Archivi del mese: novembre 2011

TFF 2011 – Midnight in Paris: la recensione

Midnight in Paris di Woody Allen, con Owen Wilson e Rachel McAdams, ha il sapore di una deliziosa fiaba senza tempo. Gil è uno sceneggiatore hollywoodiano che aspira ad essere scrittore. Proprio come Cenerentola veniva continuamente vessata dalla matrigna e dalle sorellastre, lui lo è dalla futura moglie Inez e dagli irritanti genitori di lei, tutti insieme “appassionatamente” in vacanza a Parigi. Ma se per la bella schiavetta a mezzanotte l’incantesimo magico svaniva, per Gil si avvera. Alla coincidenza delle lancette si ritrova improvvisamente nella fiorente Paris degli anni Venti. Lì incontrerà le più fervidi menti artistiche del tempo: da Pablo Picasso a Ernest Hemingway, da Scott Fitzgerald a Gertrude Stein, da Salvador Dalì a Luis Bunuel… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI

TFF 2011 – Miracolo a Le Havre: la recensione

Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki, evento speciale in apertura del 29esimo Torino Film Festival, è una favola antica e moderna colma di speranza. Marcel è un lustrascarpe che conduce una vita onesta destreggiandosi tra il lavoro, gli “aperitivi” al pub all’angolo, la tacita compagnia della cagnetta Laika, gli amici della strada sotto casa e la silenziosa mogliettina Arletty. Ma un giorno quest’ultima si ammala gravemente e un bambino immigrato dall’Africa, approdato in Francia in un container e sfuggito alla polizia, piomba nella sua vita. E tutto cambierà… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI

“Tower Heist”: riuscita action comedy corale che sa smarcarsi da pericolosi paragoni

Mettere due galli nello stesso pollaio è spesso un grosso rischio. Brett Ratner riesce invece nell’impresa con nonchalance. Le due prime donne Ben Stiller e Eddie Murphy non si pestano i piedi, anzi, s’inseriscono con disinvoltura e umiltà in una action comedy corale, di comprimari “d’alto livello” (Casey Affleck, Matthew Broderick, Michael Pena, Gabourey Sidibe). Ratner ha già dimostrato polso fermo nella trilogia di Rush Hour, quando ha avuto a che fare con due cavalli di razza come Jackie Chan e Chris Tucker. Per questa nuova avventura sceglie ancora una volta un bianco ed un nero, che, come in uno spot Ringo, vanno perfettamente d’amore e d’accordo. Per di più entrambi sono sbocciati e giunti alla notorietà dal palcoscenico del Saturday Night Live. Ma non c’è solo un’equa spartizione degli spazi filmici tra Stiller e Murphy. La pellicola scritta da Ted Griffin e Jeff Nathanson conduce la carriera dei due attori ad un giro di boa. Definitivo o parziale non possiamo dirlo, ma certamente evidente e da non perdere.

Ben Stiller mette da parte la sua faccia di gomma, si fa più fintamente e forzatamente serio e serioso, maledetto, western. Eddie Murphy idem per quanto riguarda le smorfie (concentrate in alcuni brevi stralci come la “gag epilettica” in auto appena uscito dal carcere o “l’atterraggio” della Ferrari al guinzaglio di ferro). Rinuncia addirittura a quel sorriso a 32 denti con risolino di fondo che è stato il suo cavallo di battaglia dai tempi di Una poltrona per due. Il primo sembra voler girare pagina rispetto ai soliti stilemi adottati nella trilogia dei Focker e alla demenzialità andante degli ultimi film da lui stesso diretti. Il secondo pare dire basta al trasformismo del Professore Matto, all’infantile comicità del Dottor Dolittle, agli insuccessi come Piacere Dave. Due serpenti che cambiano pelle. E fanno bene.

Ma torniamo su Brett Ratner. Il regista di The Family Man confeziona un’opera riuscita, che si svincola con agilità dal confronto scontato ed obbligatorio con Mission Impossible e Ocean’s Eleven. Tower Heist non è né l’uno né l’altro. Non c’è la folle imbrobabilità della saga che ha reso noto Tom Cruise, né l’ammaliante furbescheria che avvolgeva il film di Soderbergh. C’è un’umanità con i piedi per terra, che tenta un’impresa fuori dal reale con mezzi reali. E’ un genere diverso, in pieno stile con la trilogia interpretata da Chan e Tucker. C’è poi suspense, tensione, action di un director che fa tesoro delle precedenti esperienze come Red Dragon e X-Men Conflitto finale.

