Remake, il cinema Usa affetto da sindrome svedese. “Lasciami entrare” e “Uomini che odiano le donne” docent

29 settembre 2011

Ultimamente il recente cinema Usa sembra malato di una strana forma di sindrome svedese. E non sto parlando della nota Sindrome di Stoccolma che lega psicologicamente vittima e carnefice, sequestrato e sequestratore. Anche se, in un certo senso, sempre di “sequestro” parliamo. Cinematografico, in questo caso. Ma mi spiego subito meglio.

E’ evidente come il cinema svedese sia da molti anni assai vitale (basta considerare le opere di Lars Von Trier, Susanne Bier, e più indietro nel tempo il mai dimenticato Ingmar Bergman). Ed è così vivo da creare delle opere che diventano dei piccoli grandi cult. Il più lampante è il successo di Lasciami entrare, film del 2008 dell’allora sconosciuto Tomas Alfredson. A distanza di due anni il cinema americano ha quindi ben pensato di farne un remake, Blood story, che sarà nelle nostre sale da questo venerdì 30 settembre (domani). La regia è di Matt Reeves, che il mondo ha conosciuto grazie a Cloverfield nel 2008. Si crea così un remake da un film di successo dandolo in mano ad un regista “di fama”.

Nel 2009 la Svezia ha prodotto anche la trasposizione cinematografica di Uomini che odiano le donne, per la regia dell’ignoto N.A.Oplev. Successivamente Daniel Alfredson (ovviamente svedese) ha diretto i due episodi successivi della saga Millennium, ovvero La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta. Una mattina del 2011 il cinema d’oltreoceano si è svegliato e ha detto: “Facciamone il remake!”. Ed ecco servito un nuovo Uomini che odiano le donne (che uscirà nelle sale italiane a fine gennaio 2012) diretto dall’acclamato David Fincher (The Social Network, Il curioso caso di Benjamin Button, Panic Room).

Ora, a fronte di questa analisi (provocatoria), le osservazioni e gli interrogativi che nascono sono molteplici:

-          Il cinema svedese è senza dubbio uno dei migliori in circolazione. Un motivo forte per andare a vedere i film baltici che escono in sala!

-          Il cinema americano pare, talvolta, a corto di idee. Il remake, si sa, è ormai diventato un genere a sé. Come i cinesi fotografano tutto e copiano, così gli americani fagocitano il cinema straniero, ci fanno su un bel pensierino, lo masticano e rimpastano ben bene fino a farci un remake…

-          Che senso ha fare a così breve distanza il remake di un film di successo??? Posso capire riproporre un film “con un nuovo vestito” a distanza di 10 o 15 anni (penso agli ultimi Nightmare). Ma perché rifare (praticamente uguale) una pellicola che è apparsa sul grande schermo appena 2 anni prima? Intento di comparazione estetica o voglia di battere cassa?

-          Ma se uno spettatore ha visto la “prima versione”, potrà mai spendere soldi per vedere anche la seconda, nata come una sorta di “copia e incolla”??

-          E’ sufficiente affidare un remake di un’opera recentissima ad un regista dal nome noto e altisonante (vedi David Fincher e Matt Reeves)?? Andremo al cinema per amore di quel regista? O di quel noto attore protagonista?? Tutto ciò basterà??

-          Considerando che entrambe le opere citate sono tratte da romanzi (Lasciami entrare dal semi-autobiografico di John Ajvide Lindqvist e Uomini che odiano le donne dalla trilogia di Stieg Larsson), è lecito chiedersi: ma il cinema americano dorme? O meglio, è possibile che si accorga del valore di un’opera a scoppio ritardato, quando, in questo caso gli svedesi, hanno già fatto piazza pulita?

Interrogativi e osservazioni che consegno a voi, miei cari lettori e fan… ora tocca a voi! Ditemi la vostra!

E per farcire ancor di più la discussione, confrontate anche i trailer (italiani) dei vari film! Eccoli!

