Archivi del mese: marzo 2012

“Légami!”: l’amore ai tempi delle manette

Un matto da legare (Antonio Banderas) viene dimesso dal manicomio e rapisce un’attrice porno (Victoria Abril) di cui è invaghito. La chiude nel suo appartamento e la lega al letto. Le funi saranno sciolte solo quando lei si dimostrerà veramente innamorata di lui, decidendo di volerlo sposare.

Questa la bizzarra ed eccitante idea di fondo di Atamè – Légami! di Pedro Almodovar. Lo spunto è provocante e provocatorio, ma la riuscita è in parte deludente, poiché non così audace come le premesse. Infatti i primi 30-40 minuti sono frizzanti, ritmati, scanditi da un montaggio palpitante e da una colonna sonora (realizzata dal maestro Ennio Morricone) da film giallo con sprazzi horror. Almodovar inizia a giocare coi generi e con la settima arte, inserendo lunghe sequenze di metacinema, pescandole dal set del paralizzato ma sessualmente pimpante regista Maximo Esperjo (interpretato da Francisco Rabal). Tra cavi scoperti e imbracature, vento e pioggia artificiali, personaggi trash e sfigurati, esploriamo il set. Poi pian pianino il film perde smalto e mascara, si adagia, non osa più. L’animo ribelle del malandrino Pedro si affloscia… continua a leggerlo su http://www.bizzarrocinema.it cliccando QUI

Radio-recensione di “Drive”. Su Radio Quinta Rete

Per chi se la fosse persa, ecco la radio-recensione che venerdì scorso ho fatto on air su Radio Quinta Rete del film Drive di Nicolas Winding Refn, da alcuni giorni in Dvd.

Vi ricordo che tutti i venerdì alle 12.50 mi potrete ascoltare QUI in streaming!

Korea Film Fest: special guest l’attore e divo Song Kang-ho

E’ senza dubbio una delle maggiori star del cinema coreano contemporaneo. Tra i suoi film (tantissimi!) cito solamente i conosciutissimi The Host, Sympathy for Mr. Vengeance, Memories of murder e Thirst. Era atteso con trepidazione al Florence Korea Film Festival, dove ha ricevuto il premio alla carriera. Al termine della proiezione di The show must go on, ha incontrato il pubblico. Ecco alcune foto dalla serata di ieri:

“17 ragazze”: l’utero è mio e lo gestisco io

(Fare) l’amore è un gioco da ragazze. Diciassette per la precisione. E’ una provocazione, un gesto di ribellione, e di vita(lità). Così un folto gruppo di liceali di una cittadina francese affacciata sull’Atlantico decide di rimanere incinta contemporaneamente, nell’arco di poche settimane.

Ispirandosi ad un fatto realmente accaduto nel 2008 nel Massachusetts (Usa), le sorelle Delphine e Muriel Coulin ci raccontano una storia tanto vera quanto incredibile, che sin dal plot fa presa sulla curiosità e l’interesse degli spettatori, spinti così al cinema per indagare causa ed effetto di un simile gesto di “vita spericolata”. Gli effetti sono chiari: genitori che picchiano e cacciano di casa, desiderio d’imitazione delle altre jeune filles, una comunità impreparata a fronteggiare la situazione. Sono invece le cause a non essere ben delineate in una sceneggiatura più volte troppo retorica nei dialoghi, talvolta poco calati nella realtà giovanile. Non viene sviluppato con chiarezza l’alibi che davvero muove le ragazze a far sesso con il primo che capita durante un party da consumare presto e bene. Insomma, non trova spazio sufficiente, e indispensabile, la spiegazione del perché di questo disagio giovanile. E’ questo il punto più debole di 17 ragazze, che comunque sia è un buon film, fresco, nuovo, primaverile nei contenuti, autunnale nella regia. Infatti la premiata coppia di registe francesi (vincitrici del premio della Giuria all’ultimo Torino Film Festival) lascia il campo alle giovani attrici, quasi tutte non professioniste, ciascuna perfetta nel proprio ruolo (da segnalare la grande performance del sestetto principale formato da Louise Grinberg, Juliette Darche, Roxane Duran, Esther Garrel, Yara Pilartz, Solène Rigot). Sono i volti giusti, gli sguardi giusti, i sorrisi giusti. La macchina da presa sta su di loro, pur evitando primissimi piani. Ricorre massiccia la macchina fissa, come a dire che il palco è delle 17 ragazze e non delle 2 registe. Lo spettacolo sono loro, tutto passa attraverso i loro movimenti (nell’immagine, e non dell’immagine, quindi). Mdp fissa ad una distanza allo stesso tempo asettica e partecipe, ragionata e riflessiva, in particolare nelle molteplici scene in cui le giovani, con sguardi al soffitto, al muro o a terra, s’interrogano sul da farsi o su quello che hanno già combinato.

