Direttamente dal canale YouTube di Onesto e Spietato (clicca QUI), ecco la videorecensione del film The Help. Buona visione! E mi raccomando: commentate, commentate, commentate!
Direttamente dal canale YouTube di Onesto e Spietato (clicca QUI), ecco la videorecensione del film The Help. Buona visione! E mi raccomando: commentate, commentate, commentate!
Avete presente le “catene”? Ovvero quelle serie di messaggi che quando eravamo ragazzetti ci arrivavano sul telefonino e si concludevano con una cosa che suonava in sostanza così “o lo fai o morirai!”? Ecco le odio.
The Versatile Blog Award è però una catena sui generis, assolutamente da sostenere! E’ un’idea davvero originale, mezzo curioso ed efficace per conoscersi tra blog e blogger nell’infinito mare di Internet.
Innanzitutto ringrazio Antonella di Ho voglia di cinema per avermi premiato! Grazieeee!!!
Sono quindi 2 le regole del The Versatile Blog Award:
1 – Elencare 7 cose che ci riguardano di persona, con lo scopo di parlare un po’ di sé
2 – Premiare altri 15 blogger e comunicarglielo con un commento
Dunque, ecco 7 cose che mi riguardano:
1 – Adoro andare in bicicletta e adoro l’inverno. E le due cose sono compatibili. Difatti mi piace il vento ghiaccio in faccia, le mani fredde pur protette dai guanti, ecc. Forse sono masochista? Chissà, forse un pochino sì…
2 – Ho una collezione di quasi 300 vhs di film registrati rigorosamente alla Tv… ragazzi, il fascino del nastro è indiscutibile… lunga vita a quelle che un tempo chiamavamo “cassette”!
3 – Nonostante sia onesto e spietato nel giudizio, il mio animo è più “tenero” di quello che si pensi… infatti più “invecchio” più ho la semi-lacrimuccia facile… una scena su tutte? Il finale de La vita è bella mi strugge come un cremino al sole…
4 – Mi piace dormire in ogni sua forma: pisolino, riposino, sonnellino, ecc. Il letto è una calamita…
5 – Sono lunatico. Anzi no. Invece sì, lo sono. Lo vedete che sono lunatico! ![]()
6 – Avrei voluto vivere nel Rinascimento e forse è per questo che adoro la città dove sono nato e vivo, Firenze.
7 – Leggo troppo poco. Dovrei leggere mooolto di più!
Ma veniamo ora ai 15 blog che premierò. Sono in ordine sparso…
And the winner is…
2 – C’era una volta il cinema 2.0
3 – Effetto Notte
7 – ContactCinema
10 – …ma sono vivo e non ho più paura!
11 – Cooking Movies
12 – Il blog del mestiere di scrivere
13 – Cinemagnolie
15 – Solaris
Cominciano oggi a Udine le riprese del nuovo, e già discusso, film di Marco Bellocchio, Bella Addormentata, ispirato al dramma di Eluana Englaro. Onesto e Spietato rende omaggio al grande regista con una breve analisi della sequenza finale del suo capolavoro Buongiorno, notte. Buona lettura!
Hanno ammazzato Aldo, Aldo è vivo. Parafrasando il verso di una nota canzone di De Gregori, Marco Bellocchio mette in scena, nel quadruplo finale, la convivenza degli opposti: sogno e realtà. Un binomio inscindibile. L’ostaggio si alza, indossa il cappotto e, in un plumbeo esterno dal sapore periferico, tira la porta verso la libertà. L’ostaggio ha gli occhi bendati e si avvia al patibolo scortato dalla follia di un’ideologia marcia e zoppicante. Accompagnate da assordanti Pink Floyd, sgranate immagini televisive illustrano i funerali del celebre democristiano con una carrellata di politici direttamente o indirettamente conniventi col fattaccio di via Caetani. Moro se ne va bello bello sotto una leggera pioggerellina fino ad uscire dal quadro sulle note di un brioso Schubert.
Sogno o son desto? Lo spettatore, trasportato sequenza dopo sequenza da un sibillino onirismo, perde la bussola. Bellocchio si diverte a mischiare le carte, a confonderci e farci sospirare. Ma la sentenza è una, e antistorica: Moro è vivo. La realtà ci racconta ben altro, ma una volta tanto la spunta l’immaginazione. Quantomeno nella dimensione filmica. Semplicemente e senza condizioni.