Blood Story di Matt Reeves:

Lasciami entrare di Tomas Alfredson:

Uomini che odiano le donne di David Fincher:

Uomini che odiano le donne di N.A.Oplev:


Il primo incarico, sui passi di maestrine fuori sede

28 settembre 2011

Diario di una maestrina di campagna del Secondo Dopoguerra. Un piccolo mondo antico dal sapore ancora attuale. “Addio mia bella addio” e con una staffetta di mezzi d’avventura giovani insegnanti raggiungevano località sperdute nel nome di un’alfabetizzazione da riaffermare nell’Italia dei primi anni Cinquanta. Una realtà ancora attuale negli anni Zero, fatta di laureate che macinano chilometri in pendolare per portare la pagnotta a casa ed educare le generazioni di domani. E così Nena, la protagonista, interpretata da una compita Isabella Ragonese, lascia il suo brullo e bianco paesino natio, una Granada della Magna Grecia, per raggiungere un freddo e nebuloso borghetto fatto di 3 case messe in croce. La dolente fatica della dipartita, un amore borghese e impossibile da gestire a distanza, il dovere della pedagogia, la voglia di farsi una nuova vita. Giorgia Cecere riesce a rendere tutto ciò grazie ad una regia mai banale (c’è un’estrema ma non virtuosistica varietas nelle posizioni della mdp) e ad una colonna sonora da far west annacquato mischiato ad una chiatarra strimpellata da pizzica malinconica.

E’ evidente l’influsso che Olmi e Amelio hanno avuto sulla Cecere. Ma non è un nudo e crudo copia e incolla dai due maestri. Da Olmi ha ereditato quel fare descrittivo dal gusto lirico tra campi, cavalli, letti cigolanti, porte col chiavistello (L’albero degli zoccoli). Da Amelio quell’occhio di riguardo pregno di affetto materno e sottile empatia nei confornti dei piccoli protagonisti (Il ladro di bambini). Ma la soluzione finale è personalissima, affascinante, lentamente coinvolgente. Frutto già maturo di un cinema che ha ancora qualcosa da dire e che pesca oltre i confini italiani, come nel Non uno di meno di Zhang Yimou. Il primo incarico? Buona la prima!

Voto: 7,5

 


Home Video – La donna della mia vita

26 settembre 2011

La mamma è sempre la mamma. Anche quando è impicciona, invadente, pressante, factotum, burattinaia e artefice di etichette sui destini dei suoi figli. E’ questo lo spunto alla base de “La donna della mia vita” di Luca Lucini. Un’idea che viene palesata con forza nella prima sequenza, perduta nella fase centrale, e riaffermata con chiarezza in un happy ending a sorpresa.

A dare forma a questo personaggio ci pensa una splendida Stefania Sandrelli (65 anni e non sentirli!). Puntuale, ben calata nella parte, madre padrona e confortante, regala una performance che allieta e convince… continua a leggerlo su www.cinemaerrante.it cliccando QUI (e diventa FAN su Facebook)


This is not a film, il non-film di Panahi sulla sua prigionia

23 settembre 2011

“Quando mi annoio, riprendo” afferma Jafar Panahi mentre con la videocamera del telefonino s’accinge a immortalare dalla finestra il suo Paese in rivolta. E’ una della molteplici sequenze che strutturano This is not a film, il documentario girato da Panahi, entro le mura di casa, con l’aiuto dell’amico e regista iraniano Mojtaba Mirtahmasb (al quale il 5 settembre scorso, a Tehran, è stato confiscato il passaporto al momento dell’imbarco per un volo diretto in Europa).

Il 20 dicembre 2010 Panahi viene condannato a 6 anni di reclusione e gli viene inoltre proibita la possibilità di dirigere, scrivere, produrre film e lasciare la terra natia per 20 anni. Il grande regista de Il cerchio viene così confinato in un’incarcerazione artistica e mentale. Ma clandestinamente riesce a girare questa piccola perla, presentata prima a Cannes 2011 e poi come film-evento l’ultimo giorno di Venezia 68.

Un’opera semplice e forte, ordinaria negli ambienti, straordinaria nei contenuti. Che colpisce al cuore del cinema e dello spettatore, che fa riflettere e commuovere, indignare e stupire. Panahi si mostra in tutta la sua umanità, fatta di sofferenza emotiva e voglia di creare arte, speranza di novità dal tribunale e triste disincanto sul suo futuro. La voce talvolta spezzata e i suoi occhi appensantiti dalla fatica della prigionia aprono brecce nell’anima del pubblico.

