Archivi del mese: giugno 2012

First winter. Un survival movie minimalista

Il recente cinema apocalittico e post-apocalittico americano ci ha abituato ad opere fracassone e spettacolari (The day after tomorrow), con creature mostruose e imbufalite (Io sono Leggenda) o umani dall’anima mostruosa (The Road), per di più di ambientazione urbana (Vanishing on 7th Street).

First winter dell’esordiente Benjamin Dickinson è una piacevole, necessaria e ben accetta variazione sul tema, una pecora nera che ci concede una bella boccata d’aria fresca (o forse dovremmo dire gelata vista la location!).

Presentato al Tribeca Film Festival di New York e poi alla prima edizione del Tribeca Firenze, racconta di un gruppo di hipsters che, sopraggiunto un improvviso blackout di proporzione epiche, rimane isolato in una casa di campagna, mentre fuori imperversa un inverno con temperature rigidissime. All’inizio è tutto sesso, droga e cantatine melodiche perfette per trip mentali da fine del mondo, ma poi le scorte alimentari iniziano a ridursi così come il nervosismo a crescere…

First winter è una sorprendente opera prima dove la probabile fine del mondo ha di americano (nel significato “classico” di americanata) solo un grosso nuvolone all’orizzonte da commentare con stupore e poche parole. E’ un’opera dove domina il silenzio, il bianco, l’attesa, in un’ambientazione che ricorda molto da vicino quella di Essential Killing di Jerzy Skolimowski, che, a suo modo, trattava anch’esso il tema della sopravvivenza. Un mondo ovattato, gelido, solo, dove la regia di Dickinson sposa le sensazioni provate dal manipolo di scalcinati personaggi dediti ai fumi della cannabis e al presunto relax derivante dallo yoga.

Ulteriore merito della regia è la sua evoluzione. Nella prima parte dominano primi e primissimi piani, come a sottolineare l’egocentrismo e l’autosufficienza di ciascun personaggio, che raramente alza lo sguardo per incrociare quello dell’amico. Poi i piani si ampliano, l’orizzonte si allarga, si esce dalle quattro mura domestiche per entrare in una natura boschiva secca, candida, portatrice di pace e ostilità. Dopo un tragico evento frutto di una notte brava e ingorda con abbuffata fino all’ultimo respiro, la crisi entra in ciascuno di loro e li rigenera. Il bene comune si compirà così in nome di un “pizzico” di disciplina che riporta nuovamente alla civiltà e alla (ri)conquista della sopravvivenza.

Il film d’esordio di Benjamin Dickinson è quindi un survival movie dal sapore minimalista e metafisico, capace di suscitare pacate e allucinate emozioni oltre ad un fiero senso di novità, buon frutto cinematografico low budget che getta una sana vena europea e indie sul cinema americano.

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De rouille et d’os: la recensione

Confrontarsi con un film di Jacques Audiard è come salire volontariamente su un ring, coscienti e pronti ad incassare una raffica di colpi bassi che fratturano e rigenerano. Così è stato nel 2009 con Il profeta, e così è con il suo ultimo capolavoro De rouille et d’os, che, interpretato brillantemente dall’accoppiata Marion Cotillard e Matthias Schoenaerts, ha scandalizzato il Festival di Cannes 2012.

Sul grande schermo, una storia d’amore vigorosa e lancinante, che suscita uno shock prima che commozione. Ali, bellimbusto iroso e tutto d’un pezzo, si trasferisce col figlioletto di 5 anni dalla sorella, cassiera in un supermarket ad Antibes. Trova lavoro come buttafuori in una discoteca e qui, galeotta una rissa tra clienti, conosce la bella e sfuggente Stephanie, ammaestratrice di orche marine presso l’acquario della città. Ma un giorno, durante un’esibizione pubblica, un’orca invade e distrugge la sua postazione e la giovane donna si risveglia all’ospedale con le gambe amputate dal ginocchio in giù. Un evento tragico che condurrà queste due vite e due solitudini ad incrociarsi di nuovo, e per sempre.

Jacques Audiard ci regala quello che, senza se e senza ma, possiamo definire uno dei più bei film dell’anno. Un’opera densa, pastosa, ostica e ostile, amabile e dolce… continua a leggerla su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI

“Marley”: il film su Bob Marley al cinema solo per un giorno

“Questo film è importante perché, nonostante in passato siano state fatte molte cose su Bob, credo sia la prima volta che viene data alla gente la possibilità di sentirsi emotivamente vicina a Bob come uomo, non come leggenda del reggae o come figura mitica, ma attraverso la sua vita di uomo”.

