Midnight in Paris di Woody Allen, con Owen Wilson e Rachel McAdams, ha il sapore di una deliziosa fiaba senza tempo. Gil è uno sceneggiatore hollywoodiano che aspira ad essere scrittore. Proprio come Cenerentola veniva continuamente vessata dalla matrigna e dalle sorellastre, lui lo è dalla futura moglie Inez e dagli irritanti genitori di lei, tutti insieme “appassionatamente” in vacanza a Parigi. Ma se per la bella schiavetta a mezzanotte l’incantesimo magico svaniva, per Gil si avvera. Alla coincidenza delle lancette si ritrova improvvisamente nella fiorente Paris degli anni Venti. Lì incontrerà le più fervidi menti artistiche del tempo: da Pablo Picasso a Ernest Hemingway, da Scott Fitzgerald a Gertrude Stein, da Salvador Dalì a Luis Bunuel… continua a leggerlo su www.cinemaerrante.it cliccando QUI
TFF 2011 – Miracolo a Le Havre: la recensione
29 novembre 2011Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki, evento speciale in apertura del 29esimo Torino Film Festival, è una favola antica e moderna colma di speranza. Marcel è un lustrascarpe che conduce una vita onesta destreggiandosi tra il lavoro, gli “aperitivi” al pub all’angolo, la tacita compagnia della cagnetta Laika, gli amici della strada sotto casa e la silenziosa mogliettina Arletty. Ma un giorno quest’ultima si ammala gravemente e un bambino immigrato dall’Africa, approdato in Francia in un container e sfuggito alla polizia, piomba nella sua vita. E tutto cambierà… continua a leggerlo su www.cinemaerrante.it cliccando QUI
“La kryptonite nella borsa”: tanto carino quanto insipido…
26 novembre 2011Tanto carino, quanto inutile. Né carne né pesce, classico film che vorrebbe parlar di tutto e invece non parla proprio di un bel niente. Tentativo moscio di “nuovo realismo” italiano ambientato nei mitici anni Settanta. Ma non bastano pantaloni a zampa d’elefante, pareti tappezzate in giallastro, golfini vintage a collo alto e quant’altro per fare primavera.
La sceneggiatura mischia i personaggi in una ribollita che, come diceva mia nonna, “per buona l’è cattiva e per cattiva l’è buona”. C’è il matto che si crede Superman, la figlia zoccoletta e hippie, il padre fedifrago, la madre depressa che, ovviamente (e questo non si può catalogare come spoiler!) cadrà nelle braccia dell’affascinante psicologo, ecc. C’è posto per tutti, ma sono pezzi non ben assemblati fra loro.
La stessa sequenza iniziale, con una voce fuoricampo campata in aria che poi non ritorna mai in seguito, dimostra questa confusione d’idee. Si dice che sarà raccontata la storia di un bambino brutto, solo e con gli occhialoni, di un grullo del quartiere partenopeo che si crede un supereroe mantellato, di una famiglia fuori dagli schemi canonici. Insomma, non c’è un tema preciso. E’ una dichiarazione di intenti che vorrebbe incuriosirci, ma alla fine della fiera denuncia una carenza di idee, per di più frullate male. Anche nella regia si nota una non totale convinzione. C’è un sentimento di asetticità, lontananza emotiva, come di chi legge un libro al figlioletto malato con fare disattento.
Per quanto riguarda gli attori possiamo solo dire “bravi!” a tutti. In particolare spicca la prova di Libero De Rienzo, che vorremmo vedere più spesso sul grande schermo in performance bizzarre e leggiadre alla Santa Maradona (indimenticabile! Recuperatelo!).
Insomma, La kryptonite nella borsa è, ripeto, piacevole, godibile, si fa vedere strappando qualche risata qua e là. Ma non incensiamolo come new cinema italiano. Perché potrebbe tranquillamente essere trasmesso in Tv…
Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole: quando la musica è unidad popular
25 novembre 2011Il pueblo cileno è davvero unido agli Inti-Illimani. Popolo, band e Storia recente del Paese sudamericano sono una cosa sola. E’ questo il messaggio che, forte e chiaro, emerge dal documentario realizzato dall’accoppiata Francesco Cordio e Paolo Pagnoncelli sulla storica band andina. Un escursus dagli anni Settanta ad oggi, passando per l’esilio (1973-1988) in Italia durante la dittatura di Pinochet e il ritorno trionfale in patria, l’avvicendarsi di vecchi e nuovi membri del gruppo e l’immutabile legame affettivo (e non solo) col popolo latino. Storia di una band che, come una fenice, si rinnova e rinasce, che fa tesoro del passato e guarda al futuro, scavalcando l’immagine stereotipata e leggendaria tutta poncho e pugni alzati.
Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole pone esplicitamente e volontariamente l’accento, o forse sarebbe meglio dire la tònica, sulla dimensione musicale della band, e molto meno sulla componente politica. Ci si concentra su Jorge Coulon&Co. con piani ravvicinati, visivi e narrativi, tramite interviste e presentazioni genuine, quasi improvvisate. I volti del popolo cileno rimangono sullo sfondo, visibili solo in brevi e radi spezzoni di repertorio e riprese live di concerti di piazza. Nonostante questo, la loro anima e il loro sentire nazionale sfondano verso il primo piano emozionale dello spettatore. Commoventi e coinvolgenti le fuggevoli sequenze in cui giovani fan della band, cantando con trasporto quasi romantico la loro canzone del cuore, dimostrano davvero di godere e incarnare quei ritmi di flauti e maracas, quei suoni dolci e sinuosi. E questo, verace e innamorato, è quel popolo che “negli anni proibiti” comprava i loro dischi clandestinamente chiedendo di “altro genere di musica” ai mercatini delle pulci e che ama gli Inti-Illimani più dei Pink Floyd. Un legame così a doppio filo che gli stessi membri della band, trovatisi di fronte ad un possibile scioglimento, hanno optato per continuare a suonare e cantare insieme, perché gli Inti-Illimani sono del popolo, sono patrimonio del popolo.
Un film a tesi dunque, una sorta di saggio breve cinematografico che si concentra e circoscrive intorno alla portata di unidad popular della band. Una tematica delimitata, forse anche troppo, ma certamente sintomo di una scelta forte, che esprime personalità e coraggio da parte dei due registi. Una scelta scivolosa, che espone a critiche di parzialità, ma allo stesso tempo sfugge alle accuse di generalismo. Detto questo, la pellicola ha le sue smagliature, lentezze e lunghezze (qualche minuto in meno non sarebbe certo guastato). La struttura intervista-concerto-intervista –concerto alla lunga stanca, si fa ripetitiva, e si sente la mancanza di qualche colpo di coda o cambio di respiro. Peccati tecnici veniali in fin dei conti. E quindi perdonabili. Perché Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole è un documentario sentito, di cuore e di pancia, che ci ricorda come la musica sia portatrice di cultura e libertà, chioccia di radici e Memoria, spina nel fianco del Potere e fonte d’identità nazionale.
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“Falene”: taralli a Paris in un noir grottesco e indipendente
23 novembre 2011Se ne stanno lì, in giacca e cravatta, sotto un lampione del porto di Bari, a parlare di tutto e niente, del più e del meno, passando senza soluzione di continuità da puttane redente a cefali e spigole, da Jacques Prevert a Giuseppe Verdi, da amore fisico ad amore mentale, da “femmine fatte come femmine” a mani da (non) stringere ai parigini padroni di cani. Aspettando un Godot che arriverà e ne buscherà di santa ragione in nome di un’impresa infantile quanto irrinunciabile. Protagoniste due falene antropomorfe interpretate dalla strana e straordinaria coppia Totò Onnis e Paolo Sassanelli.
Scritto da Andrej Longo, Falene di Andres Arce Maldonado è un’opera che solo il cinema indipendente poteva partorire. Cinema della parola di forte impianto teatrale, Falene diverte, portandoci a ridere dell’assurdo e del surreale come raramente capita. Memorabile la sequenza in cui si progetta la vendita di “taralli” sui boulevard di Paris. Campo-controcampo e campi lunghi si alternano a zoomate improvvise sui volti dei due personaggi che, anche grazie all’ottimo montaggio di Gabriella Cristiani (premio Oscar nel 1987 con L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci), mischiano smorfie da tragedia greca a boccacce leonine, risate soffocate e liberatorie a dubbiosi sguardi in cagnesco. E sono i dialoghi a far da pradroni, per di più in un barese che rende tutto più grottesco ed esilarante, barese senza il quale saremmo a parlare di tutt’altro film (ben più noioso). Un non-contenuto che si fa contenuto, su un palcoscenico buio che puzza di pesce e che s’illumina sono nell’ultima sguarcio di film.
E’ proprio su Enzo e Tonino, ovvero Onnis e Sassanelli, che si regge l’intera opera. Una performance eccezionale, che colma le lacune di una regia ancora grezza, incerta. Maldonado serve i suoi attori, si affida a loro, alla loro abilità. Così bravi che talvolta ci sembrano recitare “a canovaccio”, liberi da una sceneggiatura stesa a tavolino, come trascinati da un’improvvisazione cosciente da comici dell’arte (dell’assurdo).
