Archivi del mese: aprile 2011

Le regole della casa del sidro

Film di formazione poetico, delicato, semplicemente bellissimo. Di gusto puramente dickensiano, Le regole della casa del sidro è il capolavoro di Lasse Hallstrom, una pellicola capace di sciogliere anche un cuore di cemento. Non dico che sia il più bel film che abbia mai visto, però ci siamo molto molto molto vicini. L’ho visto senza grosse aspettative e forse anche per questo mi ha letteralmente e totalmente conquistato. Un film semplice, una storia dal sapore antico, dolce e amaro allo stesso tempo, sul senso della vita e delle scelte che ogni uomo è chiamato a fare. Sulle radici, sul valore del mettere al mondo una creatura, sul significato del termine “padre” che va oltre geni e cromosomi. Lasse Hallstrom dimostra di essere un grande novelliere del cinema contemporaneo, come confermerà appena un anno dopo con Chocolat (2000). A trasformare un bel film in capolavoro ci pensa la trascinante colonna sonora di Rachel Portman, che attraverso poche note ci traghetta nel mare sconfinato della lieve commozione.

Un’opera da vedere e rivedere, da segnare nell’albo delle pellicole indimenticabili alla scadere del ventesimo secolo.

Petty romance: l’amore ai tempi del fumetto

Jeong Bae è un fumettista talentuoso che incappa in rifiuti a non finire. Da Rim è una giovane giornalista curatrice di una rubrica erotica su una rivista al femminile. Due vite che un giorno (per caso) si incontrano per mettere nero su bianco un fumetto adults only per un concorso da 130 milioni di Won. Un’avventura che li condurrà a scoprirsi innamorati l’uno dell’altra.

Detto così, Petty romance sembra la solita storiellina sentimentale melensa e per cuori teneri. In realtà l’opera prima di Kim Jeong-Hoon (già sceneggiatore per Sword in the moon di Kim Eui-suk) ha i tratti scanzonati di Juno di Jason Reitman. Entrambi trattano il tema dell’amore e del sesso con freschezza, leggerezza, ironia giovanile e ridanciana ingenuità. Petty romance affronta la tematica sessuale senza far arrossire lo spettatore, anzi generando in lui una sincera risatina sul tabù per eccellenza. Ogni riferimento alla fisicità amorosa passa attraverso l’animazione del fumetto, in una sorta di manga porno soft che non fa stracciare le vesti. Questo si intreccia con animazioni splatter aventi come protagonista una sexy assassina che, come una mantide religiosa, uccide i suoi partner dopo aver consumato il rapporto.

Convincente e spigliata la prova dei due protagonisti: Lee Seon-gyoon, dietro il suo sguardo vagamente assente e il capello scompigliato da artista, mette bene in scena l’anima inquieta, stressata e (tragi)comica di chi cerca di vivere del suo talento; Choi Kang-hee è estremamente simpatica nei panni della verginella so-tutto-io-sul-sesso alla ricerca della sua strada nel mondo della scrittura.

Una pellicola che, a ben vedere, è anche una colorata, eccentrica e volutamente sempliciotta (detto in senso positivo) riflessione sulla fase creativa che alberga in ogni artista, sulle difficoltà dell’ispirazione tra un foglio di carta stracciato e l’altro. Ma anche sulle complicazioni dello sfondare nel mondo dell’editoria, ambito fatto di treni che passano una volta sola e immaturi usurpatori di posti lavorativi. Pur con dei momenti di stallo, qualche minuto di troppo e un finale dolciastro alla Notting Hill, Petty romance è una frizzante brezza proveniente dal lontano oriente capace di rinfrescare anche gli spettatori nostrani.

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Habemus Papam: la sconcertante bellezza dell’umano troppo umano

Il solenne silenzio del conclave è rotto dal ticchettare secco e inquieto delle penne sui tavoli lignei. Poi si alza il brontolio delle preghiere dei cardinali: “Signore, non io, ti prego! Non sono in grado, non sono all’altezza!”. Habemus Papam è la messinscena dell’umano troppo umano che alberga nel sacro e nel divino, nell’insostenibile pesantezza dell’essere Santo Padre. Papa Melville incarna i timori di un manipolo di porporati/nonnetti che si scopiazzano come alunni di quarta elementare, si drogano di medicine forti e introvabili, litigano a scopone scientifico. Nell’autarchica filmografia morettiana, è un inaspettato film corale, dal quale non sono esclusi i due protagonisti.