La sequenza intera a questo link.
Quella che vedete qui sopra è la locandina del film Shame di Steve McQueen, censurata in Ungheria. Un’immagine che non lascia spiragli a misunderstanding, di sicuro effetto (nei plurimi significati del termine), che è portatrice di shock e provocazione. Ma aldilà e prima dei soliti commenti “che schifo!”, “vergogna”, ecc., che comunque sia sono rispettabili, vorrei fare delle considerazioni a monte.
La prima è: se in Ungheria una casa di distribuzione fa una scelta così “spudorata”, è perché sono degli intrepidi solitari folli e in parte kamikaze o perché in Ungheria è lecito sperare che una locandina del genere possa vivamente essere accettata? In Italia sarebbe impensabile solo l’idea! Inoltre siamo così bravi da auto-censurarci preventivamente. E facciamo presto a stracciarci le vesti, basta considerare i polveroni intorno ai contenuti veri o presunti imputati ad ACAB di Sollima o Diaz di Vicari.
E una scelta del genere, sull’indole degli Ungheresi, ci fa dire: “Sono avanti!” oppure “Che perversi!”? E in questo contesto possiamo provare stima o ribrezzo per la (sconfinata e libera) creatività di un “illuminato” Art Director dell’est Europa? E noi italiani, nel giudicare negativamente questa locandina, siamo bigotti e puritani o “semplicemente nella norma” del buongusto?
Ok, questa locandina è stata censurata, quindi a perso la sua battaglia (ma ne siamo sicuri?). Ma se fosse un cavallo di Troia a tutela della creatività? Certo è che gli Ungheresi non temono davvero nulla…
Sono stati consegnati i premi dell’edizione 2012 del Sundance Film Festival, la kermesse più prestigiosa per quanto riguarda il cinema indipendente americano ed internazionale. Prima di scendere nel particolare di alcuni premi, ricordiamo che nei dieci giorni di festival (19-29 gennaio, Park City, Utah) sono stati presentati 117 lungometraggi, film di vario genere provenienti da 30 Paesi diversi e 45 pellicole di registi esordienti. E ancora: 24 i film in concorso, 64 le prime assolute, così come 64 sono stati i cortometraggi presentati. “Il livello mostrato nelle varie sezioni del festival è stato impressionante” ha dichiarato il direttore John Cooper. Ma zoomiamo sui vincitori… continua a leggerlo su www.cinemaerrante.it cliccando QUI
Steven Spielberg e la Warner Bros sembrano aver raggiunto un accordo in merito al coinvolgimento del regista di War Horse (nelle sale italiane dal 17 febbraio) per la realizzazione di Gods and Kings, kolossal sulla figura biblica di Mosè. Ma non sarà una fotocopia de I dieci comandamenti di Cecil B. DeMille del 1956. Ma una versione bizzarra, sui generis, sicuramente epica, ma anche molto cruda e realistica… continua a leggerlo su www.cinemaerrante.it cliccando QUI
Dal canale YouTube di Onesto e Spietato (clicca QUI) la videorecensione del film La chiave di Sara. Attendo i vostri commenti! Buona visione!
Partorito dalla giovanissima Marechiarofilm, Il pranzo di Natale è il primo grande caso di film partecipato (e partecipativo) made in Italy. Un genere “democratico” e collettivo, che profuma di nuovo e innovativo nel panorama (spesso piatto) del cinema nostrano.
Pioniera di questa piccola grande impresa è Antonietta De Lillo, che ha riunito “alla sua corte” (e non a quella della rivoluzionaria Eleonora Pimentel De Fonseca, protagonista del suo Il resto di niente) una trentina di autori, tra aspiranti videomaker e registi professionisti, con lo scopo di elaborare un affresco “sociologicamente esatto” della nostra Italia, ponendo tutti sotto il tetto/tema del Natale.
Famiglia che vai, Natale che trovi. E così, in un (re)mix che si configura come unicum unitario e sfaccettato, si fondono fonti eterogenee: vecchi, sgranati e traballanti filmini di famiglia prelevati dall’archivio bolognese Home Movies, ben più nitidi “reportage domestici” dei Natali presenti, interviste a gente comune presso le stazioni ferroviarie di alcune città italiane. A questi materiali si alternano periodicamente le riflessioni nostalgiche di Piera degli Esposti, che, più che fare da collante, lancia suggerimenti e input, dettando il respiro della pellicola e facendoci prendere fiato dalla coinvolgente full immersion di gente comune desiderosa di raccontarsi.
