Archivi del mese: maggio 2012

How to be a clever film critic

Direi che non ha bisogno di grosse introduzioni… :D

“Una sconfinata giovinezza”: tra paura e memoria, una perla da riscoprire

Una sconfinata giovinezza di Pupi Avati è un film che fa paura, che spaventa. Per il tema trattato e per lo stile registico usato. Ed è proprio a causa del tema trattato, l’Alzheimer, che quest’opera si è dimostrata il maggior insuccesso della più che quarantennale carriera di uno dei più grandi maestri del cinema italiano. Il film infatti incassò (quando uscì nei cinema a fine 2010) solo 1.009.000 euro, poco meno del trascurabile Il nascondiglio del 2007. Perché? Il pubblico in genere vuole andare in sala per sentirsi coccolato e confortato, e non per confrontarsi faccia a faccia con una malattia che fa paura al solo pensiero. E così il film è stato evitato come la peste nera. Chissà – e lo dico tra il serio e il faceto – forse anche il Festival di Venezia rifiutò per questo stesso motivo il film di Avati, preferendogli La pecora nera di Ascanio Celestini.

Una sconfinata giovinezza è invece un grande film, che, in contrapposizione al germe degenerativo della malattia mentale portata sul grande schermo, rimane forte e nitido nella nostra mente, nella nostra memoria. E’ un colpo allo stomaco, ma anche un colpo di fulmine. Un’opera che si fa amare e ringraziare, che coinvolge e avvinghia, che fa sospirare profondamente e tiene masochisticamente crucciati.

In merito allo stile registico, Avati salta senza grossi preavvisi dal tempo presente a quello passato, dal colore di tutti i giorni alla cromia seppia di una foto ingiallita e invecchiata. Distese nebbiose, secchi e ramificati alberi secolari e giochi infantili dal dubbio potere erotico si amalgamano a personaggi inquietanti ben giustapposti tra loro: l’amichetto con i problemi di pronuncia, una zia imbolsita e materna, un cane pacioccone ma sibillino, ecc. Suscitano inoltre straniamento e domande interiori quelle riprese “ad altezza ginocchia” nelle sequenze durante il tempo che fu.

La sceneggiatura è forte, non perde colpi, sprigiona emozione e sentimento senza sosta, pur non incappando nel melenso o nel melodrammatico, dove invece le belle musiche di Riz Ortolani rischiano di condurci (alla deriva). I dialoghi sono magici, pregni d’amore e vita, quotidianità e verismo.

In merito agli attori, Fabrizio Bentivoglio è mastodontico, perfetto, inimitabile, è la prova della vita. Al suo fianco la bella e brava Francesca Neri, ormai un’abituè dell’ultimo Avati.

Insomma, è giunto il momento di farsi coraggio, di recuperare un’opera che, qualora non ce ne fossimo ancora accorti, ci fa sperimentare la sconfinata maestria di Pupi Avati.

“Gli Infedeli”: gli uomini, che mascalzoni…

“Che idea? Ma quale idea?” canta Pino D’Angio nella canzone sussurrata in apertura da Jean Dujardin con fare sorridente da bello impossibile. Quale idea (fissa)? Quella dell’infedeltà, del tradimento, del sesso. E’ un pallino, una malattia per gli uomini. Questo il comun denominatore de Gli Infedeli, opera francaise a 7 mani che ci propone un riuscito spaccato del “pensiero dominante” maschile. Pur con una buona dose di maschilismo (inevitabile!?) e sparse espressioni sboccate e boccaccesche, il quadro che ne emerge sull’infedeltà è compiuto.

Siamo di fronte ad un film collettivo, ad episodi. E questo generalmente scoraggia il pubblico perché, come si suol dire, “non ho il tempo di immedesimarmi nella storia”. In questo caso è invece possibile grazie alla continuità generata dalla costante presenza “in scena” della coppia Dujardin-Lellouche. Due attori che si dimostrano straordinari, amiconi affiatati, con un’intesa da fratelli riscontrabile sin dalle primissime sequenze. Si divertono come bambini nei ruoli (plurimi) che si sono auto-assegnati.

In primis c’è un’ottima prova attoriale, che dimostra grande versatilità nella mimica facciale, nel passare da personaggi sbruffoni a compìti, da sciatti a bulli, da fieri a mogi, da comici e drammatici. Ma non solo. I due divi francesi vestono i panni anche di sceneggiatori e produttori. Gli Infedeli è una loro creatura, voluta e curata sin dalle fasce.

Da sottolineare come in extremis il film sia stato vietato ai minori di 14 anni. Divieto giusto? Galeotti sono i primi due episodi, che spiccano sugli altri in quanto a “nudità in mostra”. Le (prolungate) scene di sesso in doppia coppia del “Prologo” urtano il pubblico femminile, pur restando in quell’aurea da “Austin Powers docet” nella quale si mostra tutto ma niente di criminoso (la colonna di casa censura un po’ come faceva il melone sul pube della spia che ci provava…). In “Coscienza pulita”, diretto da Michel Hazanavicius, genera lamentele (in sala ho sentito commenti come “No, ancoraaaa, ma bastaaaa!”) un Jean Dujardin in lato B intento a “trastullarsi” allegramente e forsennatamente alla toeletta. Il tono provocatorio poi cala, e assume un’introversa carica drammatica nei due episodi che ho preferito: “Lolita” e “La domanda”. Quest’ultimo, con echi verbali spinti alla Closer di Mike Nichols, vale il prezzo del biglietto. Da segnalare poi la regia fresca e da videoclip dell’ultimo “Las Vegas”, diretto da Dujardin-Lellouche, e i corti girati da Alexandre Courtès (“Infedeli anonimi” e le varie pillole).

