Archivi del mese: luglio 2012

Onesto e Spietato compie 2 anni!!!

Tanti auguri a teeee, tanti auguri a teeee, tanti auguri al mio bloooog, tanti auguri a teeeee!!

Ebbene sì, OGGI 26 LUGLIO il blog Onesto e Spietato compie 2 ANNI!!!

E sembra ieri quando i battenti si aprirono con la recensione di Toy Story 3 (e non solo).

Due anni lunghi, belli, intensi, ricchi di sfide e soddisfazioni!

Due anni durante i quali sono apparsi in homepage 350 post e più di 700 commenti di voi lettori. In questi 24 mesi le visite totali sono state più di 89.800 e il giorno con più visite (oltre 1.100!) è stato il 20 gennaio 2012! Sui social network, e mi limito a Facebook, i fan sono più di 1350!

Di fronte a questi risultati, un gigantesco GRAZIE va a voi lettori, fan, follower!

Ma il cammino continua e quindi è normale chiedersi: cosa ci aspetta per agosto?? Vi dico solo che usciranno vari post su alcuni film di Francois Ozon… e poi a settembre c’è il Festival di Venezia!!

Insomma, verso l’infinito e oltreeee!!!

“I giorni della vendemmia”. Storia di un’educazione sentimentale

1984, Emilia Romagna. Elia si masturba la sera prima di andare a dormire. E fuma di nascosto ai suoi genitori. Ma anche suo padre William fuma all’insaputa di sua moglie. Quest’ultima, pia donna, è mamma devota che legge e rilegge le parabole del Vangelo, come il marito consuma e ri-consuma con gli occhi quella prima pagina dell’Unità con l’ADDIO a Enrico Berlinguer. Ma c’è anche nonna Maria, che dorme, mangia, frescheggia tutto il giorno come una cariatide portante di uno sperduto focolare di campagna. Poi un giorno arriva Emilia e stravolge tutto.

Primo fotogramma un crocifisso dal sapore guareschiano, I giorni della vendemmia parte piano, in sordina, e ci conduce lemme lemme in un microcosmo dove al giovanissimo esordiente Marco Righi (classe 1983) piace santificare l’attesa, dilatare i tempi, lasciare che i corpi agiscano di fronte ad una macchina da presa che scorre su di loro e i loro volti, sulle pareti e sotto i tavoli, regalandoci piani sequenza da contemplare con piacere e un pizzico di imbarazzo. Righi tiene il nostro occhio su questo mondo con dolce insistenza, fino a farci percepire il respiro delle stagioni, l’altalenanza dell’ormone, il brivido della piccola trasgressione, il meritato e non barattabile momento personale con se stessi. Una regia semplice ma personale, che si concede mirate infrazioni che aggradano i cinefili (come la soggettiva scossa di Elia sulla scala).

Al centro di tutto ci sta l’educazione sentimentale del protagonista, che, nell’arco di pochi giorni, passerà dall’essere pischello a ometto, da uomo acerbo a maturo, proprio come ciascuno dei chicchi d’uva che con il padre per mesi ha curato tra i filari (immortalati come solari e brulli dalla bella fotografia di Alessio Valori). E quando si parla d’amore, il tema principe e più inflazionato nella storia delle arti, è facile cadere nel banale. Insomma, diciamocelo, come si fa a non cadere nel banale?! E’ praticamente obbligatorio. E Righi ci cade. Ma ne è consapevole, trova una sua via personale e ci racconta anche il comico nascosto dietro l’innamoramento o l’iniziazione all’amore adulto. “Le lettere d’amore fanno sempre ridere” cantava Roberto Vecchioni in una sua celebre canzone. Ecco, Righi mette in scena l’inamovibile comicità intrinseca dell’amore: di una sigaretta sempre terzo incomodo, di un accendino che non è né nella tasca destra né nella tasca sinistra, ma anche, e soprattutto, del guardarsi allo specchio alla ricerca del proprio lato da macho man e i discorsi da splendido e campagnolo James Dean con l’amichetta immaginaria a bordo di un’auto d’epoca dal fascino da millantare. Righi riproduce le sfaccettature di un amore adolescenziale, dove la delusione è dietro l’angolo ed è solo tappa di una crescita appena cominciata.

