Killer Joe: la scena della coscia di pollo sarà ricordata a lungo dai festivalieri veneziani. Una lunga manciata di minuti che diverte, galvanizza, spalanca gli occhi, alza l’asticella del sexually correct, vale il prezzo del biglietto. A questa si somma la prova di un Matthew McCounaghey larger than life. Magnetico, enigmatico, crudo e credibile pulotto con cappello da cowboy che nel tempo libero si diletta a far fuori la gente su commissione. Si muove in una sceneggiatura calcolata, millimetrica nelle battute, chirurgica nelle definizione dei personaggi, con fucilate degne del migliore Tarantino/Rodriguez. Il regista William Friedkin nel 1973 entrò nella storia con una bambina che dimenava la lingua come un mulinello e ruotava la testa come una giostra da luna park (L’esorcista). Oggi, nel 2011, ha bissato un’impresa che riesce a pochi con un simpatico ed esile cosciotto del Kentucky Fried Chicken.
L’ultimo terrestre: Gli outsider come nuova linfa del cinema italiano. Il noto fumettista Gipi ne è la dimostrazione vivente. La sua opera, presentata in concorso a Venezia 68, ha riscosso applausi a non finire in Sala Grande. Intelligente, fresca, nuova, futuristica. Un mondo (non a caso) alienato di uomini con fattezze da marziani e bonaccioni ufo argentati. Spicca la prova del timido ma determinato Gabriele Spinelli e quella di un Roberto Herlitzka (l’indimenticabile Aldo Moro di Buongiorno, notte) comico e spassoso, sponsor dell’elisir di lunga vita garantito dagli aliens sulla Terra.
Un filmettino che convince, gettando uno sguardo scanzonato, grottesco e fumettistico sui marziani tanto amati-odiati-temuti-attesi.
Kotoko: sconvolgente, mai visto un film simile prima d’ora. Tsukamoto colpisce basso, sotto la bocca dello stomaco e senza tralasciare di scuotere la nostra mente. Con una regia che, con un eufemismo, potremmo definire “mossissima” e un volume in sala da uscire di cervello, il regista giapponese ci porta in un mondo di visioni, allucinazioni, pazzie, mani insanguinate, colpi alla testa. Ma le parole non bastano e non rendono giustizia ad un’opera unica, che costringe molti ad abbandonare la sala. Un’esperienza che però almeno uno volta nella vita va provata. Come un salto nel vuoto.

Pubblicato da tronco88 




