Muovendosi in un continuo e palese gioco tra Vita e Teatro, Michel Piccoli entra dal fondo come magistrale primo-attore che, poco presente in (Santa) sede, non surclassa i confratelli. Voce fioca e vissuta, versatilità facciale da mimo d’altri tempi, occhio stanco e lucido da triglia, sorriso contenuto ed esagerato, ebete e paterno. Una prova monumentale, da domenica delle palme (di Cannes), paragonabile, in intensità, a quella ottenuta in Ritorno a casa di Manoel De Oliveira.

Poi irrompe il pavone, spelacchiato e argentato nella barbetta, che si compiace della propria bravura e si auto-incensa divertito: un Moretti parodia di se stesso. Ma si fa da parte e argina il suo istrionico egocentrismo concentrandolo in sguardi luciferini e una lingua biforcata che dispensa battutacce, satira ingenua e non sacrilega. Non inoffensiva (verso lo spettatore), ma neppure offensiva (verso la Chiesa). E nel nome della coralità, come in una rimpatriata di fine secolo, ecco tutti i suoi must, dogmi, ormai cliché: la canzone di gusto latino-americano (l’avvolgente Todo Cambia di Mercedes Sosa), il gioco di squadra con la palla (come nell’intero Palombella rossa e la partita di calcio in La messa è finita), gli interni in utilitaria (stavolta privi dell’usurata cantatina da famigliola Barilla).

Pur con alcune smagliature di sceneggiatura, Moretti, come Cechov (il cui Il gabbiano è saputo a memoria da Melville), getta uno sguardo limpido, crudele e tragicomico sulla fragile condizione umana. Oscilla tra piacere (il gioco) e dovere (il pontificato) con fluidità eterea, permeando tutto d’ipnotico magnetismo, sinistra ironia, azione immobile, suspense che tiene in estasi. Un’opera bizzarra e carica di pietas anche grazie alla puntuale ed ispirata colonna sonora di Franco Piersanti, che fonde toni draculeschi con melodie alla “Pierino e il lupo”. Una pellicola da devota genuflessione e applauso scrosciante, se questo non venisse stroncato sul nascere dal ruvido, spiazzante, inevitabile finale. Tende rosse al vento come il sipario di un palcoscenico desolatamente vuoto. Più che habemus papam, ecce homo.

C’è chi dice no: la commedia che dichiara guerra ai raccomandati

Max è un rampante giornalista che ama il suo mestiere, Samuele un preparato assistente universitario di diritto penale e Irma una brava dottoressina di reparto. Tre amici, ex compagni di classe, affetti dallo stesso male: il loro talento viene sistematicamente oscurato dal raccomandato figlio di papà di turno. Ma per la serie “l’unione fa la forza”, mettono su il movimento dei “Pirati del merito”, determinato a destabilizzare un sistema marcio e ingiusto.

E’ proprio il caso di dirlo: Giambattista Avellino con C’è chi dice no ha fatto centro! Dopo lo sfizioso Il 7 e l’8 e il deludente La matassa, il 53enne regista livornese abbandona il duo siculo di Ficarra e Picone e raggiunge la maturità dirigendo con brio emotivo e atleticità tecnica una commedia scritta come si deve da un ispiratissimo Fabio Bonifacci, già in grande forma nei precedenti Si può fare di Giulio Manfredonia, Diverso da chi? di Umberto Carteni e Amore, bugie e calcetto di Luca Lucini.

Ambientato in una Firenze da cartolina raggiante e simil-romantica, C’è chi dice no fa dell’ironia e della battuta comica il suo grimaldello per trattare una tematica spinosa ed estremamente attuale, ovvero quella delle “mafiate” che soffiano da sotto al naso a giovani promettenti posti di lavoro meritati. Una tematica scivolosa che, se non maneggiata con cura e coi guanti giusti, rischia di scadere nella più riduttiva demagogia di gusto proletario e plebeo, facilmente esposta a critiche e pregiudizi. Avellino invece prende il toro per le corna e confeziona una pellicola che fa divertire (molto!) e riflettere, un’opera solida che nella sua leggerezza apre cuori e menti, scanzonata e incisiva allo stesso tempo, forte e chiara senza toni di denuncia o da comizio elettorale. Grazie, ripeto, all’impostazione frizzante.