Anche volgendo verso il finale qualcosa di prevedibile c’è, come lo scontato e atteso inserimento della parabola del figliol prodigo. Ma la soluzione filmica ideata e realizzata, con montaggio frenetico scortato da una musica elettronica liquida e graffiante (ricorda alcune soluzioni sonore di Teho Teardo), sguardi in macchina, filtri di colore, fotografia dai toni freddi, ecc., innalza, valorizza, cambia faccia all’espediente tematico dal sapore banalotto.

Ulteriore pregio di Righi è il non aver voluto strafare e osare all’eccesso, evitando di rimpinzare, non affetto da quella strana forma di “ansia da prestazione” che colpisce molti esordienti, la sua opera con uno zibaldone di contenuti. Che comunque sia ci sono. Su tutti l’affiancamento del credo religioso, incarnato da mamma Maddalena, a quello politico, incarnato da William. E per descrivere l’anima politica di quest’ultimo, on screen c’è anche Enrico Berlinguer, con quel suo ultimo straziante comizio in Piazza della Frutta a Padova (anche qui Righi fa centro proponendo un omaggio sincero che fa venire la pelle d’oca). “Il più amato” è veicolo per portarci di fronte al tema dell’onestà. Di onesti come lui non si ne fanno più, e ne è ben cosciente William. Così come “gli stronzi rimangono stronzi”, come afferma Elia in conclusione. E traslato sui personaggi, è lecito chiedersi: chi di loro è onesto? Forse non Emilia, forse non Samuele, forse Elia.

In merito agli attori, il lavoro compiuto dal minuscolo cast è davvero lodevole, genuino e sentito fino al midollo. Convince l’esordiente Marco D’Agostin, perfetto nei panni dello sbarbatello imbarazzato ed inesperto. Ma una spanna sopra tutti è Lavinia Longhi, che sin dalla prima battuta cambia di colpo il valore del film. Sensuale e vera fino a risultare parzialmente antipatica, dà alla pellicola quel tocco di realismo che pare mancare nelle prime sequenze.

I giorni della vendemmia, pur con le sbavature innate di qualsiasi esordio, è quindi una piccola perla del recentissimo cinema italiano. Un’opera che, emersa grazie al passaparola degli spettatori, è sintomo di quanto abbiamo ancora fame di buon cinema d’autore. Un film piacevole e riuscito, come dimostra anche il finale circolare (ma con sviluppo). Elia mette su un vinile londinese e, in mutande proprio come all’inizio lo abbiamo conosciuto, sorseggia con avidità una boccia di vino, frutto del suo raccolto. L’iniziazione è compiuta, la metamorfosi è conclusa. Sia quella sua personale/sentimentale, sia quella dell’uva in vino. Il cordone ombelicale che lo legava all’adolescenza è stato tagliato via come un grappolo dalla sua amata vigna. Ora è un uomo.

Leggilo anche su www.cinemonitor.it

Esclusivo! Intervista a Marco Righi, regista di “I giorni della vendemmia”. Seconda parte

Ecco la seconda parte dell’intervista fatta a Marco Righi, regista di I giorni della vendemmia. Questa volta parliamo di come il film è stato prodotto e distribuito, del tour che lo ha condotto con successo in tutta Italia e degli attori protagonisti… ma non solo!! Buona lettura!!

Parliamo ora della produzione e della promozione del film. In principio le copie erano solo tre. Poi ci sono stati molti festival e un’avanzata inarrestabile sala dopo sala, esercente dopo esercente. Come è avvenuto e quanto è stato importante l’incontro con la tua produttrice Simona Malagoli?

Ci sarebbe tanto da raccontare, è stato un processo lungo, a volte frustrante, altre volte invece eccitante. Simona e io lavoravamo nella stessa azienda (un’agenzia di comunicazione) dove lei era la produttrice esecutiva e, successivamente, responsabile del reparto video. Non s’interessava minimamente al cinema. Le ho proposto un soggetto – nonostante tutto – chiedendole di aiutarmi. Lei ha accettato inizialmente per farmi un favore personale credo, in seguito ha capito che il film valeva e (grazie a più di 20 festival) poteva uscire in sala. Adesso me lo sta anche distribuendo: è bravissima. Senza di lei non avrebbe questa visibilità.

Il film è stato girato in sole due settimane interamente in digitale. Quali sono stati i vantaggi? Ma soprattutto, è stata una scelta voluta o hai fatto di necessità virtù?