Dicevamo in apertura che è un film corale. Come in una vera “banda Bassotti”, ognuno fa la sua parte. Casey Affleck è brillante, di un timoroso comico tendente al vero, e riesce a plasmare un personaggio che si smarca da quello avuto, per l’appunto, in Ocean’s Eleven. Matthew Broderick torna sugli schermi italiani dopo il simpaticissimo The Producers del 2006. E’ un attore di cui sentivamo la mancanza. Michael Pena ha grosse capacità comiche. Gabourey Sidibe, dopo lo struggente Precious, mostra la sua vena scanzonata. Unica nota stonata è Tèa Leoni, poco credibile nei panni della glaciale agente Fbi dura e pura.

Insomma, Tower Heist è un film da vedere, a suo modo una piccola grande sorpresa. In tempi di crisi economica e frodi a non finire, tocca un tasto dolente della nostra società con fare leggero e rispettoso. E’ il nuovo colpo riuscito di Brett Ratner.

“La kryptonite nella borsa”: tanto carino quanto insipido…

Tanto carino, quanto inutile. Né carne né pesce, classico film che vorrebbe parlar di tutto e invece non parla proprio di un bel niente. Tentativo moscio di “nuovo realismo” italiano ambientato nei mitici anni Settanta. Ma non bastano pantaloni a zampa d’elefante, pareti tappezzate in giallastro, golfini vintage a collo alto e quant’altro per fare primavera.

La sceneggiatura mischia i personaggi in una ribollita che, come diceva mia nonna, “per buona l’è cattiva e per cattiva l’è buona”. C’è il matto che si crede Superman, la figlia zoccoletta e hippie, il padre fedifrago, la madre depressa che, ovviamente (e questo non si può catalogare come spoiler!) cadrà nelle braccia dell’affascinante psicologo, ecc. C’è posto per tutti, ma sono pezzi non ben assemblati fra loro.

La stessa sequenza iniziale, con una voce fuoricampo campata in aria che poi non ritorna mai in seguito, dimostra questa confusione d’idee. Si dice che sarà raccontata la storia di un bambino brutto, solo e con gli occhialoni, di un grullo del quartiere partenopeo che si crede un supereroe mantellato, di una famiglia fuori dagli schemi canonici. Insomma, non c’è un tema preciso. E’ una dichiarazione di intenti che vorrebbe incuriosirci, ma alla fine della fiera denuncia una carenza di idee, per di più frullate male. Anche nella regia si nota una non totale convinzione. C’è un sentimento di asetticità, lontananza emotiva, come di chi legge un libro al figlioletto malato con fare disattento.

Per quanto riguarda gli attori possiamo solo dire “bravi!” a tutti. In particolare spicca la prova di Libero De Rienzo, che vorremmo vedere più spesso sul grande schermo in performance bizzarre e leggiadre alla Santa Maradona (indimenticabile! Recuperatelo!).

Insomma, La kryptonite nella borsa è, ripeto, piacevole, godibile, si fa vedere strappando qualche risata qua e là. Ma non incensiamolo come new cinema italiano. Perché potrebbe tranquillamente essere trasmesso in Tv…

Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole: quando la musica è unidad popular

Il pueblo cileno è davvero unido agli Inti-Illimani. Popolo, band e Storia recente del Paese sudamericano sono una cosa sola. E’ questo il messaggio che, forte e chiaro, emerge dal documentario realizzato dall’accoppiata Francesco Cordio e Paolo Pagnoncelli sulla storica band andina. Un escursus dagli anni Settanta ad oggi, passando per l’esilio (1973-1988) in Italia durante la dittatura di Pinochet e il ritorno trionfale in patria, l’avvicendarsi di vecchi e nuovi membri del gruppo e l’immutabile legame affettivo (e non solo) col popolo latino. Storia di una band che, come una fenice, si rinnova e rinasce, che fa tesoro del passato e guarda al futuro, scavalcando l’immagine stereotipata e leggendaria tutta poncho e pugni alzati.

Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole pone esplicitamente e volontariamente l’accento, o forse sarebbe meglio dire la tònica, sulla dimensione musicale della band, e molto meno sulla componente politica. Ci si concentra su Jorge Coulon&Co. con piani ravvicinati, visivi e narrativi, tramite interviste e presentazioni genuine, quasi improvvisate. I volti del popolo cileno rimangono sullo sfondo, visibili solo in brevi e radi spezzoni di repertorio e riprese live di concerti di piazza. Nonostante questo, la loro anima e il loro sentire nazionale sfondano verso il primo piano emozionale dello spettatore. Commoventi e coinvolgenti le fuggevoli sequenze in cui giovani fan della band, cantando con trasporto quasi romantico la loro canzone del cuore, dimostrano davvero di godere e incarnare quei ritmi di flauti e maracas, quei suoni dolci e sinuosi. E questo, verace e innamorato, è quel popolo che “negli anni proibiti” comprava i loro dischi clandestinamente chiedendo di “altro genere di musica” ai mercatini delle pulci e che ama gli Inti-Illimani più dei Pink Floyd. Un legame così a doppio filo che gli stessi membri della band, trovatisi di fronte ad un possibile scioglimento, hanno optato per continuare a suonare e cantare insieme, perché gli Inti-Illimani sono del popolo, sono patrimonio del popolo.

