Archivi del mese: agosto 2012

Venezia 69: trasgressione, denaro, tradimenti e…

Prende il via domani la 69esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. E io sarò là nella doppia veste di blogger “onesto e spietato” e redattore per Bizzarro Cinema. Ma non solo. Qualche altro mio pezzo uscirà qua e là anche su Cinemonitor e Cinema Errante. Sono molti quindi i canali sui quali mi potrete seguire… non ultimi la mia pagina Facebook e il mio spazio su Twitter.

Scrivo quindi questo post per iniziare a (farvi) pregustare quest’annata di festival cercando di inquadrare tutta una schiera di film che reputo interessanti sotto delle macro-categorie tematiche. Non troverete quindi la lista di tutti i film in programma (per questo c’è il sito della Biennale!), ma alcuni spunti che abbracciano più film… cominciamo!

In primis spiccano 3 film ad alto contenuto a luci rosse, per di più con contorni lesbo. Sto parlando di Passion di Brian De Palma, thriller erotico remake di Crime d’amour di Alain Corneau con al centro la torbida relazione tra un algida Rachel McAdams e una sensuale Noomi Rapace. C’è poi Spring Breakers di Harmony Korine, che getta in un turbine di sesso, droga e rock’n’roll  le teen idols under 25 di Disney Channel Vanessa Hudgens, Selena Gomez e Ashley Benson. Terzo della “categoria” hard è Kiss of the damned di Xan Cassavetes che porta sul grande schermo la carnale e libidinosa passione che lega, anche con inserimenti cannibalici, due gemelle vampire.

Rimanendo in tema “amore&sesso”, trattano di infedeltà 2 attesissimi film in concorso: To the wonder di Terrencce Malick, con al centro ritorni di fiamma e addirittura un prete dalla dubbia vocazione, e Izmena di Kirill Serebrennikov con una sorta di scambio di coppia tra gelosia e tormento, vendetta e perdono.

Soldi e concetto di famiglia s’intrecciano tra loro in 3 film della selezione ufficiale e in un uno della sezione “Orizzonti”. I primi tre sono: At any price di Ramin Bahrani, dove denaro, ambizione e competizione si snodano e scontrano tra un’azienda agricola e una pista automobilistica, tra un figlio pilota (riuscirà lo sbarbatello Zac Efron a convincerci?) e un padre imprenditore; E’ stato il figlio dell’italiano Daniele Ciprì intorno ad un risarcimento per le vittime di mafia con protagonista un grottesco Toni Servillo (sul red carpet anche con Bella addormentata di Marco Bellocchio); Pietà di Kim Ki Duk con al centro le drammatiche disavventure (umane) di un giovane incaricato di riscuotere i crediti di una banda di usurai. Il quarto film citato è The cutoff man che narra la storia di un uomo incaricato di togliere l’acqua a chi non paga le bollette.

Ma approdano al Lido anche pellicole che riportano in auge grandi rivoluzioni politico-sociali. Tra queste cito Winter of discontent con al centro i cambiamenti sociali in Egitto del gennaio 2011, Après mai di Olivier Assayas sul ’68 (o giù di lì) e Witness: Libya sulla Libia post Gheddafi.

In programma poi dei film definibili semplicemente come assurdi e geniali: La cinquieme saison di P.Brosens e J.Woodworth dove il susseguirsi delle stagioni va in tilt in seguito al mancato arrivo della primavera; Tai Chi O, comico e acrobatico film di arti marziali che ama giocare coi generi e le epoche storiche cinesi; The weight con protagonista un gobbo che, impiegato all’obitorio, ricompone i cadaveri, e, tra fantasia e realtà, li ama.

Ci sono poi quei film che non si possono non vedere: The Master di Paul Thomas Anderson, Bella Addormentata di Marco Bellocchio, Superstar di Xavier Giannoli sono solo alcuni tra quelli In Concorso. Tra quelli Fuori Concorso segnalo Cherchez Hortense di Pascal Bonitzer, The Company you keep di Robert Redford, The Iceman di Ariel Vromen. Tra gli “Orizzonti” sembrano particolarmente interessanti Wadjda, Me Too e Gli equilibristi.

