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The Artist: la recensione

Vincitore a Cannes 2011 del premio al miglior attore (Jean Dujardin), The Artist di Michel Hazanavicius è un’opera magica, pregna di nostalgia del cinema che fu, che incanta, lascia a bocca aperta, cattura gli occhi e l’anima. “Non ne fanno più di film belli come quella di una volta!” ripetono spesso i nonni, intrisi della filosofia del “si stava meglio quando si stava peggio”. Michel Hazanavicius riesce invece, negli anni Zero invasi dal 3D, a forgiare un’opera non solo bella, ma anche come quelle di una volta… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI

“La guerre est déclarée”: profumo di Oscar…

Non è da tutti portare sul grande schermo un dolore vissuto in prima persona. Per di più se i protagonisti e sceneggiatori del film sono proprio coloro che sono stati direttamente interessati dal dramma. Con invidiabile coraggio e struggente meraviglia lo hanno fatto Valérie Donzelli e Jérémie Elkaim in La guerre est déclarée, dove raccontano la propria storia di genitori di un bambino gravemente malato, con disavventure ospedaliere connesse. E lo fanno dietro i nomi “già sentiti” di Romeo e Giuliette. Come nella tragedia di Shakespeare, i due si conoscono ad un party in un locale ed è amore a prima vista. Di quelli da baci dolci e appassionati sulle panchine dei parchi e corse a perdifiato nel mondo. Si amano e fanno un figlio: Adam (nella realtà si chiama Gabriel). Ma presto scoprono, purtroppo, che è affetto da una forma aggressiva di tumore al cervello. Inizia così la loro discesa all’inferno e risalita verso una luce in fondo al tunnel…

Apprezzatissimo e lodato alla “Semaine de la critique” del Festival di Cannes 2011, approda in Italia nelle file fuori concorso del 29esimo Torino Film Festival. Ed è un plebiscito di consensi. Un’opera straordinaria, sfaccettata, composita, un mosaico che fa del contrappunto e dell’eclettismo la sua seducente ed efficace chiave stilistica.

Contrappunto (barocco) lampante sin dalla primissima sequenza, dove vengono affiancate la martellante e stordente sirena della risonanza magnetica alla musica “tunz tunz” da discoteca. L’ansia, il magone e la tensione delle scene di profondo e ineffabile dolore in ospedale vanno a braccetto con la gioia, la ribellione e la spensieratezza di “beata gioventù” sperimentate in disco, con gli amici, nel verniciare la casa, ecc. E’ la teoria degli opposti che caratterizza gli affetti e i sentimenti, è la voglia di vivere e divertirsi di chi, giovane padre e giovane madre, è determinato nel voler essere genitore ma anche restare e sentirsi ancora giovane, e libero. Contrappunto barocco che ritorna poi nel Minuetto di Bach che drammatizza musicalmente il momento più tragico e struggente del film. Ed è proprio nella colonna sonora che s’incarna un premeditato eclettismo. Con saggia e sfrontata consapevolezza s’orchestrano in modo omogeneo mondi distanti: il già citato Bach con i dolci flauti “da corte” di Antonio Vivaldi, la distorta e alienante musica (post)moderna con canzoni d’amore alla Carla Bruni cantate dai protagonisti come se fossero in uno sdolcinato film di Francois Ozon. Multiforme anche il montaggio che brucia le tappe del tempo e indugia su rallenty d’angoscia, e l’attenzione conferita alla cromìa delle immagini, dove freddo e caldo si contrappongono vigorosi tra le corsie asettiche delle cliniche e una giostra volante tutta lucine per eterni Peter Pan, tra un rossetto marcatissimo sulle labbra di Giuliette e una spiaggia finale a metà tra Angele e Tony e The Tree of Life.

La sceneggiatura è calibrata al millimetro, capace di emozionarci nell’intimo ma anche di farci ridere, di stemperare il climax di pathos con battute frizzanti e di pancia (memorabile il dialogo tra Romeo e Giuliette sulle “sfighe possibili” la notte prima dell’operazione di Adam).

Un’opera artistica completa, di una straordinaria abbondanza di idee tecniche ed estetiche stipate nel film d’esordio di una giovane regista che vuole e sa osare, e riesce a stupire. Un esempio su tutti è l’uso rado della voce fuoricampo da narratore alla Truffaut. Ma non narra, bensì descrive. E’ così che le telefonate di Giuliette non le sentiamo “in presa diretta”, ma descritte dalla voce fuoricampo nel momento stesso della chiamata.

