Archivi categoria: Da Venezia con amore

#3 Flash postumo da Venezia 69: The company you keep, L’homme qui rit e Acciaio

The company you keep

Corri, Robert, corri!

Per la prima volta in 30 anni di carriera, Robert Redford si cimenta come regista di una spy story. Ed il gusto è un po’ vintage. The company you keep, pur piacevole grazie ad una sceneggiatura dai tempi (comici?) giusti e un cast all’altezza della lieve e costante suspense creata, è un movie stantìo, in naftalina, di quelli che avrebbero avuto un gran successo 20 anni fa. Doppie identità, documenti falsi, depistaggi da manuale, l’agente FBI che ha sul gozzo da anni un “caso di stato” irrisolto, il giornalista impiccione, ecc. Niente di più classico. E un Robert Redford che, nei panni del più tipizzato fuggitivo,è più agnello che leone. Un cocktail godibile ma invecchiato, buono per una serata tranquilla tra amici immersi nei popcorn.

Va però riconosciuto a Redford un indiscusso punto di merito: come ha tracciato e definito il personaggio da lui interpretato, ovvero l’avvocato Jim Grant. Un padre più che un eroe. Un uomo della folla, estrapolato dalla gente comune americana, che fugge e cerca di salvarsi, pur essendo cosciente di non aver via di scampo. Jim Grant non salta da un tetto all’altro e non spara con la precisione di un tiratore olimpionico. E’ un uomo/personaggio che libera The company you keep dal dispregevole appellativo di “americanata”.

Dimenticavo: un motivo in più per vedere questo film è la presenza di un imbiancato, slargato e imbolsito Nick Nolte.

L’homme qui rit

Tra I miserabili e Edward mani di forbice, L’homme qui rit di Jean-Pierre Améris, film di chiusura di Venezia 69, è una grande fiaba, magica e gotica, romantica e oscura. Protagonista è l’orfanello Gwynplaine, cresciuto con in volto uno sfregio incancellabile: un largo sorriso, da guancia a guancia, inciso sulla pelle con un coltello. Antesignano dell’arcinoto e amato Joker di Gotham City, il personaggio nato dalla penna di Victor Hugo porta le belle sembianze di Marc-Andrè Grondin, un V per Vendetta da carrozzone che colpisce grazie a una performance potente e misurata. Al suo fianco un Gerard Depardieu mattatore e imbonitore, che, tra poesia e prepotenza, ci lascia a bocca aperta come bambini per la prima volta al circo.

Un’opera dal gusto fantasy, che piacerà a chi ama il genere, senza fare troppo le pulci a passaggi narrativi a dir poco repentini. Così accade nelle fiabe raccontate prima di andare a letto, così accade on screen.

Dopo la deliziosa commedia Emotivi Anonimi, Amèris si confronta quindi con un genere totalmente diverso, e lo fa con successo. Una versatilità che ricorda quella del collega Francois Ozon. Ne seguirà le orme?

 

Acciaio

Piccolo mondo operaio incapace di uscire dalle quattro mura di Piombino. E di convincere pienamente. Acciaio, tratto dall’omonimo romanzo di successo di Silvia Avallone, è un filmettino che si fa vedere senza grosse pretese, pur non lasciando niente in mano una volta abbandonata la poltroncina rossa. Va in scena l’educazione sentimentale di due piccole donne amiche(tte) per la pelle, con contorno di fratello glaciale diligente in fabbrica fino ad essere il perfetto candidato alla “morte bianca” e biondina ritorno di fiamma che lascia il tempo che trova. Un film che arriva in parte, pur mettendo bene a fuoco la quotidianità sciatta e innocente di un paese immobile e inabbandonabile. La Piombino di Acciaio è, e rimane, una provincia meccanica e industriale.

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“La cinquième saison”, la fine delle stagioni nel film di Brosens e Woodworth

E se il 21 dicembre 2012 profetizzato dai Maya fosse La cinquième saison di Peter Brosens e Jessica Woodworth? Cosa accadrebbe se lo “Zio Inverno” decidesse di non cedere il passo alla primavera? Da questo originale spunto nasce uno dei più interessanti e curiosi film presentati in concorso a Venezia 69.

