Home Video – La donna della mia vita

26 settembre 2011

La mamma è sempre la mamma. Anche quando è impicciona, invadente, pressante, factotum, burattinaia e artefice di etichette sui destini dei suoi figli. E’ questo lo spunto alla base de “La donna della mia vita” di Luca Lucini. Un’idea che viene palesata con forza nella prima sequenza, perduta nella fase centrale, e riaffermata con chiarezza in un happy ending a sorpresa.

A dare forma a questo personaggio ci pensa una splendida Stefania Sandrelli (65 anni e non sentirli!). Puntuale, ben calata nella parte, madre padrona e confortante, regala una performance che allieta e convince… continua a leggerlo su www.cinemaerrante.it cliccando QUI (e diventa FAN su Facebook)


Basilicata coast to coast: on the road all’italiana

24 giugno 2011

Abbandonando l’abusata ambientazione domestica nella quale si è accasciato il cinema italiano degli ultimi anni, Basilicata coast to coast inforca con coraggio l’inusuale strada del road movie tanto da essere un Easy rider nostrano. Il provincialismo è il vero punto di forza di un piccolo grande film, leggero ma non troppo, piacevole e riflessivo, un futuro cult di periferia (e non solo).

Geniale nella sua semplicità l’idea alla base della sceneggiatura, originale quanto basta per portare sui nostri schermi un film d’esordio sicuramente da promuovere, seppur non privo di qualche difetto. Azzeccato il quartetto dei protagonisti alla I soliti ignoti: alla voce un esaltato professore autore di testi alla Tony Pisapia (L’uomo in più di Sorrentino), al contrabbasso un muto sempliciotto sfortunato in amore, alla chitarra un timidone che ha abbandonato gli studi di medicina, al fodero della chitarra un fascinoso gigolò televisivo di serie B dalla camicia perennemente aperta fino all’ombelico. Per questa armata Brancaleone di squattrinati organizzati il pellegrinaggio in nome della musica sarà medicina per il cuore e per l’anima, pur senza mai calcare la mano sull’aspetto esistenziale.

Vero motore delle gag è la coppia Gassman-Papaleo. Il primo ritrova la vis comica del memorabile Teste di cocco, il secondo genera irrefrenabili risate con la grottesca potenza del solo sguardo allucinato. Stona la recitazione di Giovanna Mezzogiorno, troppo finta rispetto alla spontaneità dei compagni di viaggio, ben più adatta alle parti urlate di Vincere o L’ultimo bacio che non al registro della commedia.

Basilicata coast to coast è uno stralunato e randagio sponsor turistico alla regione lucana, al suo sole abbagliante e ai suoi brulli pendii, senza mai scadere nella cartolina. La componente musicale, insieme alla simpatica cadenza linguistica di un non-profondo sud, rende organico un montaggio non sempre fluido. Funzionano le scanzonate canzonette della picaresca band e il cullante contrabbasso dal gusto dolcemente jazz di Max Gazzè.

Emergono anche un paio di citazioni sul grande cinema italiano di “tempi d’oro”: l’insegna “Rocco e i suoi cugini” ricorda il capolavoro viscontiano di Rocco e i suoi fratelli, mentre la scultura presente sulla locandina è eco della statua volante che apre La dolce vita di Fellini.

La regia, a tratti disomogenea e anonima, trova un’ancora di salvataggio nella macchina a mano da reportage di guerriglia urbana. Ma non andiamo a cercare il pelo nell’uovo. L’esordio alla cinepresa di Rocco Papaleo merita un compiaciuto applauso per aver portato in sala il volto sano e popolare di un’umanità meridionale che non fa rima con la criminalità organizzata.

Voto: 8


Il seme della discordia

23 agosto 2010

Arieccomi! Il blog riapre i battenti con qualche riga su un film bizzarro e “controverso”:

Pappi Corsicato è un Arlecchino che confeziona uno sberleffo intorno ad una misteriosa concezione. Protagonista è una malafemmina estremamente provocante, una “Malena” in rosso mangiata con gli occhi da molti ma toccata da pochi.

Il seme della discordia è un carnevale che capovolge l’ordinario. Sacro e profano si mischiano in un ibrido di giallo e commedia, suspense e paradosso, che ironizza con amarezza e tono surreale sul tema della fertilità. Va in scena un mondo di giovani invaghiti e di pupe sculettanti, un cosmo immerso in una dimensione onirica dove gigli bianchi germogliano su un corpo di donna (chiaro richiamo ai petali rossi di American Beauty).

La macchina da presa si muove tra tacchi da capogiro e abiti retrò con ampio scollo, tra manichini in vetrina e imponenti architetture. Il suo occhio curioso scorre (e talvolta si fissa) sulle sinuosità del corpo femminile con leggiadria e ricerca soluzioni tecniche fuori dal coro che lasciano smarrito (o stupito) lo spettatore.

Dietro un titolo di memoria mitologica si nasconde una pellicola leggera e mai noiosa, che si riempie di colori dai toni acidi, passando, come in una pioggia di coriandoli, dal lilla al verde pisello, dal fucsia al turchese. Una certa varietas musicale alterna melodie anni sessanta e fiabesche, da “dolce vita” e ritmo-sclerotiche. Un piacere per l’occhio e per l’orecchio.

Insomma un film grottesco, esuberante, di grande gusto estetico, con una risoluzione dell’enigma intelligente e non banale. Un esercizio di stile con qualche neo. Uno sicuramente nel finale. Ed ereditario.


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