Nonostante quindi alcune inevitabili sbavature ed un finale che sa di raffazzonato con un improvviso quanto stonato turning point che tronca la vicenda, Falene è un film da sostenere, segnale di un cinema che sa abbandonare le vie battute per intraprendere quelle strette, ghiaiose, non asfaltate, faticose, che conducono a giardini meravigliosi destinati solo a pochi capitani coraggiosi. Onore quindi a Distribuzione Indipendente per aver intrapreso quest’avventura che, per fortuna, propone film-pecore nere in uno sterminato gregge di pecore bianche. Perché il nero, come quello indossato dalle falene, paradossalmente fa colore e brilla di luce (parigina) nel grigio piattume del cinema italiano di oggi. Quella luce che attrae Enzo e Tonino, ma anche tutti noi.
“Tous les soleils”: cronaca familiare all’italiana
19 novembre 2011Alessandro Regazzoni (Stefano Accorsi), 40 anni, vedovo, vive a Strasburgo, dove insegna musica barocca, e, come secondo impiego, legge romanzi ad anziani malati in un reparto ospedaliero. Con lui vivono la figlia, Irina, 15 anni, e il fratello Luigi (Neri Marcoré), da tempo scappato dall’Italia berlusconiana. Dalla morte della moglie non ne ha più voluto sapere di donne. Ma figlia e fratello tramano alle sue spalle, inconsapevoli che sarà il destino a portare il vento di un nuovo amore…
Dopo il drammatico Ti amerò sempre, Philippe Claudel si cimenta con la commedia. E fa centro. Tous les soleils è una piccola grande opera che diverte e fa riflettere. Senza mai calcare la mano, anzi con una leggerezza da acrobata, Claudel tratta i temi della distanza generazionale tra padre e figlia, il susseguirsi di vita e morte, amore indotto e amore inaspettato. Dimostra di conoscere bene i concetti di tempi comici e tempi del sentimento, alternando gli uni agli altri con attenzione e brio, conducendoci senza preavviso alla risata come ad un serena introspezione.
Questa fluidità ricorre anche nel passaggio, nei dialoghi, dal francese all’italiano, e viceversa. Ed è proprio nel rapportarsi con queste due lingue che emerge la bravura dei due protagonisti, italianissimi: Stefano Accorsi e Neri Marcorè. Il primo dà prova di essere tranquillamente a suo agio nella commedia. E la lingua francese, così dolce e addolcente, sfronda ogni sua battuta da toni mucciniani (che però ritornano prepotenti ogni qual volta ci siano da pronunciare battute in italiano). Il secondo è il motore comico della pellicola. E non poteva essere diversamente. Occhio stralunato, capello scompigliato, vestaglia al vento, animo rivoluzionario. Marcorè apre bocca e sdraia sistematicamente la platea. Memorabile la scena in cui la funzionaria statale cerca di spiegargli che la Francia non può accettarlo come rifugiato politico perché l’Italia, nonostante lui la pensi diversamente, è ancora una democrazia. Al loro fianco il resto del cast funziona maledettamente bene. A partire dalla piccola Irina (Lisa Cipriani), genuina in ogni gesto, sorrisetto, ma anche sfogo da adulta verso un padre oppressivo e antiquato. C’è poi una dolente ma composta Clotilde Courau, bravissima attrice e non solo moglie di Emanuele Filiberto, e un’elegante, aggraziata, poetica Anouk Aimée.
Ma di italiano ci sono anche citazioni cinematografiche. Su tutte la scena iniziale con Accorsi che “sfreccia” zigzagando in strada con il suo esile Solex è un omaggio al Nanni Moretti di Caro diario perennemente in vespa per le vie di Roma.
Finale un po’ troppo sdolcinato, prevedibile, in parte deludente. Ma è un male che si perdona facilmente. Questo perché Philippe Claudel è riuscito a confezionare un’opera gradevolissima, familiare, per tutti, che per novanta minuti ci fa mettere da parte i nostri problemi quotidiani. A ritmo di tarantella, per di più.
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Star Trek 2, riprese al via a gennaio 2012
17 novembre 2011Il 15 gennaio 2012 prenderanno il via le riprese del secondo episodio di Star Trek, diretto da quel genietto della settima arte che prende il nome di J.J.Abrams. Questa la data stabilita, pur non avendo ancora notizie certe in merito al titolo definitivo di questo sequel. Per quanto riguarda lo script, questo è completo, pronto per essere trasformato in immagine in movimento. Sappiamo che è un’opera a 6 mani. Infatti i creatori sono… continua a leggerlo su www.cinemaerrante.it cliccando QUI

Pubblicato da tronco88 































