Archivi del mese: aprile 2011

Esclusivo! Video intervista a Eugenio Cappuccio, regista di “Se sei così ti dico sì” – roba per veri onesti e spietati!

Classe 1961, allievo e assistente alla regia di Federico Fellini, regista di uno dei corti italiani più premiati dagli anni Novanta ad oggi, Il caricatore, e attento indagatore dell’uomo posto su un continuo banco di prova. Chi è? Stiamo parlando di EUGENIO CAPPUCCIO, che dopo Volevo solo dormirle addosso e Uno su due, torna al cinema con Se sei così ti dico sì, nelle sale da oggi 15 aprile 2011. E all’anteprima stampa romana l’Onesto e Spietato c’era, of course (il perchè è una lunga storia che merita un post ad hoc)! E Cappuccio ci ha regalato una breve ma intensa intervista tutta per noi! Un vero inedito, una vera chicca! Il tema della scelta nel film, come è stato lavorare con Emilio Solfrizzi e Belen Rodriguez, cosa pensa del rapporto cinema-web e una esclusiva anticipazione sui suoi progetti futuri! Di questo abbiamo parlato nella video intervista che segue! Buona visione!

Son of Babylon: nel nome del padre

“Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera”. Così inizia una nota canzone di Francesco Guccini, perfetta nell’inquadrare una delle scene cardine di Son of Babylon di Mohammed Al-Daradji. Il piccolo Ahmed, appena 12 anni, trascina per mano sua nonna verso un pullman che conduce a Nassiriya, tappa di un viaggio della speranza alla ricerca, per Ahmed, di un padre mai conosciuto e, per l’anziana donna, di un figlio scomparso durante la guerra che nel 2003 ha portato alla caduta di Saddam Hussein in Iraq. Una lunga odissea via terra dal nord al sud del Paese, che costringerà il 12enne a diventare adulto prima del tempo.

 

Presentato in anteprima italiana a conclusione del “Film Middle East Now “ 2011 di Firenze, Son of Babylon, candidato iracheno agli Oscar, ha girato decine di festival internazionali, vincendo il Gran Premio della Giuria al Sundance e il Peace Film Award a Berlino.

Un film straordinario, che spinge più volte le nostre lacrime al limite della palpebra. Un’opera di vento e sabbia, polvere e sudore, speranza e morte, vita e umano disincanto. Mohammed Al-Daradji tiene in pugno una storia semplice che è la storia di tutte le storie: la ricerca disperata delle persone che amiamo. Una storia particolare dal valore universale, con un forte messaggio di pace che passa attraverso cadaveri scheletrici, identità spazzate via dal conflitto armato come dall’impetuoso vento orientale. La vicenda di Ahmed e sua nonna è la stessa vissuta da centinaia e centinaia di donne e famiglie in un territorio iracheno da ricostruire.

Pochi attori, non professionisti, che come accadeva nel Neorealismo italiano, sono molto più genuini ed espressivi di chi è attore di mestiere. Questo perché esprimono davanti alla mdp il loro vissuto, il vero dolore di chi la guerra l’ha provata sulla sua pelle, vista coi suoi occhi, patita nel suo cuore. Un film di contenuto, di volti, occhi, sorrisi e pianti strappati alla vita. Un’opera che come un piccolo grande rosario alterna sequenze magistrali e momenti di intenso lirismo. Difficilmente possiamo ricordarli tutti. Ne cito solo due: la nonna che racconta on the road (sugli affollati sedili di uno scalcinato pulmino) la storia biblica di Abramo e Isacco come fosse una fiaba; l’anziana che cambia gli abiti al ragazzo e gli lava la faccia per entrare pulito ed “elegante” in un diroccato e deserto carcere in cui il piccolo spera di trovare il padre.

 

Un film da far vedere nelle scuole, che ci auguriamo possa trovare presto distribuzione in Italia e ottenere il successo che merita. Prima di questo Al-Daradji (classe 1978, laureato in Belle Arti a Baghdad e specializzatosi in cinematografia a Londra) ha girato Ahlaam (2006) e il documentario War, love, God and Madness. Ora sta lavorando ad un nuovo film incentrato sulla figura di una donna kamikaze. Un regista da monitorare, destinato a girare ancora grandi pellicole.