Tutto ha inizio con un Guy Fawkes di paglia che non prende fuoco. Così il rito della fine dell’inverno non si avvera e le stagioni interrompono il loro susseguirsi naturale. Gli effetti sono semplici ma catastrofici: il gallo non canta più, le galline non fanno più le uova, le mucche non fanno più il latte, le api non impollinano, nevica in estate.

La coppia belga Brosens e Woodworth ci catapulta in un inusuale e pregevole status quo fantascientifico, nel quale, tra una suggestione e l’altra, non c’è spazio per la noia, poiché stimolati “a resistere” per capire dove la sequenza successiva andrà nuovamente a parare, e stupirci. Tutto è assurdo, e il linguaggio narrativo della settima arte rimane schiacciato da un procedere per immagini forzatamente autoriale caratterizzato da macchina fissa, ostentati piani sequenza, piani lunghi dal sapore immobile e pittorico, pastori e contadini pronuncianti frasi incomprensibili da poeti maledetti.

Sotteso film apocalittico silvestre e agricolo, surreale e verosimile, La cinquième saison (terzo capitolo di un trittico già cominciato con Khadak e Altipiano) è un’opera criptica e simbolica, per questo sfuggente e affascinante. Esteticamente accattivante grazie ad una bella fotografia di matrice russa e da innumerevoli e ignoti richiami all’arte fiamminga di Hieronymus Bosch e Bruegel il Vecchio, La quinta stagione ci conduce, con tocco lieve e incisivo, di fronte all’eterno incontro/scontro tra Uomo e Natura, dove, una volta tanto, è la seconda ad averla vinta. Non ci sono tsunami, terremoti, alluvioni. La conseguenza al “cataclisma stagionale” è il degenero dell’uomo verso la sua più profonda inumanità, tramite un finale con (non)uomini monatti, indossanti la maschera veneziana del Medico della Peste, che sanciscono la morte delle stagioni, e della civiltà. La Natura, con fare silenzioso  e ostile, ha vinto e l’uomo non può far altro che tornare agli albori, cercando di supplicarla offrendo uno stralunato fioraio come capro espiatorio, vittima sacrificale.

Memorabile la sequenza conclusiva con l’invasione non di un esercito di alieni (come i disaster movie americani ci hanno abituato), ma di una mandria di struzzi (le due “specie” condividono, casualmente, lo stesso sguardo a palla).

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“Bella Addormentata”, ovvero il Bellocchio appisolato

AAA Cercasi il Marco Bellocchio di Buongiorno, notte, Il regista di matrimoni, L’ora di religione. Qualcuno l’ha visto? Perché a Venezia 69, dove era in concorso con Bella Addormentata, non è pervenuto. Infatti il film che trae ispirazione dal “caso Englaro” non ha niente, tranne qualche fuggevole e dimenticata sequenza qua e là, di bellocchiano (quanto pesano gli aggettivi autoriali!), del Bellocchio che negli anni abbiamo imparato ad apprezzare ed amare. Non c’è quel senso di mistero sibillino e avvolgente, d’indagine acuta e spietata, di profondità e straniamento spirituale, di terrore feroce e sotteso presente in tutta la sua filmografia.

Questo perché Bella Addormentata non è un film a tesi, da regista arrabbiato con i pugni in tasca. Si stacca da tutta la filmografia precedente con fare netto, e in ciò sta la delusione che mi ha colto giunto ai titoli di coda. Scelta voluta o obiettivo non centrato? Difficile dirlo. Certo è che, molto atteso anche per le polemiche nate dall’interminabile tira e molla per i finanziamenti dalla Film Commission del Friuli Venezia Giulia, Bella Addormentata lascia l’amaro in bocca per un Bellocchio conciliante, moderato, equilibrato. Anche troppo.

