Archivi del mese: marzo 2011

Madagascar, pinguini alla riscossa! Un film tutto per loro!

Onore e gloria ai pinguini di Madagascar! La DreamWorks ha ben deciso di realizzare una pellicola tutta per loro, àncora di salvataggio di un prodotto dell’animazione, i due episodi di Madagascar, mai veramente decollato. Così da spalla, caratteristi, comprimari (chiamateli come volete!) passano sotto le abbaglianti luci della ribalta e si aggiudicano una pellicola tutta pinguinesca.

Alan J. Schoolcraft e Brent Simons (sceneggiatori di Megamind) sono stati chiamati per sviluppare la storia e scrivere la sceneggiatura. Dovere di cronaca ci impone comunque di ricordare che Skipper, Kowalski, Rico e Soldato sono già stati protagonisti del corto Missione Natale e di una serie televisiva. Per ora accontentiamoci di vederli nel terzo episodio di Madagascar, la cui uscita sugli schermi americani è prevista per l’8 giugno 2012. Anche in questo caso salveranno la pellicola dalla semi-sonnolenza (almeno così è stato il secondo capitolo).

Pranzo di Ferragosto, beato tra le nonne!

Ferragosto è alle porte e nessuno vuole rinunciare ad un paio di giorni di vacanza. Ma c’è un problema: dove lasciare l’anziana madre? La risposta è una sola: da Gianni, che si trasforma così per due giorni nella bambinaia di un simpatico gruppo di vecchiette. Casa sua si tramuta in una casa di riposo. Beato fra le nonne.

 

Il regista, sceneggiatore e attore Gianni Di Gregorio ci mostra l’altra faccia dell’estate, quella lontana da ombrelloni, creme solari e code ai caselli autostradali. Roma d’agosto è solitaria, deserta, calda e pacifica. Pochi negozi aperti, poca gente per strada. Tutto scorre in santa pace. O quasi.

Pranzo di ferragosto è un film piccolo, corto, semplice, umile, con inquadrature lunghe e fisse, trionfo del piano-sequenza. Un’opera minimalista che riesce a tracciare un efficace spaccato, realistico e grottesco allo stesso tempo, del mondo della terza età. Di vecchi che tornano bambini.

Queste arzille vecchiette si truccano ancora, ombretto e mascara non mancano sui loro volti, il rossetto è d’obbligo sulle loro labbra, gli orecchini penzolano alle loro orecchie, come a voler esorcizzare le rughe e il tempo che passa, sentendosi ancora vanitose come delle quindicenni. Ma soprattutto sono viziate e fanno le bizze: chiedono la Coca Cola in tavola e la tv in camera, hanno il coraggio di arrabbiarsi e tenere il broncio o chiudersi in camera, si fanno leggere le fiabe prima di andare a letto, scappano di casa di notte. Ma alla fine tornano a giocare a carte, a diluire il vino con l’acqua, a prendere le solite medicine prima di andare a nanna.

In poche parole, Pranzo di ferragosto è una chicca, piccola ma molto saporita, che colpisce per la sua delicatezza e ironia, malinconia e vitalità. Sceneggiature originali ne esistono ancora in Italia. Per fortuna!

Habemus Nannium Morettium!!

15 aprile 2011. No, non è una nuova data Maya per la fine del mondo. Ma quasi. O forse peggio. E’ la data di uscita di Habemus Papam, il nuovo film di Nanni Moretti. L’autarchico per eccellenza del cinema italiano torna in sala con una “commedia dolorosa” (come lui l’ha definita): il nuovo Pontefice eletto (Michel Piccoli) non se la sente di essere il pastore della cristianità e il Vaticano chiama uno psichiatra (Nanni Moretti) per curarlo. Il regista di Caro diario veste nuovamente i panni di uno psichiatra dopo la performance ne La stanza del figlio e si addentra ancora una volta, dopo La messa è finita, nel mondo della religione.