Un film a tesi dunque, una sorta di saggio breve cinematografico che si concentra e circoscrive intorno alla portata di unidad popular della band. Una tematica delimitata, forse anche troppo, ma certamente sintomo di una scelta forte, che esprime personalità e coraggio da parte dei due registi. Una scelta scivolosa, che espone a critiche di parzialità, ma allo stesso tempo sfugge alle accuse di generalismo. Detto questo, la pellicola ha le sue smagliature, lentezze e lunghezze (qualche minuto in meno non sarebbe certo guastato). La struttura intervista-concerto-intervista –concerto alla lunga stanca, si fa ripetitiva, e si sente la mancanza di qualche colpo di coda o cambio di respiro. Peccati tecnici veniali in fin dei conti. E quindi perdonabili. Perché Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole è un documentario sentito, di cuore e di pancia, che ci ricorda come la musica sia portatrice di cultura e libertà, chioccia di radici e Memoria, spina nel fianco del Potere e fonte d’identità nazionale.

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“Falene”: taralli a Paris in un noir grottesco e indipendente

Se ne stanno lì, in giacca e cravatta, sotto un lampione del porto di Bari, a parlare di tutto e niente, del più e del meno, passando senza soluzione di continuità da puttane redente a cefali e spigole, da Jacques Prevert a Giuseppe Verdi, da amore fisico ad amore mentale, da “femmine fatte come femmine” a mani da (non) stringere ai parigini padroni di cani. Aspettando un Godot che arriverà e ne buscherà di santa ragione in nome di un’impresa infantile quanto irrinunciabile. Protagoniste due falene antropomorfe interpretate dalla strana e straordinaria coppia Totò Onnis e Paolo Sassanelli.

Scritto da Andrej Longo, Falene di Andres Arce Maldonado è un’opera che solo il cinema indipendente poteva partorire. Cinema della parola di forte impianto teatrale, Falene diverte, portandoci a ridere dell’assurdo e del surreale come raramente capita. Memorabile la sequenza in cui si progetta la vendita di “taralli” sui boulevard di Paris. Campo-controcampo e campi lunghi si alternano a zoomate improvvise sui volti dei due personaggi che, anche grazie all’ottimo montaggio di Gabriella Cristiani (premio Oscar nel 1987 con L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci), mischiano smorfie da tragedia greca a boccacce leonine, risate soffocate e liberatorie a dubbiosi sguardi in cagnesco. E sono i dialoghi a far da pradroni, per di più in un barese che rende tutto più grottesco ed esilarante, barese senza il quale saremmo a parlare di tutt’altro film (ben più noioso). Un non-contenuto che si fa contenuto, su un palcoscenico buio che puzza di pesce e che s’illumina sono nell’ultima sguarcio di film.

E’ proprio su Enzo e Tonino, ovvero Onnis e Sassanelli, che si regge l’intera opera. Una performance eccezionale, che colma le lacune di una regia ancora grezza, incerta. Maldonado serve i suoi attori, si affida a loro, alla loro abilità. Così bravi che talvolta ci sembrano recitare “a canovaccio”, liberi da una sceneggiatura stesa a tavolino, come trascinati da un’improvvisazione cosciente da comici dell’arte (dell’assurdo).

Nonostante quindi alcune inevitabili sbavature ed un finale che sa di raffazzonato con un improvviso quanto stonato turning point che tronca la vicenda, Falene è un film da sostenere, segnale di un cinema che sa abbandonare le vie battute per intraprendere quelle strette, ghiaiose, non asfaltate, faticose, che conducono a giardini meravigliosi destinati solo a pochi capitani coraggiosi. Onore quindi a Distribuzione Indipendente per aver intrapreso quest’avventura che, per fortuna, propone film-pecore nere in uno sterminato gregge di pecore bianche. Perché il nero, come quello indossato dalle falene, paradossalmente fa colore e brilla di luce (parigina) nel grigio piattume del cinema italiano di oggi. Quella luce che attrae Enzo e Tonino, ma anche tutti noi.