“The quiet family”: una risata vi seppellirà

24 maggio 2012

Non aprite quella porta. Non sorpassate quella soglia. Quale? Quella della locanda di montagna della “tranquilla” famiglia Kang di Kim Jee-woon. Perché chi vi entra, non ne esce più… vivo. Infatti si esce morti, insacchettati in grossi nylon trasparenti il cui destino è l’humus di un secco, freddo e torbido bosco d’alta quota. A voi quindi la scelta se prenotare o meno una stanza, singola o doppia che sia…

Film d’esordio di Kim Jee-woon, The quiet family è una black comedy spassosa e irriverente, che mischia grottesco, horror, sangue e suspense. É l’incarnazione di quell’indole prettamente coreana incentrata sul mix di generi verso soluzioni artistiche di sicuro impatto. E nonostante la lontananza geografica del cinema coreano da quello occidentale (europeo e americano), siamo di fronte ad una commedia permeata da un’ironia così nera da essere universale, così come universali sono le risate che suscita. Una comicità, quindi, che non rimane circoscritta all’hic et nunc della “provincia orientale”… continua a leggerlo su www.bizzarrocinema.it cliccando QUI


“Suspiria”: scarpette rosso sangue e aria di remake

24 maggio 2012

Quest’articolo partecipa al contest per blogger promosso dalla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro per omaggiare i vari ospiti che negli anni sono stati presenti all’evento. Da venerdì 25 a lunedì 28 (ore 13.00) maggio potrete votarlo mettendo i vostri “mi piace” e/o commenti al link presente sulla pagina di profilo Facebook del Festival. Chiedete l’amicizia (che vi sarà accettata dopo poco tempo) e votatemi! :D

—————————————————————————————————————————

E’ notizia di pochi giorni fa: a settembre prossimo inizieranno le riprese del remake dello splendido e terrificante Suspiria di Dario Argento per la regia David Gordon Green, affiancato alla sceneggiatura da Chris Gebert. Tra le interpreti spiccano Isabelle Fuhrman (Hunger Games)  e Janet McTeer (Albert Nobbs), ma soprattutto la poliedrica Isabelle Huppert (che in questi giorni abbiamo visto a Cannes 65 in In Another Country di Hong Sang-Soo e Amour di Michael Haneke).

Tra i produttori di questo scivoloso reloaded sui generis c’è Luca Guadagnino, che, insieme al collega Francesco Melzi d’Eril, ha detto: “C’aspettiamo un film di valore, capace di raggiungere un pubblico internazionale molto ampio”. Ma tra i finanziatori figurano anche Adam Ripp e Rob Paris (della “Crime Scene Pictures”) che a loro volta hanno dichiarato: “Amiamo lo stile e l’energia del film originale. La sceneggiatura di David Gordon Green aggiorna il suo mondo in modo brillante, presentando un’opportunità unica per creare un horror classico ed elegante”.

Ai costumi, al posto di Pierangelo Cicoletti, ci sarà la tre volte premio Oscar Milena Canonero, mentre la colonna sonora rimarrà quella dei Goblin (un vero must intoccabile e degno di venerazione!)

Sono passati 35 anni dal film originale e per molti Suspiria è il migliore Dario Argento di sempre insieme a Profondo Rosso e Nonhosonno. L’approcciarsi oggi ad un remake (una moda un po’ inflazionata ormai!) è quindi scelta zoppicante, ma anche meritevole di stima quantomeno per il coraggio. Il paragone è dietro l’angolo e spesso se ne esce sconfitti. Facciamo quindi un salto nel passato per mettere in luce i punti di forza del film del ’77, che potrebbero essere fonte di flop per il remake.

Cominciamo sottolineando come Suspiria di Dario Argento sia una grande opera d’arte, che si ciba di musica, artigianato, design nei costumi e negli interni, studio delle luci e dei colori, ecc.