Sicuramente è stata una scelta obbligata, per cui non c’era nemmeno il margine di fermarsi a comprendere. I costi della pellicola (in fase produttiva) sono insostenibili per delle produzioni realmente indipendenti. Certo a me il digitale non dispiace, ti permette di girare di più e più velocemente con ottimi risultati.

In questi mesi di tour attraverso l’Italia, da Udine a Catania, hai certamente fatto tesoro di un enorme bagaglio di esperienze ed emozioni. C’è un commento, complimento o critica di un comune spettatore, giornalista o esercente che ti ha particolarmente colpito?

Sì, tantissimi! Uno spettatore a Reggio Emilia, alla quarta settimana di programmazione, retoricamente ha detto: “Dovresti chiederlo a noi perché il tuo film sta avendo questo seguito? Perché è vero, è reale il tuo lavoro. Avevo l’età di Elia in quel 1984 e ho provato – stasera – quelle stesse emozioni che provavo allora tra i campi: grazie”. Mi sono quasi commosso, mi ha davvero lusingato.

E un aneddoto divertente o significativo che ti fa piacere raccontarci?

Ce ne sono non pochi… divertente è il fatto stesso che spesso giriamo con le pizze sotto il braccio direi!

Passiamo ora agli attori, ai due interpreti principali. Come hai “arruolato” Lavinia Longhi e Marco D’Agostin? 

Lavinia l’ho conosciuta sul set di un cortometraggio di un amico, trovavo il suo volto anacronistico e ciò si confaceva con quello che stavo scrivendo. Una mattina a Milano le ho proposto lo script e lei ne è rimasta entusiasta. Marco invece è arrivato casualmente, avevo in mente per la parte un ragazzo, un vero adolescente, ma che si tirò indietro due mesi dall’inizio delle riprese. Un cast veloce su internet, qualche provino: eccolo spuntare! Doti innate, una fisicità che mi interessava (che cercavo per la parte), un’educazione vocale matura… ho subito pensato che fosse la persona più idonea.

Tra i soli 10 attori del tuo film, c’è anche tua nonna. Come è stato convincerla a “posare” davanti alla macchina da presa? E quanto l’inserimento di un tuo familiare è funzionale alla storia e al tuo “sentire” il film?

Tanto, me ne accorgo – paradossalmente – ogni giorno di più… restituisce maggiore credibilità alla pellicola. Mi piace ci sia lei, mi ha agevolato, è stata una scelta spontanea e lei aggiunge proprio questo credo: spontaneità al film.

Ultima domanda. Guardiamo al futuro. Hai già nuovi progetti in cantiere? Stai già lavorando ad un nuovo soggetto o ti sono giunte proposte interessanti? 

Dopo molto che andavo cercando, ho finalmente, da pochi giorni, scritto qualcosa che mi convince di nuovo, come un tempo “I giorni della vendemmia”. Vorrei diventasse il soggetto per il mio prossimo film. Ci lavoro e incrocio le dita!

 

A questo punto non ci resta che andare a vedere il film! L’appuntamento è per domani sera, giovedì 19 luglio ore 21.15, presso il cinema Il Portico di Firenze. Maggiori info QUI.

Esclusivo! Intervista a Marco Righi, regista di “I giorni della vendemmia”. Prima parte

Cari amici, in attesa dell’anteprima fiorentina di questo giovedì 19 luglio al cinema Il Portico (maggiori info QUI), ecco in esclusiva un’intervista realizzata con Marco Righi, regista di I giorni della vendemmia. In questa prima parte ci racconta di come è nato il film, delle sue tematiche dominanti, di Enrico Berlinguer e… non rivelo altro! Per la “seconda puntata” dovrete aspettare solo 24 ore, domani mattina infatti sarà online.

Buona lettura!

Cominciamo con le presentazioni: Marco Righi, classe 1983, reggiano. Qual è la tua formazione e come ti avvicini al mondo del cinema?

Mi avvicino in maniera abbastanza naif, per gioco, mettendo in scena fin da ragazzino delle piccole cose. Ho studiato da perito meccanico, quale sono, poi ho fatto due corsi: regia e montaggio, entrambi a Milano.

I giorni della vendemmia è il tuo film d’esordio. Come e quando nascono soggetto e sceneggiatura? E quanto c’è di auto-biografico, e inventato, in questa tua opera prima ambientata nella tua terra d’origine?

