Mosse vincenti: l’importanza di essere onesti…

16 dicembre 2011

Dopo aver trattato dell’immigrazione in L’ospite inatteso, Thomas McCarthy torna a confrontarsi con il tema del prossimo, di come s’intrecciano e filano le relazioni umane. Lo fa restando negli Usa di provincia, spostandosi da una cittadina del Connecticut ad una del New Jersey. Realtà piccole e particolari per messaggi grandi e universali.

Mike Flaherty è un avvocato che assiste persone anziane e, nel tempo libero, allena una scalcinata squadretta di giovanissimi players di lotta libera. Un giorno decide di diventare tutor del vecchio Leo Poplar, malato d’Alzheimer, per incassare la sua rendita mensile di 1500 dollari. Ma il suo piano viene scombinato dall’arrivo di Kyle, ovvero il nipote del signor Poplar…

In concorso nelle file del 29esimo Torino Film Festival, Win Win – Mosse vincenti è una brillante commedia morale, moralista e moraleggiante che, priva di quella fastidiosa spocchia di chi ci vuole fare la lezioncina su come “sarebbe giusto comportarsi”, avvinghia lo spettatore in una girandola di risate e riflessioni. La “predica” non proviene né resta ex cathedra, ma scende nella quotidianità di una cerchia di personaggi ben assortiti e ben tratteggiati, a noi vicini, estremamente veri e reali.

All’apparenza leggerino, ma assai tosto nei contenuti, è un film che ci interroga in prima persona: nei confronti del prossimo agiamo “a gratis” o per ottenere un utile? Che peso hanno in noi la “legge del cuore” e quella del Denaro? Quali i confini tra generosità, solidarietà sociale e interesse personale? Insomma, quali sono le mosse vincenti, nella vita, per essere persone oneste?

McCarthy sviscera tutte queste tematiche facendo leva proprio sui suoi characters, dipinti con tono, allo stesso tempo, impressionista ed aggressivo, con carezze e schiaffi motivatori. In questo microcosmo di personaggi compositi e poliedrici (nessuno è tutto buono o tutto cattivo), c’è chi spaccia il proprio desiderio per quello altrui, chi maschera l’egoismo con la carità, chi, per necessità, non ci pensa due volte a lucrare sugli altri per salvarsi dal baratro. Ma il marcio non prende il sopravvento. Uomini di buon senso e buona volontà hanno la meglio. Regole e princìpi non sono pesanti dogmi a cui sottostare, ma sani e forti gesti portatori di sollievo e gioia. Un film dove la porta stretta è sì più faticosa, ma anche più onesta di quella larga. Così l’arte dell’arrangiarsi e del reagire va in scena in un inaspettato finale “con olio di gomito”, che fa sorridere col cervello acceso. Un finale con una buona dose di buonismo che una volta tanto si fa accettare, ci sta, ci piace.

La sceneggiatura è in crescendo, con dialoghi curati e mai banali, colmi di sagacia e quotidiana vitalità, con battute strappa-sorriso a chiusura di ogni sequenza. E una volta tanto lo sport non è la solita e glabra metaforina calata dall’alto.

Protagonista è un Paul Giamatti formidabile, commosso e commovente. Il cinema americano si è accorto troppo tardi di lui come attore protagonista. Ma meglio tardi che mai. Dopo Sideways – In viaggio con Jack e La versione di Barney, ci regala una nuova prova che arriva dritta al cuore. Dietro quel volto da castorino senza barba, ha l’occhio lucido per la scena semi-struggente come quello vivido per la battuta frizzante. Lo affiancano una composta e incisiva Amy Ryan, uno spumeggiante Bobby Cannavale e un puntuale Jeffrey Tambor. Degne di nota anche le performance dell’esordiente Alex Shaffer, di Burt Young e della giovane Melanie Lynskey.

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TFF 2011 – The Descendants: la recensione

9 dicembre 2011

The Descendants di Alexander Payne, con George Clooney, era senza dubbio attesissimo al 29esimo Torino Film Festival. Stiamo parlando del director di About Schmidt (che valse a Jack Nicholson la nomination all’Oscar come miglior attore protagonista) e Sideways (Oscar come miglior sceneggiatura non originale). In questo caso il divo eletto è George Clooney e il plot è tratto dal romanzo “Eredi di un mondo sbagliato” di Kaui Hart Hemmings. Ma non tutte le ciambelle riescono col buco. The Descendants è una ciambella senza buco, un bombolone sodo, un passo falso… continua a leggerlo su www.cinemaerrante.it cliccando QUI


“Il giorno in più”: il film di cui fare a meno

6 dicembre 2011

Premessa: adattare per il grande schermo un libro di Fabio Volo non è certamente cosa facile. Sono zibaldoni di pensieri, situazioni, emozioni di un adulto (?) in chiave teenager. Ammetto – mea culpa! – di aver letto in passato il suo primo libro, Esco a fare due passi, e credo di essere cosciente, ahimè!, delle possibili difficoltà riscontrabili nel passaggio dalla carta stampata all’immagine in movimento. Fine premessa.