Ci vediamo al Lido!! :D

C’era una volta… Pixar: Cars

Miglior film d’animazione ai Golden Globe 2007, Cars – Motori ruggenti è l’ennesima perla per il grande schermo firmata dalla Disney-Pixar di John Lasseter. Saetta McQueen è la più fulgida promessa tra le auto da corsa della Piston Cup americana. E’ determinato, grintoso, rombante, ma anche egoista, arrogante, presuntuoso. Durante il trasferimento in California, dove si disputa una storica finale a tre, rimane isolato sulla Route 66 nella desertica e triste cittadina di Radiator Springs. Qui conosce tipi a dir poco strambi come il cigolante carro-attrezzi Carl, il saggio Doc Hudson, il meccanico factotum Luigi, il suo piccolo aiutante Guido, e molti altri. Per Saetta McQueen alcuni giorni lontano dal caos mediatico si traducono in un vero toccasana per conoscere meglio se stesso e le priorità della vita.

Dopo i giocattoli, gli insetti e i pesci, in Cars sono le automobili a prendere “sembianze” antropomorfe. E la Pixar ci riesce ancora una volta con straordinaria maestria e semplicità, forgiando occhioni che scorrono sul parabrezza, radiatori trasformati in mustacchi, paraurti diventati mandibole ciondolanti… continua a leggerlo su www.cinemaerrante.it

Il tempo che resta (2005)

Secondo tassello della cosiddetta “trilogia del lutto” cominciata con Sotto la sabbia (2000) e chiusasi egregiamente con Il rifugio (2009), Il tempo che resta è un’opera forte e delicata, sofferente e stoica. Con fare asciutto e toccante il regista francese affronta nuovamente il tema della morte, in questo caso vicina, vicinissima, più che mai inevitabile e non procrastinabile. Il cancro che logora Romain è un Tempo che scorre via senza impedimenti. E l’ironia della sorte (e del cinema) vuole che colpisca un fotografo, ovvero colui che per passione e professione è abituato a fermare il panta rei della vita, ad immortalare l’attimo per renderlo eterno. La malattia infrange tutto ciò, relegando la vie in scatti da fotocamera digitale che forse mai verranno stampati per non ingiallire, deperire, morire anch’essi.

La fine (quasi) imminente spinge Romain (un poetico e mai patetico Melvil Poupaud) a mettere ordine nella sua vita. E’ così che riscopre il calore di un abbraccio col padre (un intenso e moderato Daniel Duval) o trova affetto e protezione nel dormire nello stesso letto con la cara nonna (una magnifica Jeanne Moreau) proprio come faceva da bambino. Ed è all’infanzia che torna continuamente la sua mente. Si rivede innocente e riccioluto più e più volte: allo specchio, nei giochi dei bambini sulla spiaggia, nella memorabile zingarata dei fanciulli birichini in chiesa.

Ma giunti ai titoli di coda, quando Romain, magro e contento, rimarrà isolato e spiaggiato, sentiamo che la morte non ha vinto. Le temps qui reste si riscatta come un possente inno alla vita nelle mai volgari né scandalose scene d’amore e di sesso del protagonista col partner, nei loro nudi audaci e casti, nella concessione del suo seme vitale ad una sconosciuta coppia sterile (in cui troviamo una convincente prova attoriale di Valeria Bruni Tedeschi). Il percorso verso la morte si trasforma così in una vera e propria rieducazione sentimentale e personale, in una dolente e commovente riapertura verso gli affetti.

Nel raccontarci tutto questo lo sguardo di Ozon è sempre lucido e mai melenso. La morte è un dramma che sconvolge con compìti e trattenuti occhi lustri, evitando capelli strappati. Ozon non strazia e non esaspera scegliendo un tono generale distaccato ma partecipe. C’è rispetto verso il “fatto privato” (si è pur sempre al cinema!) di una morte annunciata e accettata.

Insomma, Il tempo che resta conferma come François Ozon sia un autore vero, dotato di una poetica e un’estetica definite e pregiate, capace di coglierci sempre di sorpresa e affascinarci nel profondo.