L’aspetto più evidente (e invadente), che infatti non verrà rimaneggiato da Gordon Green&Co., è la colonna sonora. Inquietanti tintinnii, urla strozzate, fievoli brusii, acuti soffocati, ululati umani, tonfi e tamburi come colpi su bidoni della strada, bassi trimpellati e gracchianti. Una sonorizzazione pressoché continua e consonante ai gesti che vediamo sullo schermo (coltellate, impiccagioni, apparizioni, sparizioni, ecc.).

A livello cromatico dominano rosa, celesti, rossi, blu, gialli, verdi con tonalità acide e basiche, shocking e sbiadite, al neon e da casa retrò, che fanno ancor più il loro effetto applicati ad interni ampi e spogli, dal vago gusto liberty con tappezzerie arabesche molto dandy anni Settanta.

Ulteriore aspetto da segnalare sono quel trucco e quell’uso degli effetti speciali così artigianale e così serio, tanto fittizio quanto vero. Si vede chiaramente l’artificiosità di certe scene, ma c’è come un patto con lo spettatore, che accetta e ama tutto ciò, comprendendo d’esser parte dell’affascinante e smascherato gioco del genere horror. Il sangue rosso vermiglio fa le bolle, così come le fauci del cane che azzanna il cieco sono “di peluche”. Ma il comico non prende il sopravvento, il patto è saldo, il polso di Dario Argento è fermo, e noi gongoliamo in tutto ciò soddisfatti, sadici e divertiti.

Ma tutti questi elementi tecnici sarebbero ben poca cosa se slegati fra loro. La loro intersezione, somma, convivenza, orchestra quel senso (e sapore quasi morboso) dell’attesa che genera, se non proprio terrore, ansia, angoscia, magone, timore profondo. E’ come se gli svolazzanti e spettrali sospiri che tormentano la giovane e innocente Suzy abitassero spazi e oggetti, vetri e vetrate, corridoi e porte. Tutto si dota di un’energia sinistra, palpabile e nascosta nell’ombra, che inquieta e ci fa godere del venturo spavento.

Di fronte a cotanta magnificenza estetica ed emozionale, è dunque lecito chiedersi: il remake di David Gordon Green riuscirà, se non a superare, quantomeno ad eguagliare tutto questo?


“21”: matematica e delirio a Las Vegas

22 maggio 2012

21 vittorie, grande baldoria! Questa la frase che continuamente rimbomba nella testa di Ben Campbell (Jim Sturgess), protagonista di 21 di Robert Luketic, buon film da salotto e “da tavolo verde”.

Ispirato ad una storia vera, racconta del giovane e sbarbatello Ben, brillante studente del MIT che per pagarsi gli alti costi degli studi decide d’entrare in una gang di cervelloni applicati e votati al Blackjack. Un John Nash in potenza prestato ai tavoli da gioco, che impara “l’arte del conteggio” delle carte non tramite una guida ai casino sul web, ma alla cattedra/corte del professor Micky Rosa (Kevin Spacey). Si ritroverà così in un manipolo di “eletti” che, a Las Vegas, porterà a termine un colpo grosso a suon di sinapsi e calcoli matematici…

Parentesi d’azzardo per Robert Luketic, in genere dedito a commedie al femminile (La rivincita delle bionde, Quel mostro di suocera, La dura verità), 21 è un buon filmettino il cui unico scopo è regalare allo spettatore un piacevole e puro intrattenimento, incasellando anche un efficace colpo di scena che salva la pellicola dal mare magnum dell’oblio. Riesce nell’intento anche grazie ad una regia in pieno stile Las Vegas, con pennellate da videoclip, mirabolante, vibrante, movimentata, vorticosa, come se la mdp fosse attaccata a roulette in moto perpetuo. Diciamo anche che i richiami a quel cult di Ocean’s Eleven di Soderbergh sono palesi, ma non c’è nessuna esplicita (e suicida!) pretesa d’imitazione. La trilogia su Daniel Ocean è inarrivabile e Luketic non ci prova neppure a toccare la Luna.