Altro aspetto da trattare, è la palese strizzatina d’occhio che il film rivolge a quella commedia all’italiana ad episodi incarnata da I mostri e I nuovi mostri. Ma credo che non si possa sempliciottamente parlare di “copia”, bensì più di “ispirazione”, cosa diversa e ben più dignitosa. Trovo riduttivo dire “Dujardin gioca a fare il Gassman de Il sorpasso” solo perché fa lo splendido su un’automobile vintage… credo non fosse minimamente intenzione del buon Jean paragonarsi ad un mostro sacro come Gassman! La vedo più come un omaggio, senza dover necessariamente scorgere del marcio in ciò che i cugini francesi fanno in relazione alle opere nostrane.

Insomma, diamo a Jean quello che è di Jean. Gli Infedeli non sarà un’opera perfetta, con qualche citazione (di troppo) senza dubbio, ma è anche sfaccettata e compiuta, segnale di un certo qual modo di fare cinema che, come già ho detto per Piccole bugie tra amici, allunga il collo sull’Europa e cerca di scrollarsi dalle spalle la polvere di un cinemà spesso vecchio e invecchiato…

Una curiosità: Jean Dujardin e Alexandra Lamy, protagonisti dell’episodio “Una domanda”, sono davvero sposati nella realtà. Questo spiega molto del feeling dimostrato on screen

“The quiet family”: una risata vi seppellirà

Non aprite quella porta. Non sorpassate quella soglia. Quale? Quella della locanda di montagna della “tranquilla” famiglia Kang di Kim Jee-woon. Perché chi vi entra, non ne esce più… vivo. Infatti si esce morti, insacchettati in grossi nylon trasparenti il cui destino è l’humus di un secco, freddo e torbido bosco d’alta quota. A voi quindi la scelta se prenotare o meno una stanza, singola o doppia che sia…

Film d’esordio di Kim Jee-woon, The quiet family è una black comedy spassosa e irriverente, che mischia grottesco, horror, sangue e suspense. É l’incarnazione di quell’indole prettamente coreana incentrata sul mix di generi verso soluzioni artistiche di sicuro impatto. E nonostante la lontananza geografica del cinema coreano da quello occidentale (europeo e americano), siamo di fronte ad una commedia permeata da un’ironia così nera da essere universale, così come universali sono le risate che suscita. Una comicità, quindi, che non rimane circoscritta all’hic et nunc della “provincia orientale”… continua a leggerlo su http://www.bizzarrocinema.it cliccando QUI

“Suspiria”: scarpette rosso sangue e aria di remake

Quest’articolo partecipa al contest per blogger promosso dalla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro per omaggiare i vari ospiti che negli anni sono stati presenti all’evento. Da venerdì 25 a lunedì 28 (ore 13.00) maggio potrete votarlo mettendo i vostri “mi piace” e/o commenti al link presente sulla pagina di profilo Facebook del Festival. Chiedete l’amicizia (che vi sarà accettata dopo poco tempo) e votatemi! :D

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E’ notizia di pochi giorni fa: a settembre prossimo inizieranno le riprese del remake dello splendido e terrificante Suspiria di Dario Argento per la regia David Gordon Green, affiancato alla sceneggiatura da Chris Gebert. Tra le interpreti spiccano Isabelle Fuhrman (Hunger Games)  e Janet McTeer (Albert Nobbs), ma soprattutto la poliedrica Isabelle Huppert (che in questi giorni abbiamo visto a Cannes 65 in In Another Country di Hong Sang-Soo e Amour di Michael Haneke).

Tra i produttori di questo scivoloso reloaded sui generis c’è Luca Guadagnino, che, insieme al collega Francesco Melzi d’Eril, ha detto: “C’aspettiamo un film di valore, capace di raggiungere un pubblico internazionale molto ampio”. Ma tra i finanziatori figurano anche Adam Ripp e Rob Paris (della “Crime Scene Pictures”) che a loro volta hanno dichiarato: “Amiamo lo stile e l’energia del film originale. La sceneggiatura di David Gordon Green aggiorna il suo mondo in modo brillante, presentando un’opportunità unica per creare un horror classico ed elegante”.

Ai costumi, al posto di Pierangelo Cicoletti, ci sarà la tre volte premio Oscar Milena Canonero, mentre la colonna sonora rimarrà quella dei Goblin (un vero must intoccabile e degno di venerazione!)

