Archivi del mese: ottobre 2011

Una separazione: about Nader and Simin

Il vecchio padre malato d’Alzheimer stringe con forza il polso della nuora. E non lo molla. Interviene il figlio: “Papà lasciala, ti prego, lasciala…”. Un piano sequenza a macchina fissa dove non vediamo i volti dei personaggi, ma solo questo gesto, semplice, umano, intenso, colmo d’emozione. Il significato: questa famiglia non s’ha da sfasciare, se lascio la presa la famiglia salta. Con tutte le conseguenze del caso. Questa sequenza riassume il senso dello straordinario Una separazione di Asghar Farhadi, film che ha letteralmente saccheggiato il Festival di Berlino 2011.

Dopo About Elly, il regista iraniano torna ad indagare i rapporti familiari e sociali, analizzando con fare meticoloso quella terra di mezzo sita tra verità e menzogna. Lo fa attraverso personaggi reali, veri, nessuno è tutto buono o tutto cattivo. La vita non è una fiaba. E non lo è neppure Una separazione, capace di negarci non tanto l’happy ending (già in About Elly Farhadi non cede al “vissero tutti felici e contenti”), quanto un the end definitivo, netto. E tiene la suspense alta anche mentre scorrono i titoli di coda sullo sfondo di uno scarno corridoio giudiziario… Un finale aperto, di un sapore misto, indecifrabile, che si fa amare e odiare allo stesso tempo.

I punti in comune con About Elly sono molteplici. La regia, strabiliante, segue i personaggi come una suocera petulante tra le pareti di casa o un occhio pedinatore nelle strade e negli uffici. E denuncia la sua originalità sin dalla primissima scena: un prolungato piano sequenza a mdp ferma, come una (non) soggettiva del giudice, che osserva la bagarre tra marito e moglie. Una trovata tecnica di tono teatrale, che lascia il campo alla bravura dei suoi attori: Leila Hatami, ma soprattutto Peyman Moadi.

Farhadi inoltre dimostra ancora una volta di saper rilanciare continuamente la sua storia. Nonostante alcune trascurabili lentezze e una buona decina di minuti tranquillamente scontabili, il regista iraniano sa soffiare sul fuoco quando questo si affievolisce, buttando nella mischia punti di svolta al limite dell’ordinario e dell’illuminante, che lo spettatore proprio non s’aspetta. Il pubblico, totalmente immedesimato nei personaggi, soffre con loro e con loro scopre l’imprevisto continuo della vita.

Siamo quindi di fronte ad un sommo saggio di tecnica e contenuto, di chi conosce bene i concetti di macchina da presa e soggetto come binomio inscindibile per realizzare un film che funzioni in ogni sua parte. Ulteriore punto in comune con About Elly è l’assenza di colonna sonora. C’è la realtà con i suoi rumori, urla, parole. Nient’altro. Farhadi gioca per sottrazione, dicendo no al sollievo che genera la musica. Insomma, con Farhadi il cinema si fa cosa seria.

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Bar Sport, pro e contro di scelte inusuali per una commedia anti-conformista

Trasformare in film lo storico libro di Stefano Benni era un’impresa quasi impossibile. D’altronde, a pensarci bene, se nessuno in 35 anni (era il 1976 quando uscì) ci aveva mai provato, un motivo ci sarà. Questo perché è un’opera nata e destinata a rimanere nero su bianco, vivendo di quelle potenzialità che solo la scrittura possiede. Massimo Martelli ha intrapreso con coraggio e onore una strada difficile. E questo già vale un segno di riconoscimento al film, che però, va ammesso, alterna luci e ombre, e non è prettamente compiuto. Allo stesso tempo non è da liquidare con giudizi superficiali o frettolosi. L’impresa, solo in parte riuscita, merita un’analisi più profonda, poiché complesso è l’oggetto del discorso. E’ così che notiamo che molti fattori/scelte sono un’arma a doppio taglio. Cerchiamo quindi di scorgere entrambi i lati della medaglia.

Cominciamo dicendo che chi s’aspetta un film esilarante rimarrà platealmente deluso. Le risate, quelle grasse e sguaiate, sono poche, forse si contano sulle dita di una mano. Delusione più che giustificata considerando che, sin dal trailer, l’opera ci viene presentata come spassosa. Non è così. Ma questo non perché non ci sia stata attenzione “comica” nella fase di creazione della sceneggiatura, ma perché lo scopo del film non è questo. Non si ricorre a mezzucci, volgarate, battutine di basso rango, insomma non si gioca sporco pur di far ridere a tutti i costi. Ok, qualche risata in più non sarebbe certo guastata, ma il fine primario di Bar Sport è dipingere una fauna umana di provincia senza marcare i toni. L’occhio rimane materno, nostalgico, sulla terra. C’è un costante e forte verismo, atto a definire quella dimensione di paese, anzi da bar di paese, dove tutto rimane come fermo, anchilosato, quasi incartapecorito, come coperto di brina. Tutti aggettivi da intendere nella loro accezione positiva, perché va in scena il mondo dei ricordi, della nostalgia che scioglie i cuori e avvolge ogni cosa.

