Potere magnetico del fuoricampo. Brother di Takeshi Kitano vive del torbido, misterioso, viscido appeal di quell’Invisibile nascosto oltre le quattro linee di confine del quadro. Il nostro occhio, sin dalle primissime immagini, è morbosamente affascinato dalla ricerca di ciò che non si mostra, una ricerca destinata a rimanere insoddisfatta. E’ questa la prima grande trovata del maestro giapponese, una trovata che rende la sua opera degna dei manuali di cinema.
Lo stesso Kitano è il sornione e introverso protagonista dotato di una straordinaria e minimalista mimica facciale interrotta da nerissimi occhiali alla Morpheus.
Nella regia spicca uno scrupoloso e curioso uso della soggettiva, capace di propinarci primi piani frontalissimi e personaggi mostrati nella loro interezza come cavalieri senza testa, poiché mozzata dall’inquadratura.
Dietro questi tecnicismi va in scena la silenziosa spietatezza della mafia orientale, fatta di pistolettate improvvise che dipingono floreali chiazze di sangue su vetri e pareti. E’ un pulp che si protende vertiginoso verso uno splatter mirato e artistico.
Sequenza indimenticabile: la sparatoria notturna in un ampio cortile, le cui tenebre si squarciano con l’eccessivo brillio dei colpi di revolver delle due gang di turno. Un film da vedere per scoprire il vero significato del termine “regia”.













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Confermi: film bellissimo! certo, a mio modesto parere, occorre esser nel giusto “mood” per assaporare quei silenzi incredibili che in un altro film magari sarebbero stati riempiti da una -magari dignitosissima- colonna sonora. Vederlo la prima volta m’ha òasciata davvero di stucco!