Una pellicola riuscita anche in virtù di un cast artistico che non si risparmia, capace di dare gambe e fiato ad una prova sincera, sentita,  colorata da una non perfetta ma piacevolissima cadenza fiorentina. Luca Argentero, Paola Cortellesi e Paolo Ruffini dimostrano personalità da vendere, calati in personaggi dall’animo nobile ma privi di sangue blu. Non c’è un tassello fuori posto, non c’è una sequenza che sia detta inutile, non c’è frangente sonnolento o personaggio non caratterizzato. L’ultima fatica di Avellino è come un pacco regalo con una bella sorpresa dentro, una bella carta e un fiocco da favola. Altro punto a favore è un montaggio che si avvale di una quasi ininterrotta colonna sonora che sprona il piede a tenere il tempo, colonna sonora fatta di songs proprio come accade per le commedie anglosassoni.

Senza il rischio di gettare paroloni al vento, possiamo dire che C’è chi dice no è una delle migliori commedie italiane degli ultimi anni, di quei prodotti completi che vorremmo vedere più spesso sul grande schermo.

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“Se sei così ti dico sì” – photos dalla conferenza stampa

Per i più gossippari ecco alcune foto scattate alla conferenza stampa del film “Se sei così ti dico sì” di Eugenio Cappuccio, svoltasi mercoledì 13 aprile alla Casa del Cinema di Roma.

Il regista Eugenio Cappuccio con i due attori protagonisti, Belen Rodriguez e Emilio Solfrizzi

Belen Rodriguez

Emilio Solfrizzi

Eugenio Cappuccio

Belen Rodriguez e Emilio Solfrizzi

“Se sei così ti dico sì”: non è la solita commedia italiana

Sin da piccoli ci insegnano che non si giudica un libro dalla copertina. Copertina che nel caso di Se sei così ti dico sì fa rima con titolo, locandina, attrice protagonista. Si deve gettare il cuore e l’occhio oltre un titolo da fiction di bassa lega per famigliole Barilla riunite sul divano, una locandina da commedia sentimentale fru fru tutta nasino-nasino e la presenza sul grande schermo della sexy poliziotta Tim Belen Rodriguez. Oltre l’incontro a prima vista, Se sei così ti dico sì non è la solita commedietta (all’) italiana. Ha qualcosa di più. Di diverso.

Eugenio Cappuccio, 4 anni dopo Uno su due, torna a raccontarci di un uomo che la vita pone ad un bivio proprio quando crede di non aver più niente da scegliere per l’avvenire. Piero Cicala (Emilio Solfrizzi) è un Tony Pisapia sorrentiniano da tempo giunto in fondo al suo viale del tramonto. Sciatto, stempiato fuori e dentro l’anima, con la pelle riarsa dalla salsedine, si è ritirato nel paesino pugliese di Savelletri. Ma un giorno la Tv bussa alla sua porta. Un treno da prendere o lasciare che condurrà “il cantante”, come lo chiamano i suoi compaesani, verso una nuova giovinezza in seguito all’incontro con la star del momento Talita Cortès (Belen Rodriguez).

Un’opera intensa, che sorprende, affascina, coinvolge, procedendo senza strappi o ellissi disorientanti. Pregevole la prima lunga parte di introspezione, divertente e riflessiva la seconda dopo il ritorno on stage. Eugenio Cappuccio dirige con polso fermo un magnetico Emilio-faccia-di-gomma-Solfrizzi, versatile nel passare in rassegna con fluidità ogni sentimento che alberga nel suo impacciato non-Elvis dai bottoni color madreperla. Al suo fianco una bella e brava Belen Rodriguez, perfetta nei panni di una viziata e altezzosa Lolita di fama mondiale, capace addirittura di raggiungere i lucciconi durante il momento più commovente del film. Fanno loro da cornice una gelida Iaia Forte che ritroviamo dopo la focosa performance tra i babà di Tris di donne & abiti nuziali, un misurato, mai invadente e per questo funzionale Fabrizio Buompastore e un teatrale Totò Onnis.

Il tutto condito da una colonna sonora eclettica, che mischia sonorità ventose e subacquee da baia meridionale ad una sfiziosa marcetta da banda di provincia, dolci tunz tunz da disco dance alla commovente Amami di più dal sapore commerciale e radiofonico, perfetta da dedicare alla fidanzatina di turno.

Pur privo del brio scanzonato di Notting Hill e Scrivimi una canzone ai quali richiama, e con qualche evitabile skatch comico di livello infantile, è una commedia crepuscolare, agrodolce, fuori dal coro, che conduce senza fronzoli caramellati al largo dei sentimenti, spiazzandoci continuamente fino ad un finale aperto. Come il mare. Io, te e il mare.

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