In merito agli attori, Jim Sturgess se la cava davvero bene nei panni di un enfant prodige dei casinò che non si limita a giocare con le slot, per di più non rimanendo schiacciato dalla grande prova di un Kevin Spacey magnetico, crudele, vero boss la cui forza on screen è inalterata dai tempi de I soliti sospetti (1995). Si fa apprezzare anche un imbolsito Laurence Fishburne, pur non possedendo il carisma del Terry Benedict forgiato da Andy Garcia.


“Isole”: dalla sala al web, un piccolo grande caso cinematografico

18 maggio 2012

Un film piccolo piccolo, ma dal cuore grande. Tre solitudini, tre monadi, tre isole che evitano la deriva scoprendosi improvvisamente vicine e bisognose l’una dell’altra, come in un arcipelago dal sapore mitologico. Isole di Stefano Chiantini è un’opera delicata, introversa, silenziosa, che non picchia i pugni sul tavolo, non punta i piedi, non alza la voce. Frasi brevi, di poche parole e poche sillabe, sono la sua forza, coinvolgendoci gradualmente e senza strappi, come un bambino che deve essere iniziato alla non-paura del mare.

La regia di Chiantini è tenue e mai invadente, descrittiva per piccole pennellate, priva di disturbanti virtuosismi. Ci vuole “semplicemente” raccontare una storia, e così la mdp non ruba spazio ai personaggi e alle loro interiorità. Una scelta che genera emozione, avvolgendoci come in una coperta al calar della sera. Una regia semplice (che ci ricorda quella di Federico Bondi nel suo Mar Nero), ma non per questo meno personale, come dimostrano le mirate soggettive che scostano una tenda o aggirano uno stipite di casa.

Un film scarno ma completo, adolescente ma già maturo, intimo e sincero, che gioca per sottrazione.

Un prodotto cinematografico che fa di necessità virtù, che si ciba del territorio e del paesaggio delle Tremiti con fare magico e moderato. I dettagli sulle api laboriose, i voli dei gabbiani in cielo, le secche stradine sterrate tra i cespugli, sono una costante piacevole che detta il respiro della pellicola. La conformazione brulla del territorio (che richiama quello di Respiro di Crialese) ricalca poi l’inquietudine compressa negli animi dei tre protagonisti, in particolare quella silenziosa e trasandata di Asia Argento.

Parliamo quindi degli attori, partendo proprio da lei. Una prova pulita e sentita, con lo sguardo di una bambina innocente e indifesa, ma sempre guardinga e speranzosa su un’apertura verso la realtà che la circonda. Una performance inaspettata e assolutamente convincente, che le calza a pennello, migliore di tante altre prove dannate, rock ed extreme proposte in passato (vedi su tutti Go Go Tales).

Ivan Franek sbatte poco gli occhi e muove ancor meno i muscoli facciali. Ma questo richiede il suo personaggio e l’emozione scorre a piccole gocce senza mai traboccare. Giorgio Colangeli, nelle vesti dello scorbutico e scostante don Enzo, costretto a usare metà dei suoi arti, lavora bene di volto e parole.

Ma senza dubbio l’aspetto più importante di questo film è la scelta distributiva, ovvero uscire in sala e in contemporanea online in streaming gratuito su Repubblica.it. Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto. Così se le copie per il grande schermo sono poche, ci si rivolge al web. La poltroncina del cinema si trasforma in divano da salotto, così come il grande schermo si riduce ai pochi pollici di un computer. “Aiuta!” dice spesso don Enzo a chi lo deve vestire la mattina. Una richiesta che il film di Chiantini ha visto soddisfatta dal braccio forte del distributore e produttore Gianluca Arcopinto.

La strada è retta, è quella giusta, di un cinema (indipendente) che deve reinventarsi per raggiungere il pubblico che merita e che gli spetta. Isole è quindi sintomo di un cinema italiano che non si fa schiacciare dal sistema, ma reagisce e vince trovando nuovi canali di comunicazione.


