Archivi del mese: febbraio 2012

Morto Erland Josephson, l’attore preferito di Bergman

Erland Josephson è morto a Stoccolma, all’età di 88 anni. L’attore scedese era l’interprete preferito di Ingmar Bergman, nonchè suo alter ego umano e artistico e veicolo di tutto il suo pensiero cinematografico. Josephson soffriva da tempo di Parkinson e la notizia della sua scomparsa è stata annunciata dal Teatro Drammatico Reale della capitale svedese, di cui era stato direttore dal 1966 al 1975, succedendo proprio a Bergman… continua a leggere il post su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI

Oscar 2012: noia e merito in una premiazione da copione

Tutto come da copione. Nessun colpo di scena, nessuna entrata a gamba tesa. Le previsioni sono state rispettate. C’è da dire che se un film un premio se l’è meritato, si accetta di buon cuore anche la previsione diventata realtà. Ma un brivido, un coccolone sulla poltroncina ci poteva anche stare.

A compiere un saccheggio delle ambite statuine dorate è The Artist, che si è aggiudicato 5 premi: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista con Jean Dujardin, miglior colonna sonora e migliori costumi. Cinque sono i premi anche per il favoritissimo Hugo Cabret di Martin Scorsese. Ha infatti vinto l’ academy award per categorie più “tecniche”, ovvero effetti speciali, montaggio sonoro, fotografia, sonoro, e scenografia (firmata dalla coppia italiana Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo).

Vogliamo commentare? Commentiamo! Dunque… il film di Hazanavicius merita onore e gloria. Nulla da dire su miglior film, miglior colonna sonora e migliori costumi. In merito alla regia cade una lacrimuccia per Martin Scorsese, grande vecchio che poteva essere premiato, oltre che per la straordinaria e costante maestria, anche per l’essersi approcciato, alla veneranda età di 70 anni, al 3D.

In merito all’attore protagonista sono strafelice che non lo abbia vinto mister Nespresso, George Clooney, che ho trovato goffo e ridicolo in The Descendants. Dujardin, bello e impossibile, è splendido, magnetico, fin troppo intenso. Quindi merita il premio. Ma Brad Pitt non m’era dispiaciuto in Moneyball

La colonna sonora di Ludovic Bource per The Artist è divina, di quelle che restano in testa e ci fanno ondeggiare per strada una volta usciti di sala. Un’operazione vintage perfettamente riuscita!

Passando alla fotografia, credo invece che la meritasse The Tree of Life. E questo è forse l’unico piccolo colpo di scena della cerimonia. La cura visiva di Terrence Malick è impareggiabile, maniacale, certosino all’inverosimile. Ma chissà, forse lo sborone texano rimane antipatico (per usare un eufemismo!) anche ai suoi colleghi americani… si consolerà stringendo nel sonno la Palma d’Oro vinta a Cannes…

Sul montaggio sonoro avrei poi premiato Drive. Ma cosa ci vogliamo aspettare dagli academy che già lo hanno “dimenticato” in tutte le altre cinquine. Refn non poteva gareggiare per la miglior regia? Certo che sì! E avrebbe anche vinto!

Meritato e annunciato da secoli l’Oscar al miglior film straniero al mio adorato Una separazione di Asghar Farhadi. Era una gara senza concorrenti!

Miglior sceneggiatura originale a Midnight in Paris di Woody Allen. Puntavo sul film iraniano, ma in fin dei conti la pellicola di Woody è valida, ed è una delle poche sue che mi è piaciuta… :D

Miglior attrice protagonista a Meryl Streep per la sua performance in The Iron Lady. Viola Davis era intensa ma priva del balzo per acchiappare la statuetta, mentre Glenn Close è rimasta ingessata nella sua prova grande ma inespressiva da “uomo bicentenario” in Albert Nobbs. Meryl Streep, con quella sua acconciatura da Dracula e i dentini leggermente in fuori, morde la statuetta con pieno merito.

Nella categoria “attore/attrice non protagonista” hanno vinto l’82enne Christopher Plummer per Beginners (è l’attore più anziano a ricevere il premio) e la grassoccia ed esilarante Octavia Spencer per The Help.

Per i premi restanti rimando a questo link.

La citazione d’oro

Vincendo senza pericolo, si trionfa senza gloria. – Il tulipano d’oro

Leonardo Live: l’arte a misura di grande schermo

Mozzafiato. Così The Telegraph ha definito la mostra “Leonardo da Vinci: pittore alla corte di Milano” allestita alla National Gallery di Londra. Un giudizio pienamente condivisibile da tutti coloro che hanno potuto vedere “Leonardo Live”, film-evento proiettato via satellite Hd da Londra in circa 80 sale cinematografiche sparse in tutta Italia. Un’opera magnetica, che ipnotizza e coglie in estasi, che ci lascia a bocca aperta come bambini di fronte all’arrivo di Peter Pan. Un magnetismo sibillino che scaturisce con forza dalle opere mostrate, frutto del sommo genio del Rinascimento: Leonardo da Vinci.

