Archivi del mese: settembre 2011

Remake, il cinema Usa affetto da sindrome svedese. “Lasciami entrare” e “Uomini che odiano le donne” docent

Ultimamente il recente cinema Usa sembra malato di una strana forma di sindrome svedese. E non sto parlando della nota Sindrome di Stoccolma che lega psicologicamente vittima e carnefice, sequestrato e sequestratore. Anche se, in un certo senso, sempre di “sequestro” parliamo. Cinematografico, in questo caso. Ma mi spiego subito meglio.

E’ evidente come il cinema svedese sia da molti anni assai vitale (basta considerare le opere di Lars Von Trier, Susanne Bier, e più indietro nel tempo il mai dimenticato Ingmar Bergman). Ed è così vivo da creare delle opere che diventano dei piccoli grandi cult. Il più lampante è il successo di Lasciami entrare, film del 2008 dell’allora sconosciuto Tomas Alfredson. A distanza di due anni il cinema americano ha quindi ben pensato di farne un remake, Blood story, che sarà nelle nostre sale da questo venerdì 30 settembre (domani). La regia è di Matt Reeves, che il mondo ha conosciuto grazie a Cloverfield nel 2008. Si crea così un remake da un film di successo dandolo in mano ad un regista “di fama”.

Nel 2009 la Svezia ha prodotto anche la trasposizione cinematografica di Uomini che odiano le donne, per la regia dell’ignoto N.A.Oplev. Successivamente Daniel Alfredson (ovviamente svedese) ha diretto i due episodi successivi della saga Millennium, ovvero La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta. Una mattina del 2011 il cinema d’oltreoceano si è svegliato e ha detto: “Facciamone il remake!”. Ed ecco servito un nuovo Uomini che odiano le donne (che uscirà nelle sale italiane a fine gennaio 2012) diretto dall’acclamato David Fincher (The Social Network, Il curioso caso di Benjamin Button, Panic Room).

Ora, a fronte di questa analisi (provocatoria), le osservazioni e gli interrogativi che nascono sono molteplici:

-          Il cinema svedese è senza dubbio uno dei migliori in circolazione. Un motivo forte per andare a vedere i film baltici che escono in sala!

-          Il cinema americano pare, talvolta, a corto di idee. Il remake, si sa, è ormai diventato un genere a sé. Come i cinesi fotografano tutto e copiano, così gli americani fagocitano il cinema straniero, ci fanno su un bel pensierino, lo masticano e rimpastano ben bene fino a farci un remake…

-          Che senso ha fare a così breve distanza il remake di un film di successo??? Posso capire riproporre un film “con un nuovo vestito” a distanza di 10 o 15 anni (penso agli ultimi Nightmare). Ma perché rifare (praticamente uguale) una pellicola che è apparsa sul grande schermo appena 2 anni prima? Intento di comparazione estetica o voglia di battere cassa?

-          Ma se uno spettatore ha visto la “prima versione”, potrà mai spendere soldi per vedere anche la seconda, nata come una sorta di “copia e incolla”??

-          E’ sufficiente affidare un remake di un’opera recentissima ad un regista dal nome noto e altisonante (vedi David Fincher e Matt Reeves)?? Andremo al cinema per amore di quel regista? O di quel noto attore protagonista?? Tutto ciò basterà??

-          Considerando che entrambe le opere citate sono tratte da romanzi (Lasciami entrare dal semi-autobiografico di John Ajvide Lindqvist e Uomini che odiano le donne dalla trilogia di Stieg Larsson), è lecito chiedersi: ma il cinema americano dorme? O meglio, è possibile che si accorga del valore di un’opera a scoppio ritardato, quando, in questo caso gli svedesi, hanno già fatto piazza pulita?

Interrogativi e osservazioni che consegno a voi, miei cari lettori e fan… ora tocca a voi! Ditemi la vostra!

E per farcire ancor di più la discussione, confrontate anche i trailer (italiani) dei vari film! Eccoli!

Blood Story di Matt Reeves:

Lasciami entrare di Tomas Alfredson:

Uomini che odiano le donne di David Fincher:

Uomini che odiano le donne di N.A.Oplev:

Il primo incarico, sui passi di maestrine fuori sede

Diario di una maestrina di campagna del Secondo Dopoguerra. Un piccolo mondo antico dal sapore ancora attuale. “Addio mia bella addio” e con una staffetta di mezzi d’avventura giovani insegnanti raggiungevano località sperdute nel nome di un’alfabetizzazione da riaffermare nell’Italia dei primi anni Cinquanta. Una realtà ancora attuale negli anni Zero, fatta di laureate che macinano chilometri in pendolare per portare la pagnotta a casa ed educare le generazioni di domani. E così Nena, la protagonista, interpretata da una compita Isabella Ragonese, lascia il suo brullo e bianco paesino natio, una Granada della Magna Grecia, per raggiungere un freddo e nebuloso borghetto fatto di 3 case messe in croce. La dolente fatica della dipartita, un amore borghese e impossibile da gestire a distanza, il dovere della pedagogia, la voglia di farsi una nuova vita. Giorgia Cecere riesce a rendere tutto ciò grazie ad una regia mai banale (c’è un’estrema ma non virtuosistica varietas nelle posizioni della mdp) e ad una colonna sonora da far west annacquato mischiato ad una chiatarra strimpellata da pizzica malinconica.

E’ evidente l’influsso che Olmi e Amelio hanno avuto sulla Cecere. Ma non è un nudo e crudo copia e incolla dai due maestri. Da Olmi ha ereditato quel fare descrittivo dal gusto lirico tra campi, cavalli, letti cigolanti, porte col chiavistello (L’albero degli zoccoli). Da Amelio quell’occhio di riguardo pregno di affetto materno e sottile empatia nei confornti dei piccoli protagonisti (Il ladro di bambini). Ma la soluzione finale è personalissima, affascinante, lentamente coinvolgente. Frutto già maturo di un cinema che ha ancora qualcosa da dire e che pesca oltre i confini italiani, come nel Non uno di meno di Zhang Yimou. Il primo incarico? Buona la prima!

Voto: 7,5

 

Home Video – La donna della mia vita

La mamma è sempre la mamma. Anche quando è impicciona, invadente, pressante, factotum, burattinaia e artefice di etichette sui destini dei suoi figli. E’ questo lo spunto alla base de “La donna della mia vita” di Luca Lucini. Un’idea che viene palesata con forza nella prima sequenza, perduta nella fase centrale, e riaffermata con chiarezza in un happy ending a sorpresa.

A dare forma a questo personaggio ci pensa una splendida Stefania Sandrelli (65 anni e non sentirli!). Puntuale, ben calata nella parte, madre padrona e confortante, regala una performance che allieta e convince… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI (e diventa FAN su Facebook)

This is not a film, il non-film di Panahi sulla sua prigionia

“Quando mi annoio, riprendo” afferma Jafar Panahi mentre con la videocamera del telefonino s’accinge a immortalare dalla finestra il suo Paese in rivolta. E’ una della molteplici sequenze che strutturano This is not a film, il documentario girato da Panahi, entro le mura di casa, con l’aiuto dell’amico e regista iraniano Mojtaba Mirtahmasb (al quale il 5 settembre scorso, a Tehran, è stato confiscato il passaporto al momento dell’imbarco per un volo diretto in Europa).

Il 20 dicembre 2010 Panahi viene condannato a 6 anni di reclusione e gli viene inoltre proibita la possibilità di dirigere, scrivere, produrre film e lasciare la terra natia per 20 anni. Il grande regista de Il cerchio viene così confinato in un’incarcerazione artistica e mentale. Ma clandestinamente riesce a girare questa piccola perla, presentata prima a Cannes 2011 e poi come film-evento l’ultimo giorno di Venezia 68.

Un’opera semplice e forte, ordinaria negli ambienti, straordinaria nei contenuti. Che colpisce al cuore del cinema e dello spettatore, che fa riflettere e commuovere, indignare e stupire. Panahi si mostra in tutta la sua umanità, fatta di sofferenza emotiva e voglia di creare arte, speranza di novità dal tribunale e triste disincanto sul suo futuro. La voce talvolta spezzata e i suoi occhi appensantiti dalla fatica della prigionia aprono brecce nell’anima del pubblico.

