Archivi del mese: giugno 2011

Home Video – Cosa voglio di più

“A volte basta un attimo per dimenticare tutta una vita, ma altre volte non basta tutta una vita per dimenticare un attimo”. Una frase profetica che il panciuto  e inconsapevole cornuto Alessio (Giuseppe Battiston) pronuncia quando la funesta profezia si è già verificata: la sua amata Anna (Alba Rohrwacher) è appena rientrata dall’incontro col suo focoso amante, Domenico (Pierfrancesco Favino). Un coltello del catering, un sorriso, un biglietto da visita. E’ questo l’attimo che stravolge il cuore e la mente della bionda protagonista… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI (e diventa FAN su Facebook)

“Indiscreto” di Stanley Donen

Indiscreto (Kind Sir) è un dolce carillon perfettamente oliato nei suoi ingranaggi. Lo circonda un’aura di candidi merletti e opache perline da casa di bambola, bomboniera nuziale, confetto pallidamente colorato. Sulla sommità due star della commedia classica americana: l’ufficiale e gentiluomo (kind sir) Cary Grant, tutto occhio languido, passo lungo e felpato, sorriso discreto a 32 denti, e un’angelica Ingrid Bergman, principessa Sissi negli abiti, dolce e forte nei toni, pronta a trasformarsi nel finale in una pentita lady vendetta.

Melassata ma non melensa sophisticated comedy presa in prestito dalle assi del palcoscenico, Indiscreto trova il suo perno rotante nell’azione immobile generata dalla parola, da quel detto/non detto che tiene in equilibrio e in pugno le sorti di una love story dal vago retrogusto ottocentesco.

Muovendosi in un palpabile ma non ostentato gioco tra vita e teatro, Stanley Donen scruta i suoi personaggi con occhio distaccato, curioso, innamorato, fortemente narrativo, mai invasivo né invadente. La regia, priva di quei fronzoli che addobbano gli interni salottieri e altolocati in cui si svolge l’intera vicenda, non si lascia sfuggire trovate d’autore come lo splitscreen ravvicinato in the bedroom che porta le mani dei due divi a sovrapporsi, sequenza apice di un matrimonio che (non) s’ha da fare.

Una commedia delicata, d’elite e domestica allo stesso tempo, permeata da quel soffuso senso di noia e piacevole futilità di cui sono fatti i sogni.

Basilicata coast to coast: on the road all’italiana

Abbandonando l’abusata ambientazione domestica nella quale si è accasciato il cinema italiano degli ultimi anni, Basilicata coast to coast inforca con coraggio l’inusuale strada del road movie tanto da essere un Easy rider nostrano. Il provincialismo è il vero punto di forza di un piccolo grande film, leggero ma non troppo, piacevole e riflessivo, un futuro cult di periferia (e non solo).

Geniale nella sua semplicità l’idea alla base della sceneggiatura, originale quanto basta per portare sui nostri schermi un film d’esordio sicuramente da promuovere, seppur non privo di qualche difetto. Azzeccato il quartetto dei protagonisti alla I soliti ignoti: alla voce un esaltato professore autore di testi alla Tony Pisapia (L’uomo in più di Sorrentino), al contrabbasso un muto sempliciotto sfortunato in amore, alla chitarra un timidone che ha abbandonato gli studi di medicina, al fodero della chitarra un fascinoso gigolò televisivo di serie B dalla camicia perennemente aperta fino all’ombelico. Per questa armata Brancaleone di squattrinati organizzati il pellegrinaggio in nome della musica sarà medicina per il cuore e per l’anima, pur senza mai calcare la mano sull’aspetto esistenziale.

Vero motore delle gag è la coppia Gassman-Papaleo. Il primo ritrova la vis comica del memorabile Teste di cocco, il secondo genera irrefrenabili risate con la grottesca potenza del solo sguardo allucinato. Stona la recitazione di Giovanna Mezzogiorno, troppo finta rispetto alla spontaneità dei compagni di viaggio, ben più adatta alle parti urlate di Vincere o L’ultimo bacio che non al registro della commedia.

Basilicata coast to coast è uno stralunato e randagio sponsor turistico alla regione lucana, al suo sole abbagliante e ai suoi brulli pendii, senza mai scadere nella cartolina. La componente musicale, insieme alla simpatica cadenza linguistica di un non-profondo sud, rende organico un montaggio non sempre fluido. Funzionano le scanzonate canzonette della picaresca band e il cullante contrabbasso dal gusto dolcemente jazz di Max Gazzè.

Emergono anche un paio di citazioni sul grande cinema italiano di “tempi d’oro”: l’insegna “Rocco e i suoi cugini” ricorda il capolavoro viscontiano di Rocco e i suoi fratelli, mentre la scultura presente sulla locandina è eco della statua volante che apre La dolce vita di Fellini.

La regia, a tratti disomogenea e anonima, trova un’ancora di salvataggio nella macchina a mano da reportage di guerriglia urbana. Ma non andiamo a cercare il pelo nell’uovo. L’esordio alla cinepresa di Rocco Papaleo merita un compiaciuto applauso per aver portato in sala il volto sano e popolare di un’umanità meridionale che non fa rima con la criminalità organizzata.

Voto: 8

The Hunter: il cacciatore di uomini

E’ ufficiale: dopo Asghar Farhadi, Abbas Kiarostami, Jafar Panahi e Mohsen  Makhmalbaf il cinema iraniano ha un nuovo grande maestro: Rafi Pitts. Il suo ultimo The Hunter – Il cacciatore ne è la palese dimostrazione. Dimostrazione di un cinema che non solo garantisce qualità visiva, ma anche contenutistica, che scandaglia in profondità le pieghe più o meno controverse dell’Iran dei giorni nostri.