“Piccole bugie tra amici”, pochi fazzoletti e tante risate (non) alla francese

16 maggio 2012

Più che bugie, sono confessioni, coming out, rivelazioni. Così come è una rivelazione la regia di Guillaume Canet, che con il lungo pianosequenza iniziale mette subito in bella mostra tutta la sua personalità. Da quel momento in poi la mdp s’incolla ai personaggi e non li lascia più. Gli sta vicino, col fiato sul collo, come un ulteriore amico/uditore invisibile. Canet sta sui volti di Cotillard, Lellouche, Cluzet&Co. con fare ossessivo ma delicato, come alla ricerca di quelle verità che ribaltino le bugie del titolo.

In Piccole bugie tra amici va in scena la colloquiale quotidianità e il subdolo cinismo di un gruppo di amis che non sa rinunciare, un po’ come i protagonisti della storica Trilogia di Goldoni, alla villeggiatura. Poco conta se un caro amico è ricoverato in ospedale. “Ma tanto ci comprende appena, non reagisce a quello che diciamo!”. E allora via, tutti insieme appassionatamente. E qui, in questa frettolosità dell’alibi scatenante l’intera vicenda, sta una delle rare increspature del film. Una decisione presa, sia da Canet sia dai personaggi, a cuor fin troppo leggero. Ma si parte, vivre la vie!

Ciò che poi ci viene raccontato è la più classica, monotona e spensierata vacanza al mare di un gruppo di amiconi! “Che noia” c’è da pensare! Sì, è vero, ma Canet tira fuori dal cilindro ben 2 ore e mezza di pellicola che tengono il ritmo brioso e frizzante con costanza e continuità. Si ride tanto, e qua e là spunta il contraltare di qualche piccolo (grande) dramma repentino e bruciante. Mischiando quindi toni e umori opposti in un amalgama denso e saporito, quell’enfant prodige del regista ci regala un ottimo prodotto, sintomo di una settima arte francese che si sta sfrancesizzando, anzi si europeizza!

La prova del cast artistico è poi di grande spessore. Su tutti lo sbruffone e caciarone Gilles Lellouche e lo stressatissimo e comicamente mucciniano Francois Cluzet. Al loro fianco ci commuove occhi e cuore il tumefatto Jean Dujardin e una brava (ma leggermente barocca) Marion Cotillard in versione acqua e sapone, con l’occhiaia profonda e la lacrima facile. Da segnalare inoltre le performance del biondino Benoit Magimel e del simpaticissimo Laurent Lafitte.


“Buongiorno, notte”: claustrofobia brigatista al femminile

10 maggio 2012

Quest’articolo partecipa al contest per blogger promosso dalla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro per omaggiare i vari ospiti che negli anni sono stati presenti all’evento. Da venerdì 11 a lunedì 14 (ore 13.00) maggio potrete votarlo mettendo i vostri “mi piace” e/o commenti al link presente sulla pagina di profilo Facebook del Festival. Chiedete l’amicizia (che vi sarà accettata dopo poco tempo) e votatemi! :D

—————————————————————————————————————————————–

Due grandi occhi neri, illuminati come Rossellini faceva con Anna Magnani, guardano con attenzione attraverso uno spioncino il volto di Aldo Moro. Un’immagine che sineddoticamente inquadra l’intero Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, un’opera pregevole che, attraverso una visione politicamente distaccata e un copernicano capovolgimento dei canonici punti di vista, ridefinisce le fattezze del cinema d’impegno civile e porta a compimento una ri-scrittura dello scivoloso “caso Moro” del 1978.

Rifuggendo il documento di denuncia e sorvolando sulle colpe dello Stato, Bellocchio prende spunto dal diario Il prigioniero della brigatista Annalaura Braghetti per mettere a fuoco una nuova doppia prospettiva: interna e al femminile.

L’ottica interna si concretizza nella claustrofobia dell’ambientazione tramite quell’appartamento che sin dalla prima sequenza ci viene indicato come protagonista. La mdp scorre sulle pareti con occhio attento, l’agente immobiliare lo descrive minuziosamente e aprendo le serrande trasforma il buio in luce, come ad aprire il sipario su quello che sarà il futuro patibolo del presidente della Dc. L’ottica è così morbosamente domestica che l’unico filtro con l’esterno è la televisione. E’ quest’ultima a mostrarci le immagini del tamponamento e della strage in via Fani, riunendo di fronte a sé i brigatisti come fossero una famigliola anni Sessanta ansiosa di vedere il Carosello. E’ la Tv perennemente accesa e presente, e il potere mediatico da essa esercitato, a far percepire ai carcerieri la gravità del gesto compiuto.