Sul nostro volto rimane fisso quel sorrisetto di chi, anche affascinato dai golfini vintage, gradisce.

Insomma, non è Brizzi, né Veronesi, né Virzì, né ancor meno (Dio ce ne scampi!) Vanzina. Martelli è un’occhio sulla commedia nuovo, diverso, e forse proprio per questo può non piacere.

La fedeltà alle pagine di Benni è pressochè assoluta. Anzi, nei dialoghi tra i personaggi, nei tempi (lenti) delle battute, nelle pause, c’è una certa letterarietà. Che non è un errore (sarebbe troppo evidente e imperdonabile non accorgersene in itinere, una volta stabilito target e fini). Anche qui c’è il sapore di una scelta. Ponderata e rischiosa. Noiosa? Forse sì, talvolta sì. Ma è parte del pacchetto. Tutto ciò ricorderà ai cinefili lo stile di Notizie degli scavi di Emidio Greco.

Da giudicare come assolutamente positivo l’inserimento delle animazioni. Davvero l’unico modo possibile per rendere sul grande schermo l’iberbolicità di alcuni personaggi di Benni (come il mitico scontro tra il grande Pozzi e il germano Girardoux). Stile d’animazione che ricorda da vicino Appuntamento a Belleville di Sylvain Chomet. Divertono, allietano, sono la vera trovata del film e una sana novità nel panorama italiano, che mai vi era ricorso. Una sorta di breccia nel genere commedia e non solo.

In merito agli attori, ogni performance si mantiene quotidiana, ordinaria, approssimata sempre per difetto e mai per eccesso verso una chiave naturalistica, umana, umanissima, paesana. Emerge inoltre come tutti siano co-protagonisti, nessuno domina sugli altri. Ognuno contribuisce in egual misura, compresa la Luisona, verso una marcata coralità. Nonostante si sia cercato di tracciare un filo rosso che lega le varie (dis)avventure, resta dominante e palese la struttura ad episodi del libro.

Risultano particolarmente riusciti, grazie alla bravura degli interpreti, i personaggi di Bovinelli (Antonio Cornacchione) e del cinico Muzzi (Antonio Catania). Stralunato, caotico, chiassoso il primo, spietato, tagliente, caustico il secondo. Onassis e il Tennico calzano a pennello su Battiston e Bisio (che poteva anche essere un pochino più istrionico!), ma storco il naso perché sono saturo di vederli in tutte le salse e adattati ad ogni ruolo. Un po’ di turn over nel cinema nostrano non farebbe certo male. Nella compagine femminile, sono gradevoli (ma alla lunga stuccano e allappano) le due nonnette (Lunetta Savino e Angela Finocchiaro), unico caso di caratteri caricati e caricaturali; è apprezzabile, seppur contenuta e a tratti impacciata, la prova di Aura Rolenzetti (uscita dall’Isola dei Famosi).

Concludendo, Bar Sport non è un film facilissimo da digerire (come non lo è la Luisona!) se letto alla luce della più classica commedi(ol)a italiana di oggi, ovvero quella facilotta e caciarona. Osservato con fare più attento, è un film gradevole, godibile, da vedere senza grosse pretese. Piacerà a chi sa farsi sorprendere dalle piccole cose, dai dettagli, da quel senso d’impalpabile nostalgia dei tempi della piccola Katy. Una commedia (non) per tutti, senza dubbio degna di grande rispetto.

Life in a day: cinema e vita non sono mai stati così vicini. Dal 28 ottobre su YouTube

Life in a day. La vita in un giorno. La vita sulla Terra in un film che apre una nuova frontiera del montaggio cinematografico, che potremmo definire “collettivo”. Un’esperienza e un progetto di cinema democratico, di tutti, per tutti, mai visto prima. Un’ora e mezzo di montaggio delle attrazioni che ci commuoverà. Life in a day è il primo lungometraggio prodotto da YouTube ed è stato diretto da Kevin Macdonald, con i fratelli Tony e Ridley Scott a fare “da spalla”. Vi hanno partecipato 80.000 persone e sono più di 300 i “registi per un giorno” accreditati nei titoli di coda, di cui 12 italiani.