Traghettati dal giornalista d’arte Tim Marlow, il cui peregrinare, nelle primissime sequenze, per le sette sale della mostra porta inevitabilmente il nostro pensiero ad Arca russa di Sokurov (come dimenticare il vagare dell’uomo invisibile e del diplomatico francese nell’Hermitage di San Pietroburgo), c’imbattiamo in opere di bellezza abbagliante e senza tempo: La Dama con l’ermellino, il San Gerolamo, la Madonna Litta. Ma anche il Salvator Mundi, Il Musico, il Cartone del Burlington House e una copia dell’Ultima Cena. Opere distanti tra loro centinaia e centinaia di chilometri si ritrovano sotto lo stesso tetto in un’esplosione di meraviglia e incanto. E’ così che lo spettatore moderno può vedere anche ciò che lo stesso Leonardo non ha mai potuto vedere: una di fronte all’altra le due versioni, di Londra e di Parigi, della Vergine delle rocce. E le opere ci guardano e si guardano, proprio come la Belle Ferronnière squadra severa e minacciosa la Dama con l’Ermellino. Restiamo imprigionati in un triangolo di sguardi che disorienta e rende impotenti, piccoli, stupefatti di fronte a tanta magnificenza.

Si potrebbe contestare: ma la mostra dal vivo è un’altra cosa! Ma il cinema, come protesi dell’arte, ha due punti di forza: la dimensione e il dietro le quinte. La mdp entra nelle sale con umiltà, rispetto, devozione e stupore. Più volte i critici d’arte intervistati sottolineano l’importanza dell’osservare con attenzione le opere da una prospettiva ravvicinata (e anche qualcosa di più), per coglierne l’essenza. La mdp scorre sulle pitture di Leonardo con dolcezza materna, riflessiva, angelica, e ci pone in risalto, con piani ravvicinatissimi, i dettagli che ad occhio nudo perderemmo. Inoltre il grande schermo ha il potere di mostrarci tutto “all’ennesima grandezza”, portandoci al cospetto di quel Sublime (in senso kantiano) che affascina e terrorizza. E poi c’è il backstage, che si concentra sul lavoro di restauro della Vergine delle rocce, sulla creazione delle cornici, sugli allestimenti di sala con la “fase cartacea”.

Insomma, “Leonardo Live” non è solo né semplicemente un documentario (come tanti altri), e non è lontanamente paragonabile ad un servizio televisivo. “Leonardo Live” è qualcosa di più, è un’opera d’arte nella quale il cinema si fa davvero abbraccio e contenitore di tutte e sei le arti che lo hanno preceduto nel tempo.

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“Poker Generation”: il Texas Hold’Em sbarca nel cinema made in Italy

“La vita è come una partita di poker. E’ cinica come lo è il tavolo”. Con questo slogan a presa rapida viene annunciata l’uscita del film made in Italy Poker Generation, diretto dall’esordiente Gianluca Mingotto (un passato da fotografo e autore di video e backstage) e interpretato da un manipolo di promettenti e giovani attori nostrani. Nelle sale italiane dal 16 marzo, porta sul grande schermo, per la prima volta in Italia, la nuova frontiera del poker: il Texas Hold’Em.

Non è quindi il solito ed ennesimo film sul gioco di carte più astuto del mondo, ma ci si sporge sulla sua versione 2.0. Una pellicola che fa tesoro di grandi precedenti italiani (si pensi a Regalo di Natale e il sequel Rivincita di Natale di Pupi Avati) e, allo stesso tempo, ha il coraggio di allungare il collo e le mani sul manto verde del “nuovo”, verso un genere che guarda all’America pur restando coi piedi in Italia.

Tra altri illustri precedenti ci tengo a ricordare il validissimo, ma poco fortunato, Tris di donne & abiti nuziali di Vincenzo Terracciano e il ben più scarso Il cartaio di Dario Argento, che però quantomeno ci conduceva nel folle mondo di un assassino che sfida la polizia ad una partita di poker via chat la cui posta in palio è la vita di una ragazza.

Ma torniamo su Poker Generation. Tratto da una storia vera, si racconta di due fratelli siciliani: Tony (Andrea Montovoli) e Filo (Piero Cardano). Il primo è un fan(atico) dei film alla Scarface sulla malavita d’oltreoceano e sogna di diventare un giocatore di poker professionista. Il secondo è un genietto scostante e chiuso in se stesso, che analizza il mondo circostante con fare ossessivo e maniacale. Due caratteri opposti, due vite diverse, unite però da una missione comune: trovare i soldi necessari per pagare le cure della sorellina gravemente malata. Faranno così il loro ingresso nelle poker room per sfidare il destino, la povertà e la malattia a suon di showdown.

Girato al Casinò Portomaso durante il Malta Poker Dream, il film vede nel cast moltissimi giovani (tra cui l’ex gieffina Francesca Fioretti e Eros Galbiati, che ricordiamo maturando in Notte prima degli esami) supportati dall’indiscussa esperienza attoriale di Francesco Pannofino (il Renè Ferretti di Boris) e Lina Sastri (Baarìa).

Stando al trailer, si preannuncia un film avvincente, cupo, a tratti noir, che nel montaggio incarna la tensione del tavolo da gioco. Un’opera che quindi ha a disposizione tutte le carte (vincenti) per convincere il grande pubblico. Considerando poi il crescente successo che in Italia stanno avendo in questi ultimi anni i Texas Hold’Em, mi auguro che Poker Generation possa davvero fare scala reale al botteghino.

“Paradiso amaro”: la recensione

The Descendants di Alexander Payne, con George Clooney, era senza dubbio attesissimo al 29esimo Torino Film Festival. Stiamo parlando del director di About Schmidt (che valse a Jack Nicholson la nomination all’Oscar come miglior attore protagonista) e Sideways (Oscar come miglior sceneggiatura non originale). In questo caso il divo eletto è George Clooney e il plot è tratto dal romanzo “Eredi di un mondo sbagliato” di Kaui Hart Hemmings. Ma non tutte le ciambelle riescono col buco. The Descendants è una ciambella senza buco, un bombolone sodo, un passo falso… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI