“Il diamante bianco”, il folle volo di Werner Herzog

16 aprile 2012

Nella Grecia antica Dedalo ed Icaro non fecero una bella fine. Giunti vicino al sole le loro ali bruciarono e caddero nel vuoto. Stessa cosa accadde al Dr. Plage: il suo dirigibile, durante un pionieristico tentativo, piombò rovinosamente a terra in uno schianto fatale. E’ questo il ricordo che tormenta l’ingegnere Graham Dorrington, protagonista del documentario Il diamante bianco di Werner Herzog.

Il ricordo è veicolo del passato, tema che sin dall’inizio si contrappone al presente tramite l’accostamento del dirigibile bianco (che come un pesce alato si libra sul fiume tropicale) a sgranate immagini di repertorio delle prime operazioni “en plain air”. Passato che si contrappone poi anche al progresso, ad una vita che non concede pause, dove tutto scorre proprio come l’acqua impetuosa del fiume verso la cascata.

Questa dimensione binaria scandisce tutto il documentary di Herzog. Realtà e finzione si confondono tra splendide immagini da National Geographic e monologhi scritti ad hoc, studiati nelle pause e negli attacchi; tra drammi umani dal sapore estremamente realistico e indigeni chiacchieroni semi-maestri di retorica.

Ulteriore binomio è l’opposizione tra civiltà e natura, conoscenza appresa e conoscenza innata, incarnate rispettivamente da Dorrington e dal sorridente autoctono Mark Anthony. Peso e leggerezza, desiderio e paura, percezione sensibile e sogno senza limite. Herzog si muove fluido tra questi poli opposti, in una soluzione filmica che affascina, coinvolge e si fa eterna, proprio come l’inabissabile voglia umana al “folle volo”.


“Dorme”, l’esordio di Eros Puglielli

2 aprile 2012

C’è chi fa cose, chi vede gente e chi… dorme. Anna dorme. Dorme sempre. O quantomeno questa è la scusa che dà per non parlare a telefono con Ruggero, ormai suo ex ragazzo. Perché lo ha lasciato? E’ troppo basso.

Da questo spunto di base prende il via Dorme, film d’esordio di Eros Puglielli (Occhi di cristallo). Grezzo nella qualità visiva, assai sfizioso e creativo nella tecnica registica. Zoomate folli, rallenty onirici, capovolgimenti di prospettiva e primissimi piani rendono variegato e personalissimo il suo rapporto con la macchina da presa. Un film semplice, sincero, che nasce dal bisogno di mettere in pellicola un’idea. Eccolo qua il punto di forza di Dorme: l’idea! Farcita poi da una manciata di personaggi veri e grotteschi allo stesso tempo: la “bella” e svampita Anna, il triste e solo Ruggero, il bipolare Riccio, l’anfetaminico Michele. Da non dimenticare il papà di Ruggero, tipico romanaccio scorbutico, mangione e in canottiera perenne. Da segnalare l’eclettismo della colonna sonora, guidata a tambur battente da Sognando California dei Dik Dik.

Un film da recuperare! Disponibile su Own Air.


“Fargo”, i generi cinematografici secondo i Coen…

5 marzo 2012

Melodia epica su sfondo innevato. Il climax cresce e dal campo lungo da nebbia in Val Padana non esce Robin Hood o l’ultimo dei Mohicani, ma un’auto in formato carro-attrezzi. Sin dall’incipit è chiaro quanto i fratelli Coen amano giocare coi generi.

Epicità mista a quotidianità, atta a rendere auliche le ordinarie e grottesche gesta di un Minnesota dimenticato da Dio. Ed è così che le musiche in apertura ritornano come una costante periodica a rendere pace e grandiosità ai misfatti che scorrono sullo schermo.

Un mixage di generi così fitto da condurci su una mancata collocazione definitiva dell’opera nelle griglie canoniche. Ci troviamo di fronte personaggi comici in una storia drammatica, dialoghi strambi, irreali, densi di pause e ripetizioni, fiumi di sangue sprizzante ed essiccato, fumate di sigaretta noir.