 

Fonte: http://www.cinemonitor.it

Link: http://www.cinemonitor.it/contenuto.asp?uid=HZXD1ZKPFNU12L75UX3582E5DHR8HY1UVVXAHYJAD

Frozen: la seggiovia della paura

Tre amici, un week end sulla neve, una seggiovia che si blocca improvvisamente. All’apparenza tre ingredienti classici per un perfetto B-movie con attori pessimi e (dis)avventure al limite del “già visto”. All’apparenza, ripeto. Perché Frozen di Adam Green è una piccola grande sorpresa. Giunti infatti ai titoli di coda ci fa sospirare (o forse tirare un bel sospiro di sollievo) e pronunciare la fatidica frase: “Mi aspettavo di peggio!”.

Il cinema, nel corso dei decenni, ci ha insegnato ad avere paura di qualsiasi cosa: squali in primis (ammesso che si debba imparare a temerli), aerei, treni, squilli del telefono, toc toc alla porta, sogni, ecc. In questo calderone ora, grazie a questa pellicola, c’è pure la seggiovia, con tanto di lupi pronti a sbucare dalle fronde del bosco.

Pur partendo in sordina (pensiamo subito “ecco le solite tre capre dilettanti del più abituale filmettino americano girato per battere cassa facilmente”), l’intensità cresce con fare rossiniano e i sentimenti passano realisticamente dall’illuso e positivista “Dai Joe, ce la puoi fare” al disperato ed esigente “Joe ti prego, faccela!”.

Frozen non è quindi il solito thrilleraccio da quattro soldi con inserimenti horror. Ha qualcosa in più. Innanzitutto una ambientazione assai circoscritta: uno stretto e lungo sedile ferroso sospeso nel vuoto e nel freddo. Una soluzione che ricorda la cassa da morto di Buried di Rodrigo Cortés. In entrambi i casi i registi dimostrano di possedere abilità dietro la mdp, creando una varietas di inquadrature atte a non far appisolare lo spettatore. Nel caso di Frozen, particolarmente efficaci sono i dettagli sulle cigolanti carrucole e sui robusti e taglienti fili che reggono l’impianto sciistico. Lo stridente scricchiolio delle porte della più classica casa di campagna è traslato sulle piste innevate. Ovviamente, di fronte ad un film dove il rosso del sangue tinge il candore della neve fresca, la nostra mente non può non correre al non plus ultra di Alive – I sopravvissuti, capolavoro del 1993 di Frank Marshall.

Questi buoni elementi di terrore non sarebbero però compiuti  senza altre due peculiarità: la prima è la presenza di mani scavate dal sangue e dal taglio dei gelidi fili della seggiovia, di visi inariditi e crettati dallo sferzare del vento, di tibie e peroni simpaticamente e morbosamente en plain air. La seconda è la buona prova attoriale del trio dei protagonisti: Kevin Zegers (applaudito per la performance in Transamerica) dimostra di avere un futuro in questi (sotto)generi americani rivolti ad un pubblico particolarmente targettizzato; il biondo e glaciale Shawn Ashmore, dopo aver vestito i panni dell’Uomo Ghiaccio in X-Men, dà prova di poter sopravvivere anche al di fuori del fantasy; Emma Bell conduce il film con polso fermo (e mano insanguinata) verso un lieto fine non convenzionale, con tanto di sfatamento dell’abusata e finto-tranquillizzante battuta “Andrà tutto bene!”.

Insomma, il film che non ti aspetti. Certamente non entrerà nella storia del cinema, ma un posticino come piccolo cult nel genere se lo è ritagliato con merito.

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La fine è il mio inizio: father and son…

Il cerchio della vita. Non è il Re Leone, ma uno dei tanti insegnamenti della terrestre filosofia di vita di Tiziano Terzani, i cui ultimi giorni sono raccontati in La fine è il mio inizio di Jo Baier, con Bruno Ganz ed Elio Germano. Un film della parola, di una parola pura, che non si trasforma in flashback o simili. Parola allo stato brado, nelle sue spigolature, nella sua musicalità, nel suo essere veicolo del pensiero e del vissuto di un uomo normale e speciale allo stesso tempo. Un kammerspiel all’aperto, un racconto continuo che si fa assaporare frase dopo frase, senza incappare in inutile ampollosa verbosità. Tutta una vita scorre attraverso il dialogo tra padre e figlio, fino all’ultimo respiro (vitale).