Angel – La vita, il romanzo

Una vita da romanzo, un romanzo da film. Ispirato all’omonimo novel del 1957 di Elizabeth Taylor, che a sua volta prende le mosse dalla figura realmente esistita di Marie Corelli (una delle prime scrittrici professioniste), Angel – La vita, il romanzo è uno sfolgorante e ricco omaggio ai mélo hollywoodiani anni Trenta e Quaranta. Ma il regista francese non si limita a creare un’opera dal forte contenuto cinefilo e altezzoso, nostalgico e vintage. Come ci ha abituato sin dai suoi esordi, plasma un ibrido compiuto, un pastiche di generi sormontato da un grosso fiocco morbido e colorato. Un gusto sfarzoso e baroccheggiante palesato sin dai simpaticissimi titoli d’inizio caramellosi e dolciastri, gommosi e pink come una “prelibata” Big Buble.

Vita vissuta e vita sognata sono i due concept intorno ai quali ruota l’intera opera. Due estremi che inquadrano un mondo da fiaba, fatto di colori vitali, accesi, e di fondali finti (tipici del cinema degli anni ’40) sui quali la carrozza in corsa sembra prendere il volo e i personaggi staccarsi via come in un sogno. Va in scena un cosmo nel quale la fantasia ha la meglio sulla realtà, dove il romanzo viene prima, ed è più vero, della vita stessa. Non a caso, in punto di morte, la bella Angel Daverell si domanderà se ha vissuto la vita sbagliata, come se fosse possibile riscriverne alcune parti o il finale, proprio come in quei feuillettons ottocenteschi che, a puntate, assecondavano i gusti del popolo lettore.

Ozon riesce a rendere “tangibile” sul grande schermo il respiro dei grandi romanzi di metà Ottocento. Ricordandoci un po’ Dickens, un po’ Balzac e un po’ Flaubert, Angel ha qualcosa di Oliver Twist, Eugenie Grandet, Madame Bovary. La sua vita è epica e passionale, ricca di colpi di scena proprio come i libri che scrive in un rapporto verace, viscerale, sospirato, quasi erotico con carta, penna e calamaio. Angel è una self-made woman che lotta tra libertà e conformismo in una scalata arrivista di straordinaria determinazione.

Il personaggio principale vive sulle (belle) gambe, lo sfacciato portamento e il volto birichino di Romola Garai, abilissima nel proporci un character complesso, tronfio di sé e sapientino, scodinzolante e spocchioso, così maleducato da rimanerci molto simpatico. Diva in tutto e per tutto, figlia del suo tempo, è un po’ Rossella O’Hara, un po’ Coco Chanel.

In conclusione, con Angel Ozon fa ancora centro, dimostrando, sulla scorta del suo talento e della sua fancy, come sia uno dei più originali registi degli anni Duemila.

Il rifugio (2009)

Un pancione che candido affiora dall’acqua torbida e lattiginosa di un rilassante bagno in vasca. E due mani che dolcemente lo accarezzano, cullano, proteggono. Questa l’immagine cardine de Il rifugio di François Ozon, che, partendo dal tema della gravidanza, si circoscrive ai concetti di maternità e discendenza, desiderio e paura di essere madre, per poi ampliarsi verso l’eterna dicotomia tra Morte e Vita, ponendo l’accento proprio su quest’ultima, che, giunta inaspettata nel ventre di una donna, è patrimonio da dare alla luce, difendere, forse crescere, forse abbandonare.

E ci getta subito in medias res, in un appartamento vuoto e silenzioso, sperduto in una Parigi oscura, immensa e panoramica, avvolta in un retrogusto da periferia noir. In una maison lussuosa e spoglia, Mousse e Louis sono intenti a bucarsi d’eroina come solo in Trainspotting di Danny Boyle abbiamo visto fare. In un’aura sfatta e sospesa, entra in scena nitido e spaventoso il dramma della tossicodipendenza. Ecco quindi un cinema dai toni freddi, spettrali, glabri, come i volti dei protagonisti. Una fotografia cupa e celestiale, nera e paradisiaca, fatta di cappotti corvini e cieli nebulosi. Quantomeno nella prima parte di film.