I Coen dimostrano quindi invidiabile padronanza inter-gender verso una soluzione filmica che, come direbbero alcuni personaggi del film, è “un volto strano, curioso”. Certamente poliedrico e convincente.


“I pinguini di Mr. Popper”: il ritorno di Ace Ventura?

3 febbraio 2012

17 anni dopo Ace Ventura: l’acchiappanimali, Jim Carrey torna ad “interagire” con una nutrita combriccola di animaletti. Non più cani, pappagalli, delfini, bensì 6 pinguini dell’Antartide. Il risultato è una piacevolissima commedia bollino verde che diverte e fa riflettere sul valore dell’amicizia e della famiglia, sul rapporto genitori-figli e inquadra gli animali “domestici” come fonte d’affetto e conforto.

Un’opera interessante per quanto riguarda la “con-divisione” della scena filmica da parte di Jim Carrey con delle simpatiche creaturine forgiate in digitale. Insomma, stiamo parlando del re della smorfia (come dimenticare lo sssspumeggiante The Mask!) che, pur meno giovane e più legato nelle espressioni facciali, accetta di dividere un “palco innevato” con dei pinguini frutto del pc. Ma l’uinione fa la forza e il gusto ci guadagna. E’ così che porli di fianco ci conduce in un incontro da fiaba, fumetto, cartone animato col fascino d’altri tempi, dove Carrey dimostra di trovarsi perfettamente a suo agio.

Mirabile, e i cinefili concorderanno con me, che i pinguini siano fans sfegatati del più grande “pinguino umano” della storia del cinema: Charlie Chaplin.

Si rimane indignati ed basiti nel notare come, con una delle più scellerate tattiche di distribuzione, questo film natalizio con tanto di neve, lucine colorate e papaline in testa, sia uscito nelle sale italiane il 12 agosto 2011. Un motivo in più per recuperarlo in homevideo. Soprattutto in questi giorni di freddo freddo freddo… brrrrrr!!


“Buongiorno, notte”: i 4 finali

30 gennaio 2012

Cominciano oggi a Udine le riprese del nuovo, e già discusso, film di Marco Bellocchio, Bella Addormentata, ispirato al dramma di Eluana Englaro. Onesto e Spietato rende omaggio al grande regista con una breve analisi della sequenza finale del suo capolavoro Buongiorno, notte. Buona lettura!

Hanno ammazzato Aldo, Aldo è vivo. Parafrasando il verso di una nota canzone di De Gregori, Marco Bellocchio mette in scena, nel quadruplo finale, la convivenza degli opposti: sogno e realtà. Un binomio inscindibile. L’ostaggio si alza, indossa il cappotto e, in un plumbeo esterno dal sapore periferico, tira la porta verso la libertà. L’ostaggio ha gli occhi bendati e si avvia al patibolo scortato dalla follia di un’ideologia marcia e zoppicante. Accompagnate da assordanti Pink Floyd, sgranate immagini televisive illustrano i funerali del celebre democristiano con una carrellata di politici direttamente o indirettamente conniventi col fattaccio di via Caetani. Moro se ne va bello bello sotto una leggera pioggerellina fino ad uscire dal quadro sulle note di un brioso Schubert.

Sogno o son desto? Lo spettatore, trasportato sequenza dopo sequenza da un sibillino onirismo, perde la bussola. Bellocchio si diverte a mischiare le carte, a confonderci e farci sospirare. Ma la sentenza è una, e antistorica: Moro è vivo. La realtà ci racconta ben altro, ma una volta tanto la spunta l’immaginazione. Quantomeno nella dimensione filmica. Semplicemente e senza condizioni.
La sequenza intera a questo link.


“Pioggia” (1929), il linguaggio dei segni di Joris Ivens

23 gennaio 2012

Film muto del 1929 di Joris Ivens, Pioggia lascia il segno. Senza dubbio. In particolare nell’occhio omologato e non allenato dello spettatore del Duemila. E fa del segno il suo marchio più evidente. Sulle pozze d’acqua in strada, sull’asfalto bagnato sfregiato dalle ruote delle auto, sui finestrini annebbiati del metrò. Un segno che si fissa a caldo anche attraverso ombre e riflessi di appuntite cancellate e uomini con ombrelli che paiono usciti da un quadro di Magritte. Uomini che sono essi stessi ombre e riflessi di sé, sagome senza anima, simulacri senza volto.