Ali è da poco uscito di prigione, trova lavoro come guardia notturna di una fabbrica di auto e ha poco tempo per stare con le amate moglie e figlia. Un giorno torna a casa e non le trova: sono tragicamente rimaste uccise durante uno scontro a fuoco on the road tra polizia e ribelli. Ali, accecato dal lutto e dalla rabbia, uccide un poliziotto. Ha così inizio una disperata caccia all’uomo…

Non siamo di fronte al solito plot fotocopia de Il fuggitivo con Harrison Ford, ma ad un soggetto originale che zooma su luci e ombre del popolo iraniano, sui rapporti uomo-donna, ma soprattutto uomo-uomo, tra gente comune e forze armate (e addirittura interne agli “uomini in divisa”). Uno Stato dove si ricerca la sicurezza, ma anche la giustizia “fai da te”, dove la vendetta prende il posto di un buon senso che non ha appigli. Va in scena una Teheran anarchica nel traffico, di donne e bambine perennemente incappucciate dal velo e ufficiali di polizia “omertosi” e distaccati.

Rafi Pitts garantisce qualità sia dietro che davanti alla mdp. Supportato da un omogeneo tono (cromatico) tendente all’algido, è costante il ricorso ad inquadrature fisse mostrate prima in campo lungo e in seguito in piano ravvicinato (come se si frapponesse un invisibile lente d’ingrandimento da mirino di precisione). Ogni sequenza, per di più immobile, è un’opera d’arte. Nei panni di attore, Pitts è quasi one man show, Atlante che trasporta sulle sue spalle il peso dell’intera pellicola. Muso lungo da cane bastonato e rabbioso, parla con la frequenza di un mimo e veicola i sentimenti tramite uno sguardo arcigno e alienato, spento e determinato.

Un’opera che centra il bersaglio della nostra sensibilità, che riempie l’animo sulla lunga distanza. Se infatti la pazienza è la virtù dei forti, lo spettatore è invitato a farne scorta. Ma giunti ai titoli di coda ne sarà profumatamente ricompensato.

Un film che vale il prezzo del biglietto per la sequenza di apertura (con ancora i titoli di coda che vi scorrono sopra) e soprattutto un finale da applausi, di quelli in cui lo spettatore ha un portentoso calo di adrenalina di fronte alla genialità.

Voto: 8

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Home Video – La solitudine dei numeri primi

La solitudine di Saverio Costanzo. Almeno cinematograficamente. Sì, perchè è il meno italiano tra i registi del Belpaese. Forse potremmo addirittura definirlo il non-italiano. Un occhio sul mondo più unico che raro, da vera pecora nera. In senso positivo, ovviamente.

Dopo lo strabiliante “Private” sulla forzata convivenza “condominiale” tra israeliani e palestinesi e lo spiritual-meditativo “In memoria di me”, Saverio Costanzo trasforma in film a tinte fosche il best seller di Paolo Giordano… continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI  (e diventa FAN su Facebook)

London Boulevard: nella Londra dark di Monahan

Mitchell (Colin Farrell) è appena uscito di galera e vuole mettere la testa a posto. Ma i suoi ex compari di atti criminosi non sembrano essere della stessa idea e cercano in tutti i modi di ritirarlo dentro la malavita. Si “svincola” finendo a fare da bodyguard a Charlotte (Keira Knightley), giovane diva del cinema braccata continuamente dai paparazzi appostati giorno e notte di fronte a casa sua…

Con London Boulevard William Monahan cade in tentazione della macchina da presa, pecca e sbaglia. Perché il troppo, si sa, stroppia. Il 50enne sceneggiatore statunitense, premio oscar per lo script del mirabolante e cervellotico The Departed di Scorsese, confeziona un’opera che non è né carne né pesce. Per di più priva di quell’intreccio “labirintico” e di quel ritmo tra il piacevole e l’affannoso delle sue precedenti sceneggiature (tra cui anche Nessuna verità diretto da Ridley Scott).

Diamo però a Monahan quello che è di Monahan. Ovvero le sfiziose briciole di un buon inizio. Sì, perché le prime sequenze fanno presagire a qualcosa di “nuovo”. Presagio tristemente stroncato intorno alla mezz’ora dopo che lo spettatore non vede decollare alcuno spunto decente. Il tedio del deja vu si fa strada e non basta qualche pistolettata o scazzottata ben assestata (con sangue annacquato) per farci cambiare idea. I toni del noir restano volatili, leggeri, indefiniti, troppo luminosi in una Londra buia, lontana sia dalla sua fisionomia romantica sia dal randagismo da Bronx. Anche la regia, personale nei primi minuti (scorre fluida su personaggi e mura metropolitane, è magnetica nelle riprese dal basso verso l’alto), si appiattisce e intristisce.

Venendo agli attori, Colin Farrell è bravo dietro quella faccetta pulita ed elegante. Finto timidone disorientato capace di sferrare pugni secchi senza preavviso, dimostra aderenza al personaggio e soffusa partecipazione interiore. Keira Knightley è un buco nell’acqua, spenta, svampita, anonima. Veste senza sex appeal i panni di una star che se ne va a zonzo incappucciata e con occhialoni stilosi alla Britney Spears. Insomma, un film che sfocia troppo presto nel suo sunset boulevard.

Voto: 5

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