E’ strabiliante notare come i soggetti cinematografici si presentano a Panahi improvvisamente, in modo non voluto e non premeditato: la rivolta in strada, le lente “scorribande” dell’iguana per l’appartamento, l’arrivo del “ragazzo dell’immondizia”. A queste si alternano le telefonate fatte all’avvocato e all’amico regista, ma anche le spiegazioni di alcune parti di suoi film. Ma soprattutto meraviglia, turba e suscita emozione quando, con l’aiuto di scotch a terra e tanta fantasia, racconta le scene del film che ha scritto e che ancora non è riuscito a fare. Degne di nota e di sorridenti applausi sono i titoli di coda, con i ringraziamenti a collaboratori invisibili, sostituiti da puntini di anonimato e sospensione. Piccole grandi trovate per un non-film dove va in scena la vita, la vita vera, di uno dei massimi rappresentanti del cinema mondiale. Un’opera che esalta le potenzialità del cinema, capace di crescere anche dove si è fatto terra bruciata tutto intorno.

Leggilo anche su www.cinemonitor.it


Home Video – Vicky Cristina Barcelona

20 settembre 2011

Di Woody Allen? No, non può essere di Allen! Invece sì, è proprio suo!

“Vicky Cristina Barcelona” non sembra un film del buon vecchio Woody. Una volta tanto non è necessario spararsi lattine di Red Bull a manetta per arrivare ai titoli di coda. Perchè il menage à trois (o forse è meglio dire à quatre) alla base del plot ha in sè tutto il brio della terra spagnola. Convince e coinvolge.

Diciamo subito che il vero treno motore del film è il binomio formato dalla colonna sonora e dal narratore/voce fuoricampo alla Truffaut… continua a leggerlo su www.cinemaerrante.it cliccando QUI (e diventa FAN su Facebook)


# 7 – Venezia 68: Killer Joe, L’ultimo terrestre e… Kotoko!

16 settembre 2011

Killer Joe: la scena della coscia di pollo sarà ricordata a lungo dai festivalieri veneziani. Una lunga manciata di minuti che diverte, galvanizza, spalanca gli occhi, alza l’asticella del sexually correct, vale il prezzo del biglietto. A questa si somma la prova di un Matthew McCounaghey larger than life. Magnetico, enigmatico, crudo e credibile pulotto con cappello da cowboy che nel tempo libero si diletta a far fuori la gente su commissione. Si muove in una sceneggiatura calcolata, millimetrica nelle battute, chirurgica nelle definizione dei personaggi, con fucilate degne del migliore Tarantino/Rodriguez. Il regista William Friedkin nel 1973 entrò nella storia con una bambina che dimenava la lingua come un mulinello e ruotava la testa come una giostra da luna park (L’esorcista). Oggi, nel 2011, ha bissato un’impresa che riesce a pochi con un simpatico ed esile cosciotto del Kentucky Fried Chicken.

L’ultimo terrestre: Gli outsider come nuova linfa del cinema italiano. Il noto fumettista Gipi ne è la dimostrazione vivente. La sua opera, presentata in concorso a Venezia 68, ha riscosso applausi a non finire in Sala Grande. Intelligente, fresca, nuova, futuristica. Un mondo (non a caso) alienato di uomini con fattezze da marziani e bonaccioni ufo argentati. Spicca la prova del timido ma determinato Gabriele Spinelli e quella di un Roberto Herlitzka (l’indimenticabile Aldo Moro di Buongiorno, notte) comico e spassoso, sponsor dell’elisir di lunga vita garantito dagli aliens sulla Terra.

Un filmettino che convince, gettando uno sguardo scanzonato, grottesco e fumettistico sui marziani tanto amati-odiati-temuti-attesi.