Insomma, La guerre est déclarée è una pellicola dolorosa e dolente, fresca e brillante, che commuove e diverte, spacca il cuore a metà e lo ricompone con grazia materna. Che sperimenta la morte per affermare la vita, anzi il film stesso è un maestoso inno alla vita, e alla speranza. Candidato dei cugini francesi agli Oscar 2012, la guerra ora è dichiarata alla statuetta dorata. E ci sono grosse probabilità di portare a casa il baluardo. L’unico vero avversario è Una separazione di Asghar Farhadi.

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TFF 2011 – Midnight in Paris: la recensione

Midnight in Paris di Woody Allen, con Owen Wilson e Rachel McAdams, ha il sapore di una deliziosa fiaba senza tempo. Gil è uno sceneggiatore hollywoodiano che aspira ad essere scrittore. Proprio come Cenerentola veniva continuamente vessata dalla matrigna e dalle sorellastre, lui lo è dalla futura moglie Inez e dagli irritanti genitori di lei, tutti insieme “appassionatamente” in vacanza a Parigi. Ma se per la bella schiavetta a mezzanotte l’incantesimo magico svaniva, per Gil si avvera. Alla coincidenza delle lancette si ritrova improvvisamente nella fiorente Paris degli anni Venti. Lì incontrerà le più fervidi menti artistiche del tempo: da Pablo Picasso a Ernest Hemingway, da Scott Fitzgerald a Gertrude Stein, da Salvador Dalì a Luis Bunuel… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI

TFF 2011 – Miracolo a Le Havre: la recensione

Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki, evento speciale in apertura del 29esimo Torino Film Festival, è una favola antica e moderna colma di speranza. Marcel è un lustrascarpe che conduce una vita onesta destreggiandosi tra il lavoro, gli “aperitivi” al pub all’angolo, la tacita compagnia della cagnetta Laika, gli amici della strada sotto casa e la silenziosa mogliettina Arletty. Ma un giorno quest’ultima si ammala gravemente e un bambino immigrato dall’Africa, approdato in Francia in un container e sfuggito alla polizia, piomba nella sua vita. E tutto cambierà… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI

This must be the place: tecnica sopraffina per un’accozzaglia di contenuti

“Qualcosa mi ha disturbato, non so bene cosa, ma qualcosa mi ha disturbato…” usa ripetere con noiosa insistenza il viso pallido Cheyenne, interpretato da Sean Penn. Parafrasando questo suo ritornello, mi alzo dalla poltroncina del cinema e penso: “Qualcosa non va, non so bene cosa, ma qualcosa non va…”. E’ con questo enigma da sbrogliare che cerco d’analizzare l’ultima opera di Paolo Sorrentino, This must be the place.

Incensato a dovere a Cannes 2011 e acclamato come il film dell’anno, This must be the place è senza dubbio un bell’oggettino cinematografico. Difficile giudicarlo diversamente quando alla regia c’è Sorrentino, all’attore protagonista c’è Sean Penn e alla fotografia Luca Bigazzi. Lo stile sorrentiniano è inconfondibile: dolly, travelling, carrelli, gru a non finire verso soluzioni fluide, dolcemente vorticose, compitamente acrobatiche. Sorrentino disegna nello spazio del set geometrie curate, ortogonali, curve perfette e spezzate; adora indagare gli ambienti prima di andare a scovare, talvolta con vere e proprie sterzate della mdp, i suoi personaggi. Sean Penn è magistrale. Insieme a quanto fatto per Mi chiamo Sam e 21 grammi, è la prova della vita. Veste i panni di un ex rocker depresso con sentita professionalità e verace partecipazione. E questo sin dalla prima mano di trucco nero che si stende sugli occhi glaciali e smorti. La mimica facciale è puntuale, chirurgica, misurata, capace di esplodere/implodere al momento richiesto. Basta considerare la risatina mugolata spesso sfoderata o i bagliori di finta vita regalati al bar tra la figlia Mary e l’inteccherito cameriere Desmond o ancora la sparata in piano sequenza di fronte ad un impacciato David Byrne. Terzo fattore è la poesia fotografica di Luca Bigazzi, il quale raggiunge qui l’apice assoluto della sua profondità artistica. Ogni luce, ogni riflesso sul pickup, ogni paesaggio a perdita d’occhio è un quadro da museo, che non ha prezzo. A legare questi ingredienti ci pensa la piacevolissima colonna sonora di David Byrne, leader dei Talking Heads. Ogni traccia costringe il nostro piede a tenere il ritmo, come se fosse totalmente assuefatto dalla tambureggiante musicalità pop, infarcita di un lieve gusto country da on the road.

