Archivi del mese: febbraio 2011

Citazione da un milione di dollari

Se c’è una magia nella boxe… è la magia di combattere battaglie al di là di ogni sopportazione… al di là di costole incrinate… reni fatti a pezzi e retine distaccate. E’ la magia di rischiare tutto per realizzare un sogno che nessuno vede tranne te.

Million dollar baby

127 ore: la vita è bella

Una storia vera. Aron Ralston, 26 anni, è un giovane determinato a vivere la vita fino in fondo, dedicandosi ad audaci sport estremi. Durante una straordinaria escursione tra le rossastre rocce del Canyon dello Utah, cade in una strettoia e il suo braccio destro rimane incastrato tra la parete ed un masso caduto accidentalmente dall’alto. Ha così inizio la sua prova di resistenza, per la vita, per sopravvivere. Riuscirà a salvarsi dopo cinque lunghi giorni, tagliandosi l’avambraccio con un coltellino da viaggio.

 

Surreale e per questo visceralmente vera. E non è una contraddizione in termini. La storia di Aron concilia l’incredibile con il vero, in una soluzione che ci fa stupire sul senso della vita, sulla forza posseduta da uomo per rimanervi aggrappato, a tutti i costi, anche senza un arto. E’ questo messaggio di speranza e di vita che satura ogni sequenza di 127 ore, ultima fatica di Danny Boyle. Ed è proprio Aron ad incarnare la voglia di vivere, di scoprire, di meravigliarsi, di arrangiarsi, e addirittura il piacere di partire senza dire a nessuno la propria meta (come ci insegna Ethan Hunt in apertura di Mission Impossible 2, anch’egli indaffarato su ardite scogliere rocciose).

La macchina da presa di Danny Boyle, sostenuta da una fotografia mozzafiato (come potrebbe essere altrimenti nel Gran Canyon!), compie movimenti vertiginosi e vorticosi, volti a lasciare a bocca aperta lo spettatore. A questi alterna uno smisurato e stucchevole uso dello splitscreen e immagini che si sgranano nell’imperfezione pixeliana di una videocamera digitale. Ma c’è anche spazio per brevi sequenze con ricordi d’infanzia, feste con amici, eventi mai accaduti, sogni (magistrale quello in cui Aron si immagina libero, trionfante sopra un’enorme roccia rotonda), che permettono ad Aron di non essere realmente solo in quella buca.

Tutto questo è reso compatto da un montaggio atletico, brioso, degno dello sport estremo praticato dal protagonista e condito da sonorità bollywoodiane, d’ora in poi (purtroppo) immancabili nelle pellicole del regista inglese.

 

Intensa la prova del giovane James Franco, one man film, Atlante capace di (sop)portare sulle proprie spalle una vicenda di straordinaria intensità. L’attore ha su di sé tutte le luci della ribalta, ma non si adagia né indugia nel patetismo o nel pathos più smodato. Tiene in pugno il suo personaggio con statuaria fermezza e distinta compostezza. Al suo orizzonte una possibile ma poco probabile statuetta da Oscar come migliore attore. Poco probabile non per demerito, ma per la spietata concorrenza che subirà da parte dei quotatissimi Javier Bardem (Biutiful) e Colin Firth (Il discorso del re).

Ma 127 ore, nella notte più lunga di Los Angeles, sarà in gara con altre cinque nomination. Nel 2008 Danny Boyle sbancò il Kodak Theatre portandosi a casa ben otto statuette. Chissà se una magia simile riuscirà anche quest’anno.

 

Fonte: http://www.cinemonitor.it

Link: http://www.cinemonitor.it/contenuto.asp?uid=CYJ1JUFKBKM9TNGT9AGFRTK6QSC4BYJQSN493MYGB

Il curioso caso di Benjamin Button

Nascere, crescere, morire. C’est la vie. Ma vecchiaia e infanzia in che posizione della vita stanno? E conta l’età “cronologica” o quella “dell’anima”? Non chiedetelo a Benjamin Button. Perché Benjamin nasce come un ingenuo vecchio rugoso e artritico, mentre muore come un neonato con il ciuccio in bocca. Ma da brutto anatroccolo, come ci insegna Andersen, si trasformerà in cigno. Crescere-ringiovanire-invecchiare sono gemelli eterozigoti che si danno la mano in un eterno girotondo. Non è un elisir di lunga vita quello che Benjamin ha nel sangue. Anzi l’unica porzione davvero bella è il dantesco “mezzo del cammin di nostra vita”, quando potrà incontrarsi con la sua amata Daisy.

 

David Fincher, abbandonato il thriller colmo di violenza e suspense di Fight Club e Panic Room, traduce in immagini il breve racconto del 1922 di Francis Scott Fitzgerald. Non è il solito “e vissero felici e contenti”, non è la solita melensa storia d’amore che supera gli ostacoli del tempo. La sceneggiatura racchiude sottovoce in sé molteplici tematiche: il rifiuto o l’accettazione di un bambino che nasce malato, il rapporto con chi è “diverso”, lo spauracchio della morte, il rapporto tra sfera interiore e aspetto esteriore, la fugacità della vita paragonabile al battito d’ali di un colibrì. Ma poiché, come dice Daisy, “la nostra vita è determinata dalle opportunità, perfino da quelle che non cogliamo”, ci si interroga anche sul peso del libero arbitrio, posto sui piatti di una bilancia che oscilla tra Caso e Destino. Anche se la vera tematica regina è il Tempo, il suo senso e il suo rapporto con l’umano desiderio di poter fermare o riportare indietro le lancette.