Di fronte a questa limpida affermazione di Ziggy  Marley, figlio primogenito di Bob, andare al cinema a vedere il docu-film Marley è praticamente un must! Se a questo aggiungiamo che stiamo parlando dell’indiscusso re del raggae e che alla regia c’è l’acclamato Kevin Macdonald (L’ultimo re di Scozia, State of play e Life in a Day), è proprio il caso di disdire ogni impegno prefissato e correre in sala!

L’appuntamento con questo film-evento è solo e soltanto per MARTEDÌ 26 GIUGNO. Infatti la prima video-biografia autorizzata sul grande e indimenticabile Bob Marley sarà nei cinema italiani solo per un giorno. Quindi ogni lasciata, è persa!  :D

Per i miei concittadini di Firenze l’appuntamento è al cinema Portico (via Capo di Mondo, zona Campo di Marte) alle ore 21.00.

Biglietto intero: 10 euro.

Biglietto ridotto: 8 euro, valido per tutti i Fan della pagina ufficiale Facebook, gli iscritti alla newsletter e i possessori della card “Firenze al Cinema”.

Ma ci sono anche due iniziative davvero simpatiche e assolutamente da non perdere! Siete curiosi?? Andate QUI:D

“The Zen of Bennett”: l’uomo e il divo

Un profondo senso di appagamento interiore e un’instancabile voglia d’imparare dagli altri e dalla vita. La coscienza di aver fatto della propria passione un mestiere (e quindi, come lui stesso ammette, di non aver mai lavorato veramente) e una cravatta glamour, sintomo di vero stile, sempre alla moda e sempre al collo.

Insomma, 85 anni e non sentirli. Questo, e non solo questo, è l’elisir di lunga e quieta vita di Tony Bennett illustrato nel docu-film The Zen of Bennett, ideato, creato e prodotto dal figlio Danny.

Presentato come fiore all’occhiello del primo Tribeca Firenze, siamo di fronte ad un documentario che illumina con un’aura allo stesso tempo ascetica e pragmatica la carismatica figura di uno dei crooner più amati e noti al mondo, sulla cresta dell’onda da oltre sessant’anni. Girato nei giorni in cui il cantante è intento a registrare la sua ultima raccolta di duetti con grandi star canore come Lady Gaga, Aretha Franklin, Amy Winehouse, Michael Bublè, John  Mayer, Andrea Bocelli, l’immagine nitida e sincera che arriva allo spettatore è quella di un grande saggio, un grande vecchio, dotato di sapienza ed equilibrio, così come di innata simpatia. Lo ascoltiamo raccontare aneddoti ed esternare riflessioni sul tempo vissuto come bambini incantati dalla novella serale del nonno tanto amato.

Un risultato ottimo reso possibile non soltanto dall’appeal scenico di Bennett e dal calore vellutato della sua voce e delle sue canzoni (memorabile la breve apologia del dolce tepore della doppia traccia!).

E’ lodevole il lavoro compiuto dal regista Unjoo Moon nell’orchestrare più materiali eterogenei e più spunti tecnici di sicuro effetto. Foto in bianco e nero, immagini di repertorio, splitscreen e sovrimpressioni dal gusto onirico sono solo alcuni dei fattori in gioco ben amalgamati fra loro.

Da sottolineare quei quadri dallo sfumato sapore impressionista e pastoso alla Rembrandt che si evolvono in animate riprese dal vero. Un fare sfocato che ricorre poi con coerente premeditazione nell’annebbiarsi  dell’occhio della mdp che osserva e immortala tutto come un terzo incomodo palpabile e invisibile, come una spia che struscia sulle velate tende nere di uno studio di registrazione e subisce scosse e spintoni come se fosse sempre nel mezzo. Da sottolineare anche la splendida fotografia traslucida e patinata di Dion Beebe.

Marcia in più è poi la presenza di fondo del figlio Danny, factotum ideatore dell’opera. Si percepisce un sincero affetto filiale e un genuino senso di rispetto e devozione verso un padre divo e uomo.

