
Wilde Salomè: La settima arte, il cinema, come contenitore che abbraccia tutte le altre arti. Il film di Al Pacino mischia con sapienza e goduriosità (se il termine non esiste, ho coniato un neologismo!) cinema, pittura, letteratura, in un risultato che non annoia, anzi tiene lo spettatore con gli occhi incollati allo schermo. Su quest’ultimo scorrono le riprese fatte durante la realizzazione teatrale della “Salomè” di Oscar Wilde. Al Pacino invecchia ma non fa passi falsi. Ama la sua opera, si vede, lo dimostra. E diverte gigioneggiandosi nella parte di un re Erode effemminato, dalla voce stridula e petulante da domestica. Al suo fianco una Jessica Chastain di bravura inestimabile. In The Tree of Life non era riuscita ad esprimersi a pieno. Qui dimostra padronanza della scena e del personaggio, al quale conferisce un sex appeal e una sensualità che da tempo non si vedeva in giro.
People mountain, people sea: Presentato come “film a sorpresa” (ed in concorso), è un’opera incompresa e incomprensibile. Al protagonista, perennemente con la sigaretta in bocca (anche mentre dorme!), viene ucciso il fratello; s’imbatte quindi sulla strada di una vendetta sui generis. Detta così sembra un thriller coi fiocchi. Non lo è, credetemi. E’ lento, piatto, soporifero, dominato dalla macchina fissa e alienanti pianisequenza. Peccato, perché la scena iniziale (l’uccisione del fratello) è forte, improvvisa, preambolo di un potenziale buon film in salsa orientale. Ma è un flash, una lucina che si perde facilmente all’orizzonte. Il pubblico non vede l’ora dell’apparizione dei titoli di coda per tirare un sospirone di sollievo.
Il faro incendiato: People mountain, people sea, scena in cui il marito fa sesso violento con la moglie. Un’ala intera della Sala Darsena si alza e si dirige verso l’uscita. Ma il film continua a scorrere. La scena era così sconvolgente? Direi di no… non facciamo i moralisti o i puritani! Poi si scopre il perché della rivolta: un faro, a metà della sala, si guasta e rischia di prendere fuoco. Fuggi fuggi generale, psicosi di massa. Poi arrivano i pompieri, montano sulla scala e sistemano il tutto. L’unico vero colpo di scena durante la proiezione di un film da dimenticare.
Maternity Blues: Un Ragazze interrotte all’italiana sul tema dell’infanticidio, storia di 4 donne che s’incrociano in un carcere giudiziario. Il loro reato? Aver ucciso i propri figli in un momento di disperazione durante la depressione post-parto. Un buon film quello di Fabrizio Cattani, senza infamia e senza lode, con toni di forte emozione ma anche grosso e grasso patetismo (come la recitazione di Daniele Pecci, che, pur provandoci, e l’impegno gli va riconosciuto, non riesce a scrollarsi di dosso la recitazione da soap opera post pranzo). La regia resta televisiva, non c’è alcuna trovata “da cinema”. Un filmettino godibile, passabile tranquillamente una sera in Tv. Tra i pregi l’aver trattato un tema difficile, certamente non abusato nel cinema nostrano. Interessanti ma anche forzate alcune soluzioni sonore, con volume a palla, piani sonori sovrapposti, assordanti, come unghie sulla lavagna, sintomo di chi vuole emozionare nascondendo un’insicurezza e una pochezza di idee visive.
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