Segnata, audace, terrestre è anche la regia. Lo sguardo, pur esulando per di più dalla canonica soggettiva, è chino, opprimente. Scorre e inquadra le caviglie della gente, i marciapiedi, i tombini, le griglie delle fogne. Così terra terra che ripetutamente la macchina da presa è poggiata sull’asfalto, sui muretti, agli angoli della strada. Uno sguardo/segno che però non rimane in superficie, ma con lirismo urbano tocca l’anima di chi guarda.


“La kryptonite nella borsa”: tanto carino quanto insipido…

26 novembre 2011

Tanto carino, quanto inutile. Né carne né pesce, classico film che vorrebbe parlar di tutto e invece non parla proprio di un bel niente. Tentativo moscio di “nuovo realismo” italiano ambientato nei mitici anni Settanta. Ma non bastano pantaloni a zampa d’elefante, pareti tappezzate in giallastro, golfini vintage a collo alto e quant’altro per fare primavera.

La sceneggiatura mischia i personaggi in una ribollita che, come diceva mia nonna, “per buona l’è cattiva e per cattiva l’è buona”. C’è il matto che si crede Superman, la figlia zoccoletta e hippie, il padre fedifrago, la madre depressa che, ovviamente (e questo non si può catalogare come spoiler!) cadrà nelle braccia dell’affascinante psicologo, ecc. C’è posto per tutti, ma sono pezzi non ben assemblati fra loro.

La stessa sequenza iniziale, con una voce fuoricampo campata in aria che poi non ritorna mai in seguito, dimostra questa confusione d’idee. Si dice che sarà raccontata la storia di un bambino brutto, solo e con gli occhialoni, di un grullo del quartiere partenopeo che si crede un supereroe mantellato, di una famiglia fuori dagli schemi canonici. Insomma, non c’è un tema preciso. E’ una dichiarazione di intenti che vorrebbe incuriosirci, ma alla fine della fiera denuncia una carenza di idee, per di più frullate male. Anche nella regia si nota una non totale convinzione. C’è un sentimento di asetticità, lontananza emotiva, come di chi legge un libro al figlioletto malato con fare disattento.

Per quanto riguarda gli attori possiamo solo dire “bravi!” a tutti. In particolare spicca la prova di Libero De Rienzo, che vorremmo vedere più spesso sul grande schermo in performance bizzarre e leggiadre alla Santa Maradona (indimenticabile! Recuperatelo!).

Insomma, La kryptonite nella borsa è, ripeto, piacevole, godibile, si fa vedere strappando qualche risata qua e là. Ma non incensiamolo come new cinema italiano. Perché potrebbe tranquillamente essere trasmesso in Tv…


Gli amici del Bar Sport… piccoli sfoghi in libertà!

1 ottobre 2011

Il 21 ottobre prossimo uscirà nelle sale nostrane Bar Sport – Il film, tratto dallo stra-noto e stra-amato omonimo romanzo di Stefano Benni. L’ho  scoperto improvvisamente e casualmente, mi sono visto il trailer (che trovate qui sotto) e mi sono indignato. Perché? Innanzitutto basta trasformare in film, e quindi fare soldi facili, libri che hanno fatto la storia della recente letteratura italiana. Il libro ha avuto successo, esce il film, la gente è curiosa e si batte cassa a più non posso. E poi ho come la strana sensazione di essere di fronte ad un nuovo Gli amici del bar Margherita, carinissima opera di Pupi Avati. Stessa città (Bologna), stesse atmosfere (cappuccini, grappini, tavoli da biliardo, amori, grulli del quartiere), stesso intento nostalgico. Ma la puzza di bruciato è ancora più forte. Mi sa di film a episodi, anzi stereotipi, shakerato ben bene. Una sorta di Le Barzellette – Il film di Carlo Vanzina (ma meno volgare intendiamoci!) con una spruzzata di dolce-amaro zucchero a velo alla Radiofreccia. Un bel mischione creato ad hoc dando un colpo al cerchio e uno alla botte.