Un film che si annuncia come misterioso, carico di quella indefinita ambiguità che avvolgeva Il caimano, un film a suo modo geniale sull’umano troppo umano del divino. Un film certamente da non perdere!!!

Gustiamoci il trailer:

Il gioiellino

Un gioiellino sì, ma di bigiotteria. Da pochi carati, senza pietruzze luccicanti. Questo è Il gioiellino, l’ultimo film di Andrea Molaioli, il quale ci aveva abbagliato con l’affascinante La ragazza del lago. Ispirandosi allo scandalo Parmalat, il regista confeziona una pellicola sui “trucchetti” finanziari per tenere in piedi un’azienda dei giorni nostri. Un caso particolare estendibile a livello universale. Una storia torbida e per questo reale. Ma non tutte le ciambelle della Leda riescono con il buco. Il film rimane freddo come gli ambienti che ci mostra, nonostante le buone capacità registiche di Molaioli, la straniante colonna sonora di Teardo e la fotografia del maestro Bigazzi. La linea rimane piatta, come un elettrocardiogramma privo di picchi di vita (compresa la scena di sesso tra Servillo e Felberbaum fuoriluogo e fuoritema nel detto-non-detto che inquadra tutto il film). Non c’è mai quel cambio di passo, di ritmo, che possa attanagliare l’attenzione dello spettatore per condurlo in terra piana verso un finale che lascia interdetti. Le ellissi spazio-temporali non aiutano la comprensione, anzi tutt’altro. La suspence e quell’atmosfera noir presente nel film d’esordio non si ripetono in questa seconda non-perla.

Comunque certamente degne di nota due sequenze: quella della creazione del falso in bilancio (“i soldi inventiamoceli”) e quella dello sbarazzamento delle carte dell’azienda, con fascicoli in bilico sui muretti delle scale interne, fogli che volano nel fiume e scatoloni scaricati ai cassonetti sparsi nella città.

 

In merito agli attori non mi scompongo troppo di fronte alla buona prova di Remo Girone, mentre batto le mani per Sarah Felberbaum che mostra di che pasta è fatta, liberandosi dalla pesante àncora televisiva de La figlia di Elisa di Rivombrosa. Pur essendo sempre un grande attore, a Toni Servilllo va solamente un mezzo applauso con tono ben più borghesotto e snob. La sua faccia è sempre la stessa, un volto lungo da cavallo che gioca sulle sopracciglia mobili e l’occhio lesso. Attendiamo una performance nuova, lontano dalle posture sorrentiniane. Ad esempio un bel ruolo in una commedia amara, pungente, brillante.

Immaturi

Molte commedie italiane degli ultimi anni sono affette da una sindrome incurabile: avere un buono spunto di fondo e non saperlo sviluppare. Immaturi di Paolo Genovese rientra in questo calderone di commedie sprecone. Perché anche in questo caso siamo di fronte ad un’idea carina, ovvero la ripetizione dell’esame di maturità di un gruppo di 30enni a causa di una “manfrina” burocratica. Ma tempo una decina di minuti e la tematica scolastica scompare nel nulla, sostituita dalla più classica e beata rimpatriata di eterni Peter Pan.

Di fronte ad una notizia come quella che ricevono i protagonisti della pellicola, ciascuno di noi si strapperebbe i capelli, entrerebbe “un attimino” in crisi. Invece loro no, sembrano pronti e pimpanti come supereroi predisposti al micidiale. Sorridono, prendono sottogamba la cosa, quasi nemmeno aprono i libri, tarallucci e vino per tutti. La rimpatriata è fatta e da qui si sviluppano le non poche risate (aspetto positivo del film!). Ma la scuola, il motivo di fondo di tutto, ciò che plasma anche il titolo, dove va a finire?

