contribuisce a quest’esito anche la prova attoriale delle due protagoniste: Charlotte Rampling è una maschera di cera chiusa in un dolore passato ma sempre vivo e in uno sguardo perso e impenetrabile; Elena Radonicich, il cui volto somiglia molto a quello della vera madre della Marazzi (vedere Un’ora sola ti vorrei per credere), rimane scontrosa e distante, lacrimosa e barocca, in un personaggio che vorrebbe urlare al mondo un male che però tiene soffocato in sè. Il risultato finale è un film mediocre e disomogeneo, che affascina tecnicamente nella sintassi narrativa ma risulta sterile nella comunicazione emozionale.

E in conclusione un interrogativo sorge spontaneo: dopo tre film incentrati sulla figura femminile come madre e donna, tra documentario e finzione, viene da chiedersi, tra speranza e rassegnazione, se la forte cifra autoriale della Marazzi riuscirà mai a sganciarsi dal ricordo, che è desiderio e ormai topos, della madre scomparsa quando lei aveva appena sette anni.

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True Love. Terapia d’urto di un amore al cubo

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L’amore è verità. Questo il dogma che ciclicamente ripete una voce robotica all’interno dei due container di cemento dove sono stati rinchiusi gli sposini novelli Jack e Kate. All’apparenza la coppia perfetta, felice e contenta. Ma chiusi nell’armadio ci sono scheletri tenuti in ombra troppo a lungo, che, se liberati, rischiano di sconvolgere la loro love story. Tradimenti insospettabili e segreti inquietanti verranno così a galla una volta che i due si ritroveranno coinvolti in una perversa terapia (d’urto) di coppia…

Secondo web movie prodotto da Rai Cinema per la sola fruizione internet in free streaming, True Love è un insolito thriller claustrofobico che parla d’amore in una chiave tutt’altro che romantica o smancerosa. Un esperimento, e uno spunto, interessante e nuovo, che sa farsi apprezzare seppur non riesca a tenere sempre alte le aspettative, i toni, la tensione. Diretto dall’italiano Enrico Clerico Nasino e interpretato da un cast di attori americani, è un film che fa dell’idea il suo punto di forza. Produzione low budget, risente di qualche mancanza, tra cui, in primis, un appeal  a corrente alternata che lo estromette dall’appellativo di “piccolo cult”. Pur essendoci, quindi, qualche sottrazione di troppo (non si vede una goccia di sangue neppure dal foro generato da un colpo di pistola), il regista cerca di colmare il colmabile con una regia che fa sentire la sua presenza: la macchina da presa c’è, gira su se stessa a 360 gradi fino a disorientarci, proprio come un abile croupier che sa nascondere l’asso nel mazzo di carte.

Le fonti d’ispirazione sono evidenti: un po’ The Cube e un po’ Saw – L’enigmista, con inserimenti da reality alla The Truman Show (flashback di vita vissuta spiati, immortalati e proiettati quando meno te l’aspetti). C’è quindi del “già visto”, che però prende forma e personalità proprio in virtù del tema di fondo: l’amore.

True love è pertanto un’opera non priva di smagliature, ma capace di trasformare un’esigenza, e un’idea, in un film di genere made in Italy (gli sceneggiatori sono gli italiani Fabio Guaglione e Fabio Resinaro) che dimostra come il cinema nostrano possa aprirsi alla contaminazione e generare qualcosa di nuovo, con una qualità migliorabile ma assolutamente buona, e ben più esportabile di tanti altri prodotti che continuamente vediamo nelle nostre (sempre meno frequentate) sale cinematografiche.

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“Spring breakers”. Acido divertissement firmato Harmony Korine

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Faith, Candy, Brit e Cotty. Nomi da Bratz che celano quattro bad girls disposte a tutto pur di concedersi un viaggetto in Florida. Armate di pistole ad acqua, rapinano un ristorante, ma finiscono presto a gabbio. A liberarle ci pensa il viscido e intrigante Alien, criminale e rapper che le condurrà sulle vie della violenza, in un vortice schiumoso di alcolici, mitragliette e passamontagna sempre pronti all’uso.