Dal 28 ottobre sarà visibile in worldwide releasing sul canale dedicato di Youtube www.youtube.com/user/lifeinaday, intanto però godiamoci il trailer… a pelle sembra una sorta di nuovo The Tree of Life, ma più emozionante e ben più digeribile:

This must be the place: tecnica sopraffina per un’accozzaglia di contenuti

“Qualcosa mi ha disturbato, non so bene cosa, ma qualcosa mi ha disturbato…” usa ripetere con noiosa insistenza il viso pallido Cheyenne, interpretato da Sean Penn. Parafrasando questo suo ritornello, mi alzo dalla poltroncina del cinema e penso: “Qualcosa non va, non so bene cosa, ma qualcosa non va…”. E’ con questo enigma da sbrogliare che cerco d’analizzare l’ultima opera di Paolo Sorrentino, This must be the place.

Incensato a dovere a Cannes 2011 e acclamato come il film dell’anno, This must be the place è senza dubbio un bell’oggettino cinematografico. Difficile giudicarlo diversamente quando alla regia c’è Sorrentino, all’attore protagonista c’è Sean Penn e alla fotografia Luca Bigazzi. Lo stile sorrentiniano è inconfondibile: dolly, travelling, carrelli, gru a non finire verso soluzioni fluide, dolcemente vorticose, compitamente acrobatiche. Sorrentino disegna nello spazio del set geometrie curate, ortogonali, curve perfette e spezzate; adora indagare gli ambienti prima di andare a scovare, talvolta con vere e proprie sterzate della mdp, i suoi personaggi. Sean Penn è magistrale. Insieme a quanto fatto per Mi chiamo Sam e 21 grammi, è la prova della vita. Veste i panni di un ex rocker depresso con sentita professionalità e verace partecipazione. E questo sin dalla prima mano di trucco nero che si stende sugli occhi glaciali e smorti. La mimica facciale è puntuale, chirurgica, misurata, capace di esplodere/implodere al momento richiesto. Basta considerare la risatina mugolata spesso sfoderata o i bagliori di finta vita regalati al bar tra la figlia Mary e l’inteccherito cameriere Desmond o ancora la sparata in piano sequenza di fronte ad un impacciato David Byrne. Terzo fattore è la poesia fotografica di Luca Bigazzi, il quale raggiunge qui l’apice assoluto della sua profondità artistica. Ogni luce, ogni riflesso sul pickup, ogni paesaggio a perdita d’occhio è un quadro da museo, che non ha prezzo. A legare questi ingredienti ci pensa la piacevolissima colonna sonora di David Byrne, leader dei Talking Heads. Ogni traccia costringe il nostro piede a tenere il ritmo, come se fosse totalmente assuefatto dalla tambureggiante musicalità pop, infarcita di un lieve gusto country da on the road.

Tra gli attori, seppur in parti marginali (Sean Penn fagocita lo schermo e la nostra attenzione), sono da applausi sia Frances McDormand sia la giovane acqua e sapone Kerry Condon.

I dubbi sorgono una volta che ci confrontiamo con la storia, il soggetto, la sceneggiatura. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un guazzabuglio, un puzzle i cui pezzi s’incastrano maluccio e a forza. Una rockstar alla ricerca del nazista che umiliò suo padre nel campo di concentramento. Rock e Shoah. Accostamento scivoloso, e Sorrentino un po’ ci scivola. Due elementi inseriti in un romanzo di formazione un po’ campato in aria, non del tutto convincente, costellato di macchiette ben caratterizzate da contorni caricaturali. Personaggi goliardici che però risultano inutili ai fini del film. Primo fra tutti l’indiano che si fa un giro sul pickup, poi scende e si perde di corsa in un assolato e giallissimo campo di grano ai bordi della statale.

Sorrentino pare risentire di quell’americanismo che mette insieme spizzichi e bocconi dal sapore citazionistico. Ma non riesce a cucirli insieme. E’ così che, all’interno del tema del viaggio da road movie dentro e fuori di sé, ci sono chiari echi da Easy Rider e Into the wild (di Sean Penn!). Tanti personaggi da incontrare e abbandonare. Ma c’è anche quel gusto pop, decadente, sfumatamente noir dei fratelli Coen tramite la presenza di personaggi border line. A partire dal cane, che apre il film, con paralume anti-morso; lo stesso Cheyenne è una rock star che ha fatto il suo corso, con gli occhialetti da nonnetta sulla punta del naso, la camminata con ginocchio valgo, la cannuccia sempre in bocca per fare le bolle al posto di una adulta sigaretta; c’è poi il personaggio della McDormand, un pompiere, che ricorda troppo la parte da lei impersonata in Fargo (film dei Coen, appunto); e ancora il vecchio impettito con baffetto hitleriano sul carro in corsa o la grassona punk. Uno zoo umano surreale, accozzato, accatastato lì come molte sequenze tra loro scordinate e portatrici di ellissi temporali sfuggenti. Lo stesso montaggio ricorre a cesure nette, dove la musica sfuma repentina, con impazienza e frettolosità, come in un film ad episodi. Di questo passo s’arriva ad un finale che senza dubbio è inaspettato e a sopresa, ma anche deludente, forzato, che molti non comprenderanno alla prima…