A livello contenutistico conosciamo Natali a colori e in b/n, rosei e “neri”, precari come il lavoro dei manifestanti che chiedono a Papà Natale un futuro (migliore) e ingenui come quelli dei bambini in fervente attesa del dì di festa, tristi e soli come quelli di molti anziani e quelli compitamente gioiosi di comunità dell’est Europa.
Tra nostalgia del tempo che fu e consapevolezza del tempo odierno, si procede per associazione d’idee, saltando a zig zag tra emozione, musica, cronologia. Il risultato è un intrigante blob ghezziano meno ironico e più riflessivo, un mosaico che, tramite un uso ostentato dello splitscreen (che diventa cifra stilistica) apre e chiude tante piccole finestrelle di “cinema del reale” su gioie e dolori, sogni e disincanti del Belpaese e dei Belpaesani. Il tutto con occhio curioso e rispettoso, vigile e sincero.
Pranzo di Natale che non è quindi solo spunto tematico, ma metafora di riscoperta del cinema come grande tavolata alla quale ci si siede per fare della condivisione e della comunione un nuovo punto di forza e di (ri)partenza. Il confronto tra “giovani” (gli aspiranti videomaker provenienti dal web) e “vecchi” (nel coordinamento artistico figurano nomi illustri come Massimo Gaudioso, Giovanni Piperno, Stefano Rulli e Marco Turco) è salutare, fecondo, segno di speranza.
Insomma, Il pranzo di Natale di De Lillo&Co. è un tentativo valido e riuscito, un’opera da maneggiare con cura, sintomo di un cinema che, facendo leva sul web e la (com)partecipazione, riparte dalle idee e si riavvicina al pubblico/popolo. Una pagina nuova nel cinema italiano. Punto e a capo. Anzi, 2 punto zero.
Camera d’Or (miglior opera prima) a Cannes 2008, Hunger è il film-manifesto di un artista e cineasta da tenere d’occhio: Steve McQueen. Un’opera cruda, dura, che fa accapponare la pelle e sciaborda lo stomaco. Uno di quegli esordi potenti e prepotenti come se ne vedono pochi in giro. Sintomo di una cifra stilistica confermata dal successivo Shame, che ha inibito ed “eccitato” Venezia 2011.
Irlanda del Nord, 1981. Nel carcere di Maze, i detenuti dell’IRA (Irish Republican Army) vogliono essere riconosciuti dal governo inglese con lo status di prigionieri politici, oltre che veder rispettati i diritti elementari dell’uomo. Ma l’istituzione fa orecchi da mercante e continuano ad essere (mal)trattati come cani selvatici denutriti e bastonati. Così danno origine alle proteste “della coperta” e “dello sporco”. Tutto tace, finchè Bobby Sands (Michael Fassbender) decide di dare inizio ad un lungo sciopero della fame. Sarà il primo di 9 morti…
Hunger è un’opera artistica completa, variegata e composita a livello tecnico, che non dimentica l’emozione. Un’opera che coinvolge tutti e cinque i nostri sensi. In primis, è scontato, la vista. Ma non solo perché il cinema è in prima battuta sguardo, ma perché McQueen è Cinema. Il regista londinese sa cosa farsene della mdp. Con eclettismo e consapevolezza ne fa un uso maturo e mirato, che non lascia niente al caso, ma punta tutto sul coinvolgimento dello spettatore. E’ così che sfuoca e rifuoca i volti, che palesa la sua presenza di fianco a carcerati e agenti penitenziari ricevendo “in faccia” sgabelli e schizzi d’acqua insanguinata, che ondeggia come un diabolico pipistrello nel “lazzaretto” di Bobby mentre la fine si avvicina, che giustappone uno di fianco all’altro piani ravvicinat(issim)i e campi lunghi geometrici, ortogonali, asettici. Convivenza degli opposti che ritorna poi nel montaggio. Quest’ultimo è forsennato, spezzato e claudicante nelle scene di punizione corporale, inesistente nel lunghissimo pianosequenza (della durata di più di 20 minuti) a macchina fissa tra Bobby e il cappellano del penitenziario. Steve McQueen non ha fretta, ci invita ad attendere, osservare, partecipare morbosamente. Ci sfida, fino a generare in noi, suo fine primario nei nostri confronti, un fastidio che prude nell’anima.