Di fianco al logos fatto cinema c’è spazio per il rumore del giorno, il frastuono delle nuvole che (non) scorrono, il fruscio delle foglie, il fischio del vento, il crescere di un albero, il gracchiare dei corvi, ma anche per il lieve fracasso dei piatti in cucina o delle forchette a tavola.

 

Girato interamente in Toscana, nei veri luoghi in cui soggiornò Tiziano Terzani prima di morire, La fine è il mio inizio, trova la via verso il cuore dello spettatore nell’interpretazione di Bruno Ganz. Difatti la prova di Elio Germano è insipida, poco partecipata, distaccata. Bruno Ganz invece confeziona una prova attoriale da premio, superiore a quella de La caduta e Il cielo sopra Berlino. Con barba folta e bianca da grande vecchio e abito candido da monaco Zen, ha le sembianze di un Padre Eterno sceso sulla Terra o di un uomo pronto ad indossare le vesti lucenti dell’aldilà. Ogni grassa risata, ogni ruga che si piega sul suo volto, ogni occhio sgranato sul mondo sono carichi di sentimento e di vera gioia per una vita della quale si è succhiato tutto il midollo. A sorreggere la sua grande performance altri due pilastri: una fotografia mozzafiato, tanto che lo spettatore si chiede se certi luoghi (così lontani, così vicini), come la cima del monte affacciata sulle nuvole color panna, siano reali o celestiali; la colonna sonora di Ludovico Einaudi, uno stream of consciousness al piano dolce e lieve, trascinante e inafferrabile, energico e malinconico. Ogni paesaggio e ogni nota battono sul nostro cuore come il vento alla fragile e sbucciata porta della umile dimora di Terzani/Ganz. Sostanziosi punti a favore che suppliscono a due difettucci evidenti: una regia, quella di Jo Baier, anonima e assolutamente impersonale; una certa demagogia in alcuni frangenti. Quanto a questo secondo nèo, è di quelle demagogie che si mandano giù come un boccone però non troppo amaro, proprio perché, in particolare in questo nostro periodo storico, soddisfa le aspettative di un pubblico desideroso di certezze e necessarie banalità.

 

Privo di baci appassionati, sparatorie o delitti sanguinolenti, è un film che esalta le cose più comuni e piccole del nostro vivere, che merita di essere visto anche solo per essere un’anomalia nel sistema-cinema. Un film di contenuto, da guardare estasiati con la testa leggermente inclinata e la bocca poco poco aperta, con l’attenzione alta e pronta a non lasciarsi sfuggire neppure una mezza parola, con lo sguardo vigile nell’indagare le pieghe della vita (terrena e non solo).

Alla ricerca dei film “primaverili”! Ecco il sondaggione!

La primavera sembra arrivata: il sole scalda, le giornate sono più lunghe, gli uccellini cantano. Una nuova allegria ci riempie dopo il grigiore dell’autunno e dell’inverno. Così mi è venuto in mente di buttare giù una lista di film che, come la bella stagione dei fiori, fanno bene all’anima. Ovvero quei film da vedere senza grosso impegno (intellettuale), che ci aprono il cuoricino, che ci fanno divertire e riflettere. Insomma, film primaverili, vitali, freschi.

Scambiamoci quindi idee, proposte e opinioni su quali sono i film che riabilitano alla vita, che “salvano dalla depressione”, che insomma ci fanno stare proprio bene dopo i titoli di coda. Da questa “lista” sono quindi banditi i thrilleroni ansiogeni, i cervellotici film di David Lynch, gli horror claustrofobici e anche le cazzate disarmanti e senza salvezza. Partecipano al gioco film leggeri con un piccolo grande pizzico di riflessione. Certamente ce ne sono a iosa, a me sono venuti in mente questi 5:

 

-          Little Miss Sunshine

-          Il favoloso mondo di Amelie

-          Basilicata coast to coast

-          Agata e la tempesta

-          Ratatouille

 

E a voi? Quali sono i vostri film “primaverili??? Sparate!!!