Insomma, c’è un evidente zibaldonismo di fondo, atto a marcare uno scarto tra tecnica (sopraffina, virtuosistica, estasiante) e contenuto (non compiuto, non decantato a sufficienza per essere davvero digerito)…

Home Video – Robin Hood (2010)

“Rubo ai ricchi per dare ai poveri”. Sì, ma perchè lo fai? Questa la domanda che chiunque vorrebbe rivolgere al cuore tenero del leggendario Robin Hood. A darci una parziale risposta ci pensa Ridley Scott, che con il suo Robin Hood (2010) ci porta nel “backstage” dell’eroe, costruendo un buon prequel sui generis. E’ così che conosciamo Robert Longstride (non ancora Robin Hood), arciere da guinnes dei primati di sua maestà Riccardo Cuor di Leone… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI (e diventa FAN su Facebook)

Esclusivo! Intervista a Massimo Martelli, regista di “Bar sport”. Seconda parte

Ecco la seconda parte dell’intervista fatta a Massimo Martelli, regista del film Bar Sport, in sala da venerdì 21 ottobre. Buona lettura!

Ampliamo un po’ il raggio d’onda. Il bar è un tema che il cinema italiano ha proposto di recente e con successo in Radiofreccia di Ligabue e Gli amici del bar Margherita di Avati. Non hai avuto, in corso d’opera, il timore di star realizzando qualcosa di “già visto”? O il fascino del Bar Sport è così smisurato da non esserti posto questo interrogativo?

Bar sport è un’altra cosa, è la voglia del tornare a raccontare e ascoltare storie. È lo sviluppo visivo di una scrittura comica che ha aperto un varco a quello che è stata la grande comicità e i grandi comici degli anni ‘80/’90. Gli ingredienti del mio film sono totalmente diversi da quelli di Liga e di Avati. E poi loro la Luisona non ce l’hanno.

Tu e i due registi primi citati (Luciano Ligabue e Pupi Avati) siete tutti nati tra Bologna e Reggio Emilia. Possiamo affermare che per emiliani e romagnoli il bar è un must, qualcosa che vi scorre nelle vene, che fa parte del vostro Dna?

Noi emiliani siamo dei provinciali, nel senso bello del termine, possiamo andare ad abitare a Tokio ma alla fine diamo il meglio quando parliamo della nostra terra. Amiamo raccontare storie e avere qualcuno che le ascolti. Siamo abituati a stare nelle piazze e nei bar a parlare. Abbiamo i portici che ci proteggono dal freddo e dalla pioggia e lì trovi sempre capannelli di gente che discute. Il mito dell’osteria bolognese è reale ancora oggi, da generazioni gli studenti vi si ritrovano. Siamo una regione che accoglie ma nella quale però è difficile rimanere, dove è difficile crescere e per questo la si abbandona, e con lei le piazze, le osterie e i bar.

Soffermiamoci su questo “abbandono”. Negli anni Duemila il bar, schiacciato dall’avvento dei social network, sembra aver perso quel ruolo di catalizzatore di incontri che aveva un tempo. Secondo te, il bar è davvero passato di moda?

Facebook e Twitter sono i nuovi bar, ma molto pericolosi perché attuano una socializzazione che a volte riesce a materializzarsi, il trionfo di Pisapia a Milano è opera dei social network, ma il più delle volte tutto si ferma alla chiacchiera virtuale priva di contatto. Amo i blog e la rete, li vivo in quanto propagatori di novità intelligenti ma voglio sperare che non sostituiscano totalmente la socialità, l’incontro, il confronto e lo scontro reale. Mi dicono che “Bar Sport” è anche un film poetico, e se lo è, è proprio per questo, perché evidenzia il piacere dello stare insieme, del vivere avventure comuni, del raccontare e raccontarsi.

La prima volta che ci siamo sentiti m’hai detto di frequentare molto siti e blog per informarti, preferendoli alla canonica informazione dei giornali. Come vedi il mondo della critica web “non ufficiale” e gli sviluppi del cinema “a portata di computer”?

Siete più liberi, privi di filtri quindi più divertenti e, lasciamelo dire, più utili. È più facile scoprire qualcosa con voi che sui giornali. A volte esagerate nel Ghezzismo, nel cercare di trovare uno spazio che vi differenzi, ma in generale si respira un’aria nuova rispetto all’informazione canonica e a quei libroni inutili pieni di stellette date a film non visti o visti da qualcun altro che riferisce. Amo il cinema e amo chi lo ama, siete gli ultimi veri cinefili.

Massimo, grazie davvero e in bocca al lupo per il tuo Bar Sport!

Grazie a te per l’accoglienza e lo spazio.