Kotoko: sconvolgente, mai visto un film simile prima d’ora. Tsukamoto colpisce basso, sotto la bocca dello stomaco e senza tralasciare di scuotere la nostra mente. Con una regia che, con un eufemismo, potremmo definire “mossissima” e un volume in sala da uscire di cervello, il regista giapponese ci porta in un mondo di visioni, allucinazioni, pazzie, mani insanguinate, colpi alla testa. Ma le parole non bastano e non rendono giustizia ad un’opera unica, che costringe molti ad abbandonare la sala. Un’esperienza che però almeno uno volta nella vita va provata. Come un salto nel vuoto.


Super 8: J.J.Abrams ama il vintage

14 settembre 2011

Il vintage, si sa, va di moda. E J.J.Abrams sembra averlo capito bene. Super 8 infatti è un gustoso e dolciastro frullato del cinema anni ’80, dei favolosi anni ’80. Un’opera dal sapore decantato, di quelle che mancano ormai nel cinema votato al 3D degli anni Zero.

Nerd di prima categoria, il maestro di Lost confeziona la sua pellicola più personale, sentita, quasi “autobiografica”, poichè va a scavare e pescare nella sua adolescenza, nei filmoni e filmacci che hanno caratterizzato il cinema americano di 30 anni fa. L’eco più evidente sono I Goonies di Richard Donner (su soggetto di Spielberg), con il gruppetto, ben assortito come un pacchetto di caramelle d’autogrill, di amichetti amanti dell’avventura. Riferimenti espliciti sono riscontrabili nella presenza del bambino grassone, del vomito (come dimenticare il paffuto e biondo Chunk che frignando racconta il suo “peccato più grande”), della grotta dove stanno appesi gli umani catturati.

Incontri ravvicinati del terzo tipo ricorre sin dalla locandina (italiana) con luci bluastre da solarium, ombre lunghe sull’asfalto e nero fitto fitto all’orizzonte. Come poi non citare E.T., soprattutto in quel rapporto umano, civile, quasi catartico che si viene a creare tra il protagonista (in questo caso un boy con camicie da dandy hippie e fattezze a metà tra Harry Potter e il piccolo indimenticabile Elliot spielbergiano) e il mostro. Quest’ultimo, che mangia le sue vittime come fosse il Saturno che divora i suoi figli di Goya, è un perfetto ibrido tra il bavoso Alien, la creatura col muso schiacciato di Cloverfield (film prodotto da Abrams), gli insettoni di Men in Black, il volto disfatto de La Mummia, i chelati esseri deformi di District 9. Ma le citazioni non finiscono qui. C’è posto anche per Rambo (1982), che torna alla nostra mente grazie ad alcune gesta compiute dal personaggio interpretato da Kyle Chandler, agli uomini in uniforme verde e cappellino semi-coppolato e alle scene con ombre di profilo riprese dall’esterno di tende militari. Così le sequenze di masse impanicate all’arrivo del mostro in città richiamano La guerra dei mondi del buon vecchio Steven, che quindi, ma è fin troppo palese, ha prodotto un film che gli ricorda i suoi tempi d’oro.

Insomma, Super 8 è un joke da non perdere, da cinefili, un omaggio spettacolare (ma non troppo) ad un cinema, oggi retrò, che ricordiamo con tenerezza e malinconia. Ed è soprattutto il nuovo prelibato frutto di una della menti più pulsanti e geniali d’oltreoceano.

Voto: 7,5


Venezia 68° – Quando la notte: la recensione

12 settembre 2011

Secondo film italiano in concorso a Venezia 68, “Quando la notte” di Cristina Comencini si pone sulla stessa linea dei precedenti “La bestia nel cuore” e “Il più bel giorno della mia vita”, ovvero sani drammoni sui temi della famiglia, la sessualità, gli affetti. In questo caso assistiamo all’incontro tra Marina (Claudia Pandolfi), mamma stressata e semi-sola con un bambino piccolo pestifero da badare e tirar su, e Manfred (Filippo Timi), guida alpina rabbiosa, scostante e silenziosa con una tragica infanzia alle spalle e nel cuore… continua a leggerlo su www.cinemaerrante.it cliccando QUI (e diventa FAN su Facebook)