Poi Mousse si ritira dal mondo, fugge al mare in una casetta in Canadà che profuma di locus amoenus. Qui i toni e gli umori dell’opera tendono a schiarirsi, rasserenarsi, e il colore torna timidamente a far capolino. Quel piccolo focolare sulla spiaggia è il suo rifugio, come lo è il figlio che porta in grembo o gli sguardi teneri e sibillini con Paul, fratello di Louis.

Tante tematiche, quindi, che Ozon tratta con delicatezza e poesia, orchestrandole in armonie lievi e mai sopra le righe, lasciando da parte intenti dottrinali o di denuncia. Da questo punto di vista, anche la presunta lancia spezzata a favore delle adozioni ai gay passa in secondo o terzo piano.

In merito agli attori, Isabelle Carrè, realmente incinta durante le riprese, è bravissima, misurata, intensa, così come Louis Ronan Choisy è compìto, mite, genuino. Melvil Poupaud, pur stando in scena solo i primi dieci minuti, è maestoso, statuario, di un realismo raro che buca lo schermo.

In conclusione, Il rifugio è un’opera sfaccettata e completa, che avvolge e spiazza, che ci scende nelle vene preferendo distillare nel tempo piccole grandi gocce d’emozione piuttosto che annegarci in un’overdose di sentimenti. Mai eccessivo, melodrammatico, lacrimoso, tutto è come ibernato. Ma nonostante questo, scalda.

Ricky – Una storia d’amore e libertà

Un Cupido senza arco e senza frecce con due alette di pollo che pian piano tramutano in ali da tenero aquilotto. Una risata acuta e contagiosa, due guanciotte paffutelle e sode, tanta voglia di libertà. Questo è Ricky, l’inaspettato frutto del ventre di Katie e del suo fugace amore con Paco. Intorno a questo dolce personaggio ruota l’undicesimo lungometraggio di François Ozon, opera che sin dalle primissime scene s’ammanta di un’atmosfera degna del più subdolo mistero. Va on screen una piccola umanità operaia dall’indole “animalesca”, istintiva, di chi, pur con tutte le difficoltà economiche ed organizzative della routine quotidiana, vuole mordere sul momento la vita e consumarla fino al midollo. E sprazzi horror, ben prima che fiabeschi e magici, si fanno sentire nelle fisionomie di mamma Katie, la figlia Lisa e il novello papà Paco. La prima è volto scarno, muso lungo, costole in vista, occhioni sporgenti. La seconda, molto simile alla madre, ha, pur mitigate dall’innocenza della tenera età, profonde ed evidenti occhiaie. Il terzo è un mascherone quadrato atto a celare un animo impacciato e immaturo. Piccoli grandi “mostri” tra i quali trova casa Ricky, bambinone alato selvaticamente attratto dalla luce proprio come una svolazzante libellula.

La peculiarità fisica di Ricky si traduce, a livello sociale, nell’etichetta di “diverso”, di colui che deve essere nascosto e poi mostrato nella vetrina mediatica di un mondo alla continua ricerca di gossip e scoop. Una tematica altamente realistica che Ozon riesce a veicolare nonostante l’improbabilità della vicenda raccontata.

Narrativamente, soprattutto nella prima parte, l’opera procede a passi lunghi e frastornanti salti nel tempo. Un fare volutamente ellittico che ben si sposa con personaggi parchi nell’interrogarsi su cause ed effetti dei propri comportamenti e con lo sguardo sognante e distaccato che il regista mantiene su di loro.

In conclusione, Ricky è un buon film anche se non privo di alcune evidenti smagliature nella sceneggiatura (vedi il non ben orchestrato né giustificato patetismo melodrammatico della scena iniziale). Errori palesi, pesanti, che però, grazie alla magia del piccolo protagonista, sorta di semi-dio incarnante l’eterno desiderio di Icaro e l’imperitura dicotomia tra camminare e librarsi nell’aria, tendono a farsi dimenticare, quasi a volare via, proprio come Ricky felice e contento d’incontrare il cielo e le nuvole vere dopo averle per settimane contemplate dipinte sul muro della sua candida stanzetta. Insomma, tra fiabesco e grottesco, Ozon ci stupisce ancora, dimostrando il suo essere sempre originale, fuori dal coro, vero autore.