L’“atto di accusa” riguarda quindi questi fattori, riguardanti la forma più che il contenuto. Perché per il resto è apprezzabile l’aver trattato il “caso Englaro” come comprimario, se non sullo sfondo, di una molteplicità di vicende che ruotano intorno ai temi di morte e eutanasia. Ci sono il dramma e il dolore, gesti e pensieri contrapposti su una spina da staccare (o meno) tra l’atto d’amore e lo slancio di libertà. Ecco sì, amore e libertà. Bella Addormentata, questo lo possiamo dire, è un inno all’amore, alla vita, alla libertà (di coscienza). Bellocchio non punta allo scandalo, ma, sottolineando la componente umana della questione, rimane in un’ottica di rispetto profondo. Forse anche troppo.

Una tegola evidente è poi riscontrabile, e non è di poco peso, nella scarsa prova dell’intero cast artistico, che, come anche la regia (e mi duole dirlo!), sa di fiction televisiva tanto è anonima, piatta, sopita. Le prove attoriali sono tutte ingessate, gelide, inespressive, e trovano la definitiva lapide/incarnazione nell’imbarazzante monologo in cui “il senatore” Toni Servillo prova il discorso da fare in Parlamento. Paura d’essere troppo veri, troppo aggressivi, di marcare un punto di vista troppo “schierato”? E’ questo “troppo” per difetto, che spinge a frenare più che accentuare, la piaga di questo film.

Detto ciò, Bella addormentata è comunque sia un buon film (per la Tv!), da vedere, anche solo per il tema trattato (rendiamo merito a Bellocchio per il coraggio impiegato). Ma perde molti punti in rapporto al regista che lo ha partorito, un maestro, un autore vero, che questa volta pare un po’ appisolato. Ne attendiamo il risveglio. Fiduciosi.

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Superstar. La notorietà non voluta a Venezia 69

Una straordinaria notorietà piovuta dal cielo. Inaspettata e non voluta. E’ questa che una bella mattina investe Martin Kazinski, tranquillamente seduto in metropolitana. Una folla di cittadini-comuni mortali inizia a fotografarlo e filmarlo. E’ l’inizio di un incubo…

Presentato in concorso alla 69esima Mostra del Cinema di Venezia, Superstar di Xavier Giannoli ci catapulta in un storia tanto assurda quanto verosimile, che terrorizza chi guarda, intimorito e angosciato dal fatto che ciò che accade sullo schermo a Monsieur Kazinski possa capitare pure a lui. Un’opera che si colloca sulle orme del precedente A l’origine, e che con questo forma un dittico, sull’imprevedibilità della vita e di quelle situazioni nelle quali ci troviamo coinvolti senza volerlo. Ma se il truffatore improvvisatosi capocantiere di A l’origine cavalcava l’onda e iniziava volontariamente “a giocare” ad un gioco imprenditoriale più grande di lui, il protagonista di Superstar vorrebbe abbandonare subito una strana forma di reality che non ha scelto. Se il primo vuole rifarsi una vita dopo aver conosciuto il carcere, il secondo vuole continuare, anzi tornare ad essere, un comune cittadino, di quelli che non amano né seguono il gossip. E ancora, se il primo cerca un’affermazione personale in un’impresa arrivista senza arte né parte, il secondo desidera nient’altro che la più banale normalità. Un termine, “banale”, che non uso a caso poiché perno di una sequenza centrale del film.

Inoltre, come già aveva fatto nel precedente scegliendo come protagonista il simpatico Francois Cluzet (visto di recente nelle nostre sale con Quasi amici), qui Giannoli sceglie un altro attore “comico”, ovvero l’uomo del super incasso Giù al nord, Kad Merad. Ma mentre Cluzet rimaneva tradito da un sorriso troppo tenero per il suo cinico personaggio, Merad non cede una smorfia, rifugiandosi con successo dietro uno sguardo disperato e stanco, affaticato e stranito.

Da sottolineare poi come l’opera di Giannoli sia un’efficace analisi e constatazione del potere dei media (e dei social network), di come anche una soffiata falsa e uno sporadico episodio possano assolutizzarsi fino a decretare la rovina sociale (e psicofisica) di un uomo.

Detto questo, le sbavature ci sono. Eccome. A lungo andare, infatti, il film manca di mordente, pur riuscendo a tenerci attenti per l’assurdità della vicenda proposta. Il materiale si ripete, si accavalla, lasciando trasparire un procedere ad libitum che non giova al finale del film, il quale giunge con un taglio netto che ci riporta improvvisamente alla normalità. Ciò che abbiamo visto è una tragica realtà, non un sogno. Ma l’impressione suscitata dalla cesura è questa. A l’origine si reggeva su basi molto più solide.

