Missione di pace: ridere della guerra… si può!

10 novembre 2011

Messaggio di pace, e distensione. Con tono irriverente, colmo però di schiettezza e intelligenza, la sorprendente e brillante opera prima di Francesco Lagi ha il merito di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla presenza, che dura ormai da oltre 15 anni, dell’esercito italiano nelle terre balcaniche. Non un film di denuncia, né politico, né di parte, né satirico. Semplicemente farsesco, comico, come un piccolo coltellino svizzero affilato che taglia molto ma molto bene. Ma il taglio volontarimente non arriva in profondità. Scelta condivisibile, come a non voler gravare sull’animo dello spettatore con morali o lezioncine pacifiste. Il film di Lagi viene in pace, ma ciò basta per lasciare in noi uno sfarfallìo di riflessione sul (non) senso della guerra.

Missione di pace, che ha riscosso applausi scroscianti nella sezione “Settimana Internazionale della Critica” di Venezia 68, va giù tutto d’un fiato. Si snoda leggero e leggiadro tra goffi carri armati e magliette rappresentanti il faccione di Che Guevara, soldati di confine che ricordano quelli de La tigre e la neve di Benigni e quel senso di piacevole abbandono che caratterizzava i personaggi di Mediterraneo di Gabriele Salvatores.

La regia, pacata e mai virtuosistica, scorta le (dis)avventure dei protagonisti. Sono il contenuto e la sceneggiatura a dominare, egregiamente sviluppati da un cast artistico d’alto livello che non si risparmia in battute, smorfie, recitazione paradossale. A capitanare la truppa c’è Silvio Orlando, poliedrico come pochi nel passare con duttilità dai toni della tragedia (Il papà di Giovanna, La stanza del figlio) a quelli della commedia (Ex, La passione). Straordinaria e istrionica la prova di Filippo Timi nei panni di un Che Guevara non troppo convinto del suo credo ideologico. Bravissima anche Alba Rohrwacher, che finalmente dimostra di possedere non solo il registro ansiogeno. Ma la vera sorpresa è Francesco Brandi. Dopo la bella prova in Generazione 1000 euro, conferma qui di essere il futuro fiore all’occhiello del cinema italiano. Pungente, spigliato, piacevole sin dal suo accento veronese, che da solo vale il prezzo del biglietto.

Da segnalare inoltre i simpaticissimi e innovativi inserimenti di rumori fumettistici connessi ad alcuni gesti dei personaggi e la scanzonata, country, poetica colonna sonora di Bugo, nei panni dello sfaticato chitarrista d’accampamento.

Indimenticabile la sequenza della partita a Risiko col diverbio sui dadi rossi e dadi blu.

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Home Video – Cosa voglio di più

29 giugno 2011

“A volte basta un attimo per dimenticare tutta una vita, ma altre volte non basta tutta una vita per dimenticare un attimo”. Una frase profetica che il panciuto  e inconsapevole cornuto Alessio (Giuseppe Battiston) pronuncia quando la funesta profezia si è già verificata: la sua amata Anna (Alba Rohrwacher) è appena rientrata dall’incontro col suo focoso amante, Domenico (Pierfrancesco Favino). Un coltello del catering, un sorriso, un biglietto da visita. E’ questo l’attimo che stravolge il cuore e la mente della bionda protagonista… continua a leggerlo su www.cinemaerrante.it cliccando QUI (e diventa FAN su Facebook)


Home Video – La solitudine dei numeri primi

19 giugno 2011

La solitudine di Saverio Costanzo. Almeno cinematograficamente. Sì, perchè è il meno italiano tra i registi del Belpaese. Forse potremmo addirittura definirlo il non-italiano. Un occhio sul mondo più unico che raro, da vera pecora nera. In senso positivo, ovviamente.

Dopo lo strabiliante “Private” sulla forzata convivenza “condominiale” tra israeliani e palestinesi e lo spiritual-meditativo “In memoria di me”, Saverio Costanzo trasforma in film a tinte fosche il best seller di Paolo Giordano… continua a leggerlo su www.cinemaerrante.it cliccando QUI  (e diventa FAN su Facebook)


L’uomo che verrà: i bambini ci guardano

26 maggio 2011

Martina ha 8 anni, due gambe esili da pinocchietto e due grandi occhi spalancati sul mondo tra sogno e malinconia. Il suo sguardo tutto coglie e niente tralascia. Giorgio Diritti pone la macchina da presa ad “altezza bambino” e attraverso questa prospettiva pura e privilegiata ci conduce su e giù tra i boschi e i viottoli, i covoni di paglia e i vigneti di una lontana comunità contadina.

L’uomo che verrà è il suo Albero degli zoccoli. Da Olmi ha imparato quella meticolosità da trattato antropologico capace di rendere sul grande schermo il respiro di un microcosmo governato da ora et labora, sacro e meraviglioso, dove si percepisce forte il profumo del muschio e l’odore delle foglie. Ma l’allievo si spinge oltre e supera il maestro.

Dopo aver indagato i temi dell’integrazione e della diffidenza nelle bucoliche de Il vento fa il suo giro, dove un pastore incontra la Civiltà sui pendii piemontesi, torna sui monti (quelli bolognesi stavolta) per raccontarci lo scontro tra Storia e storia, come la Guerra cambia e infrange il modus vivendi, i ritmi e i ruoli (non solo familiari) di un piccolo mondo antico. Così come il vento, anche la Storia fa il suo giro e porta via con sé l’eccidio di Monte Sole, meglio noto col nome di Marzabotto. E’ una strage degli innocenti: 800 morti, tra cui più di 200 bambini. Il personaggio di Martina vuole proprio ricordare ciascuno di essi.

Siamo di fronte ad un rigoroso saggio di tecnica e contenuto, che ridisegna con poesia e saggezza registica i confini e i lineamenti del cinema d’impegno civile e del genere di guerra. Il montaggio pacato e carico di silenzi spazia da campi lunghi e lunghissimi a primi piani e dettagli con estrema fluidità. L’emozione affonda nel cuore dello spettatore come gli stivali dei partigiani nella neve fresca. I pittoreschi effetti speciali e l’azione propri dei kolossal bellici americani rimangono fuoricampo, così come il sangue delle umili vittime. La mitragliatrice spara in faccia alla macchina da presa, che riprende solo le smorfie di dolore di volti scarni e vissuti, la cui dignità si preserva immacolata, come la Vergine devotamente pregata dalla madre di Martina.

Vita e Morte, Bene e Male si incontrano in questo angolo degli Appennini rifuggendo tesi ideologiche o manichee. Diritti si limita a descrivere e raccontare, non giudica né i partigiani né i tedeschi, proprio come i contadini vedono la Guerra bussare alla loro porta ma non ne capiscono il motivo (Ecco una cosa che ho capito, che molti vogliono ammazzare qualcun’altro, ma non capisco perché dice Martina).

Paura, smarrimento, coraggio, tensione, imbarazzo, amore. L’intera varietà dei sentimenti scorre silenziosa ed manifesta negli occhi dei protagonisti, sostenuta da una trascinante colonna sonora di canti religiosi e ninne nanne, e dalla spigolosa dolcezza del dialetto stretto bolognese, chiaro riverbero del cinema neorealista. L’uomo che verrà è un film corale, di sguardi parlanti che tessono la tela di una collettività semplice che consuma la sua laica Passione. Un’opera intensa e necessaria, aspra e forte da lasciare senza parole. Come la piccola Martina.

Voto: 9


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