Recentemente ho letto questa frase di Federico Fellini: “Sono autobiografico anche quando parlo di una sogliola”. Mi ha fatto ridere, un po’ credo sia così… “I giorni della vendemmia” non è un film autobiografico (sono nato nel 1983) ma sicuramente è un lungometraggio personale. La differenza? Ci sono delle esigenze e delle priorità sotto mentite spoglie; difficile da decifrarle anche per me.

Il comunismo, il cattolicesimo, la provincia, la famiglia. Tanti i temi presenti nel tuo film. Possiamo parlare di opera tematicamente corale o ce n’è uno che spicca sugli altri (o che in principio volevi far risaltare)?

Non poi così corale. “I giorni della vendemmia” doveva essere – ed è – innanzitutto la storia di Elia, della sua educazione sentimentale. Come ha scritto bene Enrico Palandri su Rolling Stone: “Religione e politica sono contorni”.

On screen una giovane bella e sensuale, un’assolata e idilliaca ambientazione rurale, un’educazione sentimentale, come anche tu hai appena detto. Tutti aspetti che ricordano Io ballo da sola di Bernardo Bertolucci. A quali grandi maestri del cinema italiano e internazionale ti sei ispirato per girare questo tuo film?

A costo di essere ridondante devo ammettere che più che a maestri di cinema mi sono ispirato a una certa letteratura. Questo perché in prima istanza volevo portare delle sensazioni/atmosfere sullo schermo che respiravo in certi testi o romanzi di cui mi premeva, come in Pier Vittorio Tondelli. Della cinematografia c’è tutto quello che una persona ha visto in passato, che appartiene alle sue visioni, a un suo background culturale. Non c’è però un accanimento su nessuno autore filmico o regista in particolare.

Sul grande schermo vediamo anche Enrico Berlinguer. Quale la sua funzione nell’intreccio filmico? E possiamo interpretarlo anche come “veicolo” di un certo sentimento nostalgico verso un modo di fare politica vicina alla gente che oggi sembra non esistere più?

Sì, certamente… questa interpretazione è sicuramente una sottotrama di qualcosa, ci sono diverse piccole parentesi che si chiudono all’interno del film, proprio perché ogni personaggio ha una sua caparbietà. Per un film la struttura più importante rimane sempre quella narrativa, in questo Berlinguer mi, diciamo così, serviva a descrivere meglio la psicologia di un personaggio, che nel film è il padre di Elia: William.

Domani la seconda parte dell’intervista… to be continued!!

“I giorni della vendemmia” approda a Firenze! Anteprima il 19 luglio al cinema Il Portico!

E il caso cinematografico dell’anno approdò anche in Toscana, a Firenze. Di cosa sto parlando? Di I giorni della vendemmia di Marco Righi. Ad ospitarlo nel capoluogo toscano sarà il cinema Il Portico con un’anteprima giovedì 19 luglio. Ma non solo. Il film sarà poi in programmazione regolare dal 20 al 26 luglio.

L’avventura de I giorni della vendemmia, prodotto e distribuito da Simona Malagoli per “Ierà” e girato interamente in digitale in sole 2 settimane, è cominciata in sordina lo scorso febbraio quando le copie erano solo tre. Presentato poi in numerosi festival internazionali (e vi dico solo che è stato selezionato al 42esimo Nashville Film Festival su un totale di oltre 4000 opere pervenute!), ha conquistato e affascinato sempre di più critica e pubblico. Ottimo prodotto di cinema indipendente low budget e di qualità, è ora già in odore di “piccolo cult”.

Un film delicato e poetico, semplice e forte, esile e imponente. Insomma, da non perdere!!

L’appuntamento è per questo giovedì 19 luglio ore 21.15 al cinema Il Portico (via Capo di Mondo, zona Campo di Marte). Proiettato in anteprima per Firenze e la Toscana, sarà introdotto dal regista e dalla produttrice che poi incontreranno il pubblico anche al termine della proiezione.

Biglietto intero: 7,50 euro

 

Biglietto ridotto: 5,50 euro, valido per tutti i fan della pagina ufficiale Facebook, gli iscritti alla newsletter e i possessori della card “Firenze al cinema”

Per ulteriori info sulla proiezione al Portico andate QUI.

Per ulteriori info sul film andate QUI oppure QUI.

Citazione del re pescatore

Certo che esiste il Santo Graal, altrimenti che cosa erano le crociate, un giro promozionale del Papa? – La leggenda del re pescatore