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Basilicata coast to coast: on the road all’italiana

Abbandonando l’abusata ambientazione domestica nella quale si è accasciato il cinema italiano degli ultimi anni, Basilicata coast to coast inforca con coraggio l’inusuale strada del road movie tanto da essere un Easy rider nostrano. Il provincialismo è il vero punto di forza di un piccolo grande film, leggero ma non troppo, piacevole e riflessivo, un futuro cult di periferia (e non solo).

Geniale nella sua semplicità l’idea alla base della sceneggiatura, originale quanto basta per portare sui nostri schermi un film d’esordio sicuramente da promuovere, seppur non privo di qualche difetto. Azzeccato il quartetto dei protagonisti alla I soliti ignoti: alla voce un esaltato professore autore di testi alla Tony Pisapia (L’uomo in più di Sorrentino), al contrabbasso un muto sempliciotto sfortunato in amore, alla chitarra un timidone che ha abbandonato gli studi di medicina, al fodero della chitarra un fascinoso gigolò televisivo di serie B dalla camicia perennemente aperta fino all’ombelico. Per questa armata Brancaleone di squattrinati organizzati il pellegrinaggio in nome della musica sarà medicina per il cuore e per l’anima, pur senza mai calcare la mano sull’aspetto esistenziale.

Vero motore delle gag è la coppia Gassman-Papaleo. Il primo ritrova la vis comica del memorabile Teste di cocco, il secondo genera irrefrenabili risate con la grottesca potenza del solo sguardo allucinato. Stona la recitazione di Giovanna Mezzogiorno, troppo finta rispetto alla spontaneità dei compagni di viaggio, ben più adatta alle parti urlate di Vincere o L’ultimo bacio che non al registro della commedia.

Basilicata coast to coast è uno stralunato e randagio sponsor turistico alla regione lucana, al suo sole abbagliante e ai suoi brulli pendii, senza mai scadere nella cartolina. La componente musicale, insieme alla simpatica cadenza linguistica di un non-profondo sud, rende organico un montaggio non sempre fluido. Funzionano le scanzonate canzonette della picaresca band e il cullante contrabbasso dal gusto dolcemente jazz di Max Gazzè.

Emergono anche un paio di citazioni sul grande cinema italiano di “tempi d’oro”: l’insegna “Rocco e i suoi cugini” ricorda il capolavoro viscontiano di Rocco e i suoi fratelli, mentre la scultura presente sulla locandina è eco della statua volante che apre La dolce vita di Fellini.

La regia, a tratti disomogenea e anonima, trova un’ancora di salvataggio nella macchina a mano da reportage di guerriglia urbana. Ma non andiamo a cercare il pelo nell’uovo. L’esordio alla cinepresa di Rocco Papaleo merita un compiaciuto applauso per aver portato in sala il volto sano e popolare di un’umanità meridionale che non fa rima con la criminalità organizzata.

Voto: 8

David di Donatello 2011: vincitori e vinti, becchi e bastonati. Il cinema italiano tra merito e farsa

Miglior film a “Noi credevamo” di Mario Martone

Anche per quest’anno i David di Donatello sono stati consegnati. Con contorno di polemiche già al momento della comunicazione delle nomination. In quel tempo evitai di commentarle nell’attesa di vedere se, al momento del “and the winner is…”, saremmo passati dalla padella alla brace. Così, purtroppo ma anche prevedibilmente, è accaduto. Non starò a ridire tutti i nominati o tutti i vincitori. Per questo vi rimando a spulciare nel web. Farò solo alcune considerazioni.

 

Miglior film e miglior regista rispettivamente a Noi credevamo di Mario Martone e Daniele Luchetti per La nostra vita, sono meritati ma allo stesso tempo suonano come una sorta di “premio alla carriera”. Certamente però non sono interscambiabili, poiché Luchetti dimostra grande personalità con una mdp mossa che sta epidermicamente addosso ai suoi personaggi, col fiato sul collo, come un testimone scomodo. Cmq sia un po’ di dispiacere rimane per Una vita tranquilla, certamente uno dei più bei film made in Italy dell’anno (lunga vita a Claudio Cupellini!).