Concludendo, The Zen of Bennett è un documentario davvero ben confezionato, che ci trascina con sé facendo ballettare il piede e tenere il ritmo schioccando le dita, che diverte e coinvolge anche chi è assolutamente digiuno del personaggio e del genere Jazz, che conduce tutto d’un fiato verso un finale che sconfina, prima, nel giallo, proprio come le lenti degli occhiali di Bennett, e poi in un cielo costellato di stelle/star lucenti dove questo grande vecchio newyorchese (classe 1926!) ha certamente un posto in prima fila.

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“The World Before Her”. Tra integralismo e successo

Dicotomie e (non) convivenze dell’India contemporanea. Vincitore del Concorso Mondiale di Documentari all’ultimo Tribeca Film Festival e presentato con successo alla prima edizione del Tribeca Firenze, The World Before Her è un lucido e terrificante saggio sul modo plurimo in cui vengono percepite le donne nel non troppo lontano Oriente indù.

La regista Nisha Pahuja punta l’obiettivo su due mondi (apparentemente) opposti: il concorso nazionale di Miss India e il Campo Fondamentalista Indù di Durga Vahini. Cambiamento contro Tradizione, nuovi orizzonti contro radici integraliste, sfilata sensuale di fronte al Padre Successo contro sacra devozione alla Madre India. Gli opposti non si attraggono, ma si scontrano, scoprendosi così vicini e così lontani, proprio come accade nelle città di Bombay o Calcutta dove lo splendore si affianca al fango, il grattacielo alla baracca. Allo stesso modo, qualcosa rende assai simili tra loro l’infiltrazione di botulino sul mento non esteticamente perfetto della miss e il calcio di un fucile che “sfregia” la tenera guancia di una probabile futura bimba soldato.

Marcato arrivismo e training forsennato dominano in entrambi gli spietati microcosmi. Alla fine dei suoi intensi 90 minuti, questo documentary ci consegna uno spaccato sociale privo sia di vincitori sia di vinti, dove tutti sono ugualmente sottoposti e prostrati ad un sistema che, pur imponendosi, promette libertà  e salvezza. O almeno così sono portate a credere le ragazze, e le bambine, proposte on screen.

Tramite un montaggio parallelo che avvinghia e spaventa, Nisha Pahuja giustappone interessantissime interviste a drammatiche sequenze televisive di stragi e di protesta a immagini di backstage o open air in the camp, portandoci a riflettere sul concetto di cambiamento, inevitabilmente da appoggiare o respingere.

Sguardi determinati e umani, coriacei e tristi, rassegnati e fieri sono veicolo di donne che si fanno tigri per la causa fondamentalista indù così come per la telecamera, che si credono libere e pronte a tutto, ma sono terribilmente sottomesse.

The World Before Her è quindi un documentario di pregiata fattura e forza, scioccante e fulgido, graffiante e violento, con nel cuore un significato finale aperto, insoluto, che lascia turbati.

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Il 20 e 21 giugno “The Blues Brothers” torna al cinema!

“Siamo in missione per conto di Dio”. Questa è solo una delle tante storiche frasi di “The Blues Brothers” che il 20 e 21 giugno potremo riascoltare e rivedere sul grande schermo. Infatti il capolavoro di John landis, datato 1980, torna nelle nostre sale in versione HD restaurata.

Un grande evento a 30 anni dalla prematura scomparsa di John Belushi (aveva solo 33 anni nel 1982!), atto a ricordare sia uno dei più grandi attori comici made in Usa sia un cult stra-amato da intere generazioni.

Un film mitico, che portò on screen anche grandissimi cantanti… ricordo solo James Brown (il reverendo Cleophus), Ray Charles (il proprietario del negozio di strumenti), Aretha Franklin (la padrona del ristorante).

Per gli spettatori fiorentini l’appuntamento è il 20 e 21 giugno al Cinema Portico.

Tre gli spettacoli: 16.45 – 19.10 – 21.30.

Biglietto intero: 7,50 euro

Biglietto ridotto: 5,50 euro (N.B. per determinate categorie riportate al link seguente!)

Biglietto promo: 4,00 euro per… guarda a questo link:

http://cinemailportico.wordpress.com/2012/06/11/mercoledi-20-e-giovedi-21-giugno-the-blues-brothers-in-versione-digitale-hd-restaurata/

Un appuntamento da non perdere!! :D