Da qualsiasi love story, anche la più sterile, ci aspettiamo in genere che ci lasci qualcosina dentro: una frase, un’immagine, una sensazione, uno spunto di riflessione, o volendo pure un sentimento negativo come la ripugnanza, l’amarezza, la tristezza, la pietà più bieca. Ciascuna di queste cose anche in dimensione batterica, cellulare, minuscola come una briciola atomica. Il giorno in più di Massimo Venier (Generazione 1000 euro), con Fabio Volo e Isabella Ragonese, non raggiunge nemmeno il “minimo sindacale”. Forse per troppa ansia da prestazione, scatta la cilecca. Il film lascia poco, poco, poco, aiutatemi a dire poco!

La vicenda è sempre la stessa, la più banale possibile: Giacomo Pasetti è un quarantenne eterno immaturo che ama e abbandona ragazze come fossero caramelle gommose da scartare e gustare in compagnia. Una routine che viene infranta quando sul tram s’innamora a prima vista di Michela. Ma la loro storia è destinata ad avere vita breve, poiché lei il giorno seguente deve partire per New York…

Ok, una giovine (come direbbe mia nonna) romanticona potrebbe dirmi: “Sì, ma in amore le storie più semplici sono le più belle!”. Se poi sono con traversata oceanica ancora meglio. Ma, ribatterei io, il confine tra semplicità e pochezza tendente alla nullità è sottile, labile, facilmente superabile.

Il risultato è un filmettino che strappa qualche risata, ma anche molti occhi alzati al cielo per le vacuità che racconta. Scarso l’appeal emozionale nei confronti dello spettatore. Il film non coinvolge e non tenta minimamente neppure la più remota possibilità d’immedesimazione. Si rimane ad una superficialità cosmica, eterea, impalpabile. C’è sì qualche frase bellina per innamoratini ciuciù, ma anche queste non attecchiscono nella nostra anima. A poco serve la sognante colonna sonora che c’inebria sin dal trailer. I titoli di coda sono liberatori come la campanella della ricreazione a scuola.

Rende ancor più amaro il boccone l’ambaradan commerciale che ruota attorno al film: a metà ottobre è uscito, su carta e in ebook, l’ultimo libro di Volo, Le prime luci del mattino (in un mese e mezzo il pubblico compra, legge, ama e attende il film tratto dal precedente bestseller); pochissimi giorni fa, con puntualità svizzera, è uscita l’edizione speciale illustrata (mancano solo le figurine da colorare!) proprio de Il giorno in più.

Questa pellicola è inoltre l’ennesimo esempio di commedia italiana inflazionata e rovinata da un product placement vorace e divorante. Primi su tutti i marchi Agnesi e Togo sparati in primo piano senza lasciare via di scampo ai nostri bulbi oculari. Un virus che ha colpito, di recente, solo per fare due esempi, anche Lezioni di cioccolato 2 e Immaturi. Insomma, va bene che i dindini muovono il cinema, ma così l’ammazzano e schiavizzano/sminuiscono l’impegno di bravi sceneggiatori (penso a Fabio Bonifacci per i film di Luca Lucini).

La prova dei due attori protagonisti, Fabio Volo e Isabella Ragonese, è ordinaria, leggerina, disimpegnata. La parte è la loro, lo sforzo è minimo, il risultato gioca a ribasso. Il primo si nasconde ormai dietro la sua faccetta da cresciuto puttino barbuto e un sorrisetto malandrino, capace di stendere inspiegabilmente la metà delle 30enni presenti in sala (l’altrà metà se la dorme…). La seconda, pur dotata di una solare bellezza acqua e sapone, stona alcune note di recitazione come una dilettante. Ma cosciente di questo, sa come fare “poggio e buca” recuperando i punti persi con il successivo sguardo languido da ragazza della porta accanto. Insomma, si salva in corner. Lei. Il film no…


“La guerre est déclarée”: profumo di Oscar…

5 dicembre 2011

Non è da tutti portare sul grande schermo un dolore vissuto in prima persona. Per di più se i protagonisti e sceneggiatori del film sono proprio coloro che sono stati direttamente interessati dal dramma. Con invidiabile coraggio e struggente meraviglia lo hanno fatto Valérie Donzelli e Jérémie Elkaim in La guerre est déclarée, dove raccontano la propria storia di genitori di un bambino gravemente malato, con disavventure ospedaliere connesse. E lo fanno dietro i nomi “già sentiti” di Romeo e Giuliette. Come nella tragedia di Shakespeare, i due si conoscono ad un party in un locale ed è amore a prima vista. Di quelli da baci dolci e appassionati sulle panchine dei parchi e corse a perdifiato nel mondo. Si amano e fanno un figlio: Adam (nella realtà si chiama Gabriel). Ma presto scoprono, purtroppo, che è affetto da una forma aggressiva di tumore al cervello. Inizia così la loro discesa all’inferno e risalita verso una luce in fondo al tunnel…

Apprezzatissimo e lodato alla “Semaine de la critique” del Festival di Cannes 2011, approda in Italia nelle file fuori concorso del 29esimo Torino Film Festival. Ed è un plebiscito di consensi. Un’opera straordinaria, sfaccettata, composita, un mosaico che fa del contrappunto e dell’eclettismo la sua seducente ed efficace chiave stilistica.