Presentato in concorso all’ultimo Festival di Venezia, Spring Breakers di Harmony Korine è un’ondata da surfisti che travolge e diverte, un joke sfrontato che, aldilà del (com)piacere o meno, non lascia passivi né indifferenti. Il regista californiano raggiunge il suo scopo: suscitare in noi reazioni contrastanti, shakerate con una buona dose di colori super acidi e una soundtrack invasiva e invadente che calca la mano sull’hip pop. Ma nonostante la dovizia di volgari seni prosperosi, formosi lati B e cascate di birra su corpi sudati, non c’è da strapparsi le vesti, e non si grida allo scandalo, ma solo e semplicemente al divertimento. Ovviamente bisogna partire prevenuti, open mind, pronti a tutto. Diciamo solo che si comincia con un’aggressiva e spiazzante sequenza iniziale molto Jersey Shore e videoclippettara (un remix estremizzato di pubblicità estive alla Mtv e video alla Beyoncé), e si chiude con un’indelebile cantatina sulle note di Everytime di Britney Spears con le “tre Grazie” protagoniste sculettanti con indosso passamontagna pink fuorilegge e mitraglia in braccio.

A dar gambe e fiato a quest’oscuro e colorato spaccato di gioventù bruciata da “sex and drugs”, ci sono Vanessa Hudgens, Selena Gomez e Ashley Benson, (ex) teen idols under 25 di Disney Channel. Tutte brave, simpatiche, verginelle e navigate in una parte che tira fuori il loro lato più selvaggio. Le affianca un James Franco istrionico, godereccio, con i denti da capra ferrata. Dopo Sal e 127 ore, il 34enne attore americano dimostra ancora una volta di che buona pasta è fatto.

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Fukushame. Tra fantasmi e vergogne di un Giappone perduto

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Potentissimo, una bomba atomica e ad orologeria. E’ Fukushame, impavido documentario di Alessandro Tesei che ci conduce, furtivi e (non) autorizzati, nella “No go zone” a pochi chilometri dalla nipponica centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi rimasta danneggiata l’11 marzo 2011 in seguito ad un violentissimo maremoto. Accediamo così ad un mondo spettrale di mugolanti cani ripudiati e pecoroni impazziti, scheletri di struzzo dal sapore archeologico e tristi statuine da matrimonio prive della torta, biciclette abbandonate in eterno ai bordi di un marciapiede e manichini (viventi) nelle locande. Ma non solo. Grazie al montaggio atletico e fortemente frammentato del video-artist Matteo Gagliardi, oltre che ad una straordinaria ricchezza di materiali (preziose le photos di Pierpaolo Mittica), l’opera propone in primis interviste esclusive all’ex premier giapponese Naoto Kan (realizzata da Sky Tg 24) e al “ribelle pro-veritate” Katsunobu Sakurai, sindaco di Minamisoma. A queste si mischiano dialoghi con volontari animalisti, comuni cittadini sfollati, esponenti del gruppo Animal Forest che scorta Tesei off-limits, flash dai Tg locali e spiegazioni dal gusto didattico su metriche radioattive quali Becquerel e Sievert.

Emerge un documentario con un forte potenziale di denuncia, che indaga le colpe e l’omertà del governo giapponese, che riflette su ciò che il Potere può o non può, deve o non deve dire di fronte ad un disastro che assume le fattezze di un crimine universale. Il dubbio avvolge ogni decisione, dall’acqua da (non) bere alle verdure da (non) mangiare. E tenerezza, rabbia, pietà, compassione, sdegno nascono in noi sequenza dopo sequenza.

Fukushame

Fukushame coinvolge, pulsa(r), spaventa, mantiene alta la tensione. Tiene gli occhi incollati allo schermo fino a non farci sbattere le palpebre, come se anch’esse, trascinate da una suspense da action movie, restassero in apnea (come dovrebbero fare gli intrepidi protagonisti durante la loro fuga dalla “zona del crimine”). Il coraggioso Alessandro Tesei sa cosa vuole, affiancando tecnica e contenuto, fegato e idee. Intelligente e funzionale la scelta del fish eye per rendere la distorsione che la radioattività conferisce alla realtà, a cose e ambienti. Un’incurvatura che corrisponde alle onde radar che, concentriche, fluttuano come una marea agitata intorno alla centrale di Fukushima. A queste scelte si aggiunge una sonorizzazione costante, ininterrotta, che, contagiata e maculata da fruscii, fischi e interferenze, ipnotizza le nostre orecchie.

Insomma, Fukushame è un’opera composita e meditata che attanaglia e atterrisce, legando a doppio filo pancia e cuore. Un esordio cinematografico che vibra, stride, convince.

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