La vista è quindi porta d’accesso verso gli altri sensi.
Come in una sorta di imprigionato 4D, il secondo senso colpito è il nostro olfatto. Tramite la dimensione visiva, percepiamo il cattivo odore di una cella con i muri cosparsi di poltiglia, sbobba organica alimentare, come in un quadro appartenente al cubismo sintetico. La mdp scorre in soggettiva sulle pareti, forzando la nostra “immedesimazione”. Allo stesso modo percepiamo l’aspro e asciutto fetore di scodelle di urine rovesciate, al momento stabilito, in un corridoio che non conosce luce del sole.
Colpite le narici, attacca il gusto. Quasi sentiamo sulle labbra il sapore-non-sapore di un cibo immangiabile, così come la salata dolcezza del sangue che esce da un labbro spaccato da una manganellata.
E’ poi il momento del tatto, coinvolto nella manìa che il regista britannico ha per i dettagli. Il fiocco di neve che s’adagia su una mano con nocche e giunture sbucciate a suon di pugni “vuoti” su spigoli murari, il moscone (simbolo di libertà agognata) che tranquillo si posa e poi sfugge dalla mano del detenuto, una piuma che “galleggia” nell’aria come un petalo che si stacca da una rosa/vita moribonda, le piaghe sulla schiena di Bobby sulle quali si spalma una pomata bianca e dolorosa.
Infine, ultimo ma non ultimo in ordine d’importanza, anzi tutt’altro, è l’udito. Sin dalla prima sequenza, notiamo la straordinaria attenzione che McQueen dedica al sonoro, al suo studio, al suo effetto sullo spettatore. E’ invasivo, aggressivo, netto, tagliente, roboante, cassa di risonanza anche dei gesti più silenziosi (come il ronzio del neon acceso o la mano del prigioniero che striscia sulla camicia mentre cerca di sbottonarla di fronte alla grigia presenza di guardie immobili). Di musica ce n’è ben poca traccia.
Dal punto di vista contenutistico, sono due gli elementi più interessanti da segnalare.
Il primo è la componente cristologica nel “martirio” di Bobby e dei suoi “discepoli”. Le guardie trascinano i corpi dei detenuti come pelli di leone, mazzuolano con veemenza come in attesa di una “corona di spine”, riportano in cella le loro membra esauste con braccia “in croce” come dimenticati Christus patients o in collo come sdivinizzate Pietà.
Il secondo è, pur di fronte a tutta questa disumanità dei gesti, la profonda umanità che si riserva per ogni categoria umana messa in scena. Non solo, come è scontato che sia, verso i detenuti. Ma anche verso un agente penitenziario che teme di uscire di casa ogni santa mattina e che, rassegnato e solo, immerge in acqua gelida le mani dilaniate. Oppure verso un militare che piange e si pente delle manganellate e urla lanciate nel furore della repressione poco prima portata a termine. E’ un’umanità dolorosa, sofferente, vinta e sconfitta dal sistema, che merita perdono. Le tinte più nere spettano alle istituzioni, personificate dai discorsi parlamentari di Margaret Thatcher, donna d’acciaio che condanna chi fomenta tensioni sociali solo in nome dei diritti elementari.
Infine, è grande e grandiosa la performance attoriale e fisica (nel senso letterale del termine) di Michael Fassbender. Una prova sentita e amata, che giunge fino alle viscere dello spettatore.
Leggilo anche su www.cinemonitor.it
Sono uscite le nomination per gli Oscar 2012. E salta subito agli occhi come i super quotati siano Hugo Cabret con 11 nomination e The Artist con 10. Le stauette saranno consegnate il 26 febbraio. E’ quindi ora giunto il momento di commentare le cinquine (e in alcuni casi qualcosa di più), azzardando vincitori o quantomeno lanciare nella corsa e difendere il proprio candidato preferito. Vediamo ciascuna delle principali categorie, con commento a seguire.
