Archivi del mese: maggio 2011

Mr. Beaver: Mel Gibson convince solo a metà

Walter Black dirige un’azienda di giocattoli in piena crisi di vendite ed è affetto da una grave forma di depressione che lo spinge più volte a tentare il suicidio. Il figlio maggiore lo odia e non vuole fare la fine del padre. La moglie lo abbandona perché non sopporta più di vivere con un morto che cammina. Ma la salvezza per Walter spunta un giorno dal cassonetto dell’immondizia: è Mr. Beaver. Un peluche a forma di castoro diventa la sua mano sinistra e la sua vita vira verso una rinascita…

Con Mr. Beaver Jodie Foster si divincola dall’americanismo tutto kolossal, film fantastici e super effetti speciali, puntando tutto sull’impervia e spinosa tematica della depressione. E lo fa con un soggetto estremamente originale, stringendo sul potere terapeutico di una marionetta, di quei peluche che piacciono a grandi e piccini e che, nella loro non-vita e immobilità eterna, sono spesso più espressivi e vitali dell’uomo.

Il film si apre con tono e musichette da commediola, poi una voce fuoricampo illustra una tragica situazione familiare, ma senza indugiare sul patetismo. La cromia fredda delle prime scene, la stessa che attanaglia l’animo di Walter, si fa via via sempre più evidente e avvolgente. La regia della Foster è delicata ma senza toni da fiction, personale ma non eccentrica, e accompagna la vicenda senza rubare la scena ai suoi personaggi. Notevoli le ripetute sequenze in cui la bocca del castoro si sovrappone a quella di Gibson, in un continuo gioco di sdoppiamento/unificazione della personalità (che addirittura raggiunge una “terza dimensione” nella voce fuoricampo in terza persona). Un’opera che procede in terra piana senza strappi o vezzi, verso un finale “in interno di garage” inaspettato ma inevitabile.

Qualche riserva e dubbio inossidabile rimane per la prova di Mel Gibson. L’aggettivo migliore per definirla è altalenante. Il suo volto di cemento ci propina per 90 minuti lo stesso sguardo da pesce lesso e cane bastonato con occhi al limite dell’essiccazione. La qual cosa può andare bene avendo a che fare con un personaggio depresso. Il problema sta nella coscienza che Gibson ha del suo personaggio. Alterna infatti momenti in cui dimostra di star fortemente dentro la parte (assegnatagli con magnanimità materna da Jodie Foster) ad altri in cui sembra cascato dal pero, come se si stesse interrogando sul significato di set cinematografico. In questo secondo caso, il castoro, a confronto, è più intenso e poliedrico. E’ quindi lecito pensare che (forse) qualsiasi altro attore, e ne pesco uno “a caso” come Bill Murray, già navigato dopo la simil-depressa performance in Lost in Translation di Sofia Coppola, avrebbe fatto certamente meglio. Insomma, un buon film con una grossa ombra intorno all’attore protagonista. E scusatemi se è poco…

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The Tree of Life: Malick delude tra magnificenza estetica e noia emozionale

The Tree of Life di Terrence Malick è un film difficile, complesso, che non risponde ai classici canoni feisbucchiani del “mi piace” o “non mi piace”, né ai voti numerici o alle stelline del Morandini. E’ senza dubbio un’esperienza che non lascia indifferenti e da provare rigorosamente al cinema. Al costo di giungere ai titoli di coda con la palpebra affaticata e la sensazione di aver buttato via i soldi. Un’opera lirica, poetica, ma lontana dai gusti degli spettatori. Quegli stessi spettatori che andrebbero selezionati all’entrata con acuti test psico-attitudinali di un Freud 2.0. Quegli spettatori che ansimano in tensione instabile di fronte ai ripetuti passaggi/sberleffi  in nero di un finale che sembra non arrivare mai e, apparsa la scritta “Diretto da…”, esplodono in risate isteriche, fragorose, liberatorie, si confortano spaesati, s’interrogano come intellettual chic sulla coerenza di un film che coerenza non ha, si guardano con lo stesso sguardo lesso tenuto da Sean Penn per quei 9 minuti netti complessivi in cui sta in scena, con la faccia a mal di corpo di chi, appena svegliatosi, non si è ancora ripreso dal tragugiamento di 13 Negroni in disco le sera prima.