Nella categoria “miglior regia” qualcuno mi deve spiegare perché figurano Genovese e Miniero, e non Michele Placido (Vallanzasca), Stefano Incerti (Gorbaciof), Pupi Avati (Una sconfinata giovinezza). Quest’ultimo è il vero dimenticato di questa edizione. Nessuna nomination. Uno zero spaccato e ingiustificato, considerando il suo bellissimo film (essendo stato il suo più grande flop, i pochi spettatori che come me l’hanno visto saranno d’accordo con il mio giudizio).

E manca anche Andrea Molaioli con il suo Gioiellino (ricordo solo che con La ragazza del lago nel 2008 fece razzia di premi… e ora ce lo siamo già scordato!?!?).  

 

Arriviamo alla prima nota debole. Mi straccio con sdegno e costernazione le vesti di fronte alla vittoria di Paola Cortellesi come miglior attrice protagonista per il filmettino Nessuno mi può giudicare. Non c’è davvero più religione. Non dico Isabella Ragonese (sempre più bella e sempre più brava, senza dubbio una delle mie preferite, lo confesso) che muore dopo 10 minuti in La nostra vita, ma fossi stato al posto di Alba Rohrwacher e Sarah Felberbaum, candidate nella cinquina per La solitudine dei numeri primi e Il gioiellino, mi sarei alzato imbufalito nero e avrei sbattuto la porta del teatro. Insomma, è di cinema che stiamo parlando! Premiamo un’attrice vera! E non una brava comica televisiva prestata alla commediola!

Sul miglior attore protagonista niente da dire. Strabiliante la prova di Elio Germano, così intensa da far scolorire l’ottima performance di Kim Rossi Stuart nei panni del bandito gentiluomo Vallanzasca. Anche se nella cinquina manca incredibilmente il profondo Toni Servillo di Una vita tranquilla. E’ pura fantascienza essersi scordati di lui, quando invece è stato inserito Antonio Albanese per la trasposizione cinematografica del suo Cetto La Qualunque. E se non lo volevamo per il film di Cupellini, c’era Gorbaciof volendo. Dimenticanza che non merita perdono! Così come quella di Fabrizio Bentivoglio per Una sconfinata giovinezza.

Elio Germano, Rocco Papaleo, Paola Cortellesi

Tralascio la categoria “miglior attrice non protagonista”. Mentre mischio gioia e tristezza per il “miglior attore non protagonista”. Il premio è andato allo spassoso Giuseppe Battiston, ciliegina sulla torta del mediocre La Passione di Mazzacurati. Ed è un premio meritato. Però, potendo, ne avrei lasciato un pezzettino a Francesco Di Leva, inestimabile in Una vita tranquilla.

Trovo offensivo aver lasciato a becco asciutto Teho Teardo (Il gioiellino) come miglior musicista, andando a premiare invece il duo Marcotulli/Papaleo per Basilicata Coast to coast.

Mi strappo i capelli anche per il premio al miglior montaggio, andato ad Alessio Doglione per 20 sigarette, quando è clamorosamente degno addirittura di un Oscar il lavoro compiuto da Consuelo Catucci per Vallanzasca. Chi lo ha visto, sarà certamente d’accordo con me!

Il miglior regista esordiente è Rocco Papaleo per Basilicata coast to coast, film che ho letteralmente adorato fino a sognare una simile zingarata estiva nel meridione, ma che forse poteva lasciare il posto a Edoardo Leo e al suo 18 anni dopo. E perché è rimasto nel dimenticatoio Ascanio Celestini col suo La pecora nera? Misteri privi di risposta!

La sceneggiatura va alla coppia Martone-De Cataldo. Quest’ultimo ormai, dopo Romanzo Criminale di Palcido, è asceso nell’olimpo dei grandi sceneggiatori italiani, e questo premio lo dimostra. Ma anche in questo caso verso una lacrimuccia per lo sconfitto trio di autori del film di Cupellini. Davvero una gran bella storia. Punto e basta.

 

Insomma, più ombre che luci in un’edizione degli Oscar italiani dimenticona, fatta con i piedi, che ha privilegiato le commediole e dimenticato il cinema d’autore. In questo modo si premia il botteghino, non la qualità. Due fattori che, spesso, come anche sanno i bambini, non vanno di pari passo.

Alla ricerca dei film “primaverili”! Ecco il sondaggione!