 

Immaturi, come ormai tante commedie italiane recenti, risente del “magister” Fausto Brizzi, il cui stile e stampo è rintracciabile in quasi ogni commedia made in Italy che esce in sala. Notte prima degli esami ha lasciato una lunga scia…

Addolcendo il mio giudizio, tra gli aspetti positivi non posso non citarela buona prova del cast. Degna di sottolineatura la performance “spensierata” di Barbora Bobulova dopo le intense prove di La spettatrice e Cuore sacro. Tra i non protagonisti un inarrivabile Maurizio Mattioli, nei panni di un disperato padre romanaccio che non riesce a togliersi di casa il figlio bamboccione (come direbbe un ministro…).

Detto questo, per una seratina in compagnia è un filmino godibile, che diverte… ma niente di più…

Tutto su mia madre: Film rosso

Premessa: quella che segue non è una recensione, ma un’analisi di alcuni aspetti del film.

Tutto su mia madre (Pedro Almodovar, 1999) è un film di colore, anzi sul colore, vero collante di una storia complessa ed eccessiva. Un colore ridondante che nelle sue tonalità calde riecheggia le origini latine del regista.

Il colore si fa forma, portatore di senso, soggetto, sentimento. Sin dalla locandina, dove caratterizza con densità e vigore le labbra e la maglia di una schematica figura femminile, il rosso si presenta come “primo attore” indiscusso. Rosso sanguigno e passionale che penetra subito nei titoli di testa e nelle didascalie temporali. Rosso pulsante come il cuore di Esteban e peccaminoso e ribelle come i capelli delle protagoniste, come le loro bocche marcate dal rossetto e i loro abiti (un esempio su tutti è il cappotto rosso che ricorre più volte addosso a donne diverse). Rosso che incarna l’amore pulito di una madre per suo figlio e l’amore carnale che ogni sera Agrado e Lola regalano ai loro clienti.

Il rosso è il colore del trapianto che porta lo spettatore sul tema della sostituzione, la quale si declina nel trasferimento del nome Esteban quasi per via ereditaria e nel cambiamento del proprio genere sessuale.

Rosso come il sipario che, alzatosi, ci conduce nel mondo del teatro e della teatralità, presente fisicamente sia nelle molteplici sequenze che mostrano scene teatrali sia nell’esasperata recitazione della protagonista.

A questo colore si alternano, come in un quadro di Van Gogh, il giallo e il blu. Il giallo caratterizza gli interni, come a voler creare un senso di intimità ed amicizia. Il blu, il cui tono acceso ricorda il primo episodio della trilogia cromatica di Kieslowski, è il colore della scenografia teatrale e trasmette un senso di pace, come a voler sottolineare l’effetto catartico del palcoscenico. Abbiamo così tre colori primari con cui il regista/pittore dipinge il bene e il male, la gioia e il dolore, il sacro e il profano, e gli stessi istinti elementari dell’uomo.

L’opposizione di caldi e freddi porta la lettura del film su un continuo dualismo che si concretizza sotto varie forme: Barcellona-Madrid, persona-attore, cinema-teatro, evocazione di Eva contro Eva, ricorrenza del numero 2 nei passaggi temporali, riproposizione di sequenze con lievi differenze (ad es. quella sulla decisione del trapianto di organi nella fiction e nella cruda realtà, e quella dello spettacolo Un tram chiamato desiderio visto da Manuela primo col figlio e poi senza).

L’originalità dal fronte cromatico è poi ben rintracciabile in quello stilistico (è sufficiente considerare due magistrali soggettive: quella della matita che scrive il diario e quella dello sguardo di Esteban esanime a terra dopo l’incidente con la madre che prende in mano la sua testa/macchina da presa).

Il colore è quindi l’invasivo comun denominatore di un film eccentrico, alternativo, fuori dal coro, un film che mette in scena sul palco e sullo schermo una storia al femminile sulle sfumature emozionali della vita.

Fonte: http://www.cinemonitor.it

Link:
http://www.cinemonitor.it/contenuto.asp?uid=PTYKBBVRX7CIZI9JPTVYMZVP7XIXRT7YTJHXH75L1