Ed è ancora la claustrofobia, enfatizzata dalla fotografia scura e pregna di ombre di Pasquale Mari, ad affannare con pesantezza anche l’animo di Chiara, detentrice della seconda caratteristica citata: l’ottica al femminile. Tutto ruota intorno a lei, unica donna soldato del plotone d’esecuzione del “Presidente” (come i terroristi rossi usano chiamare Moro). Vive in continua oscillazione tra sogno e realtà, pensiero e azione, paura e convinzione, memoria partigiana e ideologia proletaria. Opposizioni interiori incarnate da quell’urlo di gioia, imploso e strozzato in gola, (non) emesso una volta appresa la riuscita del rapimento.

Bellocchio ci mostra quindi il dietro le quinte (anche psicologico) del sequestro, inquadrando il tutto sin dall’inizio in una severa teoria della predestinazione (le grate della terrazza sono un’allusione alla futura cella del carcere istituzionale). Sguardi tesi, cambi di passo, passaggi di anelli, occhiate coi vicini. Il regista di Sorelle Mai ridisegna il rapporto tra vittima e carnefice, umanizzando entrambi. Moro è l’uomo sbagliato, che dorme in posizione fetale come un bambino ed è incapace di provare vero odio anche contro i suoi rapitori. Moro è mite, pio, devoto.

Insomma, lontano da film come Piazza delle cinque lune in spasmodica ricerca di verità certe, Buongiorno, notte è un’opera freudiana e dannata, che alza lo sguardo e punta oltre, che scava nella psiche dei personaggi e afferra con prepotenza la nostra attenzione di spettatori e italiani. Una pellicola densa di quel fulgido/nebbioso mistero e di quella voglia di gettare un occhio nuovo e ribelle sulle cose, che contraddistinguono tutta la filmografia di Bellocchio sin da quel magistrale esordio chiamato I pugni in tasca (1965).

Sei desideroso di leggere dei 4 finali che Bellocchio ha creato per questo film? Leggi QUI!


“Thirst”: vampire movie ai limiti della provocazione

9 maggio 2012

Il prete cattolico che divenne cavia medico-scientifica, la cavia che divenne vampiro assetato, il vampiro che divenne folle amante. Uno spunto di base che, con fare dissacrante e a briglia sciolta, mischia e sconvolge sacro e profano, umano e disumano, reale e draculesco. Thirst di Park Chan-wook è un film incredibile, per stomaci forti, cuori d’acciaio e animi non proprio puritani.

Va in scena una storia tanto inusuale (a dir poco!) quanto geniale, provocatoria e morbosa, come solo il cinema può e sa fare mescolando input e generi tra i più diversi. Sang-hyun è un prete cristiano devoto e amato dalla sua comunità che accetta di prestarsi ad un esperimento medico per testare un vaccino contro un virus letale. Ma qualcosa va storto. Il reverendo muore, poi si risveglia e scopre di essere un vampiro. La disperazione ha il sopravvento, ma presto s’invaghisce di una giovane donna. Una storia di amore molesto e sesso morboso, che lo porta ad infrangere il suo voto di celibato e castità. Vola via il colletto bianco, ed è solo l’inizio…

Liberamente ispirato a Teresa Raquin di Emile Zola e vincitore del Premio della Giuria a Cannes 2009, Thirst è davvero un film scioccante. Fa dell’eccesso e dell’iperbole il suo stendardo, come di chi non è mai sazio di spudorata provocazione. Il pungolo fetish e sanguinoso colpisce ad libitum… continua a leggerlo su www.bizzarrocinema.it cliccando QUI


“Strategia del ragno”, la tela di Bertolucci

2 maggio 2012

Questo post partecipa al contest per blogger promosso dalla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Da venerdì 4 a lunedì 7 (ore 13.00) maggio potrete votarlo mettendo i vostri “mi piace” o commenti al link presente sulla pagina di profilo Facebook del Festival (prima chiedete l’amicizia, che vi sarà accettata).