La primavera sembra arrivata: il sole scalda, le giornate sono più lunghe, gli uccellini cantano. Una nuova allegria ci riempie dopo il grigiore dell’autunno e dell’inverno. Così mi è venuto in mente di buttare giù una lista di film che, come la bella stagione dei fiori, fanno bene all’anima. Ovvero quei film da vedere senza grosso impegno (intellettuale), che ci aprono il cuoricino, che ci fanno divertire e riflettere. Insomma, film primaverili, vitali, freschi.

Scambiamoci quindi idee, proposte e opinioni su quali sono i film che riabilitano alla vita, che “salvano dalla depressione”, che insomma ci fanno stare proprio bene dopo i titoli di coda. Da questa “lista” sono quindi banditi i thrilleroni ansiogeni, i cervellotici film di David Lynch, gli horror claustrofobici e anche le cazzate disarmanti e senza salvezza. Partecipano al gioco film leggeri con un piccolo grande pizzico di riflessione. Certamente ce ne sono a iosa, a me sono venuti in mente questi 5:

 

-          Little Miss Sunshine

-          Il favoloso mondo di Amelie

-          Basilicata coast to coast

-          Agata e la tempesta

-          Ratatouille

 

E a voi? Quali sono i vostri film “primaverili??? Sparate!!!

 

Basilicata coast to coast

L’armata Brancaleone di Rocco Papaleo attraversa la Basilicata (e le sale italiane) e semina consensi. Abbandonando l’abusata ambientazione domestica nella quale si è accasciato il cinema italiano degli ultimi anni, Basilicata coast to coast inforca con coraggio l’inusuale strada del road movie tanto da essere un Easy rider nostrano. Il provincialismo è il vero punto di forza di un piccolo grande film, leggero ma non troppo, piacevole e riflessivo, un futuro cult di periferia (e non solo).

Geniale nella sua semplicità l’idea alla base della sceneggiatura, originale quanto basta per portare sui nostri schermi un film d’esordio sicuramente da promuovere, seppur non privo di qualche difetto. Azzeccato il quartetto dei protagonisti alla I soliti ignoti: alla voce un esaltato professore autore di testi alla Tony Pisapia (L’uomo in più di Sorrentino), al contrabbasso un muto sempliciotto sfortunato in amore, alla chitarra un timidone che ha abbandonato gli studi di medicina, al fodero della chitarra un fascinoso gigolò televisivo di serie B dalla camicia perennemente aperta fino all’ombelico. Per questi squattrinati organizzati il pellegrinaggio in nome della musica sarà medicina per il cuore e per l’anima, pur senza mai calcare la mano sull’aspetto esistenziale.

Vero motore delle gag è la coppia Gassman-Papaleo. Il primo ritrova la vis comica del memorabile Teste di cocco, il secondo genera irrefrenabili risate con la grottesca potenza del solo sguardo allucinato. Stona la recitazione di Giovanna Mezzogiorno, troppo finta rispetto alla spontaneità dei compagni di viaggio, ben più adatta alle parti urlate di Vincere o L’ultimo bacio che non al registro della commedia.

Basilicata coast to coast è uno stralunato e randagio sponsor turistico alla regione lucana, al suo sole abbagliante e ai suoi brulli pendii, senza mai scadere nella cartolina. La componente musicale, insieme alla simpatica cadenza linguistica di un non profondo sud, rende organico un montaggio non sempre fluido. Funzionano le scanzonate canzonette della picaresca band e il cullante contrabbasso dal gusto dolcemente jazz di Max Gazzè.

Emergono anche un paio di citazioni sul grande cinema italiano in bianco e nero: l’insegna “Rocco e i suoi cugini” ricorda il capolavoro viscontiano di Rocco e i suoi fratelli, mentre la scultura presente sulla locandina la statua volante che apre La dolce vita di Fellini.

La regia, a tratti disomogenea e anonima, trova un’ancora di salvataggio nella macchina a mano da reportage di guerriglia urbana. Ma non andiamo a cercare il pelo nell’uovo. L’esordio alla cinepresa di Rocco Papaleo merita un compiaciuto applauso col sorriso sulle labbra per aver portato in sala il volto sano e popolare di un’umanità meridionale che non fa rima con la criminalità organizzata.