Terrence Malick punta in alto, troppo in alto, con fare ambizioso e coraggioso, pretenzioso e presuntuoso, da vero sborone post-moderno. Il suo “capolavoro” è un calderone esteticamente affascinante ma emotivamente insipido. Perché questo è il distinguo da fare. Dal punto di visto tecnico, artistico, estetico, The Tree of Life è ineccepibile, impeccabile. E’ faticosa ma bella la mezz’ora abbondante (il vero scoglio per un comune mortale che rischia di gettare la spugna prima del tempo) di National Geographic mischiato al migliore Super Quark di Piero Angela (con tanto di mostro di Lochness e ridicoli dinosauri oblunghi di infinita inferiorità rispetto a quelli di Spielberg). Anche chi non ama i documentari l’apprezza. Ma il troppo stroppia e si affaccia prepotente la noia, lo sbuffo, lo sbadiglio, la poltroncina che scricchiola.

La fotografia è lucida, patinata, luminescente. La prova degli attori (Sean Penn escluso) è divina: Brad Pitt dimostra per l’ennesima volta di saper affrontare ruoli dai contorni non americani con intensità, virulenza, concentrazione, coriaceo nei panni di un padre padrone senza limiti; Jessica Chastain è un’anima in pena, pia, devota, madre materna e protettiva, troppa buona per questo mondo; il piccolo Hunter McCracken è bravissimo dietro il suo sguardo accigliato di figlio forzatamente ribelle.

La colonna sonora suscita rispetto e magnificenza, con canti di cori angelici e melodie divine/religiose, inframezzate da Mahler e Bach. La regia è personalissima, assolutamente mai vista prima, alla continua ricerca del fiato sul collo dei personaggi, a tratti nauseante a tratti dolce e dolcissima, invadente e invasiva come un fantasma terzo incomodo che si muove soave con soggettive schizofreniche o lo svolazzare di un calabrone ubriaco e onnipresente.

Ma non basta il volo di una farfalla o una foglia al vento per carpire il nostro cuore. L’emozione non passa. Neppure un goccio. Questo è il problema, la pecca, il macigno che sfracella il pubblico in sala. L’emozione nasce e muore in Malick stesso. La pellicola rimane fredda nei suoi algidi ripetuti richiami ad un Libro di Giobbe banalizzato e affiancato da una retorica disarmante. E’ ovvio che quando si parla di Bene e Male, Vita e Morte, Natura e Grazia, padri e figli, lo “scivolone retorica” è dietro l’angolo, ma Malick non fa nulla per diluirla in chiave emotiva. L’albero della vita l’ha piantato per se stesso, è suo e suo rimane, il pubblico ne rimane avulso come fosse un accessorio, un soprammobile, un ninnolo di cui non tener conto.

Nonostante i palesi richiami a 2001 – Odissea nello spazio e per quanto Malick cerchi di imitare, ispirarsi e reincarnarsi nel maestro di Shining, non nominiamo il nome di Kubrick invano, che rimane di un’altra galassia, inarrivabile, inimitabile. Folle solo il principio di idea di paragonarsi a lui. Kubrick sapeva quello che faceva, c’è un fil rouge nel suo favoloso e ostico 2001; Malick invece perde la testa, confeziona un’opera mastodontica ma vuota, la cui logica sfugge.

E’ un film che cambia la storia del cinema, quanto meno quella di Malick che perde una buona fetta degli spettatori che amarono (forse anche con qualche sforzo) La sottile linea rossa. Monta un film da gusto avanguardistico sovietico degli anni Venti, una sorta di Entr’Acte, di Ballet mecanique, giustapposizione senza racconto. Alla fine della fiera non rimane nulla nelle mani dello spettatore, solo un brutto ricordo.