Tra gli attori, seppur in parti marginali (Sean Penn fagocita lo schermo e la nostra attenzione), sono da applausi sia Frances McDormand sia la giovane acqua e sapone Kerry Condon.

I dubbi sorgono una volta che ci confrontiamo con la storia, il soggetto, la sceneggiatura. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un guazzabuglio, un puzzle i cui pezzi s’incastrano maluccio e a forza. Una rockstar alla ricerca del nazista che umiliò suo padre nel campo di concentramento. Rock e Shoah. Accostamento scivoloso, e Sorrentino un po’ ci scivola. Due elementi inseriti in un romanzo di formazione un po’ campato in aria, non del tutto convincente, costellato di macchiette ben caratterizzate da contorni caricaturali. Personaggi goliardici che però risultano inutili ai fini del film. Primo fra tutti l’indiano che si fa un giro sul pickup, poi scende e si perde di corsa in un assolato e giallissimo campo di grano ai bordi della statale.

Sorrentino pare risentire di quell’americanismo che mette insieme spizzichi e bocconi dal sapore citazionistico. Ma non riesce a cucirli insieme. E’ così che, all’interno del tema del viaggio da road movie dentro e fuori di sé, ci sono chiari echi da Easy Rider e Into the wild (di Sean Penn!). Tanti personaggi da incontrare e abbandonare. Ma c’è anche quel gusto pop, decadente, sfumatamente noir dei fratelli Coen tramite la presenza di personaggi border line. A partire dal cane, che apre il film, con paralume anti-morso; lo stesso Cheyenne è una rock star che ha fatto il suo corso, con gli occhialetti da nonnetta sulla punta del naso, la camminata con ginocchio valgo, la cannuccia sempre in bocca per fare le bolle al posto di una adulta sigaretta; c’è poi il personaggio della McDormand, un pompiere, che ricorda troppo la parte da lei impersonata in Fargo (film dei Coen, appunto); e ancora il vecchio impettito con baffetto hitleriano sul carro in corsa o la grassona punk. Uno zoo umano surreale, accozzato, accatastato lì come molte sequenze tra loro scordinate e portatrici di ellissi temporali sfuggenti. Lo stesso montaggio ricorre a cesure nette, dove la musica sfuma repentina, con impazienza e frettolosità, come in un film ad episodi. Di questo passo s’arriva ad un finale che senza dubbio è inaspettato e a sopresa, ma anche deludente, forzato, che molti non comprenderanno alla prima…

Insomma, c’è un evidente zibaldonismo di fondo, atto a marcare uno scarto tra tecnica (sopraffina, virtuosistica, estasiante) e contenuto (non compiuto, non decantato a sufficienza per essere davvero digerito)…

Drive: capolavoro sì, capolavoro no, capolavoro boh…

Capolavoro si nasce o si diventa? Drive è uscito nelle nostre sale come un annunciato, acclamato e insignito capolavoro, forte del meritatissimo premio alla miglior regia a Cannes 2011. Ma è davvero un capolavoro? E soprattutto su quali basi possiamo o meno definire una pellicola un masterpiece? Rispondere a questa domanda in merito a Drive mi rimane un po’ difficile. Ma cerchiamo di analizzare la cosa.

Nicolas Winding Refn sa fare il suo mestiere, sa fare cinema. Lo ha già dimostrato con lo strabiliante Bronson. Crea un’opera densa e intensa, appiccicosa e gelatinosa, dolciastra di quel sapore che intride l’amore e il sangue. Sa tenere il pubblico con gli occhi incollati allo schermo, un pubblico desideroso di non perdere neppure una scheggia del suo stile. Sa mischiare le carte, facendo scaturire l’adrenalina dal sentimento, orchestrando sapientemente una prima parte d’attesa, fatta di silenzi importanti e di suspense immobile, ad una seconda che turba e diverte, sgomma e graffia. Il coup de theatre c’è, lo spettatore si galvanizza, premiato dopo la lunga attesa iniziale. Degni di nota gli inseguimenti che ricordano le scorrazzate sul dirupo di Mission Impossible 2 tra Tom Cruise e Thandie Newton, le volate contromano in galleria di Ronin e le fughe di The Town di Ben Affleck.