# 6 – Venezia 68: i premi assegnati tra prevedibilità, merito, stupore e sdegno!

11 settembre 2011

Venezia 68 ha chiuso i battenti e i premi sono stati consegnati tra stupore e sdegno. Alcuni, “annunciati” e prevedibili, sono diventati realtà, ma non sono mancate le sorprese, che in alcuni casi fanno stracciare le vesti. Ecco quindi qui di seguito i vincitori con relativo commento onesto e spietato accanto:

Leone d’Oro (miglior film) a Faust di A.Sokurov: direi inaspettato, considerando che i più quotati erano Shame e Killer Joe. Senza dubbio un’opera maestosa, affascinante, non per tutti i palati. Probabilmente l’animo oscuro e torbido del buon Darren è stato attirato dal “diabolico” di questa storia scritta da Goethe.

Leone d’Argento (miglior regia) a Shangjun Cai  per il film People mountain people sea: un’opera discutibile, sulla quale già mi sono pronunciato in un post precedente. Macchina fissa, pianisequenza a gogo, non-sense. Tutto il resto è noia. Un premio inspiegabile se paragonato alle trovate registiche di Abel Ferrara o della Satrapi…

Premio Speciale della Giuria a Terraferma di E.Crialese: ci può stare. E’ un nuovo riconoscimento per un regista che nel 2006 vinse il Leone d’Argento per Nuovomondo. Anche se allo stesso tempo ha il sapore del “contentino” al cinema italiano in concorso…

Coppa Volpi maschile (miglior attore) a Michael Fassbender per il film Shame di S.McQueen: premio annunciato, prevedibile, ma meritato. Dispiace solo che non l’abbia potuto ottenere (anche) Matthew McConaughey, che con la perfomance in Killer Joe ha dato una svolta alla sua carriera, lasciandosi alle spalle le solite commediole fru-fru dove interpreta il latin lover delle teenager…

Coppa Volpi femminile (Miglior attrice) a Deanie Yip per il film A simple life di Ann Hui: giusto e meritato. Ha vinto la sua prova sincera, quotidiana, composta su quella virtuosistica (e che io quotavo come vincitrice) di Keira Knightley per A dangerous method di Cronenberg.

Premio Marcello Mastroianni (miglior giovane attore/attrice emergente) a Shota Sometani e Fumi Nikaido per il film Himizu di Sion Sono: sacrosanto! La coppia stupisce, scuote, convince! Il premio ci sta tutto, anche a rappresentanza di uno dei film più belli della Mostra…

Osella per la miglior fotografia a Robbie Ryan per il film Wuthering heights di A. Arnold

 Osella per la migliore sceneggiatura a Yorgos Lanthimos e Efthimis Filippou per il film Alpis: su questi ultimi due film vincitori non mi pronuncio poichè non sono riuscito a vederli…

Restano a bocca asciutta vari film meritevoli: The Ides of March, Killer Joe,Poulet aux prunes, Carnage… che dire… ritentate, sarete più fortunati!!

p.s. la Mostra del Cinema di Venezia si è conclusa, ma i miei post sui film visti no. Nei prossimi giorni continuerò quindi a postare commenti, pensieri, appunti su questa 68esima edizione…


# 5 – Venezia 68: i miei vincitori!!

10 settembre 2011

Tra poche ore avrà luogo la premiazione della 68esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Chissà cosa avrà deciso la giuria presieduta dal mitico Darren Aronofsky. Soffiate non ce ne sono, è tutto molto incerto e quindi eccitante.

Vi propongo però qui di seguito i miei vincitori! Non quelli che secondo me Darren&Co. faranno vincere, ma quelli che io vorrei vincessero, i miei preferiti, quelli che mi sono piaciuti di più. Pronti??? Eccoli:

Leone d’Oro (Miglior Film): Himizu di Sion Sono

Leone d’Argento (Miglior Regia): Abel Ferrara per 4:44 Last Day on Earth

Leone speciale: A simple life di Ann Hui

Coppa Volpi maschile (Miglior attore): Matthew McConaughey per Killer Joe

Coppa Volpi femminile (Miglior attrice): Keira Knightley per A Dangerous Method

Osella Miglior sceneggiatura: The Ides of March

Osella Miglior fotografia: Poulet aux prunes

Premio Mastroianni (Miglior attore giovane): Shota Sometani per Himizu


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.