Lo stesso Fincher sfida il tempo, realizzando un racconto di formazione al contrario di straordinario ritmo, non facendoci pesare le più di 2 ore e mezza di pellicola.

Ordinaria, a causa della raffinata cura del trucco e dell’originalità della sceneggiatura, la prova attoriale di Brad Pitt (pupillo di Fincher dai tempi di Seven) che rinuncia ad essere il solito Adone hollywoodiano per gran parte della pellicola.

Si arriva ai titoli di coda frastornati, pieni di domande in testa. Ma qual è il tempo vero? Quello cronologico o quello spirituale? Meglio vivere al contrario come Benjamin? In verità, alla fine della fiera, non è il caso di logorarsi troppo il cervello sul senso o meno dell’opera. Forse basterebbe accontentarsi di sapere che esistono ancora nel Terzo Millennio fiabe meravigliose come quella di Mr. Button.

Caterpillar: amore e guerra nell’oriente lontano

1940. Guerra sinogiapponese. Il tenente Kurokawa torna dal fronte al suo villaggio pluridecorato, ma privo di gambe e braccia, perse duranti gli scontri. La moglie Shigeko, dopo un iniziale rifiuto della sua condizione di mutilato, lo accudisce come una moglie modello, saziando i suoi desideri di cibo e sesso. Per il villaggio Kurokawa è un eroe nazionale, per Shigeko è solo una vittima della guerra. Ma col passare del tempo la situazione diventa insostenibile…

 

In concorso al Festival di Berlino 2010 e fuori concorso nella sezione Festa Mobile del 28esimo Torino Film Festival, Caterpillar è un film sconvolgente, crudo, che colpisce allo stomaco prima che al cuore. Koji Wakamatsu, maestro dei cosiddetti pinku eiga, ovvero produzioni erotiche low budget, continua a trattare i nessi che legano sesso, società e Storia. Dopo Amore dietro i muri e United Red Army, torna a colpire duro e riesce nei suoi intenti. Siamo di fronte ad uno di quei film di contenuto che, riaccese le luci in sala, lascia la platea in un silenzio assordante.

I temi dell’onore, dell’amore e della vita si scontrano come soldati sul campo di battaglia. Vita pubblica e vita privata sono due mondi vicini e distanti allo stesso tempo. L’onore da (semi)dio della guerra conta più dell’autonomia vitale? Wakamatsu insiste morbosamente sulle scene di sesso (la mente corre inevitabilmente a L’impero dei sensi di Nagisa Oshima) come a voler sottolineare gli istinti primordiali che caratterizzano l’uomo e di come la guerra conduca quest’ultimo alla condizione delle bestie.

Un’opera sulla guerra contro la guerra, di una denuncia che non usa mezzi termini per mettere in luce l’inutilità di ogni conflitto. “Non dimenticate l’olezzo di sangue che ha ricoperto la terra! Non dimenticate l’odore di carne bruciata” ha detto il regista.

Caterpillar è anche un’opera sui rapporti di forza all’interno della coppia, in una sorta di estremistica emancipazione femminile. Kurokawa vuole mantenere il dominio su sua moglie pur nella condizione di tronco umano, lei invece, memore delle violenze subite prima che lui partisse per il fronte, reagisce con violenza fino a maltrattarlo.

Una pellicola di sequenze scioccanti che spingono allo sconcerto e alla riflessione, destinata a lasciare una scia nel cinema contemporaneo.

 

Fonte: http://www.cinemonitor.it

Link: http://www.cinemonitor.it/contenuto.asp?uid=IQETXAMM8LB5HS19JLO4KZIVL1ERNYF9TTRLTURON

Citazione (anti)San Valentino

San Valentino è una festa inventata dai fabbricanti di cartoline di auguri per far sentire di merda le persone. – Se mi lasci ti cancello

Il concerto

Sopravvalutato. Premesso che la critica è una “scienza” soggettiva e imprecisa, penso che il polverone di consensi suscitatosi quasi un anno fa intorno a Il concerto di Radu Mihaileanu sia eccessivo. E’ certamente un buon film, ma non un capolavoro tale da essere premiato come miglior film europeo sia ai David di Donatello che ai Nastri d’Argento. Interessante lo spunto iniziale della vicenda, ovvero il perseguimento del sogno di una vita ad opera di un grande maestro d’orchestra declassato. Convincente la prima parte del film, scattante nei ritmi, montaggio trascinante e poetico grazie ad una colonna sonora che mischia la tarantellesca musicalità balcanica alla dolce tristezza degli spartiti di Tchaikovsky, divertente per le molteplici battute che si susseguono senza che lo spettatore si possa accorgere di tutte. Ma poi il film si stronca in due. La seconda parte, esclusa la sequenza finale di scavo nel passato tramite il solo uso di violino e sguardi  carichi di tensione vitale, è un naufragio. Infatti il film si siede, si dilunga troppo in passaggi inutili e dialoghi senza fine fino all’apparizione di un “caso umano” fin troppo melenso. Una buona sceneggiatura che quindi perde di vis comica e drammatica al giro di boa. Attendiamo un nuovo Train de vie