Be Kind, Rewind: “Good Bye, Lenin!”

Raramente il cinema riesce a creare un ibrido omogeneo di dramma e commedia in modo equilibrato, senza calcare la mano né sull’uno né sull’altro genere, con una fluidità che non patisce attriti nè forzature. Good bye, Lenin! di Wolfgang Becker è una di queste rarità. Un’opera di bellezza non comune, che convince e scioglie cuore e anima sin dai primissimi minuti.

Ottobre 1989, Germania dell’Est. Christiane subisce un infarto… Continua a leggerlo su http://www.cinemaerrante.it cliccando QUI (e diventa FAN su Facebook)

L’uomo che verrà: i bambini ci guardano

Martina ha 8 anni, due gambe esili da pinocchietto e due grandi occhi spalancati sul mondo tra sogno e malinconia. Il suo sguardo tutto coglie e niente tralascia. Giorgio Diritti pone la macchina da presa ad “altezza bambino” e attraverso questa prospettiva pura e privilegiata ci conduce su e giù tra i boschi e i viottoli, i covoni di paglia e i vigneti di una lontana comunità contadina.

L’uomo che verrà è il suo Albero degli zoccoli. Da Olmi ha imparato quella meticolosità da trattato antropologico capace di rendere sul grande schermo il respiro di un microcosmo governato da ora et labora, sacro e meraviglioso, dove si percepisce forte il profumo del muschio e l’odore delle foglie. Ma l’allievo si spinge oltre e supera il maestro.

Dopo aver indagato i temi dell’integrazione e della diffidenza nelle bucoliche de Il vento fa il suo giro, dove un pastore incontra la Civiltà sui pendii piemontesi, torna sui monti (quelli bolognesi stavolta) per raccontarci lo scontro tra Storia e storia, come la Guerra cambia e infrange il modus vivendi, i ritmi e i ruoli (non solo familiari) di un piccolo mondo antico. Così come il vento, anche la Storia fa il suo giro e porta via con sé l’eccidio di Monte Sole, meglio noto col nome di Marzabotto. E’ una strage degli innocenti: 800 morti, tra cui più di 200 bambini. Il personaggio di Martina vuole proprio ricordare ciascuno di essi.

Siamo di fronte ad un rigoroso saggio di tecnica e contenuto, che ridisegna con poesia e saggezza registica i confini e i lineamenti del cinema d’impegno civile e del genere di guerra. Il montaggio pacato e carico di silenzi spazia da campi lunghi e lunghissimi a primi piani e dettagli con estrema fluidità. L’emozione affonda nel cuore dello spettatore come gli stivali dei partigiani nella neve fresca. I pittoreschi effetti speciali e l’azione propri dei kolossal bellici americani rimangono fuoricampo, così come il sangue delle umili vittime. La mitragliatrice spara in faccia alla macchina da presa, che riprende solo le smorfie di dolore di volti scarni e vissuti, la cui dignità si preserva immacolata, come la Vergine devotamente pregata dalla madre di Martina.

Vita e Morte, Bene e Male si incontrano in questo angolo degli Appennini rifuggendo tesi ideologiche o manichee. Diritti si limita a descrivere e raccontare, non giudica né i partigiani né i tedeschi, proprio come i contadini vedono la Guerra bussare alla loro porta ma non ne capiscono il motivo (Ecco una cosa che ho capito, che molti vogliono ammazzare qualcun’altro, ma non capisco perché dice Martina).

Paura, smarrimento, coraggio, tensione, imbarazzo, amore. L’intera varietà dei sentimenti scorre silenziosa ed manifesta negli occhi dei protagonisti, sostenuta da una trascinante colonna sonora di canti religiosi e ninne nanne, e dalla spigolosa dolcezza del dialetto stretto bolognese, chiaro riverbero del cinema neorealista. L’uomo che verrà è un film corale, di sguardi parlanti che tessono la tela di una collettività semplice che consuma la sua laica Passione. Un’opera intensa e necessaria, aspra e forte da lasciare senza parole. Come la piccola Martina.