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Venezia 69. Fill the void: la recensione

Questo matrimonio (non) s’ha da fare. Forse. Intorno a questo spunto si snoda Lemale Et Ha’Chalal (Fill the void) dell’israeliano Rama Burshtein in concorso a Venezia 69. Protagonista è Shira, diciottenne desiderosa di sposarsi in un mondo nel quale i matrimoni sono ancora combinati dai genitori. Ma la morte della sorella Esther, al nono mese di gravidanza, mette in crisi i piani della famiglia, costretti così a variare ed esplicarsi prima del tempo. C’è inoltre da accudire il piccolo figlio neonato della sorella defunta. Per sbloccare la situazione la madre propone a Shira di sposare, per il bene del piccolo, il marito vedovo della sorella, Yochai.

 

Il matrimonio come frutto del sentimento e necessità familiare. Le nozze come perno sacro della religione ebrea ortodossa in quel di Tel Aviv. L’eterno scontro tra legge del cuore e legge della famiglia, tra sentimento personale e sentimento “di sopravvivenza” prende casa tra le mura di una devota famiglia guidata da un saggio e pecunioso rabbino. Ma non è detto che i due “dogmi”, semplificabili in Desiderio e Legge, siano inconciliabili… continua a leggerlo su www.cinemaerrante.it

#2 Flash da Venezia 69: To the Wonder e At any price

To the Wonder

L’attesa per To the Wonder dello sfuggente (e assente al Lido) Terrence Malick era alta. Tanto alta quanto miseramente delusa. Infatti siamo di fronte ad un The Tree of Life che zooma sull’amore. Ma il frutto raccolto è sterile, infecondo. Peccato, perché all’inizio il film piace e coinvolge, pur ri-proponendo gli stessi stilemi del film vincitore due anni fa a Cannes. Poi si perde per strada e in frasi fatte che rasentano il ridicolo e il comico (qua e là in sala è percepibile qualche risatina soffocata o commento sarcastico), oltre che il non sense e l’incomprensibilità (vedi “Io sono l’esperimento  di me stessa”, “L’amore che ci ama”, “Una valanga di tenerezza”). Il materiale si esaurisce troppo presto, tanto che, tra le altre cose, risulta parzialmente inutile il personaggio del prete con dubbi di fede (interpretato da Bardem). Su 2 ore di film, almeno un’ora è aria fritta. In confronto, The Tree of Life quantomeno aveva una pretesa d’esistere prepotente e lussuriosa. Qui non c’è niente di niente. L’immagine veicolo di emozione, più che di racconto, si fa impotente. Tanto che stancano quelle “valanghe” di poesia che dovrebbero essere supportate dalla solita (bella) fotografia controsole tra gli alberi, i telai delle finestre, le mani che giocano a schivare i raggi lucenti.

Tra le tante cose discutibili, spiccano il finale da spot dell’8 per mille alla Chiesa Cattolica, inserimenti da clip pubblicitario alla Chanel numero 8, la saltellante protagonista che si crede la vispa Teresa che va sull’erbetta…

Una lettera d’amore e all’amore finita nel cestino.

At any price

L’American Dream più stantìo e ridicolo a portata di trebbiatrice da frumento. At any price delude come pochi in nome della banalità e della vacuità più profonda. Sin dai primi minuti è urticante, tronfio di patriottismo made in Usa propagato da un paio (come minimo!) di frasi sentenza (che nemmeno Seneca!) pronunciate da un istrionico Dennis Quaid (comunque sia il migliore a livello attoriale di questa Caporetto cinematografica). Un americanismo che tocca presto l’apice con l’intera declamazione cantata collettiva dell’inno americano. Zac Efron, idolatrato dalle bambine al red carpet, è monofaccia, e affida, con nessun esito, l’appeal del suo personaggio ad una canottiera bianca da bello impossibile che fa ridere i polli.

Insomma, At any price è un film da mietere con decisione dal concorso. Ad ogni costo.