Contrappunto (barocco) lampante sin dalla primissima sequenza, dove vengono affiancate la martellante e stordente sirena della risonanza magnetica alla musica “tunz tunz” da discoteca. L’ansia, il magone e la tensione delle scene di profondo e ineffabile dolore in ospedale vanno a braccetto con la gioia, la ribellione e la spensieratezza di “beata gioventù” sperimentate in disco, con gli amici, nel verniciare la casa, ecc. E’ la teoria degli opposti che caratterizza gli affetti e i sentimenti, è la voglia di vivere e divertirsi di chi, giovane padre e giovane madre, è determinato nel voler essere genitore ma anche restare e sentirsi ancora giovane, e libero. Contrappunto barocco che ritorna poi nel Minuetto di Bach che drammatizza musicalmente il momento più tragico e struggente del film. Ed è proprio nella colonna sonora che s’incarna un premeditato eclettismo. Con saggia e sfrontata consapevolezza s’orchestrano in modo omogeneo mondi distanti: il già citato Bach con i dolci flauti “da corte” di Antonio Vivaldi, la distorta e alienante musica (post)moderna con canzoni d’amore alla Carla Bruni cantate dai protagonisti come se fossero in uno sdolcinato film di Francois Ozon. Multiforme anche il montaggio che brucia le tappe del tempo e indugia su rallenty d’angoscia, e l’attenzione conferita alla cromìa delle immagini, dove freddo e caldo si contrappongono vigorosi tra le corsie asettiche delle cliniche e una giostra volante tutta lucine per eterni Peter Pan, tra un rossetto marcatissimo sulle labbra di Giuliette e una spiaggia finale a metà tra Angele e Tony e The Tree of Life.

La sceneggiatura è calibrata al millimetro, capace di emozionarci nell’intimo ma anche di farci ridere, di stemperare il climax di pathos con battute frizzanti e di pancia (memorabile il dialogo tra Romeo e Giuliette sulle “sfighe possibili” la notte prima dell’operazione di Adam).

Un’opera artistica completa, di una straordinaria abbondanza di idee tecniche ed estetiche stipate nel film d’esordio di una giovane regista che vuole e sa osare, e riesce a stupire. Un esempio su tutti è l’uso rado della voce fuoricampo da narratore alla Truffaut. Ma non narra, bensì descrive. E’ così che le telefonate di Giuliette non le sentiamo “in presa diretta”, ma descritte dalla voce fuoricampo nel momento stesso della chiamata.

Insomma, La guerre est déclarée è una pellicola dolorosa e dolente, fresca e brillante, che commuove e diverte, spacca il cuore a metà e lo ricompone con grazia materna. Che sperimenta la morte per affermare la vita, anzi il film stesso è un maestoso inno alla vita, e alla speranza. Candidato dei cugini francesi agli Oscar 2012, la guerra ora è dichiarata alla statuetta dorata. E ci sono grosse probabilità di portare a casa il baluardo. L’unico vero avversario è Una separazione di Asghar Farhadi.

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TFF 2011 – Le Vendeur: la recensione

4 dicembre 2011

Le vendeur di Sebastien Pilote, in concorso al 29esimo Torino Film Festival, ci consegna il ritratto nitido e delicato di un uomo “primo della classe” sul lavoro e negli affetti. Michel Levesque, come gli ricordano ininterrottamente le targhe che tappezzano il suo ufficio, è uno dei più grandi venditori di automobili del Quebec. Il suo lavoro è la sua vita. Adora alla follia la figlia Maryse ed il nipotino Antoine, con i quali cerca di passare più tempo possibile. Di contorno un Canada gelato ed una crisi economica che costringe gli operai a fare sciopero e a perdere il lavoro. Ma un giorno un incidente stradale stravolge la vita di Marcel… continua a leggerlo su www.cinemaerrante.it cliccando QUI


TFF 2011 – The Dynamiter: la recensione

1 dicembre 2011

The Dynamiter di Matthew Gordon, presentato nella sezione “Festa mobile – Figure nel paesaggio” al 29esimo Torino Film Festival, è davvero un buon film d’esordio. Robbie Hendrick, alla soglia dei 15 anni, vive con la nonna e il fratellastro in una landa lontana del Mississippi; spera invano nel ritorno della madre fuggita da tempo, e intanto cerca di tirare su, come un vero ometto, l’impacciato e grassoccio fratellino Fess. Un giorno torna a casa Lucas, l’amato/odiato fratello maggiore: Robbie ne gioisce ma la cosa altera gli equilibri familiari… continua a leggerlo su www.cinemaerrante.it cliccando QUI


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