Miglior film
- The Artist
- The Descendants – Paradiso amaro
- Molto forte incredibilmente vicino
- The Help
- Hugo Cabret
- Midnight in Paris
- Moneyball – L’arte di vincere
- The Tree of Life
- War Horse
Senza dubbio il mio candidato è The Artist (ri-leggi la mia recensione). Stiamo parlando di miglior film, cioè di una pellicola che, nella sua complessità di opera d’arte composta da più fattori (regia, attori, colonna sonora, emozione, fotografia, ecc.), sia la più completa. A The Artist non manca nulla… forse qualche pensiero potrebbe darglielo Hugo Cabret… ma non è detto…
Miglior regista
- Michael Hazanavicius (The Artist)
- Alexander Payne (The Descendants – Paradiso amaro)
- Martin Scorsese (Hugo Cabret)
- Woody Allen (Midnight in Paris)
- Terrence Malick (The Tree of Life)
Qui la sfida è tra il grande vecchio del cinema newyorkese (Scorsese) e il grande sborone texano (Malick). Spero vinca il primo, ma ho una grande paura che la spunterà il secondo…
Migliore attore protagonista
- Demián Bichir (A Better Life)
- George Clooney (The Descendants – Paradiso amaro)
- Jean Dujardin (The Artist)
- Gary Oldman (Tinker Tailor Soldier Spy – La talpa)
- Brad Pitt (Moneyball)
Credo non ci sia gara… la statuetta è di Jean Dujardin, senza se e senza ma…
Migliore attrice protagonista
- Glenn Close (Albert Nobbs)
- Viola Davis (The Help)
- Rooney Mara (The Girl With The Dragon Tattoo – Uomini che odiano le donne)
- Meryl Streep (The Iron Lady)
- Michelle Williams (My Week With Marilyn)
Tra questi film ho visto solamente The Help, la prova di Viola Davis è importante ma un po’ barocca e stucchevole… ho quindi l’impressione che Meryl Streep arriverà, dopo la vittoria ai Golden Globe, a stringere una nuova statuetta dorata…
Migliore attore non protagonista
- Kenneth Branagh (My Week With Marilyn)
- Jonah Hill (Moneyball)
- Nick Nolte (Warrior)
- Christopher Plummer (Beginners)
- Max von Sydow (Molto forte incredibilmente vicino)
Non ho visto nessuno di questi film, quindi non oso pronunciarmi…
Migliore attrice non protagonista
- Bérénice Bejo (The Artist)
- Jessica Chastain (The Help)
- Melissa McCarthy (Bridesmaids – Le amiche della sposa)
- Janet McTeer (Albert Nobbs)
- Octavia Spencer (The Help)
E qui cari miei, non ho dubbi. So che la scelta è ardua e andrò controcorrente. La performance di Berenice Bejo è sexy e celestiale, quella di Octavia Spencer (forte anche della vincita del Golden Globe) è bizzarra e spassosa, ma quella di Jessica Chastain è divina! Sicuramente il personaggio più bello e complesso di The Help, una prova sfaccettata, puntuale, smodata e calibrata allo stesso tempo. Forza Jessica!!
Miglior film d’animazione
- A cat in Paris
– Chico & Rita
– Kung Fu Panda 2
– Puss in Boots – Il gatto con gli stivali
– Rango
Ho visto solo Il gatto con gli stivali e l’ho trovato davvero mediocre, fragile, da sbadiglio. Sugli altri non mi pronuncio…
Miglior film straniero
- Bullhead di Michael R. Roskam (Belgio)
- Monsieur Lazhar di Philippe Falardeau (Canada)
- A Separation di Asghar Farhadi (Iran)
- Footnote di Joseph Cedar (Israele)
- In Darkness di Agnieszka Holland (Polonia)
Oramai lo sostengo da mesi e mesi… di certo non lo abbandono adesso… Una separazione! Asghar Farhadi se lo merita tutto!
Miglior sceneggiatura originale
- The Artist (di Michel Hazanavicius)
- Bridesmaids – Le amiche della sposa (di Annie Mumolo e Kristen Wiig)
- Margin Call (di J.C. Chandor)
- Midnight in Paris (di Woody Allen)
- A separation (di Asghar Farhadi)
Punto tutto su Una separazione!
Per le restanti cinquine rinvio al seguente link: QUI
E voi in chi sperate? Chi volete che vinca la tanta bramata statuetta dorata? Chi sono i vostri candidati? Confrontiamoci!