Sono passati 35 anni dal film originale e per molti Suspiria è il migliore Dario Argento di sempre insieme a Profondo Rosso e Nonhosonno. L’approcciarsi oggi ad un remake (una moda un po’ inflazionata ormai!) è quindi scelta zoppicante, ma anche meritevole di stima quantomeno per il coraggio. Il paragone è dietro l’angolo e spesso se ne esce sconfitti. Facciamo quindi un salto nel passato per mettere in luce i punti di forza del film del ’77, che potrebbero essere fonte di flop per il remake.

Cominciamo sottolineando come Suspiria di Dario Argento sia una grande opera d’arte, che si ciba di musica, artigianato, design nei costumi e negli interni, studio delle luci e dei colori, ecc.

L’aspetto più evidente (e invadente), che infatti non verrà rimaneggiato da Gordon Green&Co., è la colonna sonora. Inquietanti tintinnii, urla strozzate, fievoli brusii, acuti soffocati, ululati umani, tonfi e tamburi come colpi su bidoni della strada, bassi trimpellati e gracchianti. Una sonorizzazione pressoché continua e consonante ai gesti che vediamo sullo schermo (coltellate, impiccagioni, apparizioni, sparizioni, ecc.).

A livello cromatico dominano rosa, celesti, rossi, blu, gialli, verdi con tonalità acide e basiche, shocking e sbiadite, al neon e da casa retrò, che fanno ancor più il loro effetto applicati ad interni ampi e spogli, dal vago gusto liberty con tappezzerie arabesche molto dandy anni Settanta.

Ulteriore aspetto da segnalare sono quel trucco e quell’uso degli effetti speciali così artigianale e così serio, tanto fittizio quanto vero. Si vede chiaramente l’artificiosità di certe scene, ma c’è come un patto con lo spettatore, che accetta e ama tutto ciò, comprendendo d’esser parte dell’affascinante e smascherato gioco del genere horror. Il sangue rosso vermiglio fa le bolle, così come le fauci del cane che azzanna il cieco sono “di peluche”. Ma il comico non prende il sopravvento, il patto è saldo, il polso di Dario Argento è fermo, e noi gongoliamo in tutto ciò soddisfatti, sadici e divertiti.

Ma tutti questi elementi tecnici sarebbero ben poca cosa se slegati fra loro. La loro intersezione, somma, convivenza, orchestra quel senso (e sapore quasi morboso) dell’attesa che genera, se non proprio terrore, ansia, angoscia, magone, timore profondo. E’ come se gli svolazzanti e spettrali sospiri che tormentano la giovane e innocente Suzy abitassero spazi e oggetti, vetri e vetrate, corridoi e porte. Tutto si dota di un’energia sinistra, palpabile e nascosta nell’ombra, che inquieta e ci fa godere del venturo spavento.

Di fronte a cotanta magnificenza estetica ed emozionale, è dunque lecito chiedersi: il remake di David Gordon Green riuscirà, se non a superare, quantomeno ad eguagliare tutto questo?

“21”: matematica e delirio a Las Vegas

21 vittorie, grande baldoria! Questa la frase che continuamente rimbomba nella testa di Ben Campbell (Jim Sturgess), protagonista di 21 di Robert Luketic, buon film da salotto e “da tavolo verde”.

Ispirato ad una storia vera, racconta del giovane e sbarbatello Ben, brillante studente del MIT che per pagarsi gli alti costi degli studi decide d’entrare in una gang di cervelloni applicati e votati al Blackjack. Un John Nash in potenza prestato ai tavoli da gioco, che impara “l’arte del conteggio” delle carte non tramite una guida ai casino sul web, ma alla cattedra/corte del professor Micky Rosa (Kevin Spacey). Si ritroverà così in un manipolo di “eletti” che, a Las Vegas, porterà a termine un colpo grosso a suon di sinapsi e calcoli matematici…

Parentesi d’azzardo per Robert Luketic, in genere dedito a commedie al femminile (La rivincita delle bionde, Quel mostro di suocera, La dura verità), 21 è un buon filmettino il cui unico scopo è regalare allo spettatore un piacevole e puro intrattenimento, incasellando anche un efficace colpo di scena che salva la pellicola dal mare magnum dell’oblio. Riesce nell’intento anche grazie ad una regia in pieno stile Las Vegas, con pennellate da videoclip, mirabolante, vibrante, movimentata, vorticosa, come se la mdp fosse attaccata a roulette in moto perpetuo. Diciamo anche che i richiami a quel cult di Ocean’s Eleven di Soderbergh sono palesi, ma non c’è nessuna esplicita (e suicida!) pretesa d’imitazione. La trilogia su Daniel Ocean è inarrivabile e Luketic non ci prova neppure a toccare la Luna.

In merito agli attori, Jim Sturgess se la cava davvero bene nei panni di un enfant prodige dei casinò che non si limita a giocare con le slot, per di più non rimanendo schiacciato dalla grande prova di un Kevin Spacey magnetico, crudele, vero boss la cui forza on screen è inalterata dai tempi de I soliti sospetti (1995). Si fa apprezzare anche un imbolsito Laurence Fishburne, pur non possedendo il carisma del Terry Benedict forgiato da Andy Garcia.