——————————————————————————————————————————————————————

Strategia del ragno (1970) è un’intricata matassa ordita da un carrello che si muove fluido e ossessivo come una spola in un telaio che non conosce sosta. Bertolucci usa la macchina da presa come fosse un ragno che tesse la propria tela, certosino e cinico. Ogni carrellata laterale o circolare tira con sé un filo invisibile e robusto nel quale lo spettatore, proprio come il protagonista Athos Magnani, rimane inevitabilmente prigioniero. Siamo quindi di fronte ad un carrello che scorre attento e guardingo su muri e paesaggi fino a trovare i protagonisti, come una lente d’ingrandimento alla ricerca di quell’indizio che possa condurre alla verità sulla morte di un padre misterioso e ingombrante.

E’ quest’uso del carrello in chiave ortogonale il vero e peculiare stilema di Strategia del ragno. E questo fare simmetrico, geometrico, matematico, caratterizza anche la città nella quale è ambientata la pellicola. Sabbioneta, on screen col nome di Tara, è infatti una città poligonale, con strade diritte, affusolate, a 90 gradi, come in un antico paesino medioevale o un castrum romano. Una città nata a tavolino, studiata nei particolari, dove nulla è casuale, simbolo e incarnazione di quell’urbe ideale rinascimentale tanto ricercata da Vespasiano Gonzaga.

Questo fare ponderato, “col righello”, si traduce poi nel tema della circolarità, resa concreta, in apertura e chiusura del film, dalla presenza di una stazione e i suoi binari. Stazione che è poi portatrice del topos del viaggio nello spazio, che a sua volta si declina nel tempo tramite il rapporto con un passato invadente ed invasivo.

Sommo esempio, quindi, d’intersezione tra forma e contenuto, Strategia del ragno non è solo perfette geometrie. E’ anche Arte con la A maiuscola. La pittura ricorre in primis nelle affollate e “accaldate” tavole dipinte di Antonio Ligabue, mostrate come sfondo dei titoli d’inizio. Ma ci sono richiami anche a De Chirico o Magritte (gli ombrelli neri e bianchi), alla profondità di campo di Vermeer e dei pittori fiamminghi, a Van Gogh e i suoi girasoli nel forte cromatismo dei fiori curati e maneggiati da Alida Valli. Ma anche in uomini stanchi adagiati o a zonzo sulla strada come in un quadro realista o in alberi in perfetto schieramento come fossero una scenografia teatrale dipinta.

Strategia del ragno è quindi un’opera compiuta e sfaccettata che inquadra tutta la filmografia di Bernardo Bertolucci, fortemente imperniata sulla chirurgica scelta di ogni aspetto estetico e tematico, e sulla nobilitazione del Cinema come abbraccio di tutte le arti.


“Knock Out”, diverte la signorina Rambo di Mr. Soderbergh

30 aprile 2012

“Cazzo”. Con questa parola si apre (ma anche si chiude, in nome di una perfetta e ponderata circolarità) Knock Out – Resa dei conti di Steven Soderbergh. Ed esce dalle dolci labbra su vigorosa mascella di una (non) gentil donzella: Mallory Kane, interpretata da una magnifica e mascolina Gina Carano (campionessa lottatrice di arti marziali miste). Una parola che è simbolo di una donna con le palle, per di più quadrate.

Mallory Kane è un Robocop al femminile e senza armatura, una Nikita all’ennesima potenza, sensuale ed aggressiva, un Jason Bourne in rosa e rosso sangue, una panterona che sfodera calci alla Street Fighter e compie acrobazie al limite del wrestling professionale e l’arte del katana orientale. E’ lei stessa a definirsi con una non-dama, non abituata a portare i tacchi né tantomeno la gonna. Stemperando un po’, è l’incarnazione della “signorina Rambo” cantata dal nostro Roberto Vecchioni nella sua celebre Voglio una donna. Riunisce in sé tutti i picchiaduro del cinema anni Novanta: Jean Claude Van Damme, Steven Seagal, Chuck Norris, ecc.