Refn dimostra di essere stra-capace di shakerare i generi, di poter fare un film d’amore romantico e subdolo, zuccheroso e torbido, con una bella dose di noir. Ma anche un action thriller che non si riduce ad un sempliciotto fast and furious. Tiene i piedi saldi su due staffe diverse e galoppa a marce forzate.

Refn sa giocare con ombre, specchi e specchietti, carrelli infiniti tra officine e supermercati, campi e controcampi sfasati di livello. Roba da andare in brodo di giuggiole.

Un discorso a parte merita l’estetica che Refn ha del sangue. Non è lo smodato splatter di Rodriguez, né il più mirato e “lirico” pulp di Tarantino. Ma neppure l’istantaneo e incisivo fino all’osso snatch di Cronenberg o il rosso sgorgo divertente e compiaciuto di Friedkin. E’ un sangue spruzzato, che, contemporaneamente, fa dire “bleah” e leccare le labbra, aggrada e ritorce lo stomaco.

La fotografia di Newton Thomas Sigel è preziosa, magica, anche grazie alla complicità di una Los Angeles luminescente e buia, colorata e crepuscolare. Refn ama i colori caldi tendenti all’acido come il rosso/arancione da allarme sotterraneo e disco inferno.

Pur con qualche sintomo di “già visto”, il soggetto, più che i dialoghi, funziona, coinvolge, strega.

Il montaggio taglia, scalfisce, e in alcuni momenti (v. il primo colpo di pistola contro Standard) fa saltare sulla poltroncina. Ma un ulteriore valido esempio è la scena finale con ombre da bagagliaio.

Quanto alle musiche, stupisce la giustapposizione della spettrale, robotica e satanica Night call di Kavinsky con la dolce tamarrata di A real hero dei College, dell’elettronico andante di Cliff Martinez con la lirica e sinatresca Oh my Love di Riz Ortolani e Katyna Ranieri. Un gusto eclettico che ricordiamo solo in Lars Von Trier.

Il protagonista creato convince. Ma badate bene: il personaggio, non l’attore (e su questo torno a breve). A real human being and a real hero cantano i College in collaborazione con Electric Youth. Sì, l’innominato protagonista è uomo, eroe, superuomo, ma non supereroe. Si innamora, suda, vendica, trema con un proiettile in mano, fracassa teste con la rabbia di un mortale davvero incazzato, sgrana la mascella nel momento di tensione che anticipa il degenero. E’ carne e ossa, è uomo, prima che (anti)eroe. Ma il problema sta nell’interprete: Ryan Gosling. Ecco una piega/piaga evidente che fa scricchiolare il tutto. Non sto dicendo che Gosling non sia stato bravo. Lo è. Ma rimane quell’amarognolo in bocca che ci fa dire “forse non era l’attore giusto per questa parte”. La faccia d’angelo, pulita, da pischello sbarbatello non lo aiuta (e non mi soffermo sul ridicolo vocione che si è beccato nel doppiaggio italiano!). Alterna momenti di profondo sentire della parte ad altre da svagato teenager a spasso per il liceo. Una performance discontinua troppo palese, tanto da risparmiarci, verso il finale, un’ennesima faccia da ebete cupido indossando una maschera di gomma che ricorda molto le fattezze di Bronson (auto-citazione interna di Refn).

All’altezza invece tutto il resto del cast, a partire dalla biondina occhio languido e sognante Carey Mulligan e dal gene hackmanesco Albert Brooks.

Ma giunti in fondo a questa analisi, possiamo dire che Drive è un capolavoro? No… è certamente un buon film, un ottimo film. Ma si percecisce che qualcosa manca. Forse perché troppo stiloso? Forse sì. Ma è anche questo che ci fa senza dubbio dire che Nicolas Winding Refn è un regista favoloso, fuori da comune, dotato di originalità e personalità da vendere. Refn è Cinema. Capolavoresco non esiste come aggettivo. Lo conio io. Refn è un director capolavoresco.