Voto: 9

In un mondo migliore: quando le statuette hanno ancora senso

Il terzo principio della dinamica prevede che ad ogni azione corrisponda una reazione uguale e contraria. Una sorta di legge del taglione trasposta in fisica. Della serie “occhio per occhio, dente per dente”. E’ la filosofia di vita che dimora nell’animo del piccolo Christian, protagonista, insieme al compagno di scuola e “di merende” Elias, del lugubre (spiritualmente) e raffinato (tecnicamente) In un mondo migliore di Susanne Bier (Non desiderare la donna d’altri). Il primo è orfano di madre e nutre un non ben motivato e profondo astio verso la vita, il secondo è un pischello timido e vessato dai bulli della scuola. Due personaggi che ricordano la profondità spirituale dei gemellini Marcus e Jason dell’Hereafter di Eastwood o degli adolescenti ai margini dei fratelli Dardenne.

Una pellicola che merita tutto quello che ha vinto (Gran Premio della giuria e Miglior film del pubblico al Festival di Roma 2010, Oscar come miglior film straniero 2011).

La regia della Bier è stupefacente: lucidi primissimi piani si alternano a zoomate improvvise, macchina a mano da reportage quotidiano si bilancia con catartici campo-controcampo. Un’opera che si ciba della bravura dei suoi attori, tutti dentro la parte sin dalle primissime sequenze. Rimaniamo incantati di fronte al terrore e all’emozione generati dalla Bier, in solenne attesa di quella reazione che spezza l’azione che l’ha appena preceduta e preannunciata. Non c’è sconti e non c’è tregua di suspense nel raccontare di una coppia di ragazzetti che cercano giustizia (o vendetta?) in un mondo che non è il migliore dei quelli possibili. Un microcosmo dove si impara sin da piccoli a sopravvivere (alla vita) con la violenza. L’unico ad opporsi a questa “filosofia dello schiaffo”, nonostante un forte traballamento nella seconda metà del film, è Anton, padre di Elias, medico senza frontiere impegnato nel cuore del continente africano. La sua cultura pacifista lo porta ad incassare botte anche sull’altra guancia, senza mai reagire all’affronto.

Un’opera di contenuto, fuliginosa, avvolgente, che stringe il cuore e lega gli occhi allo schermo, da mostrare nelle assemblee scolastiche, che fa riflettere su come speranza e pace possano esistere in un mondo migliore.

Voto: 9

Cannes 2011: Malick, Dardenne e Dujardin fanno fuori Moretti e Sorrentino

Non Habemus Nanni e This must not be the place per vincere un bel premio. Fumata nera, insomma. Moretti e Sorrentino sono stati ignorati nella serata finale del Festival di Cannes 2011. Con un pizzico di sopresa, oggettivamente. Perché la critica e il pubblico avevano accolto molto bene le due opere italiane in concorso. Forse addirittura Sorrentino con più fervore di Moretti, veterano del festival dei cugini francesi.

Insomma, si torna a casa a mani vuote e a becco asciutto.

Questi quindi i premi assegnati:

Palma d’Oro al miglior film: The tree of life di Terrence Malick (un film che si potrà amare o odiare, ma certamente da vedere!)

Gran Premio della Giuria: ex aequo tra Il ragazzo con la bicicletta dei fratelli Dardenne e Once upon a time in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan

Miglior attrice: Kirsten Dunst per Melancholia

Miglior attore: Jean Dujardin per The Artist (ha fatto fuori i quotatissimi Sean Penn e Michel Piccoli!)

Miglior regista: Nicolas Winding Refn per Drive

Miglior sceneggiatura: Joseph Cedar per Hearat Shulayim

Camera d’Or: Las Acacias di Pablo Giorgelli

Cosa ne pensate? Delusi per le esclusioni degli italiani? E il domandone: andrete a vedere il film di Malick???