Un personaggio che vive sulle spalle robuste e possenti di una Gina Carano in stato di grazia, una spanna sopra tutti  i suoi illustri colleghi di set (Ewan McGregor, Michael Douglas, Michael Fassbender, Antonio Banderas, Mathieu Kassovitz).

Va in scena la più classica storia di vendetta tremenda vendetta, un Machete “in salsa rosè”  (ma nemmeno tanto!) che diverte ed è cosciente del suo non essere nulla di nuovo. Mallory è una macchina da guerra umana creata dalla CIA che, tradita in missione, colpirà duro, basso, sotto la cintura e dovunque ci siano carne da illividire e ossa da rompere, pur di sentirsi in pace con se stessa (mentre i rivali sperimenteranno la pace eterna).

Soderbergh non è uno sprovveduto e si pone un unico scopo: farci divertire. E ci riesce puntando tutto sull’ attesa, una suspense non ostentata, i tempi dilatati. Un divertimento di una violenza così calibrata e studiata a tavolino da essere comica (il vassoio volante che stende in chiave simil-demenziale è un esempio su tutti). Il regista di Contagion prende inoltre “in prestito” da Rodriguez e Tarantino i titoli iniziali per presentarci alcuni personaggi e una pellicola vagamente sgranata alla Planet Terror. C’è la facoltà di intendere e di volere di aver voluto realizzare un’opera “di serie B” nella sua filmografia, una sorta di sassolino nella scarpa da togliersi assolutamente, pur con il contrappunto di avere alla sua corte un cast stellare.

Da segnalare la colonna sonora blanda e tintinnante, orecchiabile e “da roulette”, del fedelissimo David Holmes, artefice delle musiche della trilogia su Daniel Ocean e dell’acclamato Hunger di Steve McQueen, adesso nelle sale italiane.

Memorabile il corpo a corpo tra Gina Carano e Michael Fassbender, che mischia il bellico all’erotico tra cosce strette al collo e sodi cazzotti, bajours soffuse e specchi  infranti, candidi letti da disfare e cuscini silenziatori.


“Hunger”: sinfonia per i cinque sensi

27 aprile 2012

Camera d’Or (miglior opera prima) a Cannes 2008, Hunger è il film-manifesto di un artista e cineasta da tenere d’occhio: Steve McQueen. Un’opera cruda, dura, che fa accapponare la pelle e sciaborda lo stomaco. Uno di quegli esordi potenti e prepotenti come se ne vedono pochi in giro. Sintomo di una cifra stilistica confermata dal successivo Shame, che ha inibito ed “eccitato” Venezia 2011.

Irlanda del Nord, 1981. Nel carcere di Maze, i detenuti dell’IRA (Irish Republican Army) vogliono essere riconosciuti dal governo inglese con lo status di prigionieri politici, oltre che veder rispettati i diritti elementari dell’uomo. Ma l’istituzione fa orecchi da mercante e continuano ad essere (mal)trattati come cani selvatici denutriti e bastonati. Così danno origine alle proteste “della coperta” e “dello sporco”. Tutto tace, finchè Bobby Sands (Michael Fassbender) decide di dare inizio ad un lungo sciopero della fame. Sarà il primo di 9 morti…

Hunger è un’opera artistica completa, variegata e composita a livello tecnico, che non dimentica l’emozione. Un’opera che coinvolge tutti e cinque i nostri sensi. In primis, è scontato, la vista. Ma non solo perché il cinema è in prima battuta sguardo, ma perché McQueen è Cinema. Il regista londinese sa cosa farsene della mdp. Con eclettismo e consapevolezza ne fa un uso maturo e mirato, che non lascia niente al caso, ma punta tutto sul coinvolgimento dello spettatore. E’ così che sfuoca e rifuoca i volti, che palesa la sua presenza di fianco a carcerati e agenti penitenziari ricevendo “in faccia” sgabelli e schizzi d’acqua insanguinata, che ondeggia come un diabolico pipistrello nel “lazzaretto” di Bobby mentre la fine si avvicina, che giustappone uno di fianco all’altro piani ravvicinat(issim)i e campi lunghi geometrici, ortogonali, asettici. Convivenza degli opposti che ritorna poi nel montaggio. Quest’ultimo è forsennato, spezzato e claudicante nelle scene di punizione corporale, inesistente nel lunghissimo pianosequenza (della durata di più di 20 minuti) a macchina fissa tra Bobby e il cappellano del penitenziario. Steve McQueen non ha fretta, ci invita ad attendere, osservare, partecipare morbosamente. Ci sfida, fino a generare in noi, suo fine primario nei nostri confronti, un fastidio che prude nell’anima.
La vista è quindi porta d’accesso verso gli altri sensi.