Contraltare importante, che si definisce come inno alla vita, sono le immagini che ci mostrano le ecografie live di queste donne bambine, con quel fascinoso mistero della vita sgranato e nitido, che suscita gioie e preoccupazioni.

La figura maschile rimane sullo sfondo, riducendosi, nel personaggio dello sbarbatello e conteso Tom (Arthur Verret), annacquato James Dean del freddo nord francese, in oggetto del desiderio e strumento per la procreazione.

Di fronte ad una trama del genere è lecito chiedersi: messaggio di fondo? Le sorelle Coulin sposano il saggio, rassicurante e protettivo partito del “voler raccontare”, che permette loro, almeno in parte, di lavarsi le mani di quanto ci hanno mostrato. Rimangono a metà, tra poggio e buca, tirando un colpo al cerchio e uno alla botte. Il finale mette d’accordo tutti, o almeno “ridimensiona” le vicende, riportandoci coi piedi per terra. Questo è un racconto, punto e basta, così che siamo più prodighi ad amare, che non a contestare, queste giovani ribelli.

Leggilo anche su www.cinemonitor.it

“Quasi amici”, qualcosa di più di una semplice commedia

Francese d’origine, non francese nei toni. Quasi amici di Olivier Nakache e Eric Toledano si svincola con agilità e apprezzabile brio da quel clichè secondo il quale la commedia francese è noiosa, spocchiosa, elitaria. Si presenta come un film dal respiro “europeo”, eclettico, capace di mischiare intonazioni e umori, frammenti di genere e semplice profondità dei contenuti.

La strana coppia formata da un immigrato senegalese molto “scialla!” e “ti stimo fratello” e un paraplegico miliardario con un’apparente puzza sotto al naso colpisce con sensibilità i nostri cuori sin da subito. Ma non è il solito film etico-morale, baci e abbracci, melenso, con insegnamenti sulla vita, che finisce a tarallucci e vino. Quasi amici è un’altra cosa, è molto di più. E proprio in quel “quasi” del titolo italiano, possiamo rintracciare quella ambivalenza, sdoppiamento, convivenza di anime opposte e complementari all’interno del film. Due piatti della bilancia che, in prima battuta, percepiamo nell’accostamento di questi due personaggi così diversi, interpretati in modo straordinario da Francois Cluzet e Omar Sy. Il primo lavora tutto di mimica facciale e intonazione della voce. Ci riesce con invidiabile intensità. Il secondo è l’idolo della sala. La sua vitalità è contagiosa, quella sua boccata di denti bianchi ci sta subito simpatica, ben sopportata da sguardi degni di un western.

Ma questo doppio binario si fa concreto nell’accostamento di comicità che ci conduce, dal ridere, alle lacrime (memorabile lo skatch al Teatro d’Opera con “vegetale canterino”… ma non dico altro!) e di riflessione interiore del personaggio di Driss nel suo staccarsi dalla famiglia allargata che lo ha cresciuto. Allegria e introspezione che ritroviamo nella colonna sonora: le trascinanti musiche di Ludovico Einaudi (che ricordiamo in ambito cinematografico in La fine è il mio inizio) ci fasciano corpo e testa verso un mondo onirico ed esistenziale che scorre fluido ed incessante; a far da contrappunto ci sono inserimenti funk e dance come September e Boogie Wonderland degli  Earth, Wind & Fire. Terzo altare, impossibile da trascuare, è la musica classica, che ricorre ampiamente con Vivaldi, Haendel, Telemann, ecc.

Concetto di mixage che ricorre anche nei generi: l’inizio dai toni molto noir, stoccate da humor britannico, affiancamento di tragedia e comicità da commedia all’italiana anni Sessanta.

Concludendo, Quasi amici è quindi molto di più di un semplice successone d’incassi che, in Francia, ha portato al cinema 17 milioni di spettatori. E’ un’opera composita, omogenea e eterogenea allo stesso tempo, che piace a tutti e sa solo farsi amare. Una commedia fuori dal coro che porta una brezza di novità che ci fa bene respirare, che cura tristezza, malinconia e sinusite (ma sì, esageriamo!). Terapeutica, spirituale, ridanciana.

Florence Korea Film Fest: mini-recensioni su Twitter e Facebook… follow me!

Giorni di cinema coreano a Firenze. Infatti dal 23 al 31 marzo si svolge il Florence Korea Film Festival. Onesto e Spietato sarà in sala il più possibile, o almeno sui film più acclamati e appetitosi. E ho deciso di condivedere con voi questa bella rassegna cinematografica tramite i miei profili su Twitter e Facebook. Infatti posterò brevissime recensioni – di circa 140 caratteri – per gran parte dei film che vedrò.
Le recensioni quindi si spostano dal blog ai due noti social network…
L’unico modo per seguirmi è quindi diventare miei follower su Twitter e/o fan su Facebook!

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Le mini-recensioni sono già cominciate… quindi non perdete tempo, follow me on Twitter e Facebook!

Vi aspetto!! :D