E poi basta, basta, basta coi soliti attori. Capisco che le produzioni puntano sugli interpreti (sempre gli stessi!) che tirano gente al cinema. Ma basta con la premiata coppia Claudio Bisio-Angela Finocchiaro. Basta con Antonio Catania e Giuseppe Battiston messi dovunque come il prezzemolo. Ci tengo a precisare una cosa: tutti attori bravissimi, che a me piacciono molto perché capaci, espressivi, piacevoli. Ma il troppo stroppia!

Senza dubbio andrò a vederlo, questo è certo, lo ammetto. Magari questo mio intervento sarà fatto a pezzettini tra poco meno di un mese e magari sarò smentito vergognosamente. Ma ad oggi lo sfogo era necessario! E chissà cosa accadrà il 2 dicembre, quando sempre la 01 Distribution ci propinerà Il giorno in più con Fabio Volo… mah!


Brother: mafia, sushi e fiori di sangue

25 agosto 2011

Potere magnetico del fuoricampo. Brother di Takeshi Kitano vive del torbido, misterioso, viscido appeal di quell’Invisibile nascosto oltre le quattro linee di confine del quadro. Il nostro occhio, sin dalle primissime immagini, è morbosamente affascinato dalla ricerca di ciò che non si mostra, una ricerca destinata a rimanere insoddisfatta. E’ questa la prima grande trovata del maestro giapponese, una trovata che rende la sua opera degna dei manuali di cinema.

Lo stesso Kitano è il sornione e introverso protagonista dotato di una straordinaria e minimalista mimica facciale interrotta da nerissimi occhiali alla Morpheus.

Nella regia spicca uno scrupoloso e curioso uso della soggettiva, capace di propinarci primi piani frontalissimi e personaggi mostrati nella loro interezza come cavalieri senza testa, poiché mozzata dall’inquadratura.

Dietro questi tecnicismi va in scena la silenziosa spietatezza della mafia orientale, fatta di pistolettate improvvise che dipingono floreali chiazze di sangue su vetri e pareti. E’ un pulp che si protende vertiginoso verso uno splatter mirato e artistico.

Sequenza indimenticabile: la sparatoria notturna in un ampio cortile, le cui tenebre si squarciano con l’eccessivo brillio dei colpi di revolver delle due gang di turno. Un film da vedere per scoprire il vero significato del termine “regia”.


Angele e Tony: un drammone algido che non esplode mai

18 maggio 2011

Angele e Tony è l’incontro di due solitudini: lei è appena uscita dal carcere e allo stesso tempo teme e desidera rivedere il piccolo figlioletto; lui è un tozzo pescatore dal cuore buono che vive con la madre. L’esordio di Alix Delaporte ha tutte le carte in regola per essere un drammone struggente d’altri tempi. Ma non lo è. La dimensione tragica rimane sottesa, volontariamente soffocata nei suoi personaggi e nelle sequenze dai dialoghi essenziali. Una Francia di provincia, tutta mare e cielo ombrosi, grigi, cupi. Un mondo dove il tempo sembra essersi fermato tra sogliole, merluzzi e cadaveri che affiorano dalle acque. Un’opera che a più riprese ha il sapore di Welcome di Philippe Lioret, in particolare per la cromia fredda, algida, plumbea, dalla quale non c’è verso di scappare. Un’atmosfera che accoglie personaggi ben calibrati, privi di eccessi, limitati ai loro bisogni primari: il lavoro e il sesso.

Due vite in salita, che procedono a fatica proprio come la bicicletta con le ruote bucate di Angele.

Il nostro occhio segue sornione le loro disavventure, condotto per mano da una colonna sonora malinconica, commovente, misurata e puntuale nei suoi inserimenti, tutta chitarra e piano solo che trascinano al largo. Ma giunti ai titoli di coda avvertiamo che ci manca qualcosa. E’ quel tragico che non esplode/implode mai, quel turning point che ci fa appaludire convinti, quel tantino di pathos spezzagambe che ci lascia a bocca aperta. Manca qualcosa pur nell’originalità di fondo. Angele e Tony sembra Welcome, ma non lo è. Dissolvenza in nero. Rumore del mare. Fine.


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