E’ strabiliante notare come i soggetti cinematografici si presentano a Panahi improvvisamente, in modo non voluto e non premeditato: la rivolta in strada, le lente “scorribande” dell’iguana per l’appartamento, l’arrivo del “ragazzo dell’immondizia”. A queste si alternano le telefonate fatte all’avvocato e all’amico regista, ma anche le spiegazioni di alcune parti di suoi film. Ma soprattutto meraviglia, turba e suscita emozione quando, con l’aiuto di scotch a terra e tanta fantasia, racconta le scene del film che ha scritto e che ancora non è riuscito a fare. Degne di nota e di sorridenti applausi sono i titoli di coda, con i ringraziamenti a collaboratori invisibili, sostituiti da puntini di anonimato e sospensione. Piccole grandi trovate per un non-film dove va in scena la vita, la vita vera, di uno dei massimi rappresentanti del cinema mondiale. Un’opera che esalta le potenzialità del cinema, capace di crescere anche dove si è fatto terra bruciata tutto intorno.

Leggilo anche su www.cinemonitor.it

Home Video – Vicky Cristina Barcelona

Di Woody Allen? No, non può essere di Allen! Invece sì, è proprio suo!

“Vicky Cristina Barcelona” non sembra un film del buon vecchio Woody. Una volta tanto non è necessario spararsi lattine di Red Bull a manetta per arrivare ai titoli di coda. Perchè il menage à trois (o forse è meglio dire à quatre) alla base del plot ha in sè tutto il brio della terra spagnola. Convince e coinvolge.

Diciamo subito che il vero treno motore del film è il binomio formato dalla colonna sonora e dal narratore/voce fuoricampo alla Truffaut… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI (e diventa FAN su Facebook)

# 7 – Venezia 68: Killer Joe, L’ultimo terrestre e… Kotoko!

Killer Joe: la scena della coscia di pollo sarà ricordata a lungo dai festivalieri veneziani. Una lunga manciata di minuti che diverte, galvanizza, spalanca gli occhi, alza l’asticella del sexually correct, vale il prezzo del biglietto. A questa si somma la prova di un Matthew McCounaghey larger than life. Magnetico, enigmatico, crudo e credibile pulotto con cappello da cowboy che nel tempo libero si diletta a far fuori la gente su commissione. Si muove in una sceneggiatura calcolata, millimetrica nelle battute, chirurgica nelle definizione dei personaggi, con fucilate degne del migliore Tarantino/Rodriguez. Il regista William Friedkin nel 1973 entrò nella storia con una bambina che dimenava la lingua come un mulinello e ruotava la testa come una giostra da luna park (L’esorcista). Oggi, nel 2011, ha bissato un’impresa che riesce a pochi con un simpatico ed esile cosciotto del Kentucky Fried Chicken.

L’ultimo terrestre: Gli outsider come nuova linfa del cinema italiano. Il noto fumettista Gipi ne è la dimostrazione vivente. La sua opera, presentata in concorso a Venezia 68, ha riscosso applausi a non finire in Sala Grande. Intelligente, fresca, nuova, futuristica. Un mondo (non a caso) alienato di uomini con fattezze da marziani e bonaccioni ufo argentati. Spicca la prova del timido ma determinato Gabriele Spinelli e quella di un Roberto Herlitzka (l’indimenticabile Aldo Moro di Buongiorno, notte) comico e spassoso, sponsor dell’elisir di lunga vita garantito dagli aliens sulla Terra.

Un filmettino che convince, gettando uno sguardo scanzonato, grottesco e fumettistico sui marziani tanto amati-odiati-temuti-attesi.

Kotoko: sconvolgente, mai visto un film simile prima d’ora. Tsukamoto colpisce basso, sotto la bocca dello stomaco e senza tralasciare di scuotere la nostra mente. Con una regia che, con un eufemismo, potremmo definire “mossissima” e un volume in sala da uscire di cervello, il regista giapponese ci porta in un mondo di visioni, allucinazioni, pazzie, mani insanguinate, colpi alla testa. Ma le parole non bastano e non rendono giustizia ad un’opera unica, che costringe molti ad abbandonare la sala. Un’esperienza che però almeno uno volta nella vita va provata. Come un salto nel vuoto.