Come in una sorta di imprigionato 4D, il secondo senso colpito è il nostro olfatto. Tramite la dimensione visiva, percepiamo il cattivo odore di una cella con i muri cosparsi di poltiglia, sbobba organica alimentare, come in un quadro appartenente al cubismo sintetico. La mdp scorre in soggettiva sulle pareti, forzando la nostra “immedesimazione”. Allo stesso modo percepiamo l’aspro e asciutto fetore di scodelle di urine rovesciate, al momento stabilito, in un corridoio che non conosce luce del sole.
Colpite le narici, attacca il gusto. Quasi sentiamo sulle labbra il sapore-non-sapore di un cibo immangiabile, così come la salata dolcezza del sangue che esce da un labbro spaccato da una manganellata.
E’ poi il momento del tatto, coinvolto nella manìa che il regista britannico ha per i dettagli. Il fiocco di neve che s’adagia su una mano con nocche e giunture sbucciate a suon di pugni “vuoti” su spigoli murari, il moscone (simbolo di libertà agognata) che tranquillo si posa e poi sfugge dalla mano del detenuto, una piuma che “galleggia” nell’aria come un petalo che si stacca da una rosa/vita moribonda, le piaghe sulla schiena di Bobby sulle quali si spalma una pomata bianca e dolorosa.
Infine, ultimo ma non ultimo in ordine d’importanza, anzi tutt’altro, è l’udito. Sin dalla prima sequenza, notiamo la straordinaria attenzione che McQueen dedica al sonoro, al suo studio, al suo effetto sullo spettatore. E’ invasivo, aggressivo, netto, tagliente, roboante, cassa di risonanza anche dei gesti più silenziosi (come il ronzio del neon acceso o la mano del prigioniero che striscia sulla camicia mentre cerca di sbottonarla di fronte alla grigia presenza di guardie immobili). Di musica ce n’è ben poca traccia.

Dal punto di vista contenutistico, sono due gli elementi più interessanti da segnalare.
Il primo è la componente cristologica nel “martirio” di Bobby e dei suoi “discepoli”. Le guardie trascinano i corpi dei detenuti come pelli di leone, mazzuolano con veemenza come in attesa di una “corona di spine”, riportano in cella le loro membra esauste con braccia “in croce” come dimenticati Christus patients o in collo come sdivinizzate Pietà.
Il secondo è, pur di fronte a tutta questa disumanità dei gesti, la profonda umanità che si riserva per ogni categoria umana messa in scena. Non solo, come è scontato che sia, verso i detenuti. Ma anche verso un agente penitenziario che teme di uscire di casa ogni santa mattina e che, rassegnato e solo, immerge in acqua gelida le mani dilaniate. Oppure verso un militare che piange e si pente delle manganellate e urla lanciate nel furore della repressione poco prima portata a termine. E’ un’umanità dolorosa, sofferente, vinta e sconfitta dal sistema, che merita perdono. Le tinte più nere spettano alle istituzioni, personificate dai discorsi parlamentari di Margaret Thatcher, donna d’acciaio che condanna chi fomenta tensioni sociali solo in nome dei diritti elementari.

Infine, è grande e grandiosa la performance attoriale e fisica (nel senso letterale del termine) di Michael Fassbender. Una prova sentita e